About me, more or less

Utente: Shulypoo
Cromosoma XX, personalità indecisa e dubbiosa, amante dell'autoerotismo mentale, della musica rock, del sushi, degli anfibi e degli orsetti del cuore.

L'erotismo mi piace e lo vedo in tante cose. Forse ve ne accorgerete, ma non scambiatemi per ammiccante, ve ne prego.

Ripresami dalle mie brume esistenziali post laurea e dai vaneggiamenti matrimoniali, sono ora un'improbabile business woman con parecchi issues. Ma che questo non mi identifichi in alcun modo, vi prego. Aspirante groupie, passerei volentieri la vita a sperarla diversa.
Odio mordermi le guance. Ma proprio tantissimo.

Handle with care, perchè mi affeziono anche al cartone del latte e sono permalosissima.

Geeky, nerdy, plastic fantastic, the one you'll never need.
Amen.

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Mi rallegrano e compiacciono cose tipo...

svegliarmi e ricordarmi che posso dormire
le chitarre elettriche
il junk food, il sushi e il cibo indiano. Ma anche tutto il resto.
il piumino calduccio
l'umorismo surreale
le culotte
non reggermi in bus e far finta di fare surf
leggere i libri in una botta sola
i cavalieri dello zodiaco
la musicalità
le t-shirt buffe e witty
i calzini a strisce
chi è colto e non lo fa pesare
il ponte di chiatte al Porto Antico di Genova
il mio albero di natale
chi capisce al volo
i regali inattesi
le coccole sotto il piumino
questa faccina ":3" e questa ">.>;"
Londra
la lingua inglese
l'eccitazione
capire improvvisamente qualcosa
la novità
le pernacchie sulla pancia
la varietà linguistica
le cose pucciose e superdeformed
il cambiamento
ascoltare musica di notte
la sottigliezza
le opinioni decise ma non ostinate
comportarmi in modo inappropriato
sapere le cose senza Google
la gente easy going
le seghe mentali un po' costruttive
fare pace
i vecchi vinili
chi non serba rancore
forzare i miei limiti
ballare, da sola
la gentilezza a prescindere
gli anni '60 e '70 e la loro musica
la pulizia
non dover spiegare ciò che dico, specialmente le battute
la capacità di modularsi
apparentemente, anche saltare di palo in frasca :3

Mi rattristano e un po' irritano cose tipo...

i pallini sui maglioni
chi entra dall'uscita dei bus
la banalità, in tutto
i calendari coi culi
i peli incarniti
chi dice di non aver mai tempo e non fa un tubo
la polvere sulle dita, e i gatti impolverati
il vento e la pioggia insieme
le abitudini noiose, i loop, i pattern
i furbi, i Furby e i furry
le cose banalmente sexy
la mancanza di autocritica, di ironia, di curiosità
gli errori di grammatica e ortografia
la volgarità a sproposito (ma non le parolacce!)
il pitonato, lo zebrato, il leopardato e gli altri mali accessori alla menopausa
la gente che scrive "Hei!" invece di "Ehi!"
la pornografia camuffata da erotismo
la risata "Hihihihihi". Ha un che di satanico e idiota, usate le faccine piuttosto
le battutine a sfondo sessuale fatte a sproposito
chi racconta i casi suoi al telefono in bus, magari urlando
l'indefinitezza
le mode imbecilli, e le sedicenti modelle
la puzza di fumo
la poesia cheap
l’associazione soldi/mignotte/belle macchine
chi sputacchia quando parla
la “bella gente†e la "bella vita"
chi fa lo strano, l'incompreso, l'unico, l'originale a tutti i costi
sentirmi invisibile e a disagio
chi è più pigro di me
chi non si fa mai problemi e dovrebbe
il frastuono e la musica merdosa
chi parla addosso alla gente
chi non ascolta e pensa di aver capito
la sveglia
l'ignoranza compiaciuta
i consigli non richiesti, ma anche i conigli
gli egocentrici molesti
gli inappetenti cronici e chi fa tremila storie sul cibo
le donne fissate con le minchiate che non compensano con altre doti
gli uomini che pensano di far colpo coi soldi
le "k" al posto delle "c"
chi non sorride mai
smagliare i collant nuovi
chi non capisce, chi non coglie, chi non si sa adattare
le suonerie dei cellulari, la maggior parte
i deliri religiosi
il buonismo dettato da idiozia
rompere con qualcuno, causare tristezza
chi mi dice "cresci" senza poterselo permettere
i canditi

Solo un numero, e probabilmente sbagliato

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  • mercoledì, 26 agosto 2009

    Are you experienced?

    Come ogni brava nerd lasciata raminga per la rete, ho la tendenza a finire in quelli che chiamo lunghissimi Wikitrip che mi portano di solito, dopo due o tre ore di trance e cliccamenti, a sapere un sacco di informazioni dettagliate su argomenti delle più improbabili fogge, dalle statistiche di incidenti del CRJ700 (zero!) ai rituali di corteggiamento dei lamantini, senza dimenticare il terraforming nelle sue varie forme ipotizzabili. Di tutte queste informazioni, circa il 90% lascerà il mio cervello entro pochi giorni, mentre il resto verrà rigirato tra le mie meningi come in una betoniera per diventare quel pastone confuso e variopinto con cui amo rompere il ghiaccio e intrattenere i miei pochi e coraggiosi interlocutori. Sono come Google in carne ed ossa, se Google funzionasse pessimamente e si scordasse le cose a metà discorso.

    Per Wikitrip, in senso esteso, intendo anche le lunghe permanenze su IMDB, saltellando come una Tarzan ritardata di film in film. Una feature affascinante di IMDB, anche se spesso trascurata, sono le plot keywords, spesso occultate per chi non gradisce gli spoiler (c'è anche la favolosa keyword autoreferenziale "Spoiler in keywords", tipo "Twist in the end"), che praticamente scompongono e destrutturano un film ai minimi termini, in dettagliate micro-unità narrative. Praticamente, IMDB tagga i film come i blogger più diligenti taggano i loro post. Io con i tag non sono mai stata particolarmente brava, ma mi è venuto in mente che, nel raccontarvi questi ultimi giorni, potrei anche io taggarmi le vacanze.
     
