About me, more or less

Utente: Shulypoo
Cromosoma XX, personalità indecisa e dubbiosa, amante dell'autoerotismo mentale, della musica rock, del sushi, degli anfibi e degli orsetti del cuore.

L'erotismo mi piace e lo vedo in tante cose. Forse ve ne accorgerete, ma non scambiatemi per ammiccante, ve ne prego.

Ripresami dalle mie brume esistenziali post laurea e dai vaneggiamenti matrimoniali, sono ora un'improbabile business woman con parecchi issues. Ma che questo non mi identifichi in alcun modo, vi prego. Aspirante groupie, passerei volentieri la vita a sperarla diversa.
Odio mordermi le guance. Ma proprio tantissimo.

Handle with care, perchè mi affeziono anche al cartone del latte e sono permalosissima.

Geeky, nerdy, plastic fantastic, the one you'll never need.
Amen.

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Mi rallegrano e compiacciono cose tipo...

svegliarmi e ricordarmi che posso dormire
le chitarre elettriche
il junk food, il sushi e il cibo indiano. Ma anche tutto il resto.
il piumino calduccio
l'umorismo surreale
le culotte
non reggermi in bus e far finta di fare surf
leggere i libri in una botta sola
i cavalieri dello zodiaco
la musicalità
le t-shirt buffe e witty
i calzini a strisce
chi è colto e non lo fa pesare
il ponte di chiatte al Porto Antico di Genova
il mio albero di natale
chi capisce al volo
i regali inattesi
le coccole sotto il piumino
questa faccina ":3" e questa ">.>;"
Londra
la lingua inglese
l'eccitazione
capire improvvisamente qualcosa
la novità
le pernacchie sulla pancia
la varietà linguistica
le cose pucciose e superdeformed
il cambiamento
ascoltare musica di notte
la sottigliezza
le opinioni decise ma non ostinate
comportarmi in modo inappropriato
sapere le cose senza Google
la gente easy going
le seghe mentali un po' costruttive
fare pace
i vecchi vinili
chi non serba rancore
forzare i miei limiti
ballare, da sola
la gentilezza a prescindere
gli anni '60 e '70 e la loro musica
la pulizia
non dover spiegare ciò che dico, specialmente le battute
la capacità di modularsi
apparentemente, anche saltare di palo in frasca :3

Mi rattristano e un po' irritano cose tipo...

i pallini sui maglioni
chi entra dall'uscita dei bus
la banalità, in tutto
i calendari coi culi
i peli incarniti
chi dice di non aver mai tempo e non fa un tubo
la polvere sulle dita, e i gatti impolverati
il vento e la pioggia insieme
le abitudini noiose, i loop, i pattern
i furbi, i Furby e i furry
le cose banalmente sexy
la mancanza di autocritica, di ironia, di curiosità
gli errori di grammatica e ortografia
la volgarità a sproposito (ma non le parolacce!)
il pitonato, lo zebrato, il leopardato e gli altri mali accessori alla menopausa
la gente che scrive "Hei!" invece di "Ehi!"
la pornografia camuffata da erotismo
la risata "Hihihihihi". Ha un che di satanico e idiota, usate le faccine piuttosto
le battutine a sfondo sessuale fatte a sproposito
chi racconta i casi suoi al telefono in bus, magari urlando
l'indefinitezza
le mode imbecilli, e le sedicenti modelle
la puzza di fumo
la poesia cheap
l’associazione soldi/mignotte/belle macchine
chi sputacchia quando parla
la “bella gente†e la "bella vita"
chi fa lo strano, l'incompreso, l'unico, l'originale a tutti i costi
sentirmi invisibile e a disagio
chi è più pigro di me
chi non si fa mai problemi e dovrebbe
il frastuono e la musica merdosa
chi parla addosso alla gente
chi non ascolta e pensa di aver capito
la sveglia
l'ignoranza compiaciuta
i consigli non richiesti, ma anche i conigli
gli egocentrici molesti
gli inappetenti cronici e chi fa tremila storie sul cibo
le donne fissate con le minchiate che non compensano con altre doti
gli uomini che pensano di far colpo coi soldi
le "k" al posto delle "c"
chi non sorride mai
smagliare i collant nuovi
chi non capisce, chi non coglie, chi non si sa adattare
le suonerie dei cellulari, la maggior parte
i deliri religiosi
il buonismo dettato da idiozia
rompere con qualcuno, causare tristezza
chi mi dice "cresci" senza poterselo permettere
i canditi

