Pensate di trovarvi con questo affare ad altezza naso, così dal nulla.
Ed eccolo il retro, ed ecco spiegato a cosa serve Pubella, con un efficace story board semplificato di come andranno le cose a casa, tra te e Pubella. 
Giusto per convalidare la mia tesi sui Natali precoci e sulla sessualità strombazzata, oggi ho fatto una passeggiata alla Conad e sembrava che l'intera giacenza di magazzino della Bauli fosse stata scaricata lì in previsione di una guerra nucleare. Ho persino sognato di vedere una colomba pasquale ma per fortuna era una specie di mostruoso tartufo gigante capodannizio.
Inoltre, l'altra sera guardavo bel bella The Break Up alla tele quando mi spuntano donne che orgasmano a raffica sull'aria della Regina della Notte di Mozart. E dal primo fotogramma ho capito che è quello stesso prodotto di cui parlavo nel mio post di qualche giorno fa. Il gel per il piacere di lei! L'orgasmotronic! Il liquidino dell'ammmore in una boccetta da eau de toilette!
Non so come dichiararmi tra lo stupito, il divertito, il perplesso, il preoccupato e il voglioso di schizzare in una farmacia a comprarlo appena esco da questa fogna.
Essendo pigra e stanca nei week end, finisco a poltrire o uscire solo la notte come fanno certi mustelidi. E così può accadere che la mia unica finestra sul mondo sia costituita da autobus, vetrine e banconi per diverso tempo, specialmente durante i mesi invernali. Che poi questa sia una cosa orribile ed allarmante, mi è sufficientemente chiaro senza bisogno che mi pungoliate.
Sono arrivata a capire in quali giorni certi negozi ricevono le consegne, a fiutare da lontano le finte promozioni di scarpe risalenti a due inverni prima, a sapere a memoria il prezzo delle cose. La cosa mi annoia enormemente ma non posso fare a meno di osservare lo scandirsi delle stagioni e delle epoche in questo modo curioso.
Con Ottobre, ad esempio, mentre ancora qualcuno gira in maniche di camicia, prima ancora dell’ora solare scatta di solito l’ora dei pandori. Cercavo dei Kinder Pinguì e mi sono trovata in un sottobosco dolciario di delizie natalizie, apparse nella notte come funghetti. Sotto gli scaffali, abbarbicate ai pilastri. Come viene in mente alla GDO di ammannirci queste cose quando ancora abbiamo diritto a qualche settimana di coni gelato puffo e pistacchio?
L’ondata natalizia non si limita ai supermercati: stanno cominciando ad apparire alberi e palline ovunque. In un posticino come Co.Import, uno tra i miei preferiti per la quantità di cazzate per la casa che riesce ad ammassare nei punti vendita, per esempio è già invasione. E mi soffia aria di Polo Nord in faccia.
Sarà un luogaccio comune al pari del “non ci sono più le mezze stagioni” ma, seriamente gente, era estate qualche settimana fa. Adoro il Natale, mi diverte fare l'albero e tutto ma, sinché non tiro fuori il cappotto pesante, questa roba è ridicola, fuori luogo e un po’ inquietante.
Oltre alla natalizzazione precoce, noto un trend di tutt'altro genere che sta imperiosamente facendosi strada, da anni ormai ma con picchi sempre più marcati. Come la chiamiamo, la zoccolizzazione? Lungi da me l'avere atteggiamenti “prude”, ma parliamoci chiaro: quando ero una ragazzetta io, trovare un tanga non era un'impresa poi così facile. Il primo tanga che vidi era in un cestellino dimesso del negozio di biancheria, avevo tipo 13 anni e supplicai mia mamma di prendermi quel coso, solo perché non ne avevo mai visto uno non in TV (guardavo Colpo Grosso). Rimase un cimelio e una rarità e lo indossai una volta sola in terza media, sentendomi parecchio trasgressiva.
Nel giro di qualche anno, è diventato complesso trovare una mutandina che sul retro non abbia un filo interdentale. Lo so, è una dichiarazione un po' da settantenne in calze elastiche, ma non scherzo. E' vero, il tanga è comodo per certi particolari outfit, laddove per “comodo” si intende comunque “utile per non mostrare il profilo del mutandone a culotte sul retro di un vestito attillato” e non “adoro avere le mutande già in mezzo al sedere prima ancora di aver fatto due passi”. Però avere le chiappe al caldo, specialmente se indossi una minigonna ed è inverno, è ancora un'opzione gradita. E invece no: tanga su tanga nei negozi, tanga di misure tali che non vuoi nemmeno immaginare lo spettacolo che ci sarà incastonato dentro quando qualcuna lo indosserà, tanga aperti sotto, finestrelle vista Monte di Venere e via dicendo. In negozi normalissimi, come se dovessimo sedurre un fesso diverso ogni giorno. A Vancouver l'ultima volta ho girato in un negozio per un buon quarto d'ora prima di accorgermi pienamente che era un posto per spogliarelliste, e l'ho capito solo dalle divise da scolaretta, altrimenti sembrava anche abbastanza normale, per non dire carino. A tanta confusione si è arrivati.