    Direi che i tag più grossi del soggiorno olandese potrebbero così riassumersi: #mancanza di sonno, #paura di volare, #albergo microscopico e più lontano dal centro di quanto non sembrasse online, #lunghissime camminate logora-suole, #caldo, #vento, #cucine internazionali, #musei, #biciclette, #allucinogeni, #trip lunghissimi.
     
    Premessa banale: Amsterdam è una città meravigliosa, quel genere di luogo in cui probabilmente, anche se ci vivi e lavori ogni giorno, puoi ancora percepire il lato bello, rilassato e vacanziero della vita. Lo senti per strada e lo vedi nelle persone del posto, che sembrano quasi invariabilmente gente che a tutte le età se la vive proprio bene.
     
    Non è perfetta: le case alte, strette e profonde tendono al claustrofobico spinto, aleggia una certa lordura e molta incuria dilagante, anche se spesso mista a dettagli graziosi. Mi ha ricordato alla lontana alcuni catafalchi da trailer park che ho visitato in America, capacissimi di avere chiodi arrugginiti in bella vista nel prato grigiastro, rottami d'auto dimenticati ma anche bellissime fioriere cariche di piantine e romantiche lucine decorative montate ovunque.
    Anche Amsterdam l'ho trovata alquanto carica di angoli squallidi e sporchi, data anche l'apparente assenza di cassoni della spazzatura, ma è uno squallore subito addolcito da tanti piccoli tocchi gentili che hanno un che di personale, dato anche che gli olandesi vivono l'intimità casalinga in modo alquanto espanso e spesso, costeggiando un canale, puoi imbatterti in famigliole locali che mangiano tranquillamente per strada con il tavolo portato da dentro casa. Questo per non parlare delle finestre degli appartamenti, che ridefiniscono il concetto di privacy come l'ho conosciuto sinora e di cui le famose donnine in vetrina nel Red Light District non sono che la prosecuzione naturale.
    Un accorgimento particolare, di cui chiunque sia in visita può rendersi conto immediatamente, è che i pedoni ad Amsterdam devono subito adattarsi a sentirsi l'equivalente degli insetti, laddove le biciclette si credono persone, e i motorini biciclette. Quasi nessuno ha la bici fica e si vedono soprattutto sgangheratissime e anzianotte biciclettone da passeggio, che sfrecciano rumorosamente a velocità allarmanti nelle loro corsie, spesso più facili da individuare delle aree calpestabli.
    Sentire un campanello da bicicletta mi indurrà pavloviani riflessi di panico ancora a lungo, credo, e se dovessi sentire l'intermezzo di Bicycle Race in questo momento probabilmente mi stenderei a terra fingendomi morta come un opossum.
    La città è anche infestata dai gatti, e molti vengono lasciati nelle vetrine dei negozi durante la notte a fare la guardia. Vi giuro.
     
    Un capitolo senz'altro lieto è quello dedicato al cibo: in certe zone di Amsterdam non hai che da chiudere gli occhi e aprire le narici per farti trasportare in ristoranti che servono piatti da tutto il mondo e, con molta gioia, mi sono coccolata con una cucina diversa ogni sera, mentre di giorno potevo intrattenermi assai piacevolmente con croissant grassocci al prosciutto e formaggio, nel mio piccolo paradiso fatto di Gouda Kaas. Se siete in città, vi consiglio, non fatevi sorprendere dalla sete se non siete in un supermercato, o sarete pelati di tutti i vostri risparmi per la più piccola delle bottigliette di acqua Spa Reine (che apparentemente detiene il 90% del mercato dell'acqua e misteriosamente è imbottigliata in Belgio).
     
    A fare da sfondo a quasi tutte le mie peregrinazioni è stato spesso un soffuso afrore di marijuana, talvolta piacevole e talvolta un po' invadente, ma comunque inevitabile, specie nell'intricato e pittoresco labirinto dell'Oude Zijde, costellato di coffee shop piccoli ed intimi, di luci al neon che illuminano belle ragazzotte intente a vendersi e di sexy shop con allarmanti oggetti esposti in vetrina, come butt plug che darebbero del filo da torcere a una giovenca. In questo peculiare centro storico, quello che conferisce gran parte del colore locale e rende Amsterdam molto popolare tra i gggiovani, bisogna per lo più strisciare nelle intercapedini tra gli altri turisti e tenersi stretti per mano se non si vuole perdersi/cadere in un canale/trovarsi in una vetrina.
     
    Devo ancora capire se la maggior parte dei turisti di Amsterdam sia costituita davvero da italiani o se non sia una mia curiosa bias di giudizio, frutto della combo settimana di ferragosto + vicinanza della passera. Certo fa un curioso effetto vedere anche le occasionali comitive di turiste e turisti più anzianotti che occhieggiano per il quartiere a luci rosse con l'espressione di chi non c'entra assolutamente nulla ma si sta divertendo lo stesso, mentre più di una signora lascia il cuore sul super vibratore pivottante col coniglietto che fa capolino praticamente da ogni pornovetrina (e che non ho potuto esimermi dall'acquistare, naturalmente).
     
