In circostanze mentali su cui non voglio soffermarmi ora, ho visitato il museo Coster dei diamanti - esperienza simpatica se si hanno 40-50 minuti da ammazzare, ma le visite più divertenti sono probabilmente state quelle al capitolo olandese del Museo di Madame Tussaud e ad Artis, il gigantesco complesso verdeggiante che ospita l'antico zoo di Amsterdam, nella talvolta trascurata zona Est della città.
Capisci che sei cresciuto un po' quando le frasi che senti e le situazioni in cui ti trovi ti fanno pensare sinistramente "questo mi ricorda proprio qualcosa..." sempre più spesso.
E non è solo per il fatto che le situazioni tendono davvero a riproporsi ciclicamente (per vedere questi cicli una vita più lunga aiuta sempre) e che le persone si comportano seguendo pattern più o meno già visti. Secondo me una parte della spiegazione risiede invece nel fatto che cambiamo noi e si inaridisce la nostra disponibilità a farci sorprendere, ad arrischiarci in territori nuovi. Ci perdiamo un sacco di gioie per risparmiarci un po' di noie.
E' molto meglio, si pensa, aggrapparsi a quello che conosciamo e riconosciamo, e smussare gli angoli di incertezza con una cazzuolata di pregiudizi. Vedere quello che vogliamo e semplicemente ignorare le prove contrarie: poco scientifico, molto efficace e più semplice. Verso le complicazioni, del resto, sviluppo allergie nuove ogni mese.
E però..
Eh.
Ero al punto in cui nemmeno la musica riusciva a defibrillarmi verso un umore migliore, ma laddove i Pink Floyd non sono riusciti, Facebook è stato alla base di un successone.
Ci sono poche inalienabili verità che riguardano Facebook:
1. nessuno ammette di aver creato un account di propria sponte, ma sempre e solo se trascinato in catene da qualche amico entusiasta, che a sua volta nega.
2. è più carino di My Space e in qualche strano senso più maturo (anche se spesso solo anagraficamente)
3. è più reale e più personale; mentre da un lato puoi postare foto imbarazzanti, vecchie, assurde, dall’altro puoi decidere più o meno esattamente chi le vedrà.
Credo che FB sia nato soprattutto per rimettere in contatto vecchi amici (e far loro dimenticare, nella gioia del ritrovamento, perché non si era più amici) e vecchi compagni di scuola, oltre che come bacheca di frustrazioni lavorative, dubbi esistenziali, commenti un po’ witty e un po’ perky sulla giornata in corso.
Il fine più simpatico per cui ho usato Facebook sinora è stato di farmi ritrovare i miei compagni delle medie, una buona porzione di loro, e di iniziare un processo delirante di riesumazione di ricordi collettiva, alimentato da fotografie che continuano a fare la loro comparsa, scan dei giornalini di classe, pagine di diario e bigliettini.
Sono emerse preziose chicche del passato, tra cui brilla una maldestra lezione di educazione sessuale della nostra insegnante ipertiroidea di mate che spiego a noi pargoli esterrefatti che alle donne, quando provano piacere, si contraggono gli alluci. In poche parole e senza saperlo, marchiò un'intera classe a vita.
Il risultato, in queste ultime settimane, sono stati piacevoli momenti passati con il sorriso sulle labbra (abusivamente in ufficio) a ridere e commentare insieme quei lontani tempi un po’ sfigatini di mezza vita fa, in anni in cui a 13 anni si era davvero ancora bambini, in cui i fidanzatini non osavano neanche tenersi per mano e in cui anche il più “hot” dei rapporti era un’amicizia puramente platonica.
Sabato abbiamo deciso di incontrarci alla spicciolata, una manciatella di noi, ed è stata una delle serate più simpatiche dell’anno, superato il trauma di vedersi per la prima volta dopo 13 anni di licei, università, lavori, relazioni ed esperienze di vita assortite.
