Gli Steppenwolf. Ecco, gli Steppenwolf ce li ricorderemo sempre come quelli che hanno regalato al mondo Born to Be Wild, sul cui galoppo di batteria non ci si può mai dimenare abbastanza. Qui già sfido molti a fare altrettanto, ma il bello è che quando ti metti ad ascoltarli meglio scopri altre cose godibilissime, quasi tutte fatiche late '60s/early '70s, come Magic Carpet Ride (1968). Come si suol dire, close your eyes girl, look inside girl, let the sound take you away: in effetti ho anche pensato a loro, mentre il mio organismo veniva colonizzato dalle spore allucinogene ad Amsterdam. Per la precisione, pensavo che stavo facendomi un magic carpet ride attaccata alle frange del tappeto con una mano, mentre urlavo e sgambettavo nel vuoto. But I digress.
Devo a 105.9 The Rock la scoperta degli Heart, dritti dal cuore degli anni '70 e soprattutto dritti da Vancouver. Se hai i miei gusti musicali e ti piacciono le voci femminili, non hai poi così tante opzioni: puoi scegliere Grace Slick - il bel topone dei Jefferson Airplane, quella simpatica pazzoide di Janis, oppure ascoltarti che cosa sa fare la poderosa ugola di Ann Wilson, vocalist degli Heart, mentre la bionda sorellina Nancy ci dà dentro con la chitarra. Magic Man (1976) parla di una sbandata adolescenziale con tanto di fuga con il bel tenebroso di turno e io vi sfido a stare dietro a tutti i "try to understand" con cui Ann ci chiede di capirla, giustificandosi maliziosamente con "he's got the magic hands".
Che poi è solo un assaggio di una discografia tutta da esplorare anche quando parcheggiate l'auto e rincasate e di cui - vi butto lì un titolo - l'epica Whipping Post, con i suoi tempi intricati e originali, può costituire un buon inizio. Senza neanche scomodare il leggendario nome di Duane Allman, vi dico che la band ha due batteristi. Non un batterista e un percussionista, ma proprio due batterie: it doesn't get much cooler than that.
Se dico "Lynyrd Skynyrd" un sacco di voi strabuzzeranno gli occhi, almeno sino al momento in cui non si renderanno conto che sì, il nome della band è pronunciabile (il titolo del loro primo album spiega appunto come farlo) e che almeno una canzone loro la conoscete anche voi ed è sicuramente Sweet Home Alabama. Sì, i Lynyrd Skynyrd sono "quelli di Sweet Home Alabama". Vedo già le espressioni facciali che mutano dal perplesso al divertito sulle prime note di chitarra. Fermi lì però, non è di lei che intendo parlarvi.
Questa bimba, però, è una Layla al contrario. Vi ricordate Layla, quel virtuoso intreccio di chitarristi epici come Eric Clapton e Duane Allman? Scoppietta e garrisce per la prima metà, fluisce malinconica per la seconda, a sospironi. Free Bird fa esattamente l'opposto e, più o meno a metà dei pachidermici nove minuti e rotti di traccia, quando ormai stai facendo ondeggiare la testa piano piano con gli occhi chiusi, semplicemente esplode in un lungo strumentale tiratissimo, dominato dalle tre chitarre distintive della line up degli Skynyrd.

Non credo che mi spingerò mai al puro orrore di portare una Moleskine sempre con me, gesto alquanto kitsch per il 2009, ma a volte ti imbatti in piccole sciocchezze di cui vorresti portare con te almeno il ricordo. Ideuzze, dettagli, frasi altrui, spunti di varia natura.
Ogni 24 novembre mi dico “Oh Santo Cielo è possibile che siano già passati xxx anni dalla morte di Freddie?”.
E sì, è sempre possibile, e ogni anno è un numero più impressionante. Quest’anno saranno 17 anni, l’anno prossimo i nati nell’era post-Mercury potranno votare, e sono dati, questi, che mi colpiscono.
In questi giorni sono in fermento pre-londinese e la memoria va automaticamente ai miei ricordi legati a questa bellissima città in cui avrei tanto voluto vivere, anche solo per un po’, ma in cui credo non riuscirò mai ad andare per più che pochi giorni sparuti per volta. Il mio primo viaggio a Londra fu nell’estate del ’95. Atterrai a Gatwick e come primissima cosa, appena sistemata la valigia in hotel, trascinai il papà per Kensington con una mappa in mano di luoghi e strade in cui non ero mai stata ma in cui mi muovevo lo stesso con una strana sicurezza.