    Per riassumere quanto detto sinora, il solo trovarsi ad Amsterdam - il respirarla, mangiarla, camminarla - è un'esperienza per molti versi inebriante, e un tramonto passato a sbocconcellare dolcetti seduti coi piedi penzoloni su un canale può costituire un momento pericolosamente vicino alla felicità eterna.
    Amsterdam, però, è anche musei e cultura, e qualche passo in quella direzione l'ho fatto.
    Se non vai al Van Gogh Museum, del resto, sei un pirla, e persino una ruspante capretta come me è riuscita ad apprezzare quella paurosa esposizione di opere che seguono ogni aspirazione, ogni tappa, ogni mania e complesso vissuto dal sig. Vincent e da quella povera vittima di suo fratello Theo.
    Sono anche riuscita a godermi a sbafo una selezione del museo di Arte Moderna, al momento chiuso per ambiziosissimi lavori di ristrutturazione, da cui nonostante la mia sommaria avversione al genere ho tratto qualche spunto interessante, come quando mi sono trovata davanti a oggetti di design che sembravano sfornati dall'Ikea l'altro ieri e che in realtà erano vecchi di quasi cent'anni.
    Ho saltato il Rijksmuseum, quello dove è esposto Rembrandt per intenderci, e soltanto perchè mi serve un bel pretesto per tornare al più presto.
     
    Dettaglio In circostanze mentali su cui non voglio soffermarmi ora, ho visitato il museo Coster dei diamanti - esperienza simpatica se si hanno 40-50 minuti da ammazzare, ma le visite più divertenti sono probabilmente state quelle al capitolo olandese del Museo di Madame Tussaud e ad Artis, il gigantesco complesso verdeggiante che ospita l'antico zoo di Amsterdam, nella talvolta trascurata zona Est della città.
    Le statue di cera sono state aggiornate di recente, tanto che all'ingresso ho dovuto schivare con la forza una foto a braccetto con Barack Obama, di quelle che poi te le trovi a fine percorso in vendita a 10€, e - dopo aver di poco evitato di sciogliermi in cacca nella sezione dungeon spaventosa - mi sono trovata faccia a faccia con George W. Bush con valigia e biglietto aereo per destinazioni lontane.
    Sono finita a letto con Robbie Williams, ho sbirciato nella scollatura di Angelina Jolie, ho fatto il carretto a Ronaldinho (la foto accanto ritrae un particolare) e ho fissato perplessa una statua poco somigliante di David Bowie, mentre in mezzo a George Clooney e Johnny Depp mi sono trovata alquanto a mio agio.Nutrie ciccione
     
    Se nel pagare il biglietto per entrare in Artis stavo già avendo qualche genovesissima rimostranza interiore, mi sono dovuta ricredere quando dopo ore e ore di vagabondaggi ho continuato a trovare bestie nuove, tra cui dei favolosi capibara e un branco di nutrie mangione che mi sono rimaste nel cuore. Di base non ho grande affezione per gli zoo, per qualche tenue motivo animalista, ma mi sono trovata di fronte a un complesso che lasciava alla maggior parte degli animali un sacco di spazio e permetteva a tutti di ricordarsi dell'esilerante varietà di forme di vita che condividono il pianeta con noi, senza contare che molte delle specie che si trovano lì sono il frutto di generazioni di animali nati e cresciuti in cattività (lo zoo esisteva già nell'800) e che, nel caso specifico, un'eventuale messa in libertà avrebbe ben poco senso.
     
    E ora vi starete domandando se ho usato qualche droga, sicuramente.
    Io e gli stati mentali alterati non andiamo particolarmente d'accordo: le mie prime, e poche, ubriacature risalgono a non molto tempo fa e non sono eventi che mi mancano particolarmente.
    L'anno scorso a Maggio sgattaiolai fuori dall'albergo (sempre ad Amsterdam) e "mi godetti" ( = "non smisi di tossire per un'ora") la mia prima e unica canna, in nome dell'anarchia, la notte prima di una fiera di settore. Tra l'altro, senza il minimo effetto.
    Mi era rimasto però un certo desiderio di sperimentare, perchè mi piace provare le cose - belle o brutte - e trarre le mie conclusioni da sola. Non è un principio che applicherei proprio ad ogni droga, anzi, ma c'erano certe cose che la piccola hippy mancata in me voleva provare.
    Quest'anno ero convinta di essere immune alle droghe, e non avevo nessuna voglia di bere o fumare. Ma avevo fame, e ci siamo trovati qualcosa di interessante da ingollare. Ho inaugurato il soggiorno con un muffin arricchito di hashish in un piccolo ma molto grazioso coffee shop nascosto in una traversa di Kalverstraat (la via dello shopping, ribattezzata "Via XX" per comodità), su precisa raccomandazione. A conferma delle mie previsioni, sono andata a letto sentendomi esattamente come prima, salvo alzarmi nel cuore della notte e trovarmi un po' intontita a fissare il buio in piedi in mezzo alla stanza.
    Pensavo che fosse il massimo dell'alterazione a cui potevo arrivare, e con questo spirito, una mattina, io e il concubino ci siamo mangiati 5 grammi di Psilocybe Mexicana a testa, cioè metà di una dose minima per principianti. L'idea era "dai, finisco di truccarmi, vediamo che ci fa 'sto funghetto e poi ce ne andiamo in giro". Non prevedevo che le maledette spore avrebbero impiegato così poco a entrare in circolo. Il tempo di finire di darmi il mascara ed ero entrata in un sub-mondo in cui i miei occhi lacrimavano aperti e sbarrati, in cui sulla mia faccia stava stampato qualcosa di simile a un ghigno a trentadue denti e in cui non mi rendevo davvero conto della forza che mettevo in quello che facevo. In cui le mie dita lasciavano strane scie ottiche, in cui il quadro appeso nella stanza si muoveva in un turbinio di nuvole invitante e sulla porta del bagno si materializzavano facce. In cui gli spazi si piegavano in modi surreali e il display del mio cellulare - da cui mandavo messaggi un po' spaventati e un po' allucinati alle amiche - mi sembrava estremamente affascinante. Ho capito in quelle sei ore di trance che i video che passano su MTV sono tutti concepiti da gente sotto effetto di allucinogeni, e in quel momento mi sentivo in strana sintonia con tutte le immagini colorate e frenetiche che passavano sullo schermo. Il fidanzato sostiene di aver visto il Cosmo, beato lui.
    Piano piano, lasciandomi un certo mal di stomaco, l'intossicazione è finita, lasciandomi il desiderio di non riprovare più niente del genere. Forse l'ho vissuto in un contesto sbagliato, ma di viaggi simili sento di poter tranquillamente fare a meno, anche se coloro di voi che hanno questa curiosità probabilmente mi crederanno solo dopo averlo provato a loro volta.
     
