About me, more or less

Utente: Shulypoo
Cromosoma XX, personalità indecisa e dubbiosa, amante dell'autoerotismo mentale, della musica rock, del sushi, degli anfibi e degli orsetti del cuore.

L'erotismo mi piace e lo vedo in tante cose. Forse ve ne accorgerete, ma non scambiatemi per ammiccante, ve ne prego.

Ripresami dalle mie brume esistenziali post laurea e dai vaneggiamenti matrimoniali, sono ora un'improbabile business woman con parecchi issues. Ma che questo non mi identifichi in alcun modo, vi prego. Aspirante groupie, passerei volentieri la vita a sperarla diversa.
Odio mordermi le guance. Ma proprio tantissimo.

Handle with care, perchè mi affeziono anche al cartone del latte e sono permalosissima.

Geeky, nerdy, plastic fantastic, the one you'll never need.
Amen.

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Mi rallegrano e compiacciono cose tipo...

svegliarmi e ricordarmi che posso dormire
le chitarre elettriche
il junk food, il sushi e il cibo indiano. Ma anche tutto il resto.
il piumino calduccio
l'umorismo surreale
le culotte
non reggermi in bus e far finta di fare surf
leggere i libri in una botta sola
i cavalieri dello zodiaco
la musicalità
le t-shirt buffe e witty
i calzini a strisce
chi è colto e non lo fa pesare
il ponte di chiatte al Porto Antico di Genova
il mio albero di natale
chi capisce al volo
i regali inattesi
le coccole sotto il piumino
questa faccina ":3" e questa ">.>;"
Londra
la lingua inglese
l'eccitazione
capire improvvisamente qualcosa
la novità
le pernacchie sulla pancia
la varietà linguistica
le cose pucciose e superdeformed
il cambiamento
ascoltare musica di notte
la sottigliezza
le opinioni decise ma non ostinate
comportarmi in modo inappropriato
sapere le cose senza Google
la gente easy going
le seghe mentali un po' costruttive
fare pace
i vecchi vinili
chi non serba rancore
forzare i miei limiti
ballare, da sola
la gentilezza a prescindere
gli anni '60 e '70 e la loro musica
la pulizia
non dover spiegare ciò che dico, specialmente le battute
la capacità di modularsi
apparentemente, anche saltare di palo in frasca :3

Mi rattristano e un po' irritano cose tipo...

i pallini sui maglioni
chi entra dall'uscita dei bus
la banalità, in tutto
i calendari coi culi
i peli incarniti
chi dice di non aver mai tempo e non fa un tubo
la polvere sulle dita, e i gatti impolverati
il vento e la pioggia insieme
le abitudini noiose, i loop, i pattern
i furbi, i Furby e i furry
le cose banalmente sexy
la mancanza di autocritica, di ironia, di curiosità
gli errori di grammatica e ortografia
la volgarità a sproposito (ma non le parolacce!)
il pitonato, lo zebrato, il leopardato e gli altri mali accessori alla menopausa
la gente che scrive "Hei!" invece di "Ehi!"
la pornografia camuffata da erotismo
la risata "Hihihihihi". Ha un che di satanico e idiota, usate le faccine piuttosto
le battutine a sfondo sessuale fatte a sproposito
chi racconta i casi suoi al telefono in bus, magari urlando
l'indefinitezza
le mode imbecilli, e le sedicenti modelle
la puzza di fumo
la poesia cheap
l’associazione soldi/mignotte/belle macchine
chi sputacchia quando parla
la “bella gente†e la "bella vita"
chi fa lo strano, l'incompreso, l'unico, l'originale a tutti i costi
sentirmi invisibile e a disagio
chi è più pigro di me
chi non si fa mai problemi e dovrebbe
il frastuono e la musica merdosa
chi parla addosso alla gente
chi non ascolta e pensa di aver capito
la sveglia
l'ignoranza compiaciuta
i consigli non richiesti, ma anche i conigli
gli egocentrici molesti
gli inappetenti cronici e chi fa tremila storie sul cibo
le donne fissate con le minchiate che non compensano con altre doti
gli uomini che pensano di far colpo coi soldi
le "k" al posto delle "c"
chi non sorride mai
smagliare i collant nuovi
chi non capisce, chi non coglie, chi non si sa adattare
le suonerie dei cellulari, la maggior parte
i deliri religiosi
il buonismo dettato da idiozia
rompere con qualcuno, causare tristezza
chi mi dice "cresci" senza poterselo permettere
i canditi

Solo un numero, e probabilmente sbagliato

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  • martedì, 01 settembre 2009

    Radio, what's new?

    Da poche ore Agosto è finito e un intero mese di affetti, viaggi, musica e vari breakdown emotivi è stato riposto con cura nel suo cassettino.
    Io questa cosa delle ferie d'Agosto non l'ho mai davvero capita: non mi è chiaro perchè in un mese in cui spesso si è già sudati non appena usciti dalla doccia venga a tutti questa smania di muoversi e spostarsi mentre forse, a rigor di logica, sarebbe più saggio riversare questa fiacchezza nel lavoro che non nel proprio tempo libero. Ma tant'è, ci si casca sempre. 
     
    Un bagaglietto di ricordi che mi porto dietro da tanti Agosti diversi, e in cui mi piace occasionalmente sbirciare, è legato alla musica, ai finestrini aperti, all'avere i capelli pieni di sale, le guance arrossate, zero trucco e - miracolosamente - a battermene le palle e vivere per una volta il momento. E' una specie di momento topico, legato a persone, luoghi ed estati differenti, ma a suo modo sempre uguale a se stesso.
     
    Se dovessi distillare questa sensazione, avrebbe la stessa consistenza e lo stesso profumo della crema solare con la papaya e il cocco di cui mi sono cosparsa sino a una settimana fa. La terrei in una boccettina e la annuserei ogni tanto durante l'inverno, quando i centimetri quadri di pelle esposta planano verso lo zero, per mano con la temperatura.
     
    A ogni apertura, la boccetta proporrebbe una canzone diversa. Di questo juke box personale fa parte un corpus di brani che ho assorbito soprattutto grazie alle meravigliose FM di classic rock che si prendono negli Stati Uniti e che mi si sono fissate in testa come "le canzoni da ascoltare in macchina d'estate". Una specie di graditissimo imprinting di brani che in America sono sempre stati famosi ma che, per circostanze misteriose, sono arrivati alle mie orecchie per la prima volta dagli altoparlanti un po' gigi dell'ormai mitologico Chevy Blazer rosso.
     
    Prima che venga freddo, ho il pallino di suggerirvi qualche brano che continuerà a odorare d'estate anche quando la tintarella sarà ridotta a un debole alone intorno alle tette.
     
    Gli Steely Dan sono una band da autoradio, non c'è storia. Almeno è questa l'idea che ti fai quando il primo contatto che hai con loro avviene mentre stai facendo una svolta complicata sulla statale, contemplando distrattamente un tramonto in un posto molto, molto lontano da casa. Ci ho messo più di quanto sia sano a capire che canzone fosse ma, una volta identificata correttamente, Reelin' In The Years  (1973) è diventata una delle mie canzoni preferite. Pure a Jimmy Page garba tanto, dice, e va matto per il solo di chitarra: se non vi volete fidare di me almeno fidatevi di lui, con questa inconsueta e totalmente catchy serie di recriminazioni sarcastiche a un amore passato, così full of shit da averci allegramente rovinato la vita. Se non vi piace - e già dubiterei di voi - provate come piano B ad ascoltare Do It Again sinchè non vi ritrovate a tenere il ritmo delle percussioni col piede sull'acceleratore.
     
    I Bad Company erano un gruppo con tutte le carte giuste per essere molto famoso: supergruppo creato dai frammenti di band di talento, lo stesso manager degli Zeppelin, un vocalist - Paul Rodgers - che è stato ritenuto degno di prendere il posto una volta occupato da Freddie Mercury (e neanche del tutto a torto, lo dico persino da fan maniacale dei Queen). Per qualche ragione, però, la memoria collettiva non ha concesso loro il posto che meriterebbero e vorrei spezzare una lancia in loro favore con Feel Like Making Love  (1975), che tanto bene si sposa con i mood arrapati che spesso attraversano me e senz'altro anche voi, e tanto bene si presta ad essere ululata sguaiatamente dai finestrini in lunghi "Feeel like maaaaakiiing loooove tooo YOUUU". Se la voce di Rodgers vi piace, potreste servire Shooting Star come contorno e, se proprio ne volete ancora, la più celebre All Right Now della sua precedente band, i Free.
     
    Ricordo che stavamo cercando di uscire dal parcheggio di un multisala progettato da qualche architetto cretese e mi giunsero dagli altoparlanti le prime note di Dream On degli Aerosmith (1973). E' scandaloso che l'abbia sentita così tardi, e aggiungo che ho subito nutrito un po' di diffidenza per quella voce giovane e ben più limpida di quella che di solito associamo a Steven Tyler. Devi crederci, come atto di fede dapprima, e poi verso la fine il sig. Tyler ci fa la cortesia di mollare qualche urlo che lo identifica immediatamente. E allora la voglia di fare un po' di sing for the laughter, sing for the tears ti viene davvero.
     
    Gli Steppenwolf nel loro sfatto splendoreGli Steppenwolf. Ecco, gli Steppenwolf ce li ricorderemo sempre come quelli che hanno regalato al mondo Born to Be Wild, sul cui galoppo di batteria non ci si può mai dimenare abbastanza. Qui già sfido molti a fare altrettanto, ma il bello è che quando ti metti ad ascoltarli meglio scopri altre cose godibilissime, quasi tutte fatiche late '60s/early '70s, come Magic Carpet Ride (1968). Come si suol dire, close your eyes girl, look inside girl, let the sound take you away: in effetti ho anche pensato a loro, mentre il mio organismo veniva colonizzato dalle spore allucinogene ad Amsterdam. Per la precisione, pensavo che stavo facendomi un magic carpet ride attaccata alle frange del tappeto con una mano, mentre urlavo e sgambettavo nel vuoto. But I digress.
     
    Anche se forse molti associano Stuck in the Middle with You degli Stealers Wheel a una turpe e cruenta scena di di Reservoir Dogs, io la ricordo come una di quelle canzoni che la gente si affolla a cantare nell'unica line che conoscono tutti "clowns to the left of me, jokers to the right, here I am stuck in the middle with you", per poi miagolare il resto a suon di "mm mm mmmh" facendosi tap tap sulle ginocchia.
     