Raggiunsi Logan Place per vedere il muro della casa di Freddie. Un muro bello alto e alquanto lungo, periodicamente ripulito e altrettanto periodicamente ricoperto nuovamente da scritte piene di affetto di altri fan sciamannati come me che vengono dagli angoli più disparati del globo a compiere questa strana e un po’ feticistica forma di pellegrinaggio.
All’epoca facevamo solo diapositive, e in un’oscura slide ci sono ancora io, con il mio più improbabile abbigliamento anni ’90 e i capelli a cespuglio, che guardo mogia mogia la porta che si apre nel muraglione, anche quella coperta di scritte sin dentro la buca delle lettere.
Lo stesso tipo di spettacolo si presenta anche nelle foto di molti anni a seguire, sinché i miei soggiorni non si fecero troppo brevi per poter dedicare tempo a quella scappatella kensingtoniana.
Sempre nel corso di quella prima e memorabile vacanza, passai ore a spulciare vecchi vinili a Portobello Road. Ero a caccia di B-Sides nella nebbiosa era pre-Napster e mi portai a casa sia Under Pressure che Play the Game, le cui ambite track del lato B avrei anni dopo potuto scaricare con un clic in pochi secondi.
La sentimentale in me, però, volle anche un certo 45 giri con la custodia blu e una bella foto della band. Venti sterline e molti ringraziamenti al papino dopo, avevo in mano Bohemian Rhapsody, il mio minuscolo e abbordabile pezzo di storia della musica, nelle mie grinfie per sempre. Ma tornerò su questo punto più avanti.
Mi scordavo di aggiungere anche che, in quel lontano Luglio londinese, tirai su anche il 33 giri di A Night at the Opera. Un pirla aveva scritto dentro alla Q di Queen. Ma io ho a casa 45 giri degli Stones pieni di Mick Jagger con le corna disegnate a biro, quindi chi ero mai per giudicare? Me lo presi.
In questi giorni, mentre meditavo su Freddie e la sua prematura scomparsa, ho ricordato anche un evento più lieto: venerdì il nostro simpatico e adorato concept album, la magnum opus, quello che pomparono a buon diritto come “l’album più costoso della storia del rock”, il frutto di maniacali e ossessivi lavori di incisione e sovrincisione, compie i suoi annuzzi. Domani, per la precisione, fa 33 anni.
Non è un numero tondo, ma almeno è un multiplo di 11, per dire, e io lo celebro comunque, perché non ha ancora così tanti anni da dover mentire sull’età dopo tutto.
Come celebriamo A Night at the Opera? Ascoltandolo in primo luogo. L’ho ascoltato tante volte che lo posso cantare da cima a fondo, facendo voci e strumenti e senza pause se non per prender fiato. Se però siete vissuti su Saturno sinora e non vi è mai capitato di farlo, lasciate vi dia qualche spunto sul perché dovreste:

1. Death on Two Legs (Dedicated to…)
“Was the fin on your back part of the deal...”
La vita è sempre la stessa. Sul groppone di tutti c’è almeno un ex capo stronzo, o qualcuno che ci ha sfruttati e trattati male in passato. Capitò pure ai Queen prima che fossero un gruppo surrealmente ricco e di successo.
Mentre noi possiamo aspirare al massimo a bucargli una gomma e fuggire come ninja, la band si prese il lusso di aprire il primo album prodotto sotto nuova gestione con una bella track incazzosa che non si risparmia insulto nei confronti del manager appena scaricato. Appena me ne vado di qui, metto degli altoparlanti sul tetto e la faccio partire a tutto volume. La line “but now you can kiss my ass goodbye” mi premurerò di urlarla io stessa.
2. Lazing on a Sunday Afternoon
“Fridays I go painting in the Loooooo…uvre.”
Dopo tanta rabbia, silenzio… e un pianofortino spiritoso parte, vivace. Freddie sembra cantare da un piccolo altoparlante, anche se la registrazione fu più complessa e coinvolse strani movimenti in giro per lo studio, delle cuffie e un secchio di latta. Si tratta di un grazioso divertissement che racconta una settimana di attività che culminano nel poltrire domenicale.