    Quella che invece ora posso raccontare come una buffa esperienza ma che lì per lì mi ha persino spaventata è stata la space cake cioccolatosa che mi sono concessa per ridere l'ultima sera, fiduciosa che gli effetti sarebbero stati simili a quelli del muffin. Per la precisione, la *mezza* fetta di space cake che mi è stata elargita al Kadinsky (sic), in una traversa di Rokin.
    Sono stata due ore tranquillissima e all'improvviso, praticamente da un minuto all'altro, è stato come trovarmi ubriaca fradicia, ma peggio.
    Questa tortina mi ha messo ancora più dubbi sul perchè stare in botta possa ritenersi uno stato desiderabile per alcuni.
    Al di là della piacevole sensazione di volare quando mi sedevo, non ho mai provato lo stesso completo spaesamento insieme a una perdita quasi totale della mia memoria di lavoro.
    Parlavo e mi sembrava che fosse un'altra persona a farlo, rispondevo alle domande con dei tempi di reazione da bradipo. Tutto quello che era accaduto dieci secondi prima mi sembrava un evento lontanissimo e confuso, ogni istante era come un risveglio. La mia percezione del tempo era completamente a puttane e ricordo eventi successi in 20 minuti di orologio come se nel frattempo fossero trascorse ore.
    Al di là di questo, avevo le gambe insensibili, gli occhi rosé e le pupille così dilatate che quando mi stavo per addormentare mi sono domandata se non stessero per esplodere. Io sento sempre parlare di fame chimica, ma mi sentivo la bocca secca come una miniera di carbone, l'acqua aveva un sapore disgustoso e potevo sentire ogni briciola di biscotto scendermi per la gola con un fastidioso strascico dolcissimo.
    Mentre ero in quello stato penoso, completamente inane e consolata solo dalla sobria presenza della mia metà, continuavo solo a domandarmi e a domandare "Ma passerà? Vero che passa? Finisce eh?" in un tripudio di panico, perchè era l'ultima sera e l'idea di mettermi a fare la valigia - o di iniziare una qualunque attività non completamente meccanica - mi sembrava di una complessità devastante. Direte che forse questo condimento di preoccupazioni ha trasformato una potenziale esperienza interessante in un bad trip, ma non penso avrò il desiderio di fare la prova del nove per un po'.
    Il punto è che al risveglio il giorno dopo ero lungi dallo stare meglio, e la percezione del tempo era ancora allegramente andata. Non raccomando a nessuno di fare una valigia e prendere un volo in coincidenza in quelle condizioni, è stata una delle esperienze più ansiogene che abbia vissuto e ho cominciato ad emergere dal mio buco nero quasi 24 ore dopo l'infelice assunzione, mentre mi trovavo a Parigi a imbarcarmi sul piccolo CRJ700 (su cui abbiamo inscenato Escargots on an Airplane in omaggio ai cugini francesi).
     
    Con questo non che voglia predicare mammescamente "stay away from drugs", visto che per prima ho voluto vivere questa cosa sulla mia pelle. Se dovessi però darvi un parere spassionato io direi proprio che non ne vale la pena e che si possono raggiungere stati mentali molto più high senza assumere nessuna sostanza. Come quando si è presi da qualcuno. O si ascolta dell'ottima musica insieme. O ci si lascia andare in danze demenziali sulla spiaggia sotto la proverbiale trapunta di stelle. O come quando si raggiunge una così bella sintonia con una persona che sai di poterle dire tutto senza neanche l'ausilio alcolico di un MonChéri. Diamine, si possono raggiungere stati mentali più interessanti anche a soffrire per qualcuno, paradossalmente.
    Ovattare questa ricchezza di sensazioni mettendola a marinare in qualche droga è in ultima analisi del tutto non necessario, ma mi fa piacere poterlo dire a ragion veduta.
     
    Dopo Amsterdam, sono riuscita a infilare un breve soggiorno in terra di Sardegna, molto rilassante, molto piacevole e molto necessario ed è più col ricordo nostalgico della spiaggia assolata di Chia che con i fumosi ricordi della mia breve esperienza con le droghe che mi faccio scudo oggi contro quel persistente bad trip senza fine che mi perseguita otto ore ogni giorno.
    mercoledì, 29 aprile 2009

    The pros & cons

    La funzione delle ferie non è quella di farci riposare. Almeno, non è mai stato così per me. Al massimo, le ferie ti fanno il peeling alla scorzetta di smog che metti su cuore e sinapsi al lavoro, in modo da renderti al ritorno ancora più morbida e sensibile alle vessazioni d'ufficio.
    Sono ancora così rintronata che la mattina credo di svegliarmi nel cuore della notte (e improvvisamente mi riprendo in prima serata) e l'effetto benefico delle ferie è già bello che archiviato.
     
    Quello che le ferie fanno per me, piuttosto, è ricordarmi delle mie altre vite possibili, che talvolta fallisco di vedere nella quotidiana narcosi del binario lunedì-venerdì.
    La facilità con cui si scivola nella routine è allarmante.
    La disinvoltura con cui la mattina ti dici allo specchio "Questa non è la mia vita" e vai puntualmente a non-viverla ogni giorno è il vero pericolo.
    Andare via per un po' mi ricorda insomma sia quanto la mia situazione attuale sia per me intimamente poco accettabile, sia quanto girare il timone verso nuove rotte sia molto - e crescentemente - difficile.
    Posso solo augurarmi che qualcuno si trovi in una situazione analoga, in modo da non sentirmi la solita post-post-post-adolescente lagnona.
     