Solo un numero, e probabilmente sbagliato

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  • venerdì, 14 agosto 2009

    Packing up

    Hurry down the highway
    Hurry down the road
    Hurry past the people starin'
    Hurry hurry hurry hurry...
    Queen - Dead on Time

     

    Può bastare una settimana, una misera settimana, a ricaricarsi dagli ultimi mesi di angherie e stupri all'ego elargiti generosamente dal quotidiano film dell'orrore altrimenti noto come "la mia vita lavorativa"?

    La risposta è naturalmente "no, assolutamente no". Ma io domani sul mio aeroplanino per Amsterdam ci salgo lo stesso e, se l'astrazione geografica non risulterà bastevole, farò in modo da corroborarla con tutti i mezzi chimici a disposizione. Ho pure comprato due guide, una standard ...e una meno.
    Trattengo solo un po' di angoscia al pensiero di capitare di nuovo in un hotel con scale in stile olandese (all'incirca verticali), ma voglio essere ottimista.
     
    Dopo il mio pienone di Van Gogh, biciclette assassine, canali illuminati, donnine in vetrina e dildi spaziali, spero almeno di essere così stanca da non ricordarmi chi sono.
    Perchè a fuggire per davvero mi sa che ormai ho rinunciato.
    mercoledì, 17 giugno 2009

    Ramble On...

    Stamattina l'iPod mi ha proposto come prima track, estratta a caso tra migliaia di canzoni, Birthday dei Beatles.
    Proprio lei! Con Paul che canta che è il tuo compleanno e guarda caso è anche il suo! E ci divertiremo, e buon compleanno a te!
    La meravigliosa coincidenza, nel breve tragitto casa/fermata, mi aveva già indotta a creare una complessa visione di una bella jam session con McCartney, con me relegata all'air guitar e persa in estatica ammirazione del mio attempato idolo.
    Con un solo inconveniente: la sorte ha cannato giorno, perchè io e Paul compiamo gli anni domani, come ogni anno.

    E che anno! Sto per entrare nel regno del magico numero 27 e, se fossi una rock star, farei parecchia attenzione alle pillole che butto giù o all'alcool che ingollo, soprattutto in questo anno delicato.
    Ripensando a Brian Jones, sarei anche un po' schizzinosa sulla gente con cui decido di sguazzare in piscina.

    Non ho mai arpionato una Stratocaster con gli incisivi come Jimi, avrei sfigurato in un duetto con Janis, le tredicenni di tutto il mondo forse non si annoteranno mie citazioni sul diario come fanno con le poesie di Jim. Neanche a dirlo, non sono un'icona degli anni '90 come Kurt.
    E niente da fare, niente del genere mi accadrà.

    A porsi certi esemplari come modelli, del resto, c'è solo da restare sconsolati.
    Posso dire però che, al contrario delle fulgide stelle appena citate, non vedo per me rischi prossimi di sprofondamento in spirali autodistruttive. Il che potrà magari anche dispiacervi.

    Ammesso che mi trovi qui per una ragione, non sembro averla ancora trovata e quindi mi auguro che potrò proseguire lungo il sentiero ancora per un po'. Magari, strada facendo, un barlume di senso mi si mostrerà e, se non accadrà, almeno spero di divertirmi più di quanto non abbia fatto in passato.

    Scongiuri del caso a parte, a questi 27 calerò l'ancora per il canonico anno. Tra dodici mesi io e Paul partiremo verso nuovi lidi.


    Personalmente, però, contemplo una sosta più lunga al porto dei 29. Che dite, mi ci tengono un decennio o vengono ad affondarmi coi sottomarini nucleari?

    martedì, 19 maggio 2009

    (Don't) Stop Me Now

    Sarà un'idea banale e inflazionata sinchè volete, ma è vero: nella vita vale la pena di provare almeno una volta tutte le esperienze su cui riusciamo a mettere le mani, dal tango ucraino agli spiedini di locusta.
    Escludendo dal novero delle candidate le esperienze più grottesche e improponibili, infatti, provare cose nuove è cosa altamente salutare per il cervello e persino (e soprattutto) dalle brutte esperienze si può imparare qualcosa di utile.
    Detto questo, io non sono certo il più avventuroso e romanzesco dei personaggi, ma quando nella mia pigra gittata si rende disponibile una novità, per lo più mi ci imbarco.
     