3.I’m in Love with My Car
“String back gloves in my automolove”
Roger Taylor è fissato con le auto e con la figa e con gli occhiali da sole, ormai è una cosa lampante. Mentre il timido Deacon componeva la track successiva dedicandola alla moglie, lui prese carta e penna e si impegnò a infilare ogni singola componente di un’automobile nelle lyrics di questa atipica love song hard rock. Non solo, ma si chiuse in un armadio (un capitolo di “Trapped in the Closet” ante-litteram!) a frignare sinché Freddie non gliela lasciò mettere nel lato B di Bo Rhap, per cui sta attualmente ancora ciucciandosi le royalties. Minacciando un “Galileo” ad alta frequenza che avrebbe danneggiato le apparecchiature dello studio, ottenne anche di spararla live a ogni occasione propizia, per molti anni a seguire, e dobbiamo dargli credito di essere uno dei pochi batteristi che a cantare mentre suona ci riesce anche benone.
4.You're My Best Friend
“I'm happy, happy at home”
John Deacon è dei Queen l'unico che ha scelto dignitosamente di chiamarsi fuori dalle scene dopo la morte di Freddie. L'ultimo arrivato, il più giovane, il più silenzioso e low profile della band, era un elemento necessario per mantenere coeso un gruppo altrimenti composto da drama queen (termine appropriato) afflitte da manie di protagonismo in varie forme. Bassista in gamba e probabilmente anche un po' sottovalutato, non aprì mai molto bocca, né per cantare né per molto altro. Di canzoni ce ne ha regalate poche, in compenso tutte belle e generalmente caratterizzate da un certo qual vibe positivo. Mentre gli altri tre broccolavano in giro, lui si sposò presto e comincio a fare figli su scala industriale, tutti con la stessa donna con cui sta ancora oggi e a cui nel '75 dedico questa love ballad per eccellenza, davvero deliziosa e alquanto heart warming.
5.'39
“Dont you hear my call /Though youre many years away”
Mentre Taylor fa il cazzaro, Deacon il tenero e Mercury volteggia poledricamente dal demenziale al sublime, May è l'astrofisico fissato con le storie struggenti e tristine, di cui la sua carriera come autore è letteralmente tappezzata. Solitamente la malinconia e il rimorso sono trademark delle sue lyrics e puntualmente li troviamo anche in questa vicenda un po' fantascientifica di una spedizione che parte per esplorare terre lontane e trova che al ritorno, un anno dopo, sono trascorsi cento anni e tutte le persone amate sono morte. Canta Brian stesso, come spesso accade, mentre gli altri gli vanno dietro con bellissime armonie. Una delle cose più carine di '39 è il modo in cui la suonavano live, raccogliendosi tutti nel proscenio in una sorta di performance “intima”: Mercury con le sue tutine da danza e Taylor con grancassa e tamburello. Mentre Deacon trotterellava in giro, Brian sembrava il figo della comitiva che suona davanti al fuoco in spiaggia. E la folla andava, prevedibilmente, in deliquio sensoriale.
6.Sweet Lady
“You call me sweet like I'm some kind of cheese”
Questa è la track meno conosciuta dell'album in assoluto e, relativamente al contesto, forse la più debole, benchè scommetto che molte band meno talentuose sarebbero state ben contente di produrre questa solida ed energica canzoncina rock dedicata probabilmente a un fior fior di stronza.
7. Seaside Rendezvos
“Fantastic, c'est la vie Mesdames et Messieurs”
Un altro piccolo capolavoro della vena romantico-kitch un po’ poliglotta, brillante e veloce, con tanto piano e un basso che ti costringe a ballare, possibilmente acchiappando per mano la prima persona a tiro, fosse anche la persona seduta accanto a te in bus. Ascoltare Seaside Rendezvous non può non mettere di buon umore, fosse anche solo per l'intermezzo “strumentale” in cui Freddie e Roger fanno i kazoo umani e, signori, lo fanno dannatamente bene.