    Se non avete mai sentito una chitarra fischiettare, credo che dovreste ascoltare o riascoltare The Joker di Steve Miller, mentre la restante gamma di suoni che possono uscire da una chitarra elettrica naturalmente vi manderei a cercarla da Jimi, la cui sempreverde Foxy Lady non ha mai davvero smesso di affollare le frequenze radio.
     
    Black Betty è una canzone la cui età si aggira intorno ai 70 anni, resa celebre da una valanga di cover, di cui la più popolare al giorno d'oggi è forse quella proposta da Tom Jones, quel laido individuo, una manciata di anni fa. Se però volete ascoltarne una versione seria e cazzuta, quella dei Ram Jam è meritevole di crisi compulsive di air guitar.
     
    Ann & Nancy WilsonDevo a 105.9 The Rock la scoperta degli Heart, dritti dal cuore degli anni '70 e soprattutto dritti da Vancouver. Se hai i miei gusti musicali e ti piacciono le voci femminili, non hai poi così tante opzioni: puoi scegliere Grace Slick - il bel topone dei Jefferson Airplane, quella simpatica pazzoide di Janis, oppure ascoltarti che cosa sa fare la poderosa ugola di Ann Wilson, vocalist degli Heart, mentre la bionda sorellina Nancy ci dà dentro con la chitarra. Magic Man  (1976) parla di una sbandata adolescenziale con tanto di fuga con il bel tenebroso di turno e io vi sfido a stare dietro a tutti i "try to understand" con cui Ann ci chiede di capirla, giustificandosi maliziosamente con "he's got the magic hands".
    Un'altra all time favorite radiofonica è Crazy On you, il cui intro di chitarra visto live può indurre qualunque donna a fantasie saffiche. Se il limite di velocità della strada su cui vi trovate è inferiore ai 200, allora mi esimerò dal consigliarvi l'energica Barracuda. Fate finta che non vi abbia detto nulla, anzi.
     
    Se vogliamo temporaneamente riprendere il discorso Southern Rock, gli Skynyrd di cui tanto ho cantato le lodi vengono a me dritti dritti dalla radio, e se volete loro affiancare una degna, degnissima band della Georgia, vi indirizzo dritti su Ramblin' Man (1973) della Allman Brothers Band. The Allman Brothers BandChe poi è solo un assaggio di una discografia tutta da esplorare anche quando parcheggiate l'auto e rincasate e di cui - vi butto lì un titolo - l'epica Whipping Post, con i suoi tempi intricati e originali, può costituire un buon inizio. Senza neanche scomodare il leggendario nome di Duane Allman, vi dico che la band ha due batteristi. Non un batterista e un percussionista, ma proprio due batterie: it doesn't get much cooler than that.
     
    Mentre auguro a tutti voi di avere ancora tante chance di rilassarvi on the road, se non questa estate senz'altro la prossima, io per oggi i miei suggerimenti ve li ho dati. Fatene buon uso :) .
    dropped by: Shulypoo | link | commenti (6)
    categorie: musica, ricordi, in giro
    venerdì, 24 luglio 2009

    One More From the Road

    Questa bella estate calduccia mi ha messo il cervello in mezze maniche e mi ha appiccicato addosso una gran voglia di guidare senza meta, di chiudere gli occhi e rivangare nei ricordi belli e brutti, di cantare insensatamente. Attività che cerco almeno di non praticare tutte insieme, specialmente per quanto riguarda la parte in cui chiudo gli occhi col volante in mano.
     
    Il giorno in cui mi troverò seriamente senza nient'altro da fare o da pensare, dovrò stilare una lista di tutte le canzoni che è assai imprudente ascoltare quando si è alla guida, quelle Red Bull di energia in formato sonoro che possono trasformare la più mansueta delle conducenti in un pericolo pubblico armato di volante e arroganza, una bizzarra dea Kalì con quattro piedi sull'acceleratore.

    Questa ipotetica lista ha ancora contorni opachi, ma in questo momento mi viene in mente almeno una canzone che si farebbe strada senza problemi sino alla Top 10 e che, nei giorni passati, potrebbe anche aver innescato una catena di eventi che tra un paio di mesi vedrà me protagonista, con una raccomandata del Comune di Genova in mano e amare lacrime di coccodrillo negli occhi.
    Userò questo spunto come pretesto per l'ennesima favoletta rock'n'roll che mi appresto ad ammannirvi.
     
    Se dico "Lynyrd Skynyrd" un sacco di voi strabuzzeranno gli occhi, almeno sino al momento in cui non si renderanno conto che sì, il nome della band è pronunciabile (il titolo del loro primo album spiega appunto come farlo) e che almeno una canzone loro la conoscete anche voi ed è sicuramente Sweet Home Alabama. Sì, i Lynyrd Skynyrd sono "quelli di Sweet Home Alabama". Vedo già le espressioni facciali che mutano dal perplesso al divertito sulle prime note di chitarra. Fermi lì però, non è di lei che intendo parlarvi.
     
    Giusto per inquadrarli in una corrente di riferimento, gli Skynyrd sono considerati i dinosauri del cosiddetto Southern Rock. Qui da noi potrà essere un concetto alquanto nebuloso e lontano, ma nelle pianure del Tennessee e stati limitrofi, dove la gente ama esporre le bandiere sudiste forse anche più delle onnipresenti stelle e strisce, è qualcosa di simile a un'istituzione ed è una forza aggregante per vaste fette di popolazione statunitense: in questo caso più che mai, invito caldamente a non giudicare una band dal suo pubblico medio, che - in effetti - è davvero composto anche da redneck paonazzi e da quel genere di persone che sei lieto di evitare quando non ti rechi negli Stati del Sud.
     
    Come saprete, la storia canonica del rock ama i botta e risposta e le traversate transoceaniche: nasce in America, emigra in Inghilterra e dopo poco ritorna in patria sotto forma di tsunami. Per non rimanere annientato da quella che storicamente amiamo ricordare come la British Invasion, il rock americano organizza la resistenza e il Southern Rock crebbe di popolarità anche come forma di revanche autoctona che attinge a piene mani dal blues e dal country.
    Si possono fiutare facilmente tutte queste correnti, nella musica degli Skynyrd, ma non pensate di trovarvi di fronte a colonne sonore da saloon o festa di paese, perchè la vena principale è indubbiamente hard-rock ed è appetibile per molti palati, forse anche per il vostro.
     
    "Long live Southern Rock" è un motto che non è difficile udire in molti Stati del Sud e l'amore per i Lynyrd Skynyrd è così pervasivo e assodato che, per farvi un esempio triviale, ho visto in molti department store - come dire l'Upim da noi - non solo magliette e pigiamini, ma persino biancheria sexy a loro dedicata.
     
     
    La storia degli Skynyrd comincia nella seconda metà degli anni '60 ed è lunga e complessa: è dura anche solo stare dietro alle numerose variazioni nella loro formazione, numericamente paragonabile più a un reggimento dell'esercito che a un'ensemble rock. A segnare le vicissitudini della band è soprattutto un clamoroso e tragico evento, che de facto ne ha determinato la fine: le formazioni successive, inclusa quella che ancora oggi se ne va in tour con lo stesso nome, hanno ben poco del nucleo originale. I cosiddetti Lynyrd Skynyrd di oggi mantengono un valore soprattutto di omaggio e tributo, a mio avviso con esagerazioni un po' pacchiane di orgoglio sudista e generica tamarraggine, ma sempre con immacolato rispetto per il passato storico.

     
    Ma che cosa è successo mai alla band, vi chiederete voi? Se, come me, cadete facilmente vittime di affascinata malinconia nel leggere del rock e delle sue tragedie, credo che saperne di più sulla storia degli Skynyrd potrà interessarvi e commuovervi, trattandosi - penso indiscutibilmente - della band più sfigata al mondo.
     
    Nell'ottobre del '77, al culmine della notorietà, la band aveva noleggiato un piccolo charter privato per spostarsi in tour. L'aereo non dava molto affidamento a nessuno e si era coralmente deciso di servirsene solo per raggiungere una tappa in Louisiana per poi disfarsene. Ironicamente, si trattò in effetti dell'ultimo volo del Convair, che precipitò in una palude del Mississippi, uccidendo sul colpo tre membri del gruppo, oltre ai piloti. Quelli che non rimasero uccisi ci andarono molto vicini. Il loro batterista, Artimus Pyle (che secondo me era in testa al creatore dei Transformers quando ha pensato al nome Optimus Prime), fu uno dei pochi abbastanza in forze da strisciare fuori dai rottami per chiedere subito aiuto, e si vocifera che sia stato accolto da un villico locale a fucilate, un caso poco edificante di ospitalità del Sud.
    A leggere di come andò la vita per i membri superstiti negli anni successivi, non c'è da sentirsi meglio: incidenti stradali, paralisi, carcere, morti misteriose, infarti. L'angelo custode degli Skynyrd sta dormendo sul lavoro da circa trent'anni: guardate uno dei loro live registrati nel '76 e nel '77 (come questa galoppante Saturday Night Special) e ora pensate che di tutta la ciurma sul palco sono ancora in vita solo due persone. Dopo queste constatazioni incredibilmente deprimenti, forse capisco ancora di più perchè i Lynyrd Skynyrd vantino un seguito di pubblico così devoto e affettuoso.La formazione pre-crash
     
    Ora, io vi parlo da esperta e con la consueta spocchia, ma non fatevi ingannare: la prima volta che sentii gli Skynyrd fu in auto nel 2005 nel parcheggio di un Wal Mart e, quando chiesi al fidanzato che cosa stessimo ascoltando, mi guardò stralunato e disse "Non conosci i Lynyrd Skynyrd?" con la stessa intonazione di chi chiede "Non sai che c'è la gravità?", interrogativo a cui eloquentemente risposi "No, io questo Leonard Skinner non l'ho mai sentito. Ma non è un personaggio dei Simpson?" (senza saperlo, però, azzeccai l'origine del nome: una storpiatura del nome di un professore di educazione fisica che amava vedere nei primi ragazzi con i capelli lunghi i segni dell'Apocalisse). Il fidanzato si diede poi di gomito con la sorella e insieme risero, divertiti dalla povera demente che non conosceva gli Skynyrd.
      