    Non sono un'anima sportiva, ma possiedo un paio di rollerblade da circa una settimana. Sempre per l'infido teorema del "prova tutto una volta", l'esperienza di avere delle bucce di banana al posto dei piedi l'avevo già fatta con il pattinaggio sul ghiaccio - esperienza da cui ero prodigiosamente uscita con l'uso di tutti gli arti intatto. Non contenta, mi sono armata di pattini, protezioni e fiducia, pronta a umiliarmi nella promenade genovese, Corso Italia, di fronte alla cittadinanza tutta. Di domenica pomeriggio, quindi anche in grande stile.
     
    Convinta con l'inganno dal sempre infingardo compagno di merende, che mi ha fatto credere che "Ho comprato i pattini due anni fa e non li ho più usati" equivalesse a "Pattino da due anni", sono stata condotta come primissimo task giù da una scala. L'idea era far pratica in un giardinetto sul mare, prima di mettere a rischio l'incolumità di bambini e bassotti.
    Sono sopravvissuta fortunosamente alla discesa, aggrappandomi a ringhiere, tubature, Mercedes parcheggiate, lucertole distratte e qualunque arredo urbano fosse a portata di mano.
    Nel giardinetto, l'età media si aggirava sui nove anni e mezzo, o comunque una grandezza contenibile nelle dita delle mani. Da una parte, i bimbi più fighi giocavano a calcio e si lanciavano con gli skateboard, dall'altra circolavano i pattinatori, chiusi in un recinto a pascolare in tondo come capre lobotomizzate.
    Ho mangiato la polvere di bambine alte un metro e venti coi pattini rosa e una quattrenne infoiatissima sul triciclo di Hello Kitty mi ha doppiata senza nemmeno mettere la freccia.
     
    Riuscivo a procedere dignitosamente, però, e persino a cambiare terreno senza grossi inconvenienti, perchè dovete sapere che cambiare terreno sui rollerblade è una mossa perniciosa e potenzialmente suicida, specie se non padroneggi l'alzata dei piedi. L'unico problema è che, mentre ormai pensavo di aver raggiunto il massimo della mia preparazione autodidatta in 25 minuti, sono caduta come una pera matura scendendo da un marciapiede, schiantando al suolo l'unica parte del mio corpo non protetta e foderata. Il sedere. Non ho fatto tanto clamore, il sedere stesso ha impattato col cemento con un ovattato "Paff" pieno. Per dire, non si è nemmeno sentito un piccolo "Croc" dal mio osso sacro, e dire che deve averlo fatto, magari piano piano.
    Rattrappita alla stregua di un crostaceo morto, con gambette braccini e protezioni inutili, ho letteralmente detto "Un momento, mi serve il tempo per processare questo dolore affabulante" con un ampio sorriso da Vergine Addolorata, che è stato un modo nobile per risparmiare ai pupi e alle loro mamme una riga di bestemmie che avrebero fatto cadere dal cielo mezzo campionario paradisiaco tra santi e angeli e avrebbero senza dubbio fatto inciampare qualcuno. 
     
    Visto che ero in ballo, ho dato alle terga dolenti il tempo di riprendersi dallo shock e ho trovato le energie per fare il famigerato Corso Italia due volte avanti e indietro. E andavo che è una meraviglia. Un punto che devo ancora sviluppare è la questione del frenare: non sono assolutamente in grado di fare qualcosa più che irrigidirmi come un bambino col Pampers pieno e accennare uno spazzaneve fuori contesto, il cui effetto può anche risultare in una repentina accelerazione ed eventuale falciamento di animali al guinzaglio.
     
    Ho sviluppato e perfezionato una tattica per informare i passanti circa il pericolo imminente: dapprima ho iniziato con una frase elaborata del tipo "Attenzione signora, lei non ha idea del pericolo che corre a venirmi davanti", ma l'ultima parte era resa poco comprensibile dall'effetto Doppler. Ho tagliato in un "Faccia attenzione la prego". All'ultimo giro mi portavo avanti al grido di "MORTE!", ritenuto più conciso e, come si suol dire, straight to the point. Dall'altro lato, l'incerta e zoppicante metà alternava barbarici YAWP abbaiati ai bambini con informazioni infamanti sul mio conto del genere "Non sa frenare" con tanto di dito puntato al mio cranio.
     