Non avrei riconosciuto la metà di loro neanche sforzandomi e, mi auguro, non sarei stata riconosciuta a mia volta, dopo aver imparato negli anni a tenere i miei capelli sotto controllo, a sfoltire le sopracciglia, a truccarmi senza tracciare righe da Nefertiti ai lati degli occhi e a evitare tutto un range di capi di abbigliamento che spazia dalle tute di felpa alle minigonne che si aprono con una zip, passando per ogni sorta di nequizia anni ’90.
E’ incredibile come il contesto abbia permesso a noi ventiseienni di piegare la nostra età in due come un foglio e regredire istantaneamente ai tredici anni: a parte qualche pausa per prendere fiato, non ho praticamente mai smesso di ridere.
E di ridere come una bambina cretina per giunta, mentre scoprivamo insieme rivelazioni sconvolgenti, come il fatto che nessuno di noi ha mai davvero limonato prima del liceo (nonostante circolassero le voci e le congetture più sfrenate) e mentre venivano alla luce le tante tenere ingenuità delle nostre vite pre-teen, commentate con la malizia accumulata negli anni successivi (specie la mia, che già all’epoca era sopra le righe…).
Che dire, è una settimana che mi alzo la mattina e vado in ufficio con l’idea di usare specifiche cervella altrui come Mocio per pavimenti, una settimana che mi sento nervosa e nevrotica e maledico la mia incrollabile sanità mentale perché, a volte, impazzire sarebbe un ottimo modo per far passare i periodi cupi.
In mancanza dell’ambito attacco psicotico che ancora si fa attendere, ho intanto scoperto che tirare sino alle 4 senza accorgersene, in preda a un riso convulso, incontrollabile e infantile, è un ottimo rimedio casalingo.
Un piccolo lusso che puoi sempre permetterti.
Se hai Facebook :p
Nota: l’ultima riga del post era sponsorizzata dal comitato “Porta anche tu una Ale lurkatrice su Facebook”.
Dare sempre agli altri dei deficienti è una scorciatoia facile, piacevole e autoassolutoria per capire in ogni momento che cosa non sta andando bene. C'è sempre qualcuno a cui dare la colpa, qualche neurone (rigorosamente altrui) malfunzionante che può accollarsi la responsabilità di un grosso casino.
E' anche un atto di indubbia arroganza però, da evitare se possibile; preferisco provare a coltivare la nobile arte dell'autocritica - con qualche difficoltà ovviamente - per rovesciare la prospettiva e vedere se per caso qualche colpa non può essere addossata a me.
Ci provo disperatamente.
Ma ci sono momenti, in questo cazzo di lavoro, in cui mi trovo di fronte a casi di pura, limpida e cristallina idiozia. E l'idiozia, specie quella deliberata, mi fa sbarellare, mi colma di rabbia quasi omicida.
Come si fa a guardare e passare oltre poi, quando "l'oltre" è costituito da un'altra schiera di imbecilli?
A questo mondo, ogni volta che trovi qualcuno che capisce esattamente quello che dici, secondo me te lo devi tenere stretto.
A volte sospetto davvero di essere da rinchiudere. Un momento sto giù tutta emosuicidaselfindulgent e l'altro mi animo di amore cosmico e voglia di fare infinita. Cioè, cara Silvia, smettila, sparati per piacere, mi confondi, non so come prenderti... Insomma non so chi sia responsabile di tutti sti assurdi cambiamenti di umore, ma se sei là fuori per piacere basta.
Il pensiero positivo della serata è che devo liberarmi testè delle strane bias del mio giudizio in merito ad arte, musica e affini. Avete mai provato ad autoanalizzare le vostre opinioni e trovarvi alla base delle singolari quanto inossidabili convinzioni che si trovano lì senza una ragione specifica? Come avere un rubinetto in salotto da così tanto che non noti nemmeno che hai.. un rubinetto nel salotto! Beh, di questi detriti idioti ho la mente sovraccarica ed è mia speranza farne piazza pulita.