8.The Prophet's Song
“Listen to the mad man”
Forse l'ultima rappresentante della vena epica dei primi Queen, è una canzone lunghissima – oltre otto minuti – di sapore biblico-onirico, in cui il profeta annuncia l'imminente sciagura che un'umanità arida e priva d'amore ha attirato su di sé, e cerca di metterla in guardia perchè si salvi. Ovviamente parto della mente di Brian, presenta un lungo intermezzo solo vocale, prima cantato da Freddie e poi dagli altri, che gioca divinamente sia con il delay vocale con con l'effetto stereo. So che quando i Queen erano giovani studenti di belle speranze, amavano prendersi i dischi di Hendrix e saettare da una cassa all'altra per capire come quell'uomo prodigioso riuscisse a sfruttare la stereofonia, e qui è lo stesso, una cassa sola non ti basta o ti perdi tutti i dialoghi di voci. Me ne resi bene conto a dodici anni, quando ascoltai the Prophet's Song con un'amica tenendoci un auricolare a testa e lei concluse che sì, le piaceva, ma quella sezione in mezzo, con quegli strani buchi silenziosi, era davvero troppo troppo stravagante.
9.Love of My Life
“Don't take it away from me because you don't know / What it means to me”
Per qualche ragione, questa romantica, struggente ballata di Freddie, con piano, arpa e performance vocali da far commuovere, è piaciuta tanto ai fan. Specie quelli sudamericani. Ma dico tanto come in “tanto tanto”. La versione che tutti conoscono, infatti è quella live. Freddie e Brian in proscenio, chitarra acustica e le consuete migliaia di invasati che non vedono l'ora di cantare. Freddie è ben contento di risparmiarsi un po' di attrito di corde vocali e – a volte – un po' stupefatto dall'entusiasmo della folla. Brian mantiene la consueta aria assorta, anche se una volta giuro di averlo visto prendersi qualche secondo per portarsi il dito indice alla bocca nell'universale gesto del “STFU”, forse stizzito dal fatto che le urla ferine dei fan gli impedivano persino di sentire che cosa stesse suonando. Ma io vi invito a godervi la versione studio, pulita e raffinata. E' anche la preferita della mia mamma, per la cronaca.
10.Good Company
“Don't fool with fools who'll turn away / Keep all good company oohoo oohoo”
Un punto piuttosto caratteristico di A Night at the Opera è l’ondeggiare continuo tra serio e faceto e il cambiamento repentino di sonorità. E’ appena finita la lacrimosa Love of My Life, in un tripudio celestiale di arpeggi e cori. E che cosa comincia? Un ukulele (tecnicamente dicono fosse un banjolele del papà di Brian), chitarra alquanto effettata e un feel quasi da New Orleans. Brian racconta la storia di un uomo che ricorda le lezioni paterne impartitegli in gioventù e, nonostante una vita di sforzi e lavoro, si trova a sua volta vecchio e solo a rimuginare su cosa è andato storto: nonostante il ritmo allegro, l’amarezza dei testi di Mr. May resta lì.
11.Bohemian Rhapsody
“Scaramouche,scaramouche will you do the fandango?”
Ora, di piaceri nella vita ce n’è tanti e anche di molti tipi, nonostante cerchiamo di contarcela diversamente. In ambito musicale, credo che sentire Bohemian Rhapsody per la prima volta rientri nella zona alta della classifica. Quella prima volta in cui resti con la bocca semiaperta e l’occhio da pesce mentre si susseguono nei tuoi condotti uditivi tutte le quattro parti (o sei, per alcuni) di Bo Rhap e ogni parte nuova ti prende di sorpresa e quando a un certo punto ti domandi se questi quattro inglesi ci siano o ci facciano ma in ultima analisi te ne freghi perché anche se ci fanno, lo fanno molto bene. Mentre forse è questionabile – almeno secondo parametri universali – che sia tra le canzoni più belle mai messe insieme, sicuramente una menzione speciale per la sua complessità è un giudizio più obiettivo (si narra che il nastro fu rimaneggiato e sovrinciso tante volte da diventare quasi trasparente).
Il coro iniziale lo avrei sempre visto benissimo come colonna sonora della fine del mondo, e -se la fine del mondo si disturberà a durare in tutto 50 secondi – continuo a vedercelo. Poi attaccano queste lyrics così disperate e a loro modo dolci, circa la cui ispirazione Freddie si tenne sempre sul vago; mi ricordo che da piccola vederlo che incrociava le mani sul piano mi sembrava sempre una cosa fichissima e insolita.