    Come sempre nei primi giorni successivi al rientro, progetto attivamente futuri diversi. So, per statistica, che probabilmente non se ne farà nulla neanche questa volta, ma non mi impedisco di sognare. Tra i futuri possibili che la mia attuale situazione rende quasi attuabili e desiderabili c'è senz'altro una almeno temporanea permanenza in Canada. Mentre l'insofferenza verso il paese natale si fa fastidiosa come un prurito cronico (ormai non leggo con molto interesse neanche i pezzi più riusciti di critica politica e satira), l'appeal di un paese diverso e lontano si fa particolarmente allettante.
    Non cerco la perfezione o la pace dei sensi, ma sarei pronta a tollerare fastidi diversi, che mi pungolino in punti diversi. Che il logorio della vita moderna si concentri su altre aree, diciamo. Basta che ci sia un qualche cambiamento, meglio se drastico.
     
    Sono ovviamente consapevole del fatto che trovare invitante un paese che visiti in vacanza sia sin troppo facile, e lo metto in conto. 
    In Canada fa più freddo che qui, non c'è la focaccia, non c'è l'Estathé.
    La valuta locale ha un valore assimilabile ai pesos.
    A Vancouver, in particolare, è pieno di cinesi impazziti che guidano inopinatamente SUV che non sono in grado di governare.
    Le regole della strada sono oltremodo curiose. I parcheggi costano un botto, la polizia stradale è particolarmente anale e gli autobus non sono sempre d'aiuto.
    Le distanze da coprire sono notevoli e, Seattle a parte, tutto intorno sono orsi, alberi e neve sin dove lo sguardo si perde. Orsi o Sarah Palin che guarda la Russia, che è peggio.
    In generale, Vancouver è - poeticamente parlando - in culo al mondo, a variabilmente due o tre voli di distanza da casa - non il massimo per una che ha paura di volare. A nove ore di fuso dal resto della mia vita, dalla maggior parte delle persone a cui tengo.
     
    C'è da dire che è a relativamente poche ore di volo da qualunque punto degli Stati Uniti. E' più vicina al Giappone. Ha regole sull'immigrazione sufficientemente selettive da rendere il melting pot culturale più del tipo "interessante e stimolante" che del tipo "criminalità & degrado".
    C'è aria pulita, alberi, prati e fiori a non finire. La gente è sinceramente gentile e cordiale (per chi vive a Genova, questo risulta particolarmente stupefacente). Fare della sana vita all'aria aperta sembra un'opzione non suicida.
    Ci girano un sacco di film e ho pure qualche aggancio nel settore. E' una città nuova e rifinita, mentre in Italia siamo circondati da vecchiume mal conservato.
    La tecnologia è al passo con i tempi, invece di andar loro dietro correndo e ansimando. Anche se è un pensiero precoce, non avrei dubbi su quale sarebbe il posto in cui preferirei crescere dei bambini - che è comunque indicativo di qualcosa.
     
    La lista dei pros & cons potrebbe continuare a lungo, e resterebbe di fondo sempre quel braccio di ferro emotivo di me stessa contro me stessa, la bilancia di affetti, valori e progetti che non riesce mai ad assestarsi. Non ho idea di che cosa finirò col fare. Davvero. Impasse totale.
     
    Sfogo i miei disordini interiori progettando almeno il mio prossimo viaggio estivo e sfogliando le mie miglia aeree come se fossero banconote fruscianti. Senza sapere bene ancora se avrò i soldi per farlo, ho fatto un piano di volo di quelli favolosi, con tappa a NYC (il mio immeritato culo mi garantirebbe un soggiorno gratis) e a San Francisco (le mie meritate miglia mi garantirebbero un volo gratis), e viaggi su fantastici aeromobili di cui so già a memoria le statistiche degli incidenti. Il viaggio mi lascerebbe anche qualche giorno non in volo.
     
    Solo vedere l'itinerario abbozzato su Expedia mi fa stare un po' meglio e mi rende più bendisposta a tollerare il pugnetto sulla scrivania del capetto impettito che fa i capricci a breve distanza. Per almeno cinque minuti, prima di ricominciare a lavorare alacremente alla mia ulcera gastrica.
    martedì, 14 ottobre 2008

    Bitter not better

    Capisci che sei cresciuto un po' quando le frasi che senti e le situazioni in cui ti trovi ti fanno pensare sinistramente "questo mi ricorda proprio qualcosa..." sempre più spesso.

    E non è solo per il fatto che le situazioni tendono davvero a riproporsi ciclicamente (per vedere questi cicli una vita più lunga aiuta sempre) e che le persone si comportano seguendo pattern più o meno già visti. Secondo me una parte della spiegazione risiede invece nel fatto che cambiamo noi e si inaridisce la nostra disponibilità a farci sorprendere, ad arrischiarci in territori nuovi. Ci perdiamo un sacco di gioie per risparmiarci un po' di noie.

    E' molto meglio, si pensa, aggrapparsi a quello che conosciamo e riconosciamo, e smussare gli angoli di incertezza con una cazzuolata di pregiudizi. Vedere quello che vogliamo e semplicemente ignorare le prove contrarie: poco scientifico, molto efficace e più semplice. Verso le complicazioni, del resto, sviluppo allergie nuove ogni mese.

    E però..
    Eh.

    martedì, 07 ottobre 2008

    Dannata festa delle medi(u)e...

    La settimana scorsa ha accarezzato senza tregua il confine con l’agghiacciante.
    Si arranca gente, ma si sopravvive. Come fate tutti.

    Ero al punto in cui nemmeno la musica riusciva a defibrillarmi verso un umore migliore, ma laddove i Pink Floyd non sono riusciti, Facebook è stato alla base di un successone.