Per fare un esempio, la mia testa in un grosso numero di casi si rifiuta di registrare come arte/artista/creatività qualcosa che non risponda a certi canoni di età, ad esempio, fama, grandezza, originalità, appartenenza a una certa corrente... Giuro che non lo faccio apposta ma se uno mi dice che è un'artista la prima cosa che penso è "Pfff", per fare un esempio. Come dire: non sei morto o famoso, ricco, vestito in modo strano chessò, maledetto, drogato etc? Allora non hai i requisiti! Folle eh...
Guardo con diffidenza alla musica nuova o anche solo recente, mi crogiolo nella musica dei 60/70, soprattutto, con un autcompiacimento odioso. Il bello è che se mi lascio andare e ascolto alcuni consigli in materia poi trovo cose che mi piacciono anche. Mi ci vuole un periodo incubatorio, metabolizzazione, sospensione dello scetticismo... ma alla fine sono in grado di appassionarmi, pur con la mia eterna, ormai quasi mitologica, fittizia e fantasiosa nostalgia del rock and roll (un rock and roll che vive tutto nella mia testa probabilmente).... Ma di base rimango un monolito irritante.
In quanto all'arte e alla creatività in genere, ho questa sorta di assioma che recita che qualunque cosa veda/senta che sarei in grado di concepire, realizzare, suonare non conta come arte o cosa effettivamente creativa. Come ad escludere a priori che in senso artistico/creativo sono un essere vuoto e senza un beato cazzo da dire. E dopo anni e anni pensando questo, beh, temo di averlo fatto accadere davvero. Rendere vera una cosa per il solo fatto di crederci... Altra follia. Spero non sia troppo tardi e che un giorno riesca ad esprimere qualcosa di buono che possa avere un valore *almeno almeno* ai miei occhi. Sino ad allora continuerò a disprezzarmi come al solito.
Per riassumere: cose nuove = male e cose mie = brutte. Belle forme mentali che ho...
Altra spazzatura da mandare al macero, i limiti strani. L'idea che non posso essere e fare quello che voglio, comportarmi come vorrei, vestirmi come vorrei, dire quello che penso, cristo persino andare a un concerto e sentirmi a mio agio, smetterla di guardare ogni ragazza come se fosse infinitamente più bella e interessante di me, dire cose sgradevoli quando le penso invece di vomitarle dopo in forma Malvagia +1, dire di NO ogni tanto invece di piegarmi a tutto che poi non ci riesco bene e faccio male al prossimo... Ok, era messo in un ordine un po' tanto random ma il punto è lo stesso: c'è uno strano modello che alberga nei miei lobi frontali che mi detta, mi IMPONE ciò che è giusto che sia e non sia, ciò che posso e non posso fare. In base al NULLA, in base a NESSUNISSIMA limitazione effettiva. A questo modello di solito attribuisco la forma di un Nano Maligno. E dio se lo voglio uccidere il bastardo...
Ottimo, non ho idea se quello che ho scritto abbia un senso o un'utilità per altri che me stessa. Ma oggi me ne batterò le palle. Anche delle parolacce.
Vi capita mai di pensare, chessò, al ristorante, cose come "Nooo basta prendere la solita roba, ora mettiamoci d'impegno e scegliamo qualcosa di NUOVO e inaudito che mi faccia fremere le papille in un singulto orgasmico!"? Allora acchiappi il menu e con occhio critico sondi tutte le alternative alla tua cena tipica, più una cosa suona sconosciuta più ci attira.
Dopo cinque minuti, noti che hai già ristretto il tuo campo di scelta a cose che - con crescente dejavu - avevi già selezionato la volta prima colta dalla stessa frenesia di novità. A quota 7 minuti lo spirito avventuroso è già scemato del 50%. Cominci a porti problemi pratici.. e se non mi piace? buh, costa troppo? Dopo dieci minuti, piccola Indiana Jones gastronomica, ci rinunci e ordini la stessa precisa cosa che ordini sempre. Per fare un esempio cheapissimo, domenica scorsa ho impiegato 11 minuti e mezzo a decidere cosa ordinare da Mc Donald's (si, in un FAST FOOD) e poi, caduta dal banano, ho detto "Uhm, si un Big Mac". Ma in testa ho ancora l'idea di tutti gli altri panozzi che non prendo mai...