Poi BOOM: quella sezione mai sentita prima, i Galileo, i Bismillah, gli echi, la voce di Roger che arriva così in alto che questioni la sua appartenenza al genere maschile. Tu sei ancora lì che pensi “no, aspetta un momento ho DAVVERO sentito tutto questo?” e apre la sezione rock, quella che tutti ci ricordiamo per la scena di Wayne’s World. A quel punto non sei più in grado di controllare i muscoli del tuo collo e ti trovi coinvolto in un headbanging compulsivo sino alla lussazione.
Mentre l’eco dell’ultimo, leggero colpo di gong si estingue, hai quasi il fiatone e resti affascinato, stordito, suggestionato. Ma ti sei anche bruciato la tua prima Bo Rhap, ed è una cosa che succede una volta sola.
Un po’ per scherzo un po’ no, credo pagherei per poterla riascoltare per la prima volta. Lei, Stairway to Heaven, tutto Dark Side of the Moon… e moltissime altre meraviglie musicali a cui fama e successo smisurati hanno finito col rubare, forse per sempre, la freschezza e il senso di meraviglia del primo ascolto. Voi almeno una volta riprovateci, ad accostarvi a questi enormi successi come se le orecchie fossero vergini… ogni tanto funziona.
12.God Save the Queen
*miagolio per imitare la chitarra*
Il nome Queen già dovrebbe suggerire alcuni loro tratti: pomposità, grandeur, ambiguità, patriottismo e un qualche gusto per il pacchiano e l’esagerato. Questo Mont Blanc di stratificazioni di Red Special, utilizzato per chiudere gli show sino alla fine, riassume gran parte del concetto: è un ambiguo omaggio all’Inghilterra e una piccola autocelebrazione neanche troppo tongue in cheek. La superpacchianata adorabile è stata 6 anni fa, quando Brian è riuscito ad arrampicarsi sin sul tetto di Buckingham Palace e, fingendo di celebrare il Golden Jubilee di Sua Maestà, l’ha suonata live. E cosa può fare un fan, se non annuire e sogghignare?
Va bene gente, io sono indubitabilmente di parte. Vi parla una che si è firmata per metà adolescenza allungando lo sbaffo sotto la A finale per formare la Q di Queen, del resto.
Negli anni, però, mi sono riassestata su posizioni meno acritiche e vagamente più mature rispetto ai miei eroi: ho molto arricchito i miei gusti e a volte sono arrivata anche ad ammettere dei Queen alcuni limiti e –persino!- dei difetti, anche se con affetto e qualche senso di colpa.
Nonostante questo, penso che su A Night at the Opera la mia opinione sia al massimo migliorata negli anni, con la somma dell’adorazione pre-teen all’apprezzamento più profondo della complessità dell’album, delle personalità della band, del modo in cui è tutto incastonato nel panorama musicale dell’epoca pur portando avanti un discorso artistico a sé, quello tutto Queenesco che la band ha sviluppato per due decenni senza mai farsi trascinare completamente dalle mode del momento, ma attingendo da pressoché qualunque fonte di ispirazione per una produzione complessiva che ha proprio nella varietà la sua vera continuità. Per rendersene conto, questo è un ottimo album per cominciare.
Insomma: il 21 Novembre del 1975 A Night at the Opera è entrato nel cosiddetto firmamento del rock per non uscirne più e, anche se domani sarà il suo trentatreesimo compleanno, vi assicuro che non vedo ancora traccia di rughe.
P.s. se riesco, faccio una foto dei 33 e 45 giri nominati. I miei vinili sono stati messi in ordine da una scimmia ubriaca quindi potrebbe volerci un po’ a trovarli…
Essendo pigra e stanca nei week end, finisco a poltrire o uscire solo la notte come fanno certi mustelidi. E così può accadere che la mia unica finestra sul mondo sia costituita da autobus, vetrine e banconi per diverso tempo, specialmente durante i mesi invernali. Che poi questa sia una cosa orribile ed allarmante, mi è sufficientemente chiaro senza bisogno che mi pungoliate.
Sono arrivata a capire in quali giorni certi negozi ricevono le consegne, a fiutare da lontano le finte promozioni di scarpe risalenti a due inverni prima, a sapere a memoria il prezzo delle cose. La cosa mi annoia enormemente ma non posso fare a meno di osservare lo scandirsi delle stagioni e delle epoche in questo modo curioso.