    I temi affrontati dalla band sono una mistura sorprendentemente armoniosa di spirito del Sud e racconti on the road, con afflati di indomito amore per la vita poco sofisticata e la libertà. Ascolti la loro musica e puoi vivere le fatiche quotidiane della classe operaia statiunitense, le scampagnate sul pick-up, i barbeque nel back porch e le birrette serali. Senti quanto di buono può mostrare quella gente, oltre alla tamarraggine ignorantella e autocompiaciuta per cui forse sono più celebri: una disarmante bontà d'animo, grande generosità e un'indefinibile malinconia.
    Di tutto questo gli Skynyrd sono un vero distillato sonoro, e alcune loro canzoni sono diventate né più né meno che inni, di cui l'esempio più roccioso, senza nulla togliere alle emozionanti Simple Man e Sweet Home Alabama, è senza dubbio Free Bird.
    Spero che nessuno stia facendo "Sciaff" con il palmo della mano sulla fronte, ricordandosi di averla suonata con Guitar Hero II. Nel caso, filate dietro la lavagna.
    Free Bird sta agli Skynyrd come Stairway to Heaven sta ai Led Zeppelin: è la canzone che tutti vogliono ascoltare, la più suonata dalle radio, la più scelta persino per funerali e commemorazioni, per il tema - comune alle due canzoni - della partenza, dell'ascesa, del letting go.
     
    Il singolo di Free Bird, circa le cui chance di successo la band stessa nutriva forti dubbi, fu pubblicato nel 1974 e la canzone viene ancora chiesta a gran voce ai concerti. Ai concerti di chiunque, secondo uno dei più inveterati tormentoni rock della scena live americana. Un po' si fa sul serio e un po' è per tener viva la tradizione che voleva che i Lynyrd Skynyrd dei bei tempi tornassero in scena a suonare l'amatissima ballad solo al secondo bis, con il pubblico ormai praticamente impazzito e senza più voce.
     
    In Free Bird, come ci si può aspettare dal titolo, si parla della necessità di essere liberi, di non ancorarsi a nulla e andare avanti per la propria strada a tutti i costi, anche contro ogni buon senso. Messaggio struggente, condivisibile tanto dal biker che tracanna Budweiser quanto dalla responsabile marketing maniaco-depressiva, che possono anche abbracciarsi durante il lamentoso giro di slide guitar di Gary Rossington tra sparute note di piano e cantare insieme "Loooord knows I can't change" con tanto di accendino e lucciconi. E la canzone sarebbe già bella sin qui, come lenta ballata all'anarchia spirituale.
     
    Allen Collins e Gary RossingtonQuesta bimba, però, è una Layla al contrario. Vi ricordate Layla, quel virtuoso intreccio di chitarristi epici come Eric Clapton e Duane Allman? Scoppietta e garrisce per la prima metà, fluisce malinconica per la seconda, a sospironi. Free Bird fa esattamente l'opposto e, più o meno a metà dei pachidermici nove minuti e rotti di traccia, quando ormai stai facendo ondeggiare la testa piano piano con gli occhi chiusi, semplicemente esplode in un lungo strumentale tiratissimo, dominato dalle tre chitarre distintive della line up degli Skynyrd.
     
    Non sono un'amante dei live, come penso di aver reso chiaro in più occasioni, ma credo che in questo caso, se volete avere un'idea dell'energia messa in gioco nella seconda parte di Free Bird, dovreste proprio ascoltarvi - o possibilmente guardarvi - un bel live (tipo questo o questo), in cui era tipico tirare avanti anche per un quarto d'ora tra salti sincronizzati e vigorosi momenti a tre chitarre + basso.
    Vi isolo in questo link il momento preciso in cui i Lynyrd Skynyrd rubarono ufficialmente la scena agli Stones a Knebworth nel '76*, mentre l'audience saltava a tempo stracolma di alcool, adrenalina e Dio sa cos'altro.
    Sul mio eccitabile immaginario rock'n'roll, per inciso, vedere uomini alti e snelli vestiti da hippy che si fronteggiano brandendo delle chitarre elettriche e sparandosi note addosso ha effetti che meriterebbero il bollino V.M. 18 e mi fa venire da ululare roteando il mio cappello da cowboy immaginario.
    Dimenticavo anche che nei live Allen Collins, chitarra solista, deliziava il pubblico facendo cinguettare la sua Gibson Explorer come un uccellino. Ciliegina sulla torta.
     
    E così, specie dopo aver approfondito le mie conoscenze in materia per questo post, si aggiunge un'altra band al già nutrito gruppo di concerti che non potrò mai vedere. Gli Skynyrd erano una band numerosa, affiatata e instancabile, compatta e senza un singolo ego a spiccare sugli altri, caratteristica osservabile anche nei live, in cui non spunta mai il frontman, ma traspare più che altro uno scanzonato spirito di famiglia.
    Non riesco a immaginare molti altri gruppi con tre chitarristi in grado di andare d'accordo, a palleggiarsi i solo con naturalezza (come in questa Sweet Home Alabama, adorabile) e senza una sola delle psicosi che hanno afflitto la maggior parte delle band che amo (penso ai Pink Floyd, ad esempio, e rido).
    Il resto, sul piatto del fascino bitter-sweet della band, ce lo mette la sorte poco generosa, che ha reclamato un ultimo Skynyrd, il loro tastierista, giusto all'inizio del 2009, mentre gli ultimi superstiti - presumo - si toccano vigorosamente gli attributi nascondendo le mani dietro alle chitarre.
    Uno dei "vigorosi momenti a tre chitarre + basso" :)
     
    Il mio invito all'ascolto, in postilla, serve anche a farvi immaginare meglio la scena di me in Panda, svoltasi la settimana scorsa sulla sopraelevata di Genova. Allo scoccare dei quattro minuti e quaranta di Free Bird, vengo colta da un attacco di euforia serale ingiustificata, scalo di marcia e - sentendomi praticamente a cavallo di una Harley - accelero fragorosamente insieme al ritmo della canzone e procedo a superare una riga di SUV/cassa da morto a velocità illegali, il tutto al grido allucinato di "Yeeeehaw Stronzi!", con il vento nei capelli e un sorriso molto poco sano stampigliato in faccia. In seguito, mi trovo misteriosamente a casa con un quarto d'ora d'anticipo.
     
    A guardare la scena dall'esterno, il tutto si sarà svolto al massimo agli 80km/h e la Panda avrà avuto un'aria pericolosamente provata ma, ehi, grazie a Free Bird e agli Skynyrd i miei cinque minuti di anarchia post-lavorativa sono riuscita a farmeli, anche se forse - per ricongiungerci al tema iniziale - non raccomanderei questa canzone in un manuale di guida sicura. Da cui, del resto, se volessimo essere scrupolosi dovremmo lasciare fuori persino certe cose di Beethoven e in cui - temo - rimarrebbero giusto Gigi D'Alessio e altre funeste forme di "Southern "Rock" " (le virgolette non sono mai abbastanza) nostrano.
     
    Per questo week end, intanto, potrò ritenermi felice se avrò condotto almeno una di voi anime perdute all'ascolto di una delle poche scoperte che, fianco a fianco con i cinnamon rolls, hanno reso la mia lunga permanenza nella Bible Valley ben degna di essere ricordata.

    * gli Stones avevano soffiato quella gig ai Queen all'ultimo momento, quindi si meritarono *abbondantemente* di essere surclassati dalla band di supporto
    dropped by: Shulypoo | link | commenti (3)
    categorie: musica, ricordi, guida
    venerdì, 26 giugno 2009

    Bad

    Ero intenta a lavarmi i denti con MTV accesa nella stanza accanto, e ho sentito The Way You Make Me Feel.
    Spazzolando ancora ho pensato "Fico, mattina dei revival!".
    Poi ho sentito l'inizio del video di Black or White, quello con Macaulay Culkin che fa impazzire i genitori. Chi non lo riconosce?
    Nel linguaggio mediatico, due video di fila un venerdì mattina qualunque sono matematicamente un canto funebre. Ho capito che Jacko era morto, niente più Re del Pop.
     
    E' stata la prima notizia che ho letto su Google, su Facebook, su Tumblr e il primo saluto che ho rivolto al fidanzato, agli amici, ai colleghi. Persino al capo. Tutti increduli, tutti colpiti.
     
    Non credo sia possibile essere vissuti attraverso gli anni '80 e '90 senza essere stati un po' fan di Michael Jackson, senza conoscere i suoi successi, mimare il moonwalk o imitare i suoi urletti in falsetto. Era una di quelle personalità musicali così ingombranti che, volente o nolente, dovevi prenderne atto. Persino nella coscienza lattiginosa dell'infanzia, ho il ricordo nitidissimo della locandina delle date italiane del Dangerous Tour del 1992, appiccicata per strada. Con i suoi occhi disegnati che facevano capolino, a fissare così la me stessa diecenne di allora:
     
     
    Ricordo un'eccitante notte trascorsa alzata sino a tardi a guardare Moonwalker, trasmesso da Italia 1 in seconda serata.
    Ricordo i saggi di danza con Don't Stop 'Til you Get Enough (e chi riesce a stare fermo ascoltandola?).
    Ricordo quanto mi spaventava il video di Thriller, e quanto mi sono divertita - sicuramente non sola! - a imitare quella mossa di danza zombie con le mani ad artiglio.
    E' difficile opporre resistenza quando ti trovi davanti a un'icona del genere, la lasci scivolare nella tua vita e si posiziona ovunque trovi posto.
     
    L'unico errore che Michael Jackson abbia fatto, in un certo senso, è stato sopravvivere a se stesso, ai record di vendite e ai tour planetari per poi rendersi bersaglio quasi indifeso di sistematiche campagne denigratorie, circa il cui possibile fondo di verità ho sempre ritenuto meglio sospendere il giudizio, in mancanza di argomenti decisivi.
     