Ma non fermiamoci qui. Parliamo di reggicalze. Prima dell'adolescenza ne avevo visto solo uno dal vero e pensavo fosse una gran figata. Solo che i negozi non li vendevano e io peraltro avevo un'età in cui il calzettone era ancora l'opzione più mentalmente sana.
Passarono gli anni e ne trovai finalmente uno, pagandolo caro come il sangue e e alla tenera età di 19 anni ebbi il mio primo sudatissimo reggicalze. Che, lo capii in fretta, era un capo completamente inutile, perché i collant che sono in vendita da un bel po' di anni a questa parte sono quasi tutti autoreggenti, incredibilmente difficili da acchiappare coi gancetti e soprattutto altamente non bisognosi di sostegno aggiuntivo. Come usare due preservativi insieme insomma. I collant che hanno bisogno di sostegno, per contro, creano orribili grinze da calzino della domenica e tendono a cascare.
Questo accade, paradossalmente, quando i negozi odierni pullulano di lingerie sexy e di reggicalze di pizzo, mutandine con annessi gancetti, bustini con le coppe al titanio e via dicendo.
L’altro giorno alla Coin, investita di recente da un’ondata di ristrutturazioni infighettizzanti quasi intollerabile, ho notato per la prima volta il nuovo settore biancheria intima. Impacchettato come un bon bon, leccatissimo, carissimo e ostentante curiosi manichini in pose laide da lap dancer. Del tipo “distesa languidamente su divanetto con testa buttata all’indietro e cosciame aperto, con autoreggenti di rigore”, per intenderci.
Si possono trovare oggetti come i baby doll orlati da pellicciotta rosa e altre amenità che un tempo collegavo ai porno anni ’80 e ai sexy shop. Sempre alla Coin, hanno creato una sorta di alcova segreta in cui troneggiano reggisenoni dagli 80€ in su (e nemmeno dei push up!), tanghini che costano una giornata di lavoro e, nascosti negli angoli, i soliti manichini apputtanati che ti fissano dall’oscurità avvolti nei loro boa di piume.
Al di sotto di tutto questo, noto qualcosa di più imprevisto: alla Coin c’è un frustino di pelle.
Di quelli tipo gatto a nove code.
Nero e lucido.
Sbatto un po’ le palpebre per verificare di non avere allucinazioni. Allargo lo sguardo e noto una paperella da bagno vibrante nera e altri oggetti rispondenti al nome di “personal massager”, quel simpatico eufemismo politicamente corretto che si usa per definire i vibratori. Esco dalla giungla Coin con un rantolo e rieccomi in Via XX boccheggiante.
Passo davanti a una farmacia e vedo un espositore gigante di un gel lubrificante della Durex “per il piacere di lei”. Con un packaging carino e tanti begli slogan, davanti alla pasticceria. Questo quando sino a 2 anni fa trafugavo il KY abusivamente dall’America, sentendomi peraltro una freak a trovare il lubrificante un utile accessorio. Negli States si trovava normalmente in qualunque negozietto, in Italia mi piombava addosso un velo di perversione, perché il lubrificante era disponibile (oltre che dal gommista) per lo più dai rivenditori di settore, online, a prezzi sciagurati e quasi sempre in varianti fruttate tropicali da crisi allergica istantanea.
Oggi, invece, guarda un po’, lubrificanti in vetrina! E dentro le parafarmacie, in tutte le varianti, incluso il turpe gel “riscaldante” che a un dubbio effetto erotizzante aggiunge l’inebriante sensazione di stare avendo un’eruzione cutanea.
Certo, sono contenta che il mio paesello cominci ad avere un approccio più realista e meno perbenista rispetto al sesso e alle sue attività corollarie. C’è però sempre la strana impressione che dalle nostre parti non si sia in grado di adottare certi cambiamenti senza dare una rigata di cattivo gusto al tutto, senza pennellate di eccesso crasso e volgarotto, senza il consueto abbassamento del sesso a qualcosa di vicino alla pornografia, all’esibizionismo, al velinismo, a una semplice posa fine a se stessa..
Inutile gente: il troppo stroppia e il fatto che qualcosa sia disponibile senza difficoltà non dovrebbe costituire una moratoria sulla compostezza nella presentazione. Per Dio, alla Coin ci vanno anche le nonne!