Con Ottobre, ad esempio, mentre ancora qualcuno gira in maniche di camicia, prima ancora dell’ora solare scatta di solito l’ora dei pandori. Cercavo dei Kinder Pinguì e mi sono trovata in un sottobosco dolciario di delizie natalizie, apparse nella notte come funghetti. Sotto gli scaffali, abbarbicate ai pilastri. Come viene in mente alla GDO di ammannirci queste cose quando ancora abbiamo diritto a qualche settimana di coni gelato puffo e pistacchio?
L’ondata natalizia non si limita ai supermercati: stanno cominciando ad apparire alberi e palline ovunque. In un posticino come Co.Import, uno tra i miei preferiti per la quantità di cazzate per la casa che riesce ad ammassare nei punti vendita, per esempio è già invasione. E mi soffia aria di Polo Nord in faccia.
Sarà un luogaccio comune al pari del “non ci sono più le mezze stagioni” ma, seriamente gente, era estate qualche settimana fa. Adoro il Natale, mi diverte fare l'albero e tutto ma, sinché non tiro fuori il cappotto pesante, questa roba è ridicola, fuori luogo e un po’ inquietante.
Oltre alla natalizzazione precoce, noto un trend di tutt'altro genere che sta imperiosamente facendosi strada, da anni ormai ma con picchi sempre più marcati. Come la chiamiamo, la zoccolizzazione? Lungi da me l'avere atteggiamenti “prude”, ma parliamoci chiaro: quando ero una ragazzetta io, trovare un tanga non era un'impresa poi così facile. Il primo tanga che vidi era in un cestellino dimesso del negozio di biancheria, avevo tipo 13 anni e supplicai mia mamma di prendermi quel coso, solo perché non ne avevo mai visto uno non in TV (guardavo Colpo Grosso). Rimase un cimelio e una rarità e lo indossai una volta sola in terza media, sentendomi parecchio trasgressiva.
Nel giro di qualche anno, è diventato complesso trovare una mutandina che sul retro non abbia un filo interdentale. Lo so, è una dichiarazione un po' da settantenne in calze elastiche, ma non scherzo. E' vero, il tanga è comodo per certi particolari outfit, laddove per “comodo” si intende comunque “utile per non mostrare il profilo del mutandone a culotte sul retro di un vestito attillato” e non “adoro avere le mutande già in mezzo al sedere prima ancora di aver fatto due passi”. Però avere le chiappe al caldo, specialmente se indossi una minigonna ed è inverno, è ancora un'opzione gradita. E invece no: tanga su tanga nei negozi, tanga di misure tali che non vuoi nemmeno immaginare lo spettacolo che ci sarà incastonato dentro quando qualcuna lo indosserà, tanga aperti sotto, finestrelle vista Monte di Venere e via dicendo. In negozi normalissimi, come se dovessimo sedurre un fesso diverso ogni giorno. A Vancouver l'ultima volta ho girato in un negozio per un buon quarto d'ora prima di accorgermi pienamente che era un posto per spogliarelliste, e l'ho capito solo dalle divise da scolaretta, altrimenti sembrava anche abbastanza normale, per non dire carino. A tanta confusione si è arrivati.
Ma non fermiamoci qui. Parliamo di reggicalze. Prima dell'adolescenza ne avevo visto solo uno dal vero e pensavo fosse una gran figata. Solo che i negozi non li vendevano e io peraltro avevo un'età in cui il calzettone era ancora l'opzione più mentalmente sana.
Passarono gli anni e ne trovai finalmente uno, pagandolo caro come il sangue e e alla tenera età di 19 anni ebbi il mio primo sudatissimo reggicalze. Che, lo capii in fretta, era un capo completamente inutile, perché i collant che sono in vendita da un bel po' di anni a questa parte sono quasi tutti autoreggenti, incredibilmente difficili da acchiappare coi gancetti e soprattutto altamente non bisognosi di sostegno aggiuntivo. Come usare due preservativi insieme insomma. I collant che hanno bisogno di sostegno, per contro, creano orribili grinze da calzino della domenica e tendono a cascare.
Questo accade, paradossalmente, quando i negozi odierni pullulano di lingerie sexy e di reggicalze di pizzo, mutandine con annessi gancetti, bustini con le coppe al titanio e via dicendo.
L’altro giorno alla Coin, investita di recente da un’ondata di ristrutturazioni infighettizzanti quasi intollerabile, ho notato per la prima volta il nuovo settore biancheria intima. Impacchettato come un bon bon, leccatissimo, carissimo e ostentante curiosi manichini in pose laide da lap dancer. Del tipo “distesa languidamente su divanetto con testa buttata all’indietro e cosciame aperto, con autoreggenti di rigore”, per intenderci.