    Era almeno un decennio che esistevano due MJ, quello sempre amato degli anni d'oro e quella strana, sinistra e molto grottesca personalità che si aggirava con mascherina chirurgica e guanti, che sventolava i figli neonati dal davanzale, con i tratti somatici sempre più alieni e irriconoscibili.
    Sfido chiunque, del resto, a diventare una persona normale quando vieni allevato e cresciuto sotto i riflettori sin da prima della pubertà. Il diritto a qualche valvola posizionata male uno se lo guadagna e, a parte per il successo, l'amore dei fan, l'imbarazzante fortuna finanziaria e la fama imperitura, non penso sia campato in aria pensare che essere Michael Jackson doveva fare abbastanza schifo, perchè non c'è nulla che ti ricompensi davvero di una vita interamente regalata al pubblico, nel bene e nel male, vissuta sotto gli occhi di tutti dai momenti di gloria a quelli più umilianti.
    Un'esistenza devoluta pienamente non solo al pubblico, ma soprattutto ai media, che di lui si sono cibati come iene senza mollare un attimo, anche quando la sua fama era più collegata alle imbarazzanti accuse di pedofilia che alle sue imprese musicali. Spero che per oggi i cani si attacchino all'osso succoso della sua scomparsa e, per una volta, vogliano celebrarlo più per le cose grandi che ha fatto realmente che per quelle infamanti che si sospetta abbia fatto.
     
    Personalmente, oggi non mi sento ipocrita a scoprirmi più fan di quanto non pensassi di essere.
    E moonwalkerò fuori da questo ufficio, a costo di spaccarmi il cranio nell'operazione.
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    lunedì, 04 maggio 2009

    Il tascapene

    Di tutto il condiglione universitario con cui mi sono sciacquata le meningi, la materia che mi ha più interessata è stata la psicologia cognitiva. Mi è piaciuta tanto che l'ho scelta anche per la tesi, l'unico scritto semiserio che io abbia prodotto all'università, dopo la spesso imbarazzante accozzaglia di tesine sugli anti-cellulite, le drag queen e i siti web in cui mi ero prodotta negli anni precedenti.
     
    La varietà, più che l'approfondimento, era il punto di forza della mia facoltà - perfettamente in linea con il mio modo di pensare più orientato al quadro generale che alle minuzie. In effetti, quindi, non posso vantare una grossa e profonda competenza in materia di cognitivismo, ma a quei tre-quattro esami che ho dato devo l'opera di riordino di alcune mie idee sulla mente umana che più o meno avevo già, anche se magari in forma vaga e implicita.
     
    Un capitolo particolarmente affascinante è quello sulle bias di giudizio.
    Sono reticente a dire, di qualunque cosa, che "la mia vita è cambiata" dopo averle studiate. La mia presunzione adolescenziale di sapere distinguere il bene e il male si è però messa l'anima in pace dopo aver capito quanto "ragionare obiettivamente" sia un compito prossimo all'impossibile. Non importa quanto illuminati e aperti crediamo di essere, stiamo sempre osservando il mondo da una prospettiva alquanto viziata, schiacciata sotto un sistema di credenze pre-definite ingombrante e prepotente. Crediamo di guardare la realtà, e invece stiamo sommariamente cercando di guardarci allo specchio, e di trovare conferme a cose che pensiamo già.

    Questi errori sistematici ci rendono preda di qualunque genere di infinocchiamento e manipolazione: il più che possiamo fare è provare a stare all'occhio e non essere precipitosi nell'imporre al mondo la griglia di coordinate che ci sembra la più appropriata o quella che per tale ci viene sdoganata.
    Da che cerco di ragionare così, tendo a essere poco manichea e sono irritantemente portata a fare l'avvocato del diavolo in qualunque circostanza, abitudine poco amata da chi si rivolge a me per avere supporto e conferme.
     
    Un errore di giudizio frequente è tracciare un'incerta equazione tra la realtà e il modo in cui ci viene posta, allarmarci quando la televisione vuole allarmarci, vedere segni inesistenti di un'apocalisse ormai prossima, andare in un loop psicotico sempre più lontano dai cosiddetti "fatti". Ci circondiamo di stimoli simili tra loro e pensiamo automaticamente che siano diventati più frequenti, rilevanti, preoccupanti.
     
    Io non penso che il mondo stia andando così tanto a rotoli come ci viene prospettato. O, per lo meno, non con le modalità che ci vengono descritte. L'incertezza per il futuro è un dato di fatto che esiste da sempre e ci seguirà sempre, e tanto mi basta come paranoia.
     
    Il punto principale del post, però, è un po' diverso.
    Qualche mese fa, forse qualcuno si ricorderà, scrivevo dell'eruzione di para-pornografia che sembra essere sbarcata dalla televisione al mondo del retail, e che lasciava presagire una progressiva pornificazione della vita quotidiana. Frustini di pelle da Coin. Griglie di precisione per depilarsi la sgnacchera in profumeria. In generale, capi d'abbigliamento che un tempo sarebbero stati da retrobottega hard sono ora disponibili en plein air.
    Quanto sarei tentata, sulla base dei cock ring vibranti che ho appena visto alla Coop, di trarre conclusioni escatologiche sulla rovina ormai imminente dei costumi e della società civile. Terrò duro. E' vero che qualcosa è cambiato negli ultimi anni, sarebbe sciocco negarlo, anche se non saprei ben definire se sia stato un miglioramento o meno. Ma è ancora più vera quest'altra cosa: io sono un'infame zozzona e le zozzerie tendono a trovare me, che ho una mente molto più ricettiva della media verso le minuzie di carattere erotico. Erotico? Che dico? Basta anche un "vagamente genitale" per stuzzicare la mia immaginazione.
     
    Quando mi sento circondata da questo genere di cose, so che è solo in parte un effetto della maggiore disponibilità di sexual innuendo al grande pubblico, e che questo sovraccumulo lo sto soprattutto creando io, con la mia testa che è notoriamente un brutto, bruttissimo posto in cui vivere. O non vi starei scrivendo per parlarvi dell'ultima nequizia in cui mi sono imbattuta, il Gingoo
     
     
    Gingoo. Sembra il nome di un giocattolo Chicco. Un gingillino con cui allietare il pupo.
    "Cara, Giansilvio continua a piangere" "Dagli il suo Gingoo che poi si calma".
    E invece no. Gingoo assomiglia sì a un guanto per focomelici di Chernobyl, ma è in realtà "l'innovativo (e geniale) indumento intimo maschile".
    In altre parole, un taschino in cui riporre pene e gingilli assortiti. Un tascapene. Per "quando è di interesse esporre liberamente la maggior superficie possibile del proprio corpo". . 
    Ah sì? E quando cioè?
     
    "Per l'uso quotidiano". Già, perchè limitarsi alle feste?
    "Per chi fa sport". Esattamente quale sport?
    "In viaggio". Così non stacchi le mani dal volante per tirarti fuori la mutanda dalla fessurina. Credo.
    "Per sorprendere". Una sorpresa più alla "urlo di Psycho" che alla "squittio di compiacimento", presumo.
    "Gadget e idea regalo". Un omaggio molto upper class.
    "Uso diverso". Porta-tramezzino (se lo lavi prima). Porta-banana per i più birbanti.
    "Per proteggersi durante le docce solari". Che sennò ci vuole la cremina. Sembra l'unico utilizzo non concepito da una porno star.
    "Trattamenti del corpo (spa, massaggi, terme)". Immagino la delizia della massaggatrice alla vista del suo prossimo cliente Gingoo-dotato.
     
    No, signori maschietti. Non lasciate questo blog per correre a comprarvi il Gingoo. Lo so che non potete pensare ad altro, ma io qui non ho ancora finito.
    La pagina web del Gingoo, un vero caso da manuale di copywriting involontariamente (?) comico, ci rassicura con tutti i dati del caso. Incluso il cappuccetto che si può aprire "per gli utilizzi del caso" (di quanti casi stiamo parlando esattamente?). Le illustrazioni ben dettagliate ci vengono in soccorso, mostrando come sia a riposo che in "in fase di estensione" (con tutti questi sport e docce solari, chi non sarebbe eccitato?), il guantino possa essere aperto comodamente per far fare cucù al migliore amico dell'uomo.
    Se vi state chiedendo come farete a dare al vostro arnese la consueta sgrullatina dopo l'uso, state tranquilli perchè una "fascia anulare elastica" tratterrà il Gingoo dal cadere ed esporvi alla pubblica vergogna. Non è precisato se avere un elastico stretto all'imboccatura dello scroto faccia diventare sterili al 100%, ma scommetto che ci stanno lavorando.
     
    A coronamento del tutto, c'è anche un video un po' sinistro su YouTube di sapore amatoriale, che ritrae un tizio nudo con una mascherina da scambista. In realtà non è nudo, se non per il microscopico calzino che gli "copre" le pudenda (si vede benissimo l'oscillazione dell'arnese a ogni passo) mentre passeggia da una doccia solare all'altra. Una roba che, se per caso la vedessi con la coda dell'occhio mentre sono dall'estetista, (specialmente in abbinamento con qualche fisico "reale" panzottella-munito), fuggirei urlando. In postilla, aggiungo che tutti i video correlati a quello del Gingoo sono gay porn.
     
    Se volessi applicare un minimo di metodo nell'analizzare il perchè questo prodotto esista, dovrei pormi le solite domande "Per chi? "Per cosa?". Ma non me la sento. Il produttore ha già fatto quasi tutto questo sforzo di fantasia al posto mio, relegandomi al ruolo di spalla. Mi sento in dovere di precisare, a beneficio di tutti, che chiunque desideri venire a letto con me - ora e in futuro - farà bene a non pensare di "sorprendermi" con un gadget fresco e originale, ma a indossare un paio di oneste mutande. O se siete proprio buffoni dentro, al massimo questo, che lascio solo come link per pudore.
     
    Data l'involontaria concomitanza di eventi, dedico il post di oggi al sig. Siffredi Rocco, che compie 45 gloriosi anni.
    E in effetti questo fatterello non lo so perchè sono una zozzona che si circonda di zozzerie, ma perchè me lo ha detto La7 alle 7.40 del mattino.
    Il che è comunque sempre meglio - e senza dubbio meno osceno - del nostrano equivalente dell'Intrigo della Collana con cui la stampa italiana, e noi, ci impiastricceremo i baffi per tutta l'estate. 
    giovedì, 26 marzo 2009

    Nugae

    Non credo che mi spingerò mai al puro orrore di portare una Moleskine sempre con me, gesto alquanto kitsch per il 2009, ma a volte ti imbatti in piccole sciocchezze di cui vorresti portare con te almeno il ricordo. Ideuzze, dettagli, frasi altrui, spunti di varia natura.

    Grazie al cielo, Alzheimer e arteriosclerosi se ne stanno ancora alla larga e conservo qualche ricordo incastrato tra le sinapsi. Tuttavia, per correre ai ripari con un certo anticipo, è bene che inizi a fissare in forma scritta almeno qualcuna di queste briciole.
     