Non so quali effetti abbia su di voi tutto questo, ma - per quanto riguarda la mia visione del sesso – sono quasi sicura che tutta quest’orgia visiva abbia finito col desensibilizzarmi quasi completamente rispetto al “sexy” convenzionalmente inteso. Anche più in generale: mi si possono parare davanti le cose più strambe e provocanti e l’unica reazione immediata è un grosso sbadiglio.
In ogni caso spero sia un danno reversibile, perché di fronte alla “ipersessizzazione” della realtà di ogni giorno non posso che guardare con un po' di rimpianto ai giorni in cui potevo provare la pruriginosa sensazione di stare indossando quello che secondo me era l'unico tanga della città, a periodi più lontani in cui qualcosa di sexy era qualcosa di speciale e festoso invece che un'altra piatta forma di quotidianità, in cui una piccola patina di “misterioso” di “segreto” o “proibito”, ben ben lungi da moralismi bigotti, aggiungeva al sesso qualcosa che la sovraesposizione da macelleria odierna ci ha tolto forse per sempre (oh mio Dio mi suona così strano che sia io a dire queste cose...).
Che dovrei fare quindi?
Mi sa che tira che ti tira mi rassegnerò, ma se in un futuro non molto lontano mi vedrete passeggiare sotto il sole di Luglio in pantofoline di pelo rosa col tacco e abitino commestibile, almeno toglietemi il pandoro di mano e costringetemi a mangiarlo in un mese decente.
Ora, non che abbia molto da giustificarmi perchè i Floyd sono un vecchio amore, solo mi dispiace che l'occasione per un ritorno di fiamma così violento sia proprio la morte di uno di loro.
Ma ho deciso che bandirò i sensi di colpa e, quando sti capelli maledetti saranno asciutti, mi prenderò le mie cuffione giganti, me le appiccicherò alla orecchie, e mi sparerò - per forse la millesima volta - tutto il lato oscuro della luna su per le orecchie, sempre con la stessa meraviglia di quando avevo 13 anni.
Anche se forse allora non pensavo a fare delle scopate cosmiche sulle note di Breathe.
Oggi mi è successa una cosa piuttosto divertente. Diciamo “amusing”, ecco, e pensavo di condividerla con voi. So che alcuni potranno farcisi una risata (e che molti se la sono già fatta).
Ieri sera mi contatta un tipo e mi chiede gentilmente se mi può sottoporre un questionario su tematica sessuale da pubblicare anonimo in un blog privato, se voglio anche con un altro account. Mi dico mah che mi frega, parlare di sesso (inteso come argomento di conversazione) non è mai stato un problema per me. Acconsento.
Stamattina mi arriva il papiro di domande. Inizio a scorrerle e, curiosamente, inizia con la richiesta del mio nome (non era anonimo?) e una mia sommaria descrizione fisica in cui, immagino a posteriori, la sua utente modello avrebbe dovuto lasciar scivolare la taglia di reggiseno o altri dettagli stuzzicanti. Altre motivazioni mi parevano poco convincenti, ma avrò una mente morbosa e del resto chissà quale poteva essere il master plan di questo psicologo del sesso.
Prima di procedere, gli chiedo un po’ perplessa a che gli servono quei preamboli e se per caso non intende piuttosto raccogliere per sé una piccola antologia di soft-porn amatoriale con cui trascorrere qualche piacevole minuto in condivisione con la sua mano destra. Nega e voglio credergli: perché devo sempre pensare che dietro a una persona che parla di sesso, se maschio, ci sia un triste omino col pisello in mano?
Mi rasserena con frasi come:
"Le domande sono molto intime ma non per questo volgari" (n.b. tra le domande dell'erede di Freud figura " Ti fa piacere se il tuo partner ti lecca la figa?", se voleva farlo suonare meno volgare potevo trovargli una dozzina di formule alternative per arrivare al punto - o un'altra è "ti fa piacere ingoiare o ti fa schifo?" in cui il fine punto intellettuale a cui sta cercando di arrivare è chiarissimo)
e
"Diverso nella sua semplicità e pulizia dalla massa di questo genere. A discapito dell'argomento che presta il fianco a sottintesi o altro." (infatti la sua reazione è stata semplice e pulita e non dà adito ad alcun pensiero circa i suoi fini "corollari")
e
"Oltretutto strada facendo aggiungerò sempre più domande che scavano l'interiorità" (come un Tampax, ma con la ruspa)
Diamo un po’ di credito a questi tizi che spuntano e confidiamo nelle loro buone intenzioni per mettere su un edificante dialogo di psicosessualità. Lo ha detto anche Focus (e lì già dovevo diffidare!): con più fiducia si vive più a lungo.