Si possono trovare oggetti come i baby doll orlati da pellicciotta rosa e altre amenità che un tempo collegavo ai porno anni ’80 e ai sexy shop. Sempre alla Coin, hanno creato una sorta di alcova segreta in cui troneggiano reggisenoni dagli 80€ in su (e nemmeno dei push up!), tanghini che costano una giornata di lavoro e, nascosti negli angoli, i soliti manichini apputtanati che ti fissano dall’oscurità avvolti nei loro boa di piume.
Al di sotto di tutto questo, noto qualcosa di più imprevisto: alla Coin c’è un frustino di pelle.
Di quelli tipo gatto a nove code.
Nero e lucido.
Sbatto un po’ le palpebre per verificare di non avere allucinazioni. Allargo lo sguardo e noto una paperella da bagno vibrante nera e altri oggetti rispondenti al nome di “personal massager”, quel simpatico eufemismo politicamente corretto che si usa per definire i vibratori. Esco dalla giungla Coin con un rantolo e rieccomi in Via XX boccheggiante.
Passo davanti a una farmacia e vedo un espositore gigante di un gel lubrificante della Durex “per il piacere di lei”. Con un packaging carino e tanti begli slogan, davanti alla pasticceria. Questo quando sino a 2 anni fa trafugavo il KY abusivamente dall’America, sentendomi peraltro una freak a trovare il lubrificante un utile accessorio. Negli States si trovava normalmente in qualunque negozietto, in Italia mi piombava addosso un velo di perversione, perché il lubrificante era disponibile (oltre che dal gommista) per lo più dai rivenditori di settore, online, a prezzi sciagurati e quasi sempre in varianti fruttate tropicali da crisi allergica istantanea.
Oggi, invece, guarda un po’, lubrificanti in vetrina! E dentro le parafarmacie, in tutte le varianti, incluso il turpe gel “riscaldante” che a un dubbio effetto erotizzante aggiunge l’inebriante sensazione di stare avendo un’eruzione cutanea.
Certo, sono contenta che il mio paesello cominci ad avere un approccio più realista e meno perbenista rispetto al sesso e alle sue attività corollarie. C’è però sempre la strana impressione che dalle nostre parti non si sia in grado di adottare certi cambiamenti senza dare una rigata di cattivo gusto al tutto, senza pennellate di eccesso crasso e volgarotto, senza il consueto abbassamento del sesso a qualcosa di vicino alla pornografia, all’esibizionismo, al velinismo, a una semplice posa fine a se stessa..
Inutile gente: il troppo stroppia e il fatto che qualcosa sia disponibile senza difficoltà non dovrebbe costituire una moratoria sulla compostezza nella presentazione. Per Dio, alla Coin ci vanno anche le nonne!
Non so quali effetti abbia su di voi tutto questo, ma - per quanto riguarda la mia visione del sesso – sono quasi sicura che tutta quest’orgia visiva abbia finito col desensibilizzarmi quasi completamente rispetto al “sexy” convenzionalmente inteso. Anche più in generale: mi si possono parare davanti le cose più strambe e provocanti e l’unica reazione immediata è un grosso sbadiglio.
In ogni caso spero sia un danno reversibile, perché di fronte alla “ipersessizzazione” della realtà di ogni giorno non posso che guardare con un po' di rimpianto ai giorni in cui potevo provare la pruriginosa sensazione di stare indossando quello che secondo me era l'unico tanga della città, a periodi più lontani in cui qualcosa di sexy era qualcosa di speciale e festoso invece che un'altra piatta forma di quotidianità, in cui una piccola patina di “misterioso” di “segreto” o “proibito”, ben ben lungi da moralismi bigotti, aggiungeva al sesso qualcosa che la sovraesposizione da macelleria odierna ci ha tolto forse per sempre (oh mio Dio mi suona così strano che sia io a dire queste cose...).
Che dovrei fare quindi?
Mi sa che tira che ti tira mi rassegnerò, ma se in un futuro non molto lontano mi vedrete passeggiare sotto il sole di Luglio in pantofoline di pelo rosa col tacco e abitino commestibile, almeno toglietemi il pandoro di mano e costringetemi a mangiarlo in un mese decente.