    Dopo il mio remake domenicale low-cost di Speed, posso solo dire che sì, per la frenata ci attrezzeremo in futuro, ma che il prossimo week end - ad ogni buon conto - me ne andrò al mare.
     
    Dove come minimo mi ustionerò, o berrò da un secchiello con una medusa dentro. Messa lì da un bambino che ho risparmiato domenica.
    sabato, 16 maggio 2009

    Panda incattivita in cattività

    Qualcuno diceva che Dio non c'è, e che - se ci fosse - ci dovrebbe delle spiegazioni.
    In effetti, di un paio di delucidazioni oggi avrei bisogno, perchè credo di essere stata punita per la mia hybris automobilistica, per l'eccessivo compiacimento di prendere l'auto tutti i giorni per andare al lavoro e risparmiarmi quantità sinora impensate di tempo ogni giorno.
    Oggi la mia auto è rimasta intrappolata nel suo box. Nella sua celletta di alveare a cui non esiste altro accesso oltre a una massiccia anta di ferro basculante. Sua Basculanza non bascula a dovere. Si alza di un paio cm, giusto sufficienti per farci scivolare sotto un alluce (a quale scopo poi, non si sa). A impedirle di aprirsi, il sederone traditore della Panda.

    La tragedia si è consumata al rientro in ufficio quando, con una strafottenza che mi è nuova ma a cui mi sono abituata subito, sono uscita a un'ora vergognosa di casa già sapendo che l'auto mi avrebbe permesso di arrivare forse persino in anticipo.
    Afferro la maniglia, la tiro dando la consueta bella spinta (è assai pesante) e sento un inequivocabile rumore di lunotto che colpisce un portone di ferro con violenza. Un clangore sinistro, a cui per fortuna non è seguito l'altrettanto inequivocabile suono di lunotto che si frantuma in mille piccoli pezzi. Il garage ha però risuonato di imprecazioni e maledizioni così sconce e crasse da far arrossire un portuale.
    La Panda ha fatto moon walking. Ha fatto due o tre passetti all'indietro, nell'unica occasione in cui - ormai è evidente che si tratta di questo - ho scordato inserire il freno a mano. Non ha camminato tanto, ma abbastanza da ostruire l'apertura della porta e rendere impossibile ogni tentativo di forzatura.
    Il problema mi ha assillata tutto il giorno e, dopo aver fatto un passo veloce in garage nel cuore della notte per studiare meglio la situazione, ho elaborato il mio piano d'azione che - seguendo l'ipotesi più ottimista - potrebbe risultare nella mia istantanea decapitazione.
     
    Il piano richiederà un giorno di digiuno, due uomini robusti coattati tra gli amici, una scala e forse del lubrificante. Non c'è spazio per entrare da sotto la porta senza usare un incantesimo di Dungeons & Dragons. Persino una blatta avrebbe difficoltà, ma sopra, oh sì, in alto c'è spazio a sufficienza perchè un essere umano minuto possa passare dall'altra parte. Parliamo di una fessura di trenta centimetri a circa due metri d'altezza, di dimensioni variabili perchè collegate alla posizione di una porta estremamente instabile.
    Ho già pensato a tutto: gli omaccioni terranno ferma la porta per permettere alla fessura di restare aperta, io mi arrampicherò sulla porta, lascerò due costole sullo spigolo superiore, pregherò che la porta in questione non si sposti all'improvviso (tranciandomi di netto in due) e atterrerò aggraziata sul tetto della Panda. Una volta passata, sarà un gioco da ragazzi riportare l'infida quattroruote in una posizione consona e salvare la situazione.
    Tutto facilissimo, vero? Voglio dire, Ocean's Eleven mi fa - metaforicamente parlando - delle gran pippe, no?
     