Rispondo a tutte le sue domande come meglio mi viene. Cioè trattando il sesso come un argomento e non come se intendessi flirtare o vantarmi di mie presunte abilità tra le lenzuola o negli ascensori pubblici, o chissà quale altro modello di risposta aveva in mente. Non mi piace mettere colore dove non serve affatto e quindi non aggiungo nessun dettaglio che possa essere dichiarato "eccitante". Finisco con l’infilarci un po’ di ironia, qualche critica alle sue domande (le più sceme o sgrammaticate), qualche velata allusione al fatto che – dal tenore di certe domande (alternate ad altre più clinico-sanitarie)– avevo il sentore che non si trattasse di una cosa poi tanto seria.
Pensavo di aver composto una cosa abbastanza spiritosa e simpatica insomma, ma dopo un po’ mi arriva la risposta. Senza la risposta, sarebbe stata una normalissima esperienza di scambio di opinioni con un tipo un po' curioso che ha qualche confusione grammaticale in testa, che poteva risultare anche simpatica visto che non avevo avuto alcun atteggiamento ostile.
Non avrei mai pensato che, in un’era in cui - se proprio vuoi - puoi scaricare bestiality porn in pochi minuti, un uomo potesse essere così provato dal mancato arrivo del materiale per la sua prossima sega. Perché non so come altro spiegarmi questo sudden change of heart, di fronte al mio atteggiamento cortese e aperto. Davvero, qualcuno me lo spieghi chiamando in causa un'altra chiave interpretativa.
Dice che di solito manda una risposta precompilata a tutte, tranne a quelle che lo riempiono di insulti, una rispostina in cui si complimenta per la classe dimostrata a rendersi disponibili.
Come a dire che rispondergli equivale ad avere classe.
Un criterio inattaccabile e imparziale.
Questa risposta felice però la riserva a quelle che, credo, gli raccontano minuziosamente dell’inserimento di generi ortofrutticoli nei propri orifizi. Quelle che descrivono con attenzione pittorica la forma dei propri capezzoli e il sapore dello sperma più delizioso che hanno assaggiato a 16 anni. Raccontare queste cose a uno sconosciuto è un chiaro sintomo di classe, mi sto ancora dando botte sulla fronte per non essermene ricordata prima (le vere botte sulla fronte sono per avergli risposto in prima battuta, sono troppo candida e fiduciosa).
La classe io non l’ho neanche vista col telescopio invece – dichiara – e ci tiene a precisare che quell’ambita risposta preconfezionata non sarà per me. “La lezione tela do io” (sic), minaccia in traballante italiano.
Terrorizzata, scorro oltre per vedere in quale modo doloroso intende pormi davanti alle mie mancanze.
In realtà la sua grammatica e la sua sintassi (nonché il concetto sottostante) sono così oscure che un po’ mi sfugge il messaggio.
Ma il sunto è che devo vergognarmi. Ho sprecato 10 minuti del mio prezioso tempo a rispondere a un tizio che manco conoscevo e sono un mostro. Peggio: sono priva di classe e sono GRIGIA.
E l’imminente pubblicazione del mio questionario rivelerà – visibile a tutti - non che genere di sfigato sia lui a porre certe domande aspettandosi chissà quali risposte, ma QUANTO io sia grigia comparata alle altre donne con cui ha parlato. Grigia e goffa, aggiungerà più tardi. Goffa agli occhi del MONDO, dopo che mi avrà postata sul suo influente blog.
Ne sono devastata. Devastata gente.
Gli rispondo mogia mogia che non mi aspettavo tutta questa aggressività e mi scuso molto se invece di raccontargli di come fantastico di farmi un doberman mentre sono vestita da fatina dei denti gli ho solo fotografato la mia situazione attuale di persona che è a suo agio a parlare di sesso ma ultimamente ha perso un bel po’ del suo entusiasmo per esso.
Mea culpa, mea maxima culpa.
Me ne resto qui, grigia e priva di classe, a sentirmi umiliata, con la pendente minaccia della pubblicazione di questo materiale compromettente.
~Intervallo con pecore che pascolano nelle campagne del Molise~
Ora, io non amo ripetermi ma di solito lo faccio lo stesso, quindi vi snocciolo l’ennesima rielaborazione dei miei pensieri sull’argomento “parliamo di sesso”, domando scusa per la solita palata di affari miei che siete costretti, se vorrete leggere oltre, a tollerare:
Il sesso è una cosa simpatica. Ne ho fatto abbastanza, ne ho fatto in modi diversi e in posti diversi, con persone diverse. Conto di farne ancora sinchè potrò.
Ne ho fatto troppo forse, e con poca varietà di persone a causa del mio deprecabile morbo per la monogamia e del mio sfortunato incontro con ragazzi gentili, premurosi e innamorati. Ho qualche problema in quel frangente, me lo dicono tutti.