Ero al punto in cui nemmeno la musica riusciva a defibrillarmi verso un umore migliore, ma laddove i Pink Floyd non sono riusciti, Facebook è stato alla base di un successone.
Ci sono poche inalienabili verità che riguardano Facebook:
1. nessuno ammette di aver creato un account di propria sponte, ma sempre e solo se trascinato in catene da qualche amico entusiasta, che a sua volta nega.
2. è più carino di My Space e in qualche strano senso più maturo (anche se spesso solo anagraficamente)
3. è più reale e più personale; mentre da un lato puoi postare foto imbarazzanti, vecchie, assurde, dall’altro puoi decidere più o meno esattamente chi le vedrà.
Credo che FB sia nato soprattutto per rimettere in contatto vecchi amici (e far loro dimenticare, nella gioia del ritrovamento, perché non si era più amici) e vecchi compagni di scuola, oltre che come bacheca di frustrazioni lavorative, dubbi esistenziali, commenti un po’ witty e un po’ perky sulla giornata in corso.
Il fine più simpatico per cui ho usato Facebook sinora è stato di farmi ritrovare i miei compagni delle medie, una buona porzione di loro, e di iniziare un processo delirante di riesumazione di ricordi collettiva, alimentato da fotografie che continuano a fare la loro comparsa, scan dei giornalini di classe, pagine di diario e bigliettini.
Sono emerse preziose chicche del passato, tra cui brilla una maldestra lezione di educazione sessuale della nostra insegnante ipertiroidea di mate che spiego a noi pargoli esterrefatti che alle donne, quando provano piacere, si contraggono gli alluci. In poche parole e senza saperlo, marchiò un'intera classe a vita.
Il risultato, in queste ultime settimane, sono stati piacevoli momenti passati con il sorriso sulle labbra (abusivamente in ufficio) a ridere e commentare insieme quei lontani tempi un po’ sfigatini di mezza vita fa, in anni in cui a 13 anni si era davvero ancora bambini, in cui i fidanzatini non osavano neanche tenersi per mano e in cui anche il più “hot” dei rapporti era un’amicizia puramente platonica.
Sabato abbiamo deciso di incontrarci alla spicciolata, una manciatella di noi, ed è stata una delle serate più simpatiche dell’anno, superato il trauma di vedersi per la prima volta dopo 13 anni di licei, università, lavori, relazioni ed esperienze di vita assortite.
Non avrei riconosciuto la metà di loro neanche sforzandomi e, mi auguro, non sarei stata riconosciuta a mia volta, dopo aver imparato negli anni a tenere i miei capelli sotto controllo, a sfoltire le sopracciglia, a truccarmi senza tracciare righe da Nefertiti ai lati degli occhi e a evitare tutto un range di capi di abbigliamento che spazia dalle tute di felpa alle minigonne che si aprono con una zip, passando per ogni sorta di nequizia anni ’90.
E’ incredibile come il contesto abbia permesso a noi ventiseienni di piegare la nostra età in due come un foglio e regredire istantaneamente ai tredici anni: a parte qualche pausa per prendere fiato, non ho praticamente mai smesso di ridere.
E di ridere come una bambina cretina per giunta, mentre scoprivamo insieme rivelazioni sconvolgenti, come il fatto che nessuno di noi ha mai davvero limonato prima del liceo (nonostante circolassero le voci e le congetture più sfrenate) e mentre venivano alla luce le tante tenere ingenuità delle nostre vite pre-teen, commentate con la malizia accumulata negli anni successivi (specie la mia, che già all’epoca era sopra le righe…).
Che dire, è una settimana che mi alzo la mattina e vado in ufficio con l’idea di usare specifiche cervella altrui come Mocio per pavimenti, una settimana che mi sento nervosa e nevrotica e maledico la mia incrollabile sanità mentale perché, a volte, impazzire sarebbe un ottimo modo per far passare i periodi cupi.
In mancanza dell’ambito attacco psicotico che ancora si fa attendere, ho intanto scoperto che tirare sino alle 4 senza accorgersene, in preda a un riso convulso, incontrollabile e infantile, è un ottimo rimedio casalingo.
Un piccolo lusso che puoi sempre permetterti.
Se hai Facebook :p
Nota: l’ultima riga del post era sponsorizzata dal comitato “Porta anche tu una Ale lurkatrice su Facebook”.