    Per curiose circostanze e combinazioni, ad esempio, ieri è rispuntato come un funghetto il ricordo di questa coppia di sconosciuti accanto a cui mi trovavo circa tre anni fa, al binario 8 della stazione di Genova Brignole.
    Da pendolare del sesso quale ero all'epoca, aspettavo il mio bravo Intercity e scoprivo con disappunto che avevo l'iPod scarico ancora prima di partire. Eppure sentivo lo stesso Paul McCartney. E non nelle cuffie. Forse ero diventata la versione divertente di Giovanna D'Arco? Convenni che la voce nella mia testa stava facendo proposte interessanti. Facciamolo in strada. Nessuno ci guarda. Facciamolo in strada. Giratelo in inglese, e diventa una track piuttosto famosa del White Album, la cui ignoranza sarebbe illegale in un paese governato da me - se posso puntualizzare.
    Dopo qualche istante confuso, alzai lo sguardo dalla punta degli anfibi e vidi che a cantare quella laida e stuzzicante proposta era in effetti un normalissimo ragazzotto della mia età. In pubblico. Alle due del pomeriggio. Ad alta voce. Uguale precisa all'originale. In faccia alla sua bella che stava per partire, come era evidente dal broncetto di entrambi. Totalmente incurante di vecchie, bambini e occhiatacce, questo ragazzo divenne in pochi secondi il fulgido eroe di un sabato pomeriggio qualunque e si scavò un posticino tutto suo nella mia memoria.
     
    Al diavolo i fiori e i gioielli, sarò una testolina bacata ma questo sì che è romantico - pensai e penso tuttora.
    Se il novello Paul avesse continuato a cantare un altro po', probabilmente per strada sarebbe finito a farlo davvero. Ma con me, mentre la sua honey pie andava a Milano.
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    categorie: musica, ricordi
    mercoledì, 04 febbraio 2009

    La macchina del capo

    Ci terrei a precisare ai proprietari di SUV e altri mezzi affini che consumano come Shuttle per portare le loro pigre chiappe in giro, perché non sia mai che le suddette chiappe abbiano a subire i disagi del
    trasporto pubblico su cui viaggia la comune plebaglia, che la vostra vettura forse fallisce nel consegnare alla citata plebaglia il messaggio che le avete affidato e che presumo abbia qualcosa a che fare, al di là di magre giustificazioni di tipo pratico, con concetti affini all’ostentazione di facoltà pecuniarie, allo status symbol da manager or sedicente/aspirante tale e svariate e variopinte forme di compensazione a cui il mio cervello non può nemmeno arrivare.
    Il messaggio che invece comunicate, e peraltro assai bene, è un altro.

    Lasciate subito che vi dica che non capisco nulla di auto, che guido poco e che in teoria sarei la meno indicata per esprimere qualunque considerazione in materia.
    Lasciate anche che aggiunga che me ne frego completamente di questo fatto, dopo che ho trascorso una mattinata a riempire schede benzina per le auto padronali, solo l’ultimo di una serie di incarichi ottusi e fuori mansione che mi vengono appioppati con serenità apollinea regolarmente.
    Lasciate dunque che vi dica che cosa ne penso.

    Voi, conducenti di trattori camuffati da automobili, dimostrate per lo più di essere pessimi investitori del vostro stesso denaro, di non avere alcun interesse per gli sprechi (anche se poi ci urlate di tutto quando dimentichiamo il monitor acceso in ufficio, magari) o per l’inquinamento delle città che infestate (nonostante alcuni giorni incresciosi, vi assicuro che il trasporto pubblico non è mediamente il racconto dell’orrore che si vocifera che sia).
    Dimostrate anche, specie in città patologicamente prive di parcheggi – come Genova, una scarsa comprensione del territorio che vi circonda.
    Possono sembrare osservazioni deboli, a voi padroni di SUV. Se però avete una macchina simile, abbiamo già capito che il vostro giudizio non è davvero dei più illuminati e degni di ascolto.

    E passiamo subito a un excursus personale: qualche anno fa, nella mia sciagurata esperienza americana, mi trovai a guidare uno scassato Chevy Blazer, un suvvone rosso alto e inutilmente gigantesco. Uno specchietto si e uno no, cambio automatico, vetri oscurati e la sete di un'idrovora. Lì si consumarono alcuni eventi di cui sono poco fiera, e anche alcune epiche traversate degli Stati Uniti del Sud. 

    La sussistenza e la mobilità del mio altrettanto sciagurato fidanzato di allora dipendevano strettamente dalle banconote che teneva spiegazzate nelle tasche dei suoi capienti jeans. Pensavo mezza allegra, durante i nostri numerosissimi pit stop per alimentare l'idrovora, che era una fortuna che la benza venisse qualcosa come un dollaro al gallone, in quel gigantesco paesotto, o avrei anche dovuto starmene chiusa in casa ogni santo giorno a guardare il cielo dalla finestra, oltre a mangiare cibi malsani e di provenienza questionabile e consumarmi il cervello con la tv via cavo.

    Pensavo, però, che dopo tutto fosse profondamente insensato che le persone laggiù, in media, scegliessero di sputare sopra al privilegio di avere la benzina praticamente gratis, almeno secondo i canoni nostrani (80 eurocent per quasi 4 litri -non so se mi spiego- e ancora si lamentava, il dannato ciccione) e annullassero i benefici che ne potevano derivare utilizzando vetture enormi, con cilindrate improbabili e prestazioni mediocri se comparate ai consumi.

    Vetture concepite e presentate come se dovessero affrontare chissà quali terreni, e in realtà non solo incapaci di affrontarli meglio di una Panda 4x4, ma per giunta impiegate mediamente come comuni utilitarie.
    Persino inaffidabili, come notai una notte sulla statale 109. Assonnata, stanca, bisognosa di un bagno e con un enorme tricheco rosso di metallo fermo al lato della strada, col cofano fumante e sinistri scricchiolii provenienti dal motore (o forse questo era dovuto alla priorità del televisore al plasma rispetto alla manutenzione dell’auto, nel budget del già citato fidanzato?).

    Convinsi il proprietario a mollare lo Shuttle e a prendersi un’utilitaria nipponica che lo avrebbe portato sino al Wal Mart più vicino con meno di un pieno. Seppi più avanti, dopo averlo lasciato, che aveva piantato la giapponese per rigettarsi in una storia di amore e consumi con un pick up di proporzioni bibliche.
    Ma già lo avevo archiviato come un caso disperato.

    Dall’esperienza conclusi, forse approssimando troppo, che gli americani – almeno certi americani – sono adorabili sciocchini e che la loro totale miopia verso il mondo al di fuori degli States (ma a volte anche fuori dal loro ZIP code) li aiuta a compiere scelte davvero surreali che vanno a loro totale svantaggio.
    “Ma in Italia non succederà mai!”, pensavo ingenuamente. “Siamo troppo furbi, noi”. E da noi la benzina è cara. E c’è crisi, c’è sempre crisi. E noi italiani di città spesso non abbiamo neanche bisogno di guidare, le distanze sono accessibili, i trasporti pubblici più o meno vanno…

    Fatto sta che mi accorsi, ancora una volta nella mia vita, di essermi sbagliata. Le strette e ostili stradine di Genova, quelle in cui per muoverti devi pregare la Madonna e per parcheggiare devi anche prometterle un rene, pullulavano di SUV. Ognuna guidata dal suo managerino rampante coi soldi o, nei casi peggiori, dalle loro fidanzate in Hogan o dalle loro madri cotonate (il cui altro mezzo di locomozione è, nel 98% dei casi, una Smart. Lo so e basta).
    Visto che il massimo del fuori porta, per costoro, è un’escursione allo stadio o in discoteca, la ridicolaggine di avere un macchinone travestito da fuoristrada risplende più di una medaglia.

    In modo abbastanza buffo, da mezzo di trasporto più amato dai redneck ignari dell’ecologia (favoriti da un mercato dell’usato molto più vivace del nostro, quello è vero), il SUV è diventato il surrogato del pene dirigenziale più amato di questi ultimi tempi.

    Ma torniamo al punto da cui eravamo partiti. Le schede benzina. Della macchina del capo. Che non ha un buco nella gomma, come dice la canzone, ma fa un buco nel bilancio.

    Già in passato mi sono divertita a calcolare il mio valore in pallet di salviettine intime, ottenendo i previsti risultati desolanti. Ma è calcolando il mio valore in consumi SUV che mi sono davvero depressa. Se il SUV del capo esigesse anche la tredicesima, costerebbe annualmente alla ditta più di me. Ammesso che già non lo faccia, in effetti.
    Il bambino si ciuccia dai 700 ai 1000 al mese in poppate di gasolio.
    Si ciuccia quello, la sensatezza di usare la macchina invece dell’aereo per qualunque tratta su territorio nazionale e ogni residuo di mia pazienza e fiducia nell’umanità quando sento il capo lamentarsi di quanto spende in carburante, come se una legge antipatica lo avesse costretto a comprarsi un SUV, e mi sembra di subodorare mentre lo fa anche quel perverso orgoglio della mamma che odia il figlio grasso ma lo stesso si compiace quando questo finisce tutti i bucatini.

    Quindi, la prima grande verità del 2009 è che una vita umana forse non avrà un prezzo, ma la mia in particolare ha un valore inferiore ai consumi dell’auto di un manager viziato. E queste cose è sempre bene saperle chiaramente.

    Posso solo arguire, non senza un certo puntiglio, che io con un litro d’acqua faccio anche più di 7km, e non inquino.
    Che diavolo, quando sono ispirata faccio pure la raccolta differenziata.
     
    giovedì, 20 novembre 2008

    Ricorrenze

    Ogni 24 novembre mi dico “Oh Santo Cielo è possibile che siano già passati xxx anni dalla morte di Freddie?”.
    E sì, è sempre possibile, e ogni anno è un numero più impressionante. Quest’anno saranno 17 anni, l’anno prossimo i nati nell’era post-Mercury potranno votare, e sono dati, questi, che mi colpiscono.

    In questi giorni sono in fermento pre-londinese e la memoria va automaticamente ai miei ricordi legati a questa bellissima città in cui avrei tanto voluto vivere, anche solo per un po’, ma in cui credo non riuscirò mai ad andare per più che pochi giorni sparuti per volta. Il mio primo viaggio a Londra fu nell’estate del ’95. Atterrai a Gatwick e come primissima cosa, appena sistemata la valigia in hotel, trascinai il papà per Kensington con una mappa in mano di luoghi e strade in cui non ero mai stata ma in cui mi muovevo lo stesso con una strana sicurezza.