    Spero solo che ricomporranno le mie spoglie in modo che sembrino ancora intere, perchè più che a un film con George Clooney sto pensando a una partita a Prince of Persia giocata da un ritardato.
    mercoledì, 29 aprile 2009

    The pros & cons

    La funzione delle ferie non è quella di farci riposare. Almeno, non è mai stato così per me. Al massimo, le ferie ti fanno il peeling alla scorzetta di smog che metti su cuore e sinapsi al lavoro, in modo da renderti al ritorno ancora più morbida e sensibile alle vessazioni d'ufficio.
    Sono ancora così rintronata che la mattina credo di svegliarmi nel cuore della notte (e improvvisamente mi riprendo in prima serata) e l'effetto benefico delle ferie è già bello che archiviato.
     
    Quello che le ferie fanno per me, piuttosto, è ricordarmi delle mie altre vite possibili, che talvolta fallisco di vedere nella quotidiana narcosi del binario lunedì-venerdì.
    La facilità con cui si scivola nella routine è allarmante.
    La disinvoltura con cui la mattina ti dici allo specchio "Questa non è la mia vita" e vai puntualmente a non-viverla ogni giorno è il vero pericolo.
    Andare via per un po' mi ricorda insomma sia quanto la mia situazione attuale sia per me intimamente poco accettabile, sia quanto girare il timone verso nuove rotte sia molto - e crescentemente - difficile.
    Posso solo augurarmi che qualcuno si trovi in una situazione analoga, in modo da non sentirmi la solita post-post-post-adolescente lagnona.
     
    Come sempre nei primi giorni successivi al rientro, progetto attivamente futuri diversi. So, per statistica, che probabilmente non se ne farà nulla neanche questa volta, ma non mi impedisco di sognare. Tra i futuri possibili che la mia attuale situazione rende quasi attuabili e desiderabili c'è senz'altro una almeno temporanea permanenza in Canada. Mentre l'insofferenza verso il paese natale si fa fastidiosa come un prurito cronico (ormai non leggo con molto interesse neanche i pezzi più riusciti di critica politica e satira), l'appeal di un paese diverso e lontano si fa particolarmente allettante.
    Non cerco la perfezione o la pace dei sensi, ma sarei pronta a tollerare fastidi diversi, che mi pungolino in punti diversi. Che il logorio della vita moderna si concentri su altre aree, diciamo. Basta che ci sia un qualche cambiamento, meglio se drastico.
     
    Sono ovviamente consapevole del fatto che trovare invitante un paese che visiti in vacanza sia sin troppo facile, e lo metto in conto. 
    In Canada fa più freddo che qui, non c'è la focaccia, non c'è l'Estathé.
    La valuta locale ha un valore assimilabile ai pesos.
    A Vancouver, in particolare, è pieno di cinesi impazziti che guidano inopinatamente SUV che non sono in grado di governare.
    Le regole della strada sono oltremodo curiose. I parcheggi costano un botto, la polizia stradale è particolarmente anale e gli autobus non sono sempre d'aiuto.
    Le distanze da coprire sono notevoli e, Seattle a parte, tutto intorno sono orsi, alberi e neve sin dove lo sguardo si perde. Orsi o Sarah Palin che guarda la Russia, che è peggio.
    In generale, Vancouver è - poeticamente parlando - in culo al mondo, a variabilmente due o tre voli di distanza da casa - non il massimo per una che ha paura di volare. A nove ore di fuso dal resto della mia vita, dalla maggior parte delle persone a cui tengo.
     
    C'è da dire che è a relativamente poche ore di volo da qualunque punto degli Stati Uniti. E' più vicina al Giappone. Ha regole sull'immigrazione sufficientemente selettive da rendere il melting pot culturale più del tipo "interessante e stimolante" che del tipo "criminalità & degrado".
    C'è aria pulita, alberi, prati e fiori a non finire. La gente è sinceramente gentile e cordiale (per chi vive a Genova, questo risulta particolarmente stupefacente). Fare della sana vita all'aria aperta sembra un'opzione non suicida.
    Ci girano un sacco di film e ho pure qualche aggancio nel settore. E' una città nuova e rifinita, mentre in Italia siamo circondati da vecchiume mal conservato.
    La tecnologia è al passo con i tempi, invece di andar loro dietro correndo e ansimando. Anche se è un pensiero precoce, non avrei dubbi su quale sarebbe il posto in cui preferirei crescere dei bambini - che è comunque indicativo di qualcosa.
     