    Ci sono poche inalienabili verità che riguardano Facebook:
    1. nessuno ammette di aver creato un account di propria sponte, ma sempre e solo se trascinato in catene da qualche amico entusiasta, che a sua volta nega.
    2. è più carino di My Space e in qualche strano senso più maturo (anche se spesso solo anagraficamente)
    3. è più reale e più personale; mentre da un lato puoi postare foto imbarazzanti, vecchie, assurde, dall’altro puoi decidere più o meno esattamente chi le vedrà.

    Credo che FB sia nato soprattutto per rimettere in contatto vecchi amici (e far loro dimenticare, nella gioia del ritrovamento, perché non si era più amici) e vecchi compagni di scuola, oltre che come bacheca di frustrazioni lavorative, dubbi esistenziali, commenti un po’ witty e un po’ perky sulla giornata in corso.

    Il fine più simpatico per cui ho usato Facebook sinora è stato di farmi ritrovare i miei compagni delle medie, una buona porzione di loro, e di iniziare un processo delirante di riesumazione di ricordi collettiva, alimentato da fotografie che continuano a fare la loro comparsa, scan dei giornalini di classe, pagine di diario e bigliettini.

    Sono emerse preziose chicche del passato, tra cui brilla una maldestra lezione di educazione sessuale della nostra insegnante ipertiroidea di mate che spiego a noi pargoli esterrefatti che alle donne, quando provano piacere, si contraggono gli alluci. In poche parole e senza saperlo, marchiò un'intera classe a vita.

    Il risultato, in queste ultime settimane, sono stati piacevoli momenti passati con il sorriso sulle labbra (abusivamente in ufficio) a ridere e commentare insieme quei lontani tempi un po’ sfigatini di mezza vita fa, in anni in cui a 13 anni si era davvero ancora bambini, in cui i fidanzatini non osavano neanche tenersi per mano e in cui anche il più “hot” dei rapporti era un’amicizia puramente platonica.

    Sabato abbiamo deciso di incontrarci alla spicciolata, una manciatella di noi, ed è stata una delle serate più simpatiche dell’anno, superato il trauma di vedersi per la prima volta dopo 13 anni di licei, università, lavori, relazioni ed esperienze di vita assortite.

    Non avrei riconosciuto la metà di loro neanche sforzandomi e, mi auguro, non sarei stata riconosciuta a mia volta, dopo aver imparato negli anni a tenere i miei capelli sotto controllo, a sfoltire le sopracciglia, a truccarmi senza tracciare righe da Nefertiti ai lati degli occhi e a evitare tutto un range di capi di abbigliamento che spazia dalle tute di felpa alle minigonne che si aprono con una zip, passando per ogni sorta di nequizia anni ’90.

    E’ incredibile come il contesto abbia permesso a noi ventiseienni di piegare la nostra età in due come un foglio e regredire istantaneamente ai tredici anni: a parte qualche pausa per prendere fiato, non ho praticamente mai smesso di ridere.

    E di ridere come una bambina cretina per giunta, mentre scoprivamo insieme rivelazioni sconvolgenti, come il fatto che nessuno di noi ha mai davvero limonato prima del liceo (nonostante circolassero le voci e le congetture più sfrenate) e mentre venivano alla luce le tante tenere ingenuità delle nostre vite pre-teen, commentate con la malizia accumulata negli anni successivi (specie la mia, che già all’epoca era sopra le righe…).

    Che dire, è una settimana che mi alzo la mattina e vado in ufficio con l’idea di usare specifiche cervella altrui come Mocio per pavimenti, una settimana che mi sento nervosa e nevrotica e maledico la mia incrollabile sanità mentale perché, a volte, impazzire sarebbe un ottimo modo per far passare i periodi cupi.

    In mancanza dell’ambito attacco psicotico che ancora si fa attendere, ho intanto scoperto che tirare sino alle 4 senza accorgersene, in preda a un riso convulso, incontrollabile e infantile, è un ottimo rimedio casalingo.


    Un piccolo lusso che puoi sempre permetterti.


    Se hai Facebook :p


    Nota: l’ultima riga del post era sponsorizzata dal comitato “Porta anche tu una Ale lurkatrice su Facebook”.

    mercoledì, 17 settembre 2008

    Dare sempre agli altri dei deficienti è una scorciatoia facile, piacevole e autoassolutoria per capire in ogni momento che cosa non sta andando bene. C'è sempre qualcuno a cui dare la colpa, qualche neurone (rigorosamente altrui) malfunzionante che può accollarsi la responsabilità di un grosso casino.

    E' anche un atto di indubbia arroganza però, da evitare se possibile; preferisco provare a coltivare la nobile arte dell'autocritica - con qualche difficoltà ovviamente - per rovesciare la prospettiva e vedere se per caso qualche colpa non può essere addossata a me.

    Ci provo disperatamente.

    Ma ci sono momenti, in questo cazzo di lavoro, in cui mi trovo di fronte a casi di pura, limpida e cristallina idiozia. E l'idiozia, specie quella deliberata, mi fa sbarellare, mi colma di rabbia quasi omicida.

    Come si fa a guardare e passare oltre poi, quando "l'oltre" è costituito da un'altra schiera di imbecilli?

     

    A questo mondo, ogni volta che trovi qualcuno che capisce esattamente quello che dici, secondo me te lo devi tenere stretto.

    venerdì, 27 aprile 2007

    Search and destroy

    A volte sospetto davvero di essere da rinchiudere. Un momento sto giù tutta emosuicidaselfindulgent e l'altro mi animo di amore cosmico e voglia di fare infinita. Cioè, cara Silvia, smettila, sparati per piacere, mi confondi, non so come prenderti... Insomma non so chi sia responsabile di tutti sti assurdi cambiamenti di umore, ma se sei là fuori per piacere basta.