    Raggiunsi Logan Place per vedere il muro della casa di Freddie. Un muro bello alto e alquanto lungo, periodicamente ripulito e altrettanto periodicamente ricoperto nuovamente da scritte piene di affetto di altri fan sciamannati come me che vengono dagli angoli più disparati del globo a compiere questa strana e un po’ feticistica forma di pellegrinaggio.
    All’epoca facevamo solo diapositive, e in un’oscura slide ci sono ancora io, con il mio più improbabile abbigliamento anni ’90 e i capelli a cespuglio, che guardo mogia mogia la porta che si apre nel muraglione, anche quella coperta di scritte sin dentro la buca delle lettere.

    Lo stesso tipo di spettacolo si presenta anche nelle foto di molti anni a seguire, sinché i miei soggiorni non si fecero troppo brevi per poter dedicare tempo a quella scappatella kensingtoniana.


    Sempre nel corso di quella prima e memorabile vacanza, passai ore a spulciare vecchi vinili a Portobello Road. Ero a caccia di B-Sides nella nebbiosa era pre-Napster e mi portai a casa sia Under Pressure che Play the Game, le cui ambite track del lato B avrei anni dopo potuto scaricare con un clic in pochi secondi.

    La sentimentale in me, però, volle anche un certo 45 giri con la custodia blu e una bella foto della band. Venti sterline e molti ringraziamenti al papino dopo, avevo in mano Bohemian Rhapsody, il mio minuscolo e abbordabile pezzo di storia della musica, nelle mie grinfie per sempre. Ma tornerò su questo punto più avanti.
    Mi scordavo di aggiungere anche che, in quel lontano Luglio londinese, tirai su anche il 33 giri di A Night at the Opera. Un pirla aveva scritto dentro alla Q di Queen. Ma io ho a casa 45 giri degli Stones pieni di Mick Jagger con le corna disegnate a biro, quindi chi ero mai per giudicare? Me lo presi.

    In questi giorni, mentre meditavo su Freddie e la sua prematura scomparsa, ho ricordato anche un evento più lieto:  venerdì il nostro simpatico e adorato concept album,  la magnum opus, quello che pomparono a buon diritto come “l’album più costoso della storia del rock”, il frutto di maniacali e ossessivi lavori di incisione e sovrincisione, compie i suoi annuzzi. Domani, per la precisione, fa 33 anni.

    Non è un numero tondo, ma almeno è un multiplo di 11, per dire, e io lo celebro comunque, perché non ha ancora così tanti anni da dover mentire sull’età dopo tutto.

    Come celebriamo A Night at the Opera? Ascoltandolo in primo luogo. L’ho ascoltato tante volte che lo posso cantare da cima a fondo, facendo voci e strumenti e senza pause se non per prender fiato. Se però siete vissuti su Saturno sinora e non vi è mai capitato di farlo, lasciate vi dia qualche spunto sul perché dovreste:


    1. Death on Two Legs (Dedicated to…)
    “Was the fin on your back part of the deal...”

    La vita è sempre la stessa. Sul groppone di tutti c’è almeno un ex capo stronzo, o qualcuno che ci ha sfruttati e trattati male in passato. Capitò pure ai Queen prima che fossero un gruppo surrealmente ricco e di successo.
    Mentre noi possiamo aspirare al massimo a bucargli una gomma e fuggire come ninja, la band si prese il lusso di aprire il primo album prodotto sotto nuova gestione con una bella track incazzosa che non si risparmia insulto nei confronti del manager appena scaricato. Appena me ne vado di qui, metto degli altoparlanti sul tetto e la faccio partire a tutto volume. La line “but now you can kiss my ass goodbye” mi premurerò di urlarla io stessa.

    2. Lazing on a Sunday Afternoon
    “Fridays I go painting in the Loooooo…uvre.”

    Dopo tanta rabbia, silenzio… e un pianofortino spiritoso parte, vivace. Freddie sembra cantare da un piccolo altoparlante, anche se la registrazione fu più complessa e coinvolse strani movimenti in giro per lo studio, delle cuffie e un secchio di latta. Si tratta di un grazioso divertissement che racconta una settimana di attività che culminano nel poltrire domenicale.

    3.I’m in Love with My Car
    “String back gloves in my automolove”

    Roger Taylor è fissato con le auto e con la figa e con gli occhiali da sole, ormai è una cosa lampante. Mentre il timido Deacon componeva la track successiva dedicandola alla moglie, lui prese carta e penna e si impegnò a infilare ogni singola componente di un’automobile nelle lyrics di questa atipica love song hard rock. Non solo, ma si chiuse in un armadio (un capitolo di “Trapped in the Closet” ante-litteram!) a frignare sinché Freddie non gliela lasciò mettere nel lato B di Bo Rhap, per cui sta attualmente ancora ciucciandosi le royalties. Minacciando un “Galileo” ad alta frequenza che avrebbe danneggiato le apparecchiature dello studio, ottenne anche di spararla live a ogni occasione propizia, per molti anni a seguire, e dobbiamo dargli credito di essere uno dei pochi batteristi che a cantare mentre suona ci riesce anche benone.

    4.You're My Best Friend
    “I'm happy, happy at home”

    John Deacon è dei Queen l'unico che ha scelto dignitosamente di chiamarsi fuori dalle scene dopo la morte di Freddie. L'ultimo arrivato, il più giovane, il più silenzioso e low profile della band, era un elemento necessario per mantenere coeso un gruppo altrimenti composto da drama queen (termine appropriato) afflitte da manie di protagonismo in varie forme. Bassista in gamba e probabilmente anche un po' sottovalutato, non aprì mai molto bocca, né per cantare né per molto altro. Di canzoni ce ne ha regalate poche, in compenso tutte belle e generalmente caratterizzate da un certo qual vibe positivo. Mentre gli altri tre broccolavano in giro, lui si sposò presto e comincio a fare figli su scala industriale, tutti con la stessa donna con cui sta ancora oggi e a cui nel '75 dedico questa love ballad per eccellenza, davvero deliziosa e alquanto heart warming.

    5.'39
    “Dont you hear my call /Though youre many years away”

    Mentre Taylor fa il cazzaro, Deacon il tenero e Mercury volteggia poledricamente dal demenziale al sublime, May è l'astrofisico fissato con le storie struggenti e tristine, di cui la sua carriera come autore è letteralmente tappezzata. Solitamente la malinconia e il rimorso sono trademark delle sue lyrics e puntualmente li troviamo anche in questa vicenda un po' fantascientifica di una spedizione che parte per esplorare terre lontane e trova che al ritorno, un anno dopo, sono trascorsi cento anni e tutte le persone amate sono morte. Canta Brian stesso, come spesso accade, mentre gli altri gli vanno dietro con bellissime armonie. Una delle cose più carine di '39 è il modo in cui la suonavano live, raccogliendosi tutti nel proscenio in una sorta di performance “intima”: Mercury con le sue tutine da danza e Taylor con grancassa e tamburello. Mentre Deacon trotterellava in giro, Brian sembrava il figo della comitiva che suona davanti al fuoco in spiaggia. E la folla andava, prevedibilmente, in deliquio sensoriale.

    6.Sweet Lady
    “You call me sweet like I'm some kind of cheese”

     Questa è la track meno conosciuta dell'album in assoluto e, relativamente al contesto, forse la più debole, benchè scommetto che molte band meno talentuose sarebbero state ben contente di produrre questa solida ed energica canzoncina rock dedicata probabilmente a un fior fior di stronza. 

    7. Seaside Rendezvos
    “Fantastic, c'est la vie Mesdames et Messieurs”

    Un altro piccolo capolavoro della vena romantico-kitch un po’ poliglotta, brillante e veloce, con tanto piano e un basso che ti costringe a ballare, possibilmente acchiappando per mano la prima persona a tiro, fosse anche la persona seduta accanto a te in bus. Ascoltare Seaside Rendezvous non può non mettere di buon umore, fosse anche solo per l'intermezzo “strumentale” in cui Freddie e Roger fanno i kazoo umani e, signori, lo fanno dannatamente bene.

    8.The Prophet's Song
    “Listen to the mad man”

    Forse l'ultima rappresentante della vena epica dei primi Queen, è una canzone lunghissima – oltre otto minuti – di sapore biblico-onirico, in cui il profeta annuncia l'imminente sciagura che un'umanità arida e priva d'amore ha attirato su di sé, e cerca di metterla in guardia perchè si salvi. Ovviamente parto della mente di Brian, presenta un lungo intermezzo solo vocale, prima cantato da Freddie e poi dagli altri, che gioca divinamente sia con il delay vocale con con l'effetto stereo. So che quando i Queen erano giovani studenti di belle speranze, amavano prendersi i dischi di Hendrix e saettare da una cassa all'altra per capire come quell'uomo prodigioso riuscisse a sfruttare la stereofonia, e qui è lo stesso, una cassa sola non ti basta o ti perdi tutti i dialoghi di voci. Me ne resi bene conto a dodici anni, quando ascoltai the Prophet's Song con un'amica tenendoci un auricolare a testa e lei concluse che sì, le piaceva, ma quella sezione in mezzo, con quegli strani buchi silenziosi, era davvero troppo troppo stravagante.

    9.Love of My Life
    “Don't take it away from me because you don't know / What it means to me”

    Per qualche ragione, questa romantica, struggente ballata di Freddie, con piano, arpa e performance vocali da far commuovere, è piaciuta tanto ai fan. Specie quelli sudamericani. Ma dico tanto come in “tanto tanto”. La versione che tutti conoscono, infatti è quella live. Freddie e Brian in proscenio, chitarra acustica e le consuete migliaia di invasati che non vedono l'ora di cantare. Freddie è ben contento di risparmiarsi un po' di attrito di corde vocali e – a volte – un po' stupefatto dall'entusiasmo della folla. Brian mantiene la consueta aria assorta, anche se una volta giuro di averlo visto prendersi qualche secondo per portarsi il dito indice alla bocca nell'universale gesto del “STFU”, forse stizzito dal fatto che le urla ferine dei fan gli impedivano persino di sentire che cosa stesse suonando. Ma io vi invito a godervi la versione studio, pulita e raffinata. E' anche la preferita della mia mamma, per la cronaca.