    La lista dei pros & cons potrebbe continuare a lungo, e resterebbe di fondo sempre quel braccio di ferro emotivo di me stessa contro me stessa, la bilancia di affetti, valori e progetti che non riesce mai ad assestarsi. Non ho idea di che cosa finirò col fare. Davvero. Impasse totale.
     
    Sfogo i miei disordini interiori progettando almeno il mio prossimo viaggio estivo e sfogliando le mie miglia aeree come se fossero banconote fruscianti. Senza sapere bene ancora se avrò i soldi per farlo, ho fatto un piano di volo di quelli favolosi, con tappa a NYC (il mio immeritato culo mi garantirebbe un soggiorno gratis) e a San Francisco (le mie meritate miglia mi garantirebbero un volo gratis), e viaggi su fantastici aeromobili di cui so già a memoria le statistiche degli incidenti. Il viaggio mi lascerebbe anche qualche giorno non in volo.
     
    Solo vedere l'itinerario abbozzato su Expedia mi fa stare un po' meglio e mi rende più bendisposta a tollerare il pugnetto sulla scrivania del capetto impettito che fa i capricci a breve distanza. Per almeno cinque minuti, prima di ricominciare a lavorare alacremente alla mia ulcera gastrica.
    mercoledì, 14 gennaio 2009

    Vedi un po' di luce in fondo alla quotidiana rottura lavorativa solo quando finalmente fissi le ferie.
    E quando l'e-ticket della KLM nella tua casella di posta annuncia che tra non troppo volerai verso Vancouver e la mammina di nuovo.
    E quando il suddetto e-ticket, dopo due fantasiose esperienze alternative, prevede uno scalo solo e non progetta di farti prendere curiosi mini-voli da Seattle (non fateli mai!) o fare pallosissime fermate a Detroit dopo voli birichini e danzerecci.

    Mi concedo un garbato sogghigno di soddisfazione.
    giovedì, 27 novembre 2008

    Posto che con questo vento credo non sia necessario l'aereo per arrivare a Londra, ma è forse sufficiente mettersi sulla pista del nostro infausto aeroporto in posizione aerodinamica, vi saluto per qualche breve e rosicchiato momento di relax e congelamento in terra anglosassone.

    Che Iddio preservi le mie finanze e mantenga il mio sangue allo stato liquido.

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (2)
    categorie: viaggi, progetti, londra
    martedì, 04 novembre 2008

    Disquisizioni forbite su lasagne finite

    Il mio modo di reagire ai prodromi dell’inverno (qualcuno li chiamerebbe semplicemente “autunno”) è mettere lo scaldaletto sul materasso, tirare fuori i cappotti caldi (e sentire ogni anno, inspiegabilmente, il bisogno di comprarne uno nuovo) e, finalmente, riaccendere i fornelli di casa.
     
    Ogni tarda primavera, il calore mi porta ad archiviare il ferro da stiro e la cucina: mi accontento di razzolare in magliette spiegazzate a caccia di gelati nel freezer per qualche mese, almeno sinché la malnutrizione e i bucati a valanga non mi persuadono a più equilibrate abitudini. Oltre ad aver stirato più di quanto molta gente faccia in tutta la vita, nell’ultima settimana mi sono messa a produrre lasagne a nastro.
    Cosa ispira calduccio domestico meglio di un litro di besciamella cremosa, in cui annegare strati e strati di lasagne, pesto e parmigiano? Cosa ti fa capire meglio quanto sei felice che la giornata sia finita del “Ding!” del forno, mentre il profumino già si diffonde per casa?
    Qualcuno potrebbe rabbrividire, nello scoprire la mia casalinga di Voghera interiore, io invece sono sorpresa e deliziata che delle piccole scemenze del genere possano fare tanto per l’umore.
     
    Avere teglie di lasagne per casa implica però sempre l’annoso problema detto “la linea del tabù” o “la linea della vergogna” e che credo sia un concetto generalmente riconoscibile in tutto il mondo occidentale.
     
    La linea della vergogna è il principio su cui si basa un processo di lenta e implacabile erosione di ogni cibo affettabile o “porzionabile” e che è causato dalla compulsione, senz’altro ascrivibile a doveri morali, a livellare il cibo in questione, qualora il bordo risultasse deprecabilmente asimmetrico.
     