Nei ristoranti veri è anche peggio e in più si aggiunge una costante situazionale: non riuscirai MAI a ordinare le cose fiche che vedi ai tavoli degli altri. MAI. E via ripiegare su territori ben noti e confortevoli..
Non so, a volte anche se decido per la solita roba ma ci arrivo via lunghi e tortuosi ragionamenti, sono lo stesso contenta per la scelta. E' lo stesso pulcioso e buonissimo BigMac che mangi sempre.. MA ci hai pensato e per un po' ti sembra una cosa con un suo perchè. E dopo un po' ti ingrugni di nuovo, ripromettentoti *la prossima volta* di essere meno ovvia...
Mi chiedo se non sia lo stesso per certi cronici insistenti pattern della nostra vita. Ovvio, ci sono casi in cui cambiare è necessario, se il risultato dei nostri comportamenti sistematici ci porta all'infelicità.. ma in tanti casi sospetto che certi impeti alla stranezza non siano che modi transitori di ritornare a percorsi più familiari, modi di confermare a noi stessi che certe nostre costanti sono tali per una ragione e che in fondo non sono tanto male.
Ho un NETTISSIMO sospetto in tal senso, per quanto riguarda me stessa. Ma devo ancora capire se la via vecchia era buona o se sono davvero alla caccia di un'esotica nuova pietanza... Intanto tengo duro.
Dovete avere pazienza, in sti giorni ho pensieri frammentari. Tornerò ai polpettoni illeggibili asap. Il pensiero di due minuti fa, mentre rassettavo camera mia, è che confermo tutto quello che ho sempre pensato sul dolore. Il dolore vero non è il trauma. E' il fottutissimo lungo periodo. Quando il tuo cervello comincia a processare per bene tutte le declinazioni dell'accaduto. Succede con le perdite, succede coi break up. E a volte ritornano, anche quando pensi siano sentimenti morti e sepolti, e tornano con un'intensità che manco fosse successo ieri. Come un pugno nello stomaco. Un esempio: stavo scovando in fondo a un sacchetto e ne ho estratto la mia vecchia sacca violetto di dadi di Dungeons & dragons. Prima ancora di capire razionalmente perchè, stavo piangendo. Il tempo non aggiusta, offusca pietosamente. E meno male che non spolveriamo tutti i giorni.
Intanto vado a vedere se dalla mia libreria emerge un altro Pikachu redivivo, parlando di cose dimenticate...
Mai giocato ai Sims? Quando ti rompi le scatole di vederli dormire, dar fuoco alla cucina, litigare tra loro e fissare il vuoto puoi mettere lo scorrimento veloce sinchè non arriva un momento più interessante. Che poi è anche la morale di quel filmetto, Click (sono l'unica che è riuscita a piangere guardandolo, correlandolo coi suoi cazzi e mazzi problematici).
Voglio che i miei lividi e le mie ammaccature guariscano subito. Castarmi un "Cure V" come su Final Fantasy. Voglio essere sentimentalmente serena, sessualmente appagata, socialmente felice. Voglio piacermi di nuovo, sentirmi voluta. Voglio un bel lavoro in cui mi paghino anche. Ora. I want it all and i want it now. Ho una gran voglia di forzare le cose, di abortire un po' di gioia anzitempo. Di togliere il cellulare dalla carica dopo 5 minuti e vedere per quanto ci vado avanti lo stesso, anche se 5 minuti fa era scarico e morto.
Voglio usare il tastino magico sino al momento in cui mi spunterà un po' di pazienza, almeno.