    Il pensiero positivo della serata è che devo liberarmi testè delle strane bias del mio giudizio in merito ad arte, musica e affini. Avete mai provato ad autoanalizzare le vostre opinioni e trovarvi alla base delle singolari quanto inossidabili convinzioni che si trovano lì senza una ragione specifica? Come avere un rubinetto in salotto da così tanto che non noti nemmeno che hai.. un rubinetto nel salotto! Beh, di questi detriti idioti ho la mente sovraccarica ed è mia speranza farne piazza pulita.

    Per fare un esempio, la mia testa in un grosso numero di casi si rifiuta di registrare come arte/artista/creatività qualcosa che non risponda a certi canoni di età, ad esempio, fama, grandezza, originalità, appartenenza a una certa corrente... Giuro che non lo faccio apposta ma se uno mi dice che è un'artista la prima cosa che penso è "Pfff", per fare un esempio. Come dire: non sei morto o famoso, ricco, vestito in modo strano chessò, maledetto, drogato etc? Allora non hai i requisiti! Folle eh...

    Guardo con diffidenza alla musica nuova o anche solo recente, mi crogiolo nella musica dei 60/70, soprattutto, con un autcompiacimento odioso. Il bello è che se mi lascio andare e ascolto alcuni consigli in materia poi trovo cose che mi piacciono anche. Mi ci vuole un periodo incubatorio, metabolizzazione, sospensione dello scetticismo... ma alla fine sono in grado di appassionarmi, pur con la mia eterna, ormai quasi mitologica, fittizia e fantasiosa nostalgia del rock and roll (un rock and roll che vive tutto nella mia testa probabilmente).... Ma di base rimango un monolito irritante.

    In quanto all'arte e alla creatività in genere, ho questa sorta di assioma che recita che qualunque cosa veda/senta che sarei in grado di concepire, realizzare, suonare non conta come arte o cosa effettivamente creativa. Come ad escludere a priori che in senso artistico/creativo sono un essere vuoto e senza un beato cazzo da dire. E dopo anni e anni pensando questo, beh, temo di averlo fatto accadere davvero. Rendere vera una cosa per il solo fatto di crederci... Altra follia. Spero non sia troppo tardi e che un giorno riesca ad esprimere qualcosa di buono che possa avere un valore *almeno almeno* ai miei occhi. Sino ad allora continuerò a disprezzarmi come al solito.

    Per riassumere: cose nuove = male e cose mie = brutte. Belle forme mentali che ho...

    Altra spazzatura da mandare al macero, i limiti strani. L'idea che non posso essere e fare quello che voglio, comportarmi come vorrei, vestirmi come vorrei, dire quello che penso, cristo persino andare a un concerto e sentirmi a mio agio, smetterla di guardare ogni ragazza come se fosse infinitamente più bella e interessante di me, dire cose sgradevoli quando le penso invece di vomitarle dopo in forma Malvagia +1, dire di NO ogni tanto invece di piegarmi a tutto che poi non ci riesco bene e faccio male al prossimo... Ok, era messo in un ordine un po' tanto random ma il punto è lo stesso: c'è uno strano modello che alberga nei miei lobi frontali che mi detta, mi IMPONE ciò che è giusto che sia e non sia, ciò che posso e non posso fare. In base al NULLA, in base a NESSUNISSIMA limitazione effettiva. A questo modello di solito attribuisco la forma di un Nano Maligno. E dio se lo voglio uccidere il bastardo...

    Ottimo, non ho idea se quello che ho scritto abbia un senso o un'utilità per altri che me stessa. Ma oggi me ne batterò le palle. Anche delle parolacce.

    venerdì, 20 aprile 2007

    Alternative

    Vi capita mai di pensare, chessò, al ristorante, cose come "Nooo basta prendere la solita roba, ora mettiamoci d'impegno e scegliamo qualcosa di NUOVO e inaudito che mi faccia fremere le papille in un singulto orgasmico!"? Allora acchiappi il menu e con occhio critico sondi tutte le alternative alla tua cena tipica, più una cosa suona sconosciuta più ci attira.

    Dopo cinque minuti, noti che hai già ristretto il tuo campo di scelta a cose che - con crescente dejavu - avevi già selezionato la volta prima colta dalla stessa frenesia di novità. A quota 7 minuti lo spirito avventuroso è già scemato del 50%. Cominci a porti problemi pratici.. e se non mi piace? buh, costa troppo? Dopo dieci minuti, piccola Indiana Jones gastronomica, ci rinunci e ordini la stessa precisa cosa che ordini sempre. Per fare un esempio cheapissimo, domenica scorsa ho impiegato 11 minuti e mezzo a decidere cosa ordinare da Mc Donald's (si, in un FAST FOOD) e poi, caduta dal banano, ho detto "Uhm, si un Big Mac". Ma in testa ho ancora l'idea di tutti gli altri panozzi che non prendo mai...

    Nei ristoranti veri è anche peggio e in più si aggiunge una costante situazionale: non riuscirai MAI a ordinare le cose fiche che vedi ai tavoli degli altri. MAI. E via ripiegare su territori ben noti e confortevoli..

    Non so, a volte anche se decido per la solita roba ma ci arrivo via lunghi e tortuosi ragionamenti, sono lo stesso contenta per la scelta. E' lo stesso pulcioso e buonissimo BigMac che mangi sempre.. MA ci hai pensato e per un po' ti sembra una cosa con un suo perchè. E dopo un po' ti ingrugni di nuovo, ripromettentoti *la prossima volta* di essere meno ovvia...

    Mi chiedo se non sia lo stesso per certi cronici insistenti pattern della nostra vita. Ovvio, ci sono casi in cui cambiare è necessario, se il risultato dei nostri comportamenti sistematici ci porta all'infelicità.. ma in tanti casi sospetto che certi impeti alla stranezza non siano che modi transitori di ritornare a percorsi più familiari, modi di confermare a noi stessi che certe nostre costanti sono tali per una ragione e che in fondo non sono tanto male.