Per me il sesso non è un argomento tabù, per nulla. Non c’è pratica (consensuale) che mi scandalizzi o sia seriamente in grado di stupirmi; molte cose mi interessano anche solo a livello – diciamo – sociologico, psicologico e così via. Intellettuale, in un certo qual senso.
La mia personale eccitazione resta fuori da tutto questo. Quando sono eccitata e il sesso intendo farlo, invece che parlarne, la differenza è molto ben marcata. Questa parte di me non è affatto pubblica e sono riservata nel parlarne.
Quest’ultimo punto è il fulcro di alcuni dei più spiacevoli fraintesi sulla mia persona, perché dire “sono aperta a parlare di sesso” viene spesso interpretato da alcuni rappresentanti dell’altra metà del cielo – magari non le cime – come ammiccamento, come dichiarazione “ci sto”, come “ora ti racconto tutto sinché non ce l’hai duro così poi ti ci puoi fare le seghe sopra per farmi sentire magnificata e desiderata”. Noooo thanks, non cerco questo, mi scuso per il malinteso, ho abolito qualche smart line del mio profilo di Splinder (in cui figurava la parola “ninfomania”) proprio per minimizzare i rischi.
Manco mi piace stuzzicare tra l’altro, l’idea che un estraneo si titilli il pisello pensandomi mentre io penso di stare facendo normale conversazione è un’idea un tantino ripugnante, senza offesa.
Ragazzi, basta con sta morbosità: basta trattare il sesso come un argomento (ARGOMENTO, non pratica) segreto, nascosto, misterioso e impronunciabile. Basta con questo alone di “proibito”. E’ ridicolo, specie tra persone adulte.
Basta anche tirarsela o credersi fighi e speciali perché si fa sesso, basta esibirlo gratuitamente (come ho appena fatto al punto 1, lol...). Siamo 6 miliardi al mondo: il che vuol dire che c'è gente che scopa in continuazione, che tutti lo fanno e che a nessuno frega molto di come e quanto lo facciamo noi. A parte alla frangia che non lo fa, forse.
Capisco che qualcuno abbia timidezza, pudore o riservatezza nel parlarne, è comprensibile e giusto, ma dal sottobosco di mistero ogni tanto sbucano fuori questi curiosi tizi allupati ed è davvero sgradevole doverli affrontare, specie quando – ingenuamente e non volendo credere al vecchio adagio che “gli uomini sono tutti porci ® “- dapprima li credi persone per bene, come mi successe mesi fa con il molestatore del grattacielo davanti al mio, che arrivò a minacciare uno stupro.
Ora, essendo il mio approccio alla cosa ed avendolo pensato io, è naturale che io lo trovi sensato anche se lungi dall'essere privo di problemi. Del resto l'autocritica potrebbe non essere la mia miglior virtù (così come la sintesi, ehm...).
Che ne pensate voialtri?
Detto tutto questo, non è che mi senta offesa personalmente. Bastasse il primo pirla che passa a offendermi sul serio, sarebbe una vita d'inferno.
Dispiaciuta però si, per il fatto che ogni tanto, anche se cerco di escludere dalla mia esistenza le persone che non trovo piacevoli e civili (a parte quando proprio mi tocca, in ufficio), queste mi trovano lo stesso.
Dispiaciuta che su Internet, che ha milioni di pregi che adoro, uno possa comportarsi in questo modo squallido senza alcuna conseguenza, trasformandosi da untuosamente cortese a sgarbato e minaccioso nel giro di un attimo e senza che ci siano motivi reali (ho fatto leggere lo scambio di battute a 6 persone, giusto per assicurarmi di non essere matta), o riscontrabili da un cervello umano funzionante.
Dispiaciuta che pochi imbecilli particolarmente molesti rovinino la reputazione al genere maschile comportandosi in questi modi incoerenti e cafoni appena una donna non si mostra “disponibile” nel modo che intendono loro. La donna in questione, ovviamente, viene subito dopo riqualificata da gentile donzella a strega frigida e isterica che non prende abbastanza cazzo. O che ha il mestruo. I modi dei maschi isterici di sminuirci sono sempre poco fantasiosi.
Va da sé che qui ho un po' spaziato nel range di altre esperienze mie e di mie amiche, non si può imputare tutto questo al povero utente hiddengirls di Splinder, che ha solo innescato una riflessione sempre presente nella mia zucca.
La “lezione” che voleva darmi non l'ho ancora capita bene, forse ci vuole classe per farlo; per parte sua vorrei imparasse l'unica lezione che credo di potergli impartire, visto che lo intriga tanto chiedere cose alla gente: “qual è” va senza apostrofo, ti supplico.