    Cioè quando qualcuno si taglia una piccola, nana fettina ipocrita di lasagne/torta/formaggio stagionato e crea un’antiestetica situazione di instabilità che qualcun altro (il processo può essere antagonistico e collettivo) o il soggetto stesso (in questo caso il soggetto si farà carico anche del ruolo di avversario e punitore) provvederà a stabilizzare tagliando a sua volta un’altra fettina.
    Oltre alla versione base, quella “in compresenza”, c’è la linea della vergogna furtiva, in cui diversi soggetti – credendosi l’uno all’insaputa dell’altro – riescono ad erodere la linea di svariati centimetri nel corso di brevi incursioni segrete.
     
    Di solito è un processo ricorsivo e autoalimentato: all’urlo di “e mi lasci quella fetta lì da sola” possono scomparire intere distese di cibo. Un caso speciale è quello dei salumi affettati, in cui qualcuno di solito si sobbarca il dovere di terminare uno strato di fettine di Parma, per lasciare libero accesso agli strati sottostanti.
     
    La linea della vergogna è additata tra le cause della crescente obesità nei paesi occidentali.
     
    Altre varianti:
    - Un pattern “linea della vergogna” di tipo furtivo, se sbilanciato a favore di un soggetto solo, diventa invece il più irritante “e che cacchio hai lasciato il pacco con DUE biscotti dentro”, certo più dietetico ma potenzialmente foriero di litigi, recriminazioni e in certi casi divorzi.
    Corollario: l’incarto della tavoletta di cioccolato nella credenza di solito contiene, sempre a tua insaputa, nemmeno un blocchetto, ma mezzo (tagliato con un coltello o direttamente morsicato), rigorosamente rincartato per creare illusione di pienezza.
    - Sottotipo distruttivo: per perseguire i propri insani propositi (mangiare facendolo sembrare un “dovere”) si arriva a far assumere ai cibi forme lontane da quella originaria. Ho visto formaggi limati sino a diventare sfere che avrebbero reso Giotto invidioso e torte sacher diminuire di raggio e spessore sino a sembrare gli avanzi di una festa di compleanno per gnomi.
     
     
    Insomma è con l’augurio che la tenera metà non abbia fatto incursioni notturne sulle mie lasagne che mi preparo a una serata di svacco mangiante, calzini morbidi e elezioni americane a manetta sino allo svenimento.
     
    Life can’t get much better than this.
    giovedì, 18 settembre 2008

    Ora, non che abbia molto da giustificarmi perchè i Floyd sono un vecchio amore, solo mi dispiace che l'occasione per un ritorno di fiamma così violento sia proprio la morte di uno di loro.

    Ma ho deciso che bandirò i sensi di colpa e, quando sti capelli maledetti saranno asciutti, mi prenderò le mie cuffione giganti, me le appiccicherò alla orecchie, e mi sparerò - per forse la millesima volta - tutto il lato oscuro della luna su per le orecchie, sempre con la stessa meraviglia di quando avevo 13 anni.

    Anche se forse allora non pensavo a fare delle scopate cosmiche sulle note di Breathe.

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (5)
    categorie: musica, progetti, sesso
    lunedì, 08 settembre 2008

    La vita è un film. Anzi no.

    Un topos frequente e conosciuto di tantissimi filmetti (soprattutto anni ’90) è la scena in cui i protagonisti rinnovano una stanza, o tutta la casa, dipingendo allegramente i muri.
    Queste scene si compongono di alcuni ingredienti fissi in miscela variabile, ma sono quasi sempre presenti una vecchia salopette e una ragazza con una canottiera da uomo. Bianca.
    Solitamente la scena è montata in una sequenza musicale e, nell’arco di un minuto, possiamo osservare una completa mutazione che trasformerà una stanzetta vecchia e squallida in un angolo trendy e rifinito di mondo. Un lavoro perfetto, svoltosi nonostante i protagonisti abbiano passato la maggior parte del tempo a schizzarsi di pittura/ridere/fare balletti/scopare tra i barattoli.
     
    Lasciate, miei ingenui lettori, che vi redarguisca: nella vita vera, questo non succede. Dite che non siete ingenui e lo sapevate già? Ok, buon pro vi faccia, ma io – invece – coltivavo ancora la tenue speranza che dipingere camera mia fosse un’operazione priva di connotati tragici.
     