    10.Good Company
    “Don't fool with fools who'll turn away / Keep all good company oohoo oohoo”

    Un punto piuttosto caratteristico di A Night at the Opera è l’ondeggiare continuo tra serio e faceto e il cambiamento repentino di sonorità. E’ appena finita la lacrimosa Love of My Life, in un tripudio celestiale di arpeggi e cori. E che cosa comincia? Un ukulele (tecnicamente dicono fosse un banjolele del papà di Brian), chitarra alquanto effettata e un feel quasi da New Orleans. Brian racconta la storia di un uomo che ricorda le lezioni paterne impartitegli in gioventù e, nonostante una vita di sforzi e lavoro, si trova a sua volta vecchio e solo a rimuginare su cosa è andato storto: nonostante il ritmo allegro, l’amarezza dei testi di Mr. May resta lì.

    11.Bohemian Rhapsody
    “Scaramouche,scaramouche will you do the fandango?”

    Ora, di piaceri nella vita ce n’è tanti e anche di molti tipi, nonostante cerchiamo di contarcela diversamente. In ambito musicale, credo che sentire Bohemian Rhapsody per la prima volta rientri nella zona alta della classifica. Quella prima volta in cui resti con la bocca semiaperta e l’occhio da pesce mentre si susseguono nei tuoi condotti uditivi tutte le quattro parti (o sei, per alcuni) di Bo Rhap e ogni parte nuova ti prende di sorpresa e quando a un certo punto ti domandi se questi quattro inglesi ci siano o ci facciano ma in ultima analisi te ne freghi perché anche se ci fanno, lo fanno molto bene. Mentre forse è questionabile – almeno secondo parametri universali – che sia tra le canzoni più belle mai messe insieme, sicuramente una menzione speciale per la sua complessità è un giudizio più obiettivo (si narra che il nastro fu rimaneggiato e sovrinciso tante volte da diventare quasi trasparente).
    Il coro iniziale lo avrei sempre visto benissimo come colonna sonora della fine del mondo, e -se la fine del mondo si disturberà a durare in tutto 50 secondi – continuo a vedercelo. Poi attaccano queste lyrics così disperate e a loro modo dolci, circa la cui ispirazione Freddie si tenne sempre sul vago; mi ricordo che da piccola vederlo che incrociava le mani sul piano mi sembrava sempre una cosa fichissima e insolita.
    Poi BOOM: quella sezione mai sentita prima, i Galileo, i Bismillah, gli echi, la voce di Roger che arriva così in alto che questioni la sua appartenenza al genere maschile. Tu sei ancora lì che pensi “no, aspetta un momento ho DAVVERO sentito tutto questo?” e apre la sezione rock, quella che tutti ci ricordiamo per la scena di Wayne’s World. A quel punto non sei più in grado di controllare i muscoli del tuo collo e ti trovi coinvolto in un headbanging compulsivo sino alla lussazione.
    Mentre l’eco dell’ultimo, leggero colpo di gong si estingue, hai quasi il fiatone e resti affascinato, stordito, suggestionato. Ma ti sei anche bruciato la tua prima Bo Rhap, ed è una cosa che succede una volta sola.
    Un po’ per scherzo un po’ no, credo pagherei per poterla riascoltare per la prima volta. Lei, Stairway to Heaven, tutto Dark Side of the Moon… e moltissime altre meraviglie musicali a cui fama e successo smisurati hanno finito col rubare, forse per sempre, la freschezza e il senso di meraviglia del primo ascolto. Voi almeno una volta riprovateci, ad accostarvi a questi enormi successi come se le orecchie fossero vergini… ogni tanto funziona.

    12.God Save the Queen
    *miagolio per imitare la chitarra*

    Il nome Queen già dovrebbe suggerire alcuni loro tratti: pomposità, grandeur, ambiguità, patriottismo e un qualche gusto per il pacchiano e l’esagerato. Questo Mont Blanc di stratificazioni di Red Special, utilizzato per chiudere gli show sino alla fine, riassume gran parte del concetto: è un ambiguo omaggio all’Inghilterra e una piccola autocelebrazione neanche troppo tongue in cheek. La superpacchianata adorabile è stata 6 anni fa, quando Brian è riuscito ad arrampicarsi sin sul tetto di Buckingham Palace e, fingendo di celebrare il Golden Jubilee di Sua Maestà, l’ha suonata live. E cosa può fare un fan, se non annuire e sogghignare?


    Va bene gente, io sono indubitabilmente di parte. Vi parla una che si è firmata per metà adolescenza allungando lo sbaffo sotto la A finale per formare la Q di Queen, del resto.

    Negli anni, però, mi sono riassestata su posizioni meno acritiche e vagamente più mature rispetto ai miei eroi: ho molto arricchito i miei gusti e a volte sono arrivata anche ad ammettere dei Queen alcuni limiti e –persino!- dei difetti, anche se con affetto e qualche senso di colpa.

    Nonostante questo, penso che su A Night at the Opera la mia opinione sia al massimo migliorata negli anni, con la somma dell’adorazione pre-teen all’apprezzamento più profondo della complessità dell’album, delle personalità della band, del modo in cui è tutto incastonato nel panorama musicale dell’epoca pur portando avanti un discorso artistico a sé, quello tutto Queenesco che la band ha sviluppato per due decenni senza mai farsi trascinare completamente dalle mode del momento, ma attingendo da pressoché qualunque fonte di ispirazione per una produzione complessiva che ha proprio nella varietà la sua vera continuità. Per rendersene conto, questo è un ottimo album per cominciare.

    Insomma: il 21 Novembre del 1975 A Night at the Opera è entrato nel cosiddetto firmamento del rock per non uscirne più e, anche se domani sarà il suo trentatreesimo compleanno, vi assicuro che non vedo ancora traccia di rughe.


    P.s. se riesco, faccio una foto dei 33 e 45 giri nominati. I miei vinili sono stati messi in ordine da una scimmia ubriaca quindi potrebbe volerci un po’ a trovarli…

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (8)
    categorie: musica, ricordi, londra, queen
    lunedì, 13 ottobre 2008

    Pandori lascivi

     Quando si ha poco tempo libero e si è anche molto pigri, si finisce spesso a pascolare nei negozi, specialmente nelle mie due patetiche ore di pausa pranzo, che mi vedono costretta a deambulare incessantemente come uno squalo tigre assonnato.

    Essendo pigra e stanca nei week end, finisco a poltrire o uscire solo la notte come fanno certi mustelidi. E così può accadere che la mia unica finestra sul mondo sia costituita da autobus, vetrine e banconi per diverso tempo, specialmente durante i mesi invernali. Che poi questa sia una cosa orribile ed allarmante, mi è sufficientemente chiaro senza bisogno che mi pungoliate.

    Sono arrivata a capire in quali giorni certi negozi ricevono le consegne, a fiutare da lontano le finte promozioni di scarpe risalenti a due inverni prima, a sapere a memoria il prezzo delle cose. La cosa mi annoia enormemente ma non posso fare a meno di osservare lo scandirsi delle stagioni e delle epoche in questo modo curioso.

    Con Ottobre, ad esempio, mentre ancora qualcuno gira in maniche di camicia, prima ancora dell’ora solare scatta di solito l’ora dei pandori. Cercavo dei Kinder Pinguì e mi sono trovata in un sottobosco dolciario di delizie natalizie, apparse nella notte come funghetti. Sotto gli scaffali, abbarbicate ai pilastri. Come viene in mente alla GDO di ammannirci queste cose quando ancora abbiamo diritto a qualche settimana di coni gelato puffo e pistacchio?

    L’ondata natalizia non si limita ai supermercati: stanno cominciando ad apparire alberi e palline ovunque. In un posticino come Co.Import, uno tra i miei preferiti per la quantità di cazzate per la casa che riesce ad ammassare nei punti vendita, per esempio è già invasione. E mi soffia aria di Polo Nord in faccia.

     

    Sarà un luogaccio comune al pari del “non ci sono più le mezze stagioni” ma, seriamente gente, era estate qualche settimana fa. Adoro il Natale, mi diverte fare l'albero e tutto ma, sinché non tiro fuori il cappotto pesante, questa roba è ridicola, fuori luogo e un po’ inquietante.


    Oltre alla natalizzazione precoce, noto un trend di tutt'altro genere che sta imperiosamente facendosi strada, da anni ormai ma con picchi sempre più marcati. Come la chiamiamo, la zoccolizzazione? Lungi da me l'avere atteggiamenti “prude”, ma parliamoci chiaro: quando ero una ragazzetta io, trovare un tanga non era un'impresa poi così facile. Il primo tanga che vidi era in un cestellino dimesso del negozio di biancheria, avevo tipo 13 anni e supplicai mia mamma di prendermi quel coso, solo perché non ne avevo mai visto uno non in TV (guardavo Colpo Grosso). Rimase un cimelio e una rarità e lo indossai una volta sola in terza media, sentendomi parecchio trasgressiva.
    Nel giro di qualche anno,
    è diventato complesso trovare una mutandina che sul retro non abbia un filo interdentale. Lo so, è una dichiarazione un po' da settantenne in calze elastiche, ma non scherzo. E' vero, il tanga è comodo per certi particolari outfit, laddove per “comodo” si intende comunque “utile per non mostrare il profilo del mutandone a culotte sul retro di un vestito attillato” e non “adoro avere le mutande già in mezzo al sedere prima ancora di aver fatto due passi”. Però avere le chiappe al caldo, specialmente se indossi una minigonna ed è inverno, è ancora un'opzione gradita. E invece no: tanga su tanga nei negozi, tanga di misure tali che non vuoi nemmeno immaginare lo spettacolo che ci sarà incastonato dentro quando qualcuna lo indosserà, tanga aperti sotto, finestrelle vista Monte di Venere e via dicendo. In negozi normalissimi, come se dovessimo sedurre un fesso diverso ogni giorno. A Vancouver l'ultima volta ho girato in un negozio per un buon quarto d'ora prima di accorgermi pienamente che era un posto per spogliarelliste, e l'ho capito solo dalle divise da scolaretta, altrimenti sembrava anche abbastanza normale, per non dire carino. A tanta confusione si è arrivati.


    Ma non fermiamoci qui. Parliamo di reggicalze. Prima dell'adolescenza ne avevo visto solo uno dal vero e pensavo fosse una gran figata. Solo che i negozi non li vendevano e io peraltro avevo un'età in cui il calzettone era ancora l'opzione più mentalmente sana.