Ieri parlottavo con la dolce metà imbalsamata nel piumino e borbottante sporadici grugniti. Il breve scambio di battute era ispirato dal long week end agli sgoccioli.
A che servono alcuni giorni di vacanza? A che servono un paio di settimane fuori dall'ufficio?
A farti stare triplamente di merda quando torni, soprattutto, perchè per riposarsi davvero ci vorrebbero alcuni mesetti di pausa, come fanno gli insegnanti ad esempio.
Ma che dire gente, se lavorate anche voi stiamo tutti sullo stesso barcone di profughi.
Ecco cosa ho fatto io per (non) riposarmi in questi tre giorni: ho sfaccendato. Quasi full time, perchè la mia casetta, tra trasferte, cazzi e mazzi, stava prendendo derive straccion-chic, col salotto trasformato in lavanderia e camera mia in un campeggio, la sala da pranzo ridotta a laboratorio e la cucina a mensa aziendale.
Concedendomi, naturalmente, qualche piacevole distrazione, come la serata al femminile davanti a Sex and the City (anche se le nostre Carrie e Charlotte locali hanno tirato pacco all'ultimo). La sala era gremitissima e ho avuto la bella pensata di andare al cinema vestita da donna con tanto di tacchi vertiginosi.
Adoro guardare le serie TV con tanta gente. Di solito quando guardo un episodio da sola, raramente rido, al massimo sogghigno dentro: avere gente intorno ti sprona a tirar fuori la risata per davvero, a far salotto, a fare commenti. Di questo mi resi conto con certezza quando finii a guardare un episodio dei Simpson con la mia classe del ginnasio in settimana bianca e praticamente piansi dal ridere.
Su questo presupposto, la visione di venerdì è stata decisamente divertente anche per il solo contesto: una sala piena di donne e occasionali fidanzati sacrificali, tutti pronti a ridere, a darsi di gomito per i costumi, a versare qualche sporadica lacrima (si, ma che nessuno sappia che anche io ho pianto. Ops.)
Il film di Sex and the City è praticamente un episodio lungo 2 ore, con le nostre 4 single invecchiate di qualche anno ma perfettamente sorrette da Botox, luci e vestiti favolosi. Una prospettiva della vita dopo i 40 decisamente più rosea del consueto che ti mostra come, con molta chirurgia plastica e moltissimissimi soldi, si possa essere più favolose a 40 anni che a 20.
Metà dei miei commenti all'amica del cuore sono stati del tipo "Ma che cosa DIAVOLO sta indossando?", mentre Sarah Jessica Parker, la bruttina meglio mascherata del jet set, sfoggiava rutilanti abiti da sposa, le solite Manolo Blahnik da mezzo metro di tacco (la Parker cammina sulle punte anche quando è scalza, tipo le Barbie), borsette gioiello a forma di Tour Eiffel e altre varie stravaganze che per qualche imperscrutabile ragione le stanno da dio.
La trama conclude in modo abbastanza esaustivo le poche cose rimaste in sospeso dalla fine dell'ultima stagione: Carrie che finalmente ha accalappiato Mr. Big, l'origine della cui misteriosa fortuna sembra sempre più rivolta al traffico d'organi di bambini coreani, Miranda che ha un bimbo che cresce sempre peggio e il solito dolce e disastroso marito barista (ogni tanto la TV cerca di convincerci che accoppiate simili, l'avvocatessa e il barista, la dottoressa e il portiere, possano davvero funzionare), Samantha ancora relegata allo stretto ruolo di fidanzatina fedele per il suo modello figone e Charlotte irritantemente felice col maritino calvo e la bimba cinese.
Un plauso speciale, come sempre, alle battute di Samantha, ma in generale il film è riuscito insieme a mantenere continuità e coerenza con la serie con poche forzature di trama, a mettere insieme una cosa che era sia fine che divertente, commovente e outrageous (ci credereste che si vede un pisello?) allo stesso tempo. O sarò un po' di parte, visto che ho seguito la serie sin dai suoi tenebrosi esordi su La7 in seconda serata, quando a ogni episodio facevano seguire un curioso dibattito.

Un posto d'onore riservato a scarpe e vestiti, uno al sesso, uno all'ammmore, uno pure alla city ovviamente, ma forse l'ingrediente più grazioso, se ci facciamo una vera pera di sospensione di incredulità, è il tema dell'amicizia tra questi personaggi così diversi (sono una specie di donna sola scissa in 4: la sognatrice, la cinica, la trasgressiva e la tradizionalista), un'amicizia che è sì di fiction, ma fa un po' a tutte desiderare di acchiappare le proprie amichette, abbracciarle strette e andare a cena insieme a parlare di cose da donne, senza conflitti e invidie così tipiche del nostro infelice sesso, ma solo con affetto e comprensione reciproca. Ti fa venire voglia di amiche in parole povere, quel genere di Rapporto Sano col Mio Sesso™ che tanto ricerco.