    L’epopea casalinga invece si trascina da Maggio. Una bella domenica di primavera mi sono svegliata e, colta dal sempreverde pensiero che i parati vecchi rendevano la stanza un autentico cesso, ho iniziato a spiluccare i parati medesimi con le unghiette.
    La giornata è terminata con me su una sedia che spruzzavo i muri con l’acqua per ammorbidire la colla e strappavo selvaggiamente i vecchi fogli beige-morte, per farli impilare in un mucchietto ai miei piedi. Dopo il raptus, ripulivo tutto e riappendevo quadri e poster, cercando di far finta che la stanza non sembrasse un cadavere mutilato e spoglio, coi muri grigio-rosa coperti da brandelli di parati.
    Un mese dopo, si fa strada l’idea di ridipingerla, perché lo spettacolo è ormai insostenibile allo sguardo. Qualche ora più tardi e qualche decina di euro dopo, rifornisco la casa di due barattoloni di pittura bianca, due bei rulli spumosi, secchi e pennelli nuovi di zecca, tanti teli per coprire i mobili e il pavimento. Metto tutto a stagionare in dispensa.
    Nelle settimane successive, dando alla cosa alto carattere occasionale, io e il concubino iniziamo a dare lo stucco in giro per i muri.
    In un impeto rarissimo di voglia di fare, togliamo tutti i mobili dalla stanza e trasferiamo il lettone, un abominio da quasi 2 metri x 2 metri, nella mia precedente cameretta. Il letto occupa quasi interamente la già scarsa superficie libera ed è da Giugno, appunto, che per andare a dormire devo fare un tuffo carpiato dal corridoio, sperando di centrare il letto e non l’interstizio tra letto e scrivania, dove l’impatto sarebbe comunque attutito dalla fodera di magliette sparse del fidanzato.
    La camera grande resta spoglia e ricoperta dai teli, che danno un che di lattiginoso all’aria.
    A Luglio me ne vado in Canada per una settimana e, al mio ritorno, il coinquilino non autorizzato ha con mia grande sorpresa fatto metà del lavoro, forse approfittando della mia propizia assenza.
    Il lavoro comunque, bisognoso di passata ai soffitti e di una seconda mano, resta incompiuto per due mesi e per terra troneggiano i relitti biancastri della prima mano: cappellini di carta, barattoli vuoti, pennelli secchi… che nessuno tocca per una sorta di timore superstizioso.
     
    Nelle molte settimane successive, casa resta un cantiere, con i pezzi del mio letto sparsi tra ingresso e salotto, armadi inaccessibili e un pervasivo senso di disordine che lentamente di impossessa anche della mia mente.
     
    A seguito di litigi inauditi, minacce, ricatti e manipolazioni, ieri il cantiere riapre. Non ci fosse finita la pittura, avremmo pure finito ma intanto, se manteniamo la voglia di fare un pochino più a lungo, siamo molto più vicini alla meta di prima.
    Dipingere è stata una zozza, zozza attività. La maglietta da uomo me la sono messa anche io, come nei film, ma solo perché non volevo sporcare le mie. Impresentabile con tuta Adidas del Pleistocene, sacchetti ai piedi e cappellino cartaceo sui capelli raccolti, mi sono dilettata con rulli e pennelli, mentre una pioggerella di bianco fresco scendeva a spruzzi dai soffitti.
    E’ stato orribile. E non c’era neanche un po’ di musica per far finta di essere in un filmetto.
     
    L’idea di spogliarci e rotolarci tra i barattoli mi è balenata in testa, ma l’ho scartata pensando a tutto il casino che avrei dovuto pulire dopo (i film non lo mostrano mai) e allo psichiatra che avrei dovuto pagare per il bimbo del dirimpettaio, in assenza di tende.
     
    Mentre non è affatto assicurato che camera mia sarà pronta prima del week end, un fatto certo è che aver giocato a Warcraft III (NON World of Warcraft eh) nell’ultima settimana ha decisamente fatto perdere spessore alla mia prospettiva circa i lavori manuali. Selezioni il peone ubbidiente e, se hai i materiali necessari, basta che clicchi. E lui bravo bravo e senza lamentarsi ti costruisce casette, castelli, torri, fucine… Quanto ci metterebbe lui a dipingermi la camera? Una manciata di secondi.
     
    E’ vero che il mio peone domestico non è così efficiente, ma almeno mi coccola bene.