    Passarono gli anni e ne trovai finalmente uno, pagandolo caro come il sangue e e alla tenera età di 19 anni ebbi il mio primo sudatissimo reggicalze. Che, lo capii in fretta, era un capo completamente inutile, perché i collant che sono in vendita da un bel po' di anni a questa parte sono quasi tutti autoreggenti, incredibilmente difficili da acchiappare coi gancetti e soprattutto altamente non bisognosi di sostegno aggiuntivo. Come usare due preservativi insieme insomma. I collant che hanno bisogno di sostegno, per contro, creano orribili grinze da calzino della domenica e tendono a cascare.


    Questo accade, paradossalmente, quando i negozi odierni pullulano di lingerie sexy e di reggicalze di pizzo, mutandine con annessi gancetti, bustini con le coppe al titanio e via dicendo.

    L’altro giorno alla Coin, investita di recente da un’ondata di ristrutturazioni infighettizzanti quasi intollerabile, ho notato per la prima volta il nuovo settore biancheria intima. Impacchettato come un bon bon, leccatissimo, carissimo e ostentante curiosi manichini in pose laide da lap dancer. Del tipo “distesa languidamente su divanetto con testa buttata all’indietro e cosciame aperto, con autoreggenti di rigore”, per intenderci.


    Si possono trovare oggetti come i baby doll orlati da pellicciotta rosa e altre amenità che un tempo collegavo ai porno anni ’80 e ai sexy shop. Sempre alla Coin, hanno creato una sorta di alcova segreta in cui troneggiano reggisenoni dagli 80€ in su (e nemmeno dei push up!), tanghini che costano una giornata di lavoro e, nascosti negli angoli, i soliti manichini apputtanati che ti fissano dall’oscurità avvolti nei loro boa di piume.


    Al di sotto di tutto questo, noto qualcosa di più imprevisto: alla Coin c’è un frustino di pelle.

    Di quelli tipo gatto a nove code.

    Nero e lucido.

    Sbatto un po’ le palpebre per verificare di non avere allucinazioni. Allargo lo sguardo e noto una paperella da bagno vibrante nera e altri oggetti rispondenti al nome di “personal massager”, quel simpatico eufemismo politicamente corretto che si usa per definire i vibratori. Esco dalla giungla Coin con un rantolo e rieccomi in Via XX boccheggiante.


    Passo davanti a una farmacia e vedo un espositore gigante di un gel lubrificante della Durex “per il piacere di lei”. Con un packaging carino e tanti begli slogan, davanti alla pasticceria. Questo quando sino a 2 anni fa trafugavo il KY abusivamente dall’America, sentendomi peraltro una freak a trovare il lubrificante un utile accessorio. Negli States si trovava normalmente in qualunque negozietto, in Italia mi piombava addosso un velo di perversione, perché il lubrificante era disponibile (oltre che dal gommista) per lo più dai rivenditori di settore, online, a prezzi sciagurati e quasi sempre in varianti fruttate tropicali da crisi allergica istantanea.

    Oggi, invece, guarda un po’, lubrificanti in vetrina! E dentro le parafarmacie, in tutte le varianti, incluso il turpe gel “riscaldante” che a un dubbio effetto erotizzante aggiunge l’inebriante sensazione di stare avendo un’eruzione cutanea.


    Certo, sono contenta che il mio paesello cominci ad avere un approccio più realista e meno perbenista rispetto al sesso e alle sue attività corollarie. C’è però sempre la strana impressione che dalle nostre parti non si sia in grado di adottare certi cambiamenti senza dare una rigata di cattivo gusto al tutto, senza pennellate di eccesso crasso e volgarotto, senza il consueto abbassamento del sesso a qualcosa di vicino alla pornografia, all’esibizionismo, al velinismo, a una semplice posa fine a se stessa..

    Inutile gente: il troppo stroppia e il fatto che qualcosa sia disponibile senza difficoltà non dovrebbe costituire una moratoria sulla compostezza nella presentazione. Per Dio, alla Coin ci vanno anche le nonne!


    Non so quali effetti abbia su di voi tutto questo, ma - per quanto riguarda la mia visione del sesso – sono quasi sicura che tutta quest’orgia visiva abbia finito col desensibilizzarmi quasi completamente rispetto al “sexy” convenzionalmente inteso. Anche più in generale: mi si possono parare davanti le cose più strambe e provocanti e l’unica reazione immediata è un grosso sbadiglio.

    In ogni caso spero sia un danno reversibile, perché di fronte alla “ipersessizzazione” della realtà di ogni giorno non posso che guardare con un po' di rimpianto ai giorni in cui potevo provare la pruriginosa sensazione di stare indossando quello che secondo me era l'unico tanga della città, a periodi più lontani in cui qualcosa di sexy era qualcosa di speciale e festoso invece che un'altra piatta forma di quotidianità, in cui una piccola patina di “misterioso” di “segreto” o “proibito”, ben ben lungi da moralismi bigotti, aggiungeva al sesso qualcosa che la sovraesposizione da macelleria odierna ci ha tolto forse per sempre (oh mio Dio mi suona così strano che sia io a dire queste cose...).

    Che dovrei fare quindi?

    Mi sa che tira che ti tira mi rassegnerò, ma se in un futuro non molto lontano mi vedrete passeggiare sotto il sole di Luglio in pantofoline di pelo rosa col tacco e abitino commestibile, almeno toglietemi il pandoro di mano e costringetemi a mangiarlo in un mese decente.

    martedì, 07 ottobre 2008

    Dannata festa delle medi(u)e...

    La settimana scorsa ha accarezzato senza tregua il confine con l’agghiacciante.
    Si arranca gente, ma si sopravvive. Come fate tutti.

    Ero al punto in cui nemmeno la musica riusciva a defibrillarmi verso un umore migliore, ma laddove i Pink Floyd non sono riusciti, Facebook è stato alla base di un successone.

    Ci sono poche inalienabili verità che riguardano Facebook:
    1. nessuno ammette di aver creato un account di propria sponte, ma sempre e solo se trascinato in catene da qualche amico entusiasta, che a sua volta nega.
    2. è più carino di My Space e in qualche strano senso più maturo (anche se spesso solo anagraficamente)
    3. è più reale e più personale; mentre da un lato puoi postare foto imbarazzanti, vecchie, assurde, dall’altro puoi decidere più o meno esattamente chi le vedrà.

    Credo che FB sia nato soprattutto per rimettere in contatto vecchi amici (e far loro dimenticare, nella gioia del ritrovamento, perché non si era più amici) e vecchi compagni di scuola, oltre che come bacheca di frustrazioni lavorative, dubbi esistenziali, commenti un po’ witty e un po’ perky sulla giornata in corso.

    Il fine più simpatico per cui ho usato Facebook sinora è stato di farmi ritrovare i miei compagni delle medie, una buona porzione di loro, e di iniziare un processo delirante di riesumazione di ricordi collettiva, alimentato da fotografie che continuano a fare la loro comparsa, scan dei giornalini di classe, pagine di diario e bigliettini.

    Sono emerse preziose chicche del passato, tra cui brilla una maldestra lezione di educazione sessuale della nostra insegnante ipertiroidea di mate che spiego a noi pargoli esterrefatti che alle donne, quando provano piacere, si contraggono gli alluci. In poche parole e senza saperlo, marchiò un'intera classe a vita.

    Il risultato, in queste ultime settimane, sono stati piacevoli momenti passati con il sorriso sulle labbra (abusivamente in ufficio) a ridere e commentare insieme quei lontani tempi un po’ sfigatini di mezza vita fa, in anni in cui a 13 anni si era davvero ancora bambini, in cui i fidanzatini non osavano neanche tenersi per mano e in cui anche il più “hot” dei rapporti era un’amicizia puramente platonica.

    Sabato abbiamo deciso di incontrarci alla spicciolata, una manciatella di noi, ed è stata una delle serate più simpatiche dell’anno, superato il trauma di vedersi per la prima volta dopo 13 anni di licei, università, lavori, relazioni ed esperienze di vita assortite.

    Non avrei riconosciuto la metà di loro neanche sforzandomi e, mi auguro, non sarei stata riconosciuta a mia volta, dopo aver imparato negli anni a tenere i miei capelli sotto controllo, a sfoltire le sopracciglia, a truccarmi senza tracciare righe da Nefertiti ai lati degli occhi e a evitare tutto un range di capi di abbigliamento che spazia dalle tute di felpa alle minigonne che si aprono con una zip, passando per ogni sorta di nequizia anni ’90.

    E’ incredibile come il contesto abbia permesso a noi ventiseienni di piegare la nostra età in due come un foglio e regredire istantaneamente ai tredici anni: a parte qualche pausa per prendere fiato, non ho praticamente mai smesso di ridere.

    E di ridere come una bambina cretina per giunta, mentre scoprivamo insieme rivelazioni sconvolgenti, come il fatto che nessuno di noi ha mai davvero limonato prima del liceo (nonostante circolassero le voci e le congetture più sfrenate) e mentre venivano alla luce le tante tenere ingenuità delle nostre vite pre-teen, commentate con la malizia accumulata negli anni successivi (specie la mia, che già all’epoca era sopra le righe…).

    Che dire, è una settimana che mi alzo la mattina e vado in ufficio con l’idea di usare specifiche cervella altrui come Mocio per pavimenti, una settimana che mi sento nervosa e nevrotica e maledico la mia incrollabile sanità mentale perché, a volte, impazzire sarebbe un ottimo modo per far passare i periodi cupi.

    In mancanza dell’ambito attacco psicotico che ancora si fa attendere, ho intanto scoperto che tirare sino alle 4 senza accorgersene, in preda a un riso convulso, incontrollabile e infantile, è un ottimo rimedio casalingo.


    Un piccolo lusso che puoi sempre permetterti.


    Se hai Facebook :p


    Nota: l’ultima riga del post era sponsorizzata dal comitato “Porta anche tu una Ale lurkatrice su Facebook”.

    domenica, 05 ottobre 2008

    Stasera mi sono divertita, stasera ho riso tanto che credo di avere le rughe.
    Ma, segni sulla faccia o meno, stasera ho di nuovo tredici anni.

     

    (E ne deriva che se il fidanzato a letto mi tocca, lo denuncio per pedofilia)

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    categorie: ricordi, gli affari miei