La mia parte Donna con la D maiuscola insomma, quella che per lo più contengo a favore di altri miei aspetti più originali, ma che ogni tanto sgorga fuori gioiosa in occasione delle cene tra amiche, tra crisi sentimentali e consigli per la cellulite, chiacchericcio gossipparo e discorsi sul sesso che farebbero arrossire i muri (mi distinguo come la Samantha della situazione); la mia parte che, pur indossando quasi sempre anfibiacci e calzini, conserva nella scarpiera un'antologia di tacchi alti che si accontenta anche solo di rimirare ogni tanto e che fa shopping in modo quasi compulsivo.
Il ritorno dal cinema in 2 (dovevamo essere in 4) all'una di notte, scendendo (leggi: precipitando) per Via XX sui maledetti tacchi e chiaccherando di manovre antistupro (che secondo me garantiscono allo stupratore un margine di successo molto ampio) hanno completato la seratina.
Il resto del long week end è trascorso benone, tra concerti (è iniziata la stagione dei festivalini genovesi), pulizie (ho dato la cera per la prima - e sicuramente l'ultima - volta in vita mia) e visite all'Ikea. Ho comprato un sacco di piante in un raptus casalinguico e poi cosparso la casa di candele, cosa che adoro ma non ho mai tempo di fare. Ho sbranato dolcetti Ikea alla cannella e biscotti all'avena pucciati nel cioccolato, guardato un gazillione di puntate delle mie lesbiche (che bello, dopo tutti questi mesi!) e ho pure visto il nome della mia amica canadese nei titoli di coda. Ho finito Running with Scissors e l'ho adorato, ho guardato Juno e un paio di canzoni della soundtrack mi sono davvero piaciute (la line "a half time lover and a full time friend" mi ha fatta sorridere)
Camera mia sembra ancora un campo profughi coi parati staccati e non ho manco comprato il bianco, tanta è la voglia.
Nel complesso riposo 0, cose fatte tante. Dopo tutto non riposarsi è un modo di non darla vinta al lavoro penso. Perchè passare il prezioso tempo fuori dall'ufficio a cercare di recuperare le forze per ritornarci?
Come capita nei periodi di confusione, ho iniziato tremila libri insieme e l'unica attività di lettura compiuta degli ultimi giorni è la già citata bio non autorizzata degli Zep, che mi ha riportata ai bei tempi adolescenziali di fangirl sfegatata che che comprava ogni sorta di mercanzia bandereccia.
Come spuntino qualche settimana fa, ho finito un grazioso libro di Sedaris (Diario di un fumatore): dei suoi libri non saprei mai dire se parlino di altro che dell'autore e della sua vita strampalata, e personalmente in testa lo ho più o meno assimilato ad Augusten Burroughs, ma lo trovo di agevole e ilare lettura. Penso di essere stata un omosessuale maschio in una vita precedente o comunque ho una stranissima affinità con gli scrittori gay, che trovo per lo più adorabili e molto divertenti (che generalizzazione razzista).
Non conto nemmeno l'ultimo di Camilleri, data la rapidità con cui lui li pubblica e io li leggo (2 orette di solito mi bastano) e penso di aver già affermato altrove che le storie di Montalbano per me contano all'incirca come generi alimentari. Non so neanche più dire se uno mi piaccia più dell'altro, dopo tutti questi anni di lettura fedelissima e tempestiva: sono praticamente dipendente.
So che quando quel caro vecchino siciliano non ci sarà più, si aprirà un grosso buco nel mio cuore letterario.
Ho ingurgitato brevemente Cose Preziose di King e Tutto è Fatidico, così per fare, visto che ormai King lo conosco così bene che lo ritengo un vecchio amico con cui non servono più preliminari.
Poi ho iniziato a svisare e mi sono persa tra troppi libri che non riesco a far ingranare.
Ho letto un po' di Fight Club, ho aperto Running with Scissors di Burroughs, ho sfogliucchiato un altro melenso romanzetto storico della Gregory su Enrico VIII e soci.
E poi Miss Pamela ha determinato l'abbandono temporaneo di questi trastulli e ora sono tutta sua. Ha catturato il mio umore rock'n'roll decadente degli ultimi movimentati tempi, l'ha proprio preso in pieno.
Pamela Des Barres è stata una leggendaria groupie degli anni '60 e '70 e ha scritto qualche anno fa un libro di memorie, "I'm with the band". Sulla copertina lei a 16 anni, bionda, nuda e bella come il sole.