Mi è stata oggi mossa dal mio peggiore amico la critica che, mentre quando mi lagno di abissali emoproblemi e performo cupe riflessioni sul passato e il futuro gli sono abbastanza di sollazzo, proprio nei post che scrivo quando un occasionale buon umore mi colpisce risulto odiosa, cinica e insopportabile.
Ebbene, mi sentivo in dovere (non certo per lui che può anche andare a farsi un semicupio nella salsa tartara) di precisare il mio personale punto di vista sui post "cinici" sulla vita quotidiana, che temo per voi troverete a frotte in futuro. Non dovete leggere oltre se non volete, sono solo un paio di oziose riflessioni sul perchè scrivo e perchè lo faccio così.
Sono lunatica, un po' bipolare, complessata e incline alla riflessione e alla (auto)critica. E amo il mondo, amo essere viva e avere facoltà di pensiero. Cerco di darlo a vedere poco che su una tizia tacciata di essere emo figura male, ma davvero: trovo la vita quotidiana un ambito quasi commovente, un terreno fertilissimo di riflessioni. E' solo attraverso gli altri che possiamo sperare di conoscere noi stessi, secondo me, come tante sfaccettature di uno specchio rotto, in cui la nostra immagine sfuggente sparisce da un frammento e spunta in un altro. E' anche un concetto ormai così classico da essere logoro, in filosofia: senza gli altri non ci sono io, nessuna unità senza la molteplicità. E il senso complessivo del tutto è stato sparso come una manciata di semi sul mondo, quindi può essere trovato ovunque. Anche all'Ikea, per dire. Non c'è bisogno di contesti eccezionali per cercare di dipanare la matassa del senso delle cose, ogni momento può offire begli spunti per aumentare la nostra comprensione.
Penso che noi esseri umani siamo tutti più o meno simili, nel profondo: abbiamo gli stessi bisogni, gli stessi sensi, gli stessi dubbi. Ne siamo consapevoli con intensità diversa forse, ma passiamo le nostre vite trying to make some sense of it all, a modo nostro. Cerco negli altri buone idee per affrontare le mie, di rogne, e se ironizzo è quasi sempre con affetto, non per cinismo fine a se stesso.
Vi chiederete che c'entri tutto questo con descrizioni della gara ai parcheggi, la critica ai vizi altrui, le gite domenicali a guardare le famiglie. Forse non sono abbastanza brava da farlo trasparire, ancora, ma è sempre questa la mia idea: una piccola "epica della vita quotidiana" che con le sue piccole miserie e i suoi trionfi costella la maggior parte delle nostre esistenze, a cui tutti più o meno possiamo rapportarci per capire che non siamo così diversi come le differenze superficiali possono suggerire. E possibilmente volerci più bene, o odiarci un po' meno. O imparare che fregare un parcheggio è una cosa meschina e crudele, anche se siamo tentati di farlo. Una cosa in senso molto lato cristiana, nel senso di voler imparare a non imporre al prossimo i comportamenti spiacevoli che il prossimo impone a volte a noi.
Non lo so, miei tre o quattro lettori, ma coi miei limitati mezzucci linguistici e mentali ho in mente una sorta di progetto etico/sociale di studio e comprensione del prossimo, e quindi di me stessa. Ed è anche un'imbastitura di progetto di vita, qualunque lavoro dovessi trovare in futuro. Visto che la cosa in sé può suonare noiosa, consentitemi due note ironiche ogni tanto (la vera comicità in materia la lascio alla Litti che nel suo genere eccelle).
Una cosa, appunto, che ho letto in un suo libro ieri mi ha quasi commossa sia per il fatto che l'abbia notata e che non abbia avuto paura di spararla lì. Diceva quanto è bello il profumino d'arrosto per le scale. Non ha specificato tempi e modi, ma ho subito capito a cosa si riferiva. Ricordi di arrosti, frittatone, minestroni profumosi per le scale del mio palazzo...ritorni da giornate di scuola... fame, stanchezza, la certezza che non venivano mai da casa mia. E mi ha fatta sorridere, e sentire un po' più vicina al prossimo.