Sono a pagina 50 e sono completamente rapita e piena di invidia e rimorsi, ma non riesco a non adorarla e a provare ammirazione per le sue scelte audaci e anticonformiste, nonchè una sincera meraviglia per la sua bellezza che anche adesso che ha 60 anni suonati e anche malattie poco piacevoli alle spalle è davvero davvero notevole.
Tra le conquiste della simpatica signorina, svettano i nomi più scintillanti del firmamento Rock di quegli anni. Come a dire che non solo la invidio da matti per aver avuto la fortuna di vivere in posti e in anni migliori dei miei (dico sempre che se fossi nata 30-35 anni prima, tipo i miei, sarei stata al mio posto e ora sarei una cinquantenne alquanto soddisfatta), ma devo anche invidiarle l'immensa disinvoltura, e il fascino con cui riuscì a entrare nelle amicizie intime di personaggetti da nulla tipo Mick Jagger (che all'epoca non era proprio per niente male come ragazzo, oltre al ruolo secondario di semidio in Terra) o Jimmy Page, su cui è meglio che non inizi nemmeno a proferir verbo, tanto è il fascino quasi esoterico che esercita su di me, anche adesso che ha 65 anni, la testa candida e un vago aspetto da vecchia lesbica. Si vocifera pure che ora sbavi mentre suona e ha una buffa vocina nasale, ma io me ne frego.
Che bei tempi, quelli in cui le band erano avvicinabili, che bei tempi quelli in cui i fan non ammazzavano i loro idoli dopo aver chiesto un autografo.
Nella parte che ho letto sinora, ho provato una sincerissima immedesimazione per la narrazione delle sue gesta di teen fissata con Paul McCartney e preda di strani turbamenti sessuo-musicali da pubescenza, alimentati da ormoni, mistero e magia. Con nessuna differenza, perchè anche io avevo i turbamenti per quello stesso Paul McCartney (quello di 30 anni prima, però), in una strana e un po' lugubre forma di feticismo retroattivo.
Cita stralci del suo diario da ragazza, quando era solo una liceale che si metteva i foulard nel reggipetto ("non mi ero ancora resa conto del fatto che avere le tette piccole fosse fico" e solo per questo la bacerei in bocca e sono colta dal fremito di andare in giro in allusive camicette sottili senza reggiseno) e faceva gli altarini dei Beatles, dicendosi che sarebbe morta se non avesse potuto conoscere Paul.
Poi entra in contatto con il mondo hippy, con Bob Dylan e con qualche "cattiva" compagnia, la sua identità e la sua intraprendenza cominciano a venire fuori e dove l'ho lasciata io questo pomeriggio ha appena avuto una fulgida visione di Mick Jagger completamente nudo nella penombra della porta del suo bungalow a Los Angeles. Il proseguimento si direbbe avviato dunque verso il binario principale.
Quanto ho letto sinora è spiritoso, ben scritto, piuttosto modesto, riesce a non fare antipatia nonostante l'invidia fluisca copiosa. In altre parole non vedo l'ora di riprendere la lettura e non dubito che potrò solo dirne anche meglio ad opera conclusa.
Ho sentito il bisogno adolescenziale di addare Miss Pamela sul mio MySpace (dove il suo spazio si trova su myspace.com/therealmisspamela) e lei cortesemente mi ha anche accettata.
Le sue foto più recenti mostrano una donna che potrebbe avere tranquillamente meno di 40 anni, ma a tratti anche meno di 30. Trucco, vestiti, chirurgia? Non lo so. A me piace pensare che le grandi overdose di rock che si è fatta, quando sesso e musica costituivano per lei una specie di binomio indistinto in cui una parte non contava meno dell'altra, le abbiano regalato l'eterna giovinezza.
Poi potete venire a fare i poco romantici e dirmi che un sacco di groupie si sono beccate orrende malattie e sono morte dopo una vita debosciata. Ma questi problemi non riguardano la groupie onoraria senza portafoglio che sono sempre stata nella mia immaginazione, e nemmeno la leggendaria Pamela, che sorride più giovane che mai con quegli occhi brillanti e vivaci, sorride di un sorriso furbetto like that of one who knows (la citazione è d'obbligo).
Lunga vita a te e alla musica che hai amato Pam, io non avrei saputo fare di meglio neanche in dieci vite.
Postfazione: oggi scrivo come una ragazzina entusiasta. E dire che volevo fare un master di scrittura creativa. Se leggono questo mio parto non mi prenderanno mai.
Tra parentesti sempre abulica e non-eccitata, tranne quando si parla di rock. Dovrei cominciare a preoccuparmi, o quanto meno a perplimermi?