    Ho un NETTISSIMO sospetto in tal senso, per quanto riguarda me stessa. Ma devo ancora capire se la via vecchia era buona o se sono davvero alla caccia di un'esotica nuova pietanza... Intanto tengo duro.

     

    sabato, 31 marzo 2007

    Been a long time...

    Dovete avere pazienza, in sti giorni ho pensieri frammentari. Tornerò ai polpettoni illeggibili asap. Il pensiero di due minuti fa, mentre rassettavo camera mia, è che confermo tutto quello che ho sempre pensato sul dolore. Il dolore vero non è il trauma. E' il fottutissimo lungo periodo. Quando il tuo cervello comincia a processare per bene tutte le declinazioni dell'accaduto. Succede con le perdite, succede coi break up. E a volte ritornano, anche quando pensi siano sentimenti morti e sepolti, e tornano con un'intensità che manco fosse successo ieri. Come un pugno nello stomaco. Un esempio: stavo scovando in fondo a un sacchetto e ne ho estratto la mia vecchia sacca violetto di dadi di Dungeons & dragons. Prima ancora di capire razionalmente perchè, stavo piangendo. Il tempo non aggiusta, offusca pietosamente. E meno male che non spolveriamo tutti i giorni.

    Intanto vado a vedere se dalla mia libreria emerge un altro Pikachu redivivo, parlando di cose dimenticate...

    venerdì, 30 marzo 2007

    Hurry hurry hurry...

    Mai giocato ai Sims? Quando ti rompi le scatole di vederli dormire, dar fuoco alla cucina, litigare tra loro e fissare il vuoto puoi mettere lo scorrimento veloce sinchè non arriva un momento più interessante. Che poi è anche la morale di quel filmetto, Click (sono l'unica che è riuscita a piangere guardandolo, correlandolo coi suoi cazzi e mazzi problematici).

    Voglio che i miei lividi e le mie ammaccature guariscano subito. Castarmi un "Cure V" come su Final Fantasy. Voglio essere sentimentalmente serena, sessualmente appagata, socialmente felice. Voglio piacermi di nuovo, sentirmi voluta. Voglio un bel lavoro in cui mi paghino anche. Ora. I want it all and i want it now. Ho una gran voglia di forzare le cose, di abortire un po' di gioia anzitempo. Di togliere il cellulare dalla carica dopo 5 minuti e vedere per quanto ci vado avanti lo stesso, anche se 5 minuti fa era scarico e morto.

    Voglio usare il tastino magico sino al momento in cui mi spunterà un po' di pazienza, almeno.

    lunedì, 19 marzo 2007

    Punti di vista - Una riflessione e un progetto

    Mi è stata oggi mossa dal mio peggiore amico la critica che, mentre quando mi lagno di abissali emoproblemi e performo cupe riflessioni sul passato e il futuro gli sono abbastanza di sollazzo, proprio nei post che scrivo quando un occasionale buon umore mi colpisce risulto odiosa, cinica e insopportabile.

    Ebbene, mi sentivo in dovere (non certo per lui che può anche andare a farsi un semicupio nella salsa tartara) di precisare il mio personale punto di vista sui post "cinici" sulla vita quotidiana, che temo per voi troverete a frotte in futuro. Non dovete leggere oltre se non volete, sono solo un paio di oziose riflessioni sul perchè scrivo e perchè lo faccio così.

    Sono lunatica, un po' bipolare, complessata e incline alla riflessione e alla (auto)critica. E amo il mondo, amo essere viva e avere facoltà di pensiero. Cerco di darlo a vedere poco che su una tizia tacciata di essere emo figura male, ma davvero: trovo la vita quotidiana un ambito quasi commovente, un terreno fertilissimo di riflessioni. E' solo attraverso gli altri che possiamo sperare di conoscere noi stessi, secondo me, come tante sfaccettature di uno specchio rotto, in cui la nostra immagine sfuggente sparisce da un frammento e spunta in un altro. E' anche un concetto ormai così classico da essere logoro, in filosofia: senza gli altri non ci sono io, nessuna unità senza la molteplicità. E il senso complessivo del tutto è stato sparso come una manciata di semi sul mondo, quindi può essere trovato ovunque. Anche all'Ikea, per dire. Non c'è bisogno di contesti eccezionali per cercare di dipanare la matassa del senso delle cose, ogni momento può offire begli spunti per aumentare la nostra comprensione.

    Penso che noi esseri umani siamo tutti più o meno simili, nel profondo: abbiamo gli stessi bisogni, gli stessi sensi, gli stessi dubbi. Ne siamo consapevoli con intensità diversa forse, ma passiamo le nostre vite trying to make some sense of it all, a modo nostro. Cerco negli altri buone idee per affrontare le mie, di rogne, e se ironizzo è quasi sempre con affetto, non per cinismo fine a se stesso.

    Vi chiederete che c'entri tutto questo con descrizioni della gara ai parcheggi, la critica ai vizi altrui, le gite domenicali a guardare le famiglie. Forse non sono abbastanza brava da farlo trasparire, ancora, ma è sempre questa la mia idea: una piccola "epica della vita quotidiana" che con le sue piccole miserie e i suoi trionfi costella la maggior parte delle nostre esistenze, a cui tutti più o meno possiamo rapportarci per capire che non siamo così diversi come le differenze superficiali possono suggerire. E possibilmente volerci più bene, o odiarci un po' meno. O imparare che fregare un parcheggio è una cosa meschina e crudele, anche se siamo tentati di farlo. Una cosa in senso molto lato cristiana, nel senso di voler imparare a non imporre al prossimo i comportamenti spiacevoli che il prossimo impone a volte a noi.

    Non lo so, miei tre o quattro lettori, ma coi miei limitati mezzucci linguistici e mentali ho in mente una sorta di progetto etico/sociale di studio e comprensione del prossimo, e quindi di me stessa. Ed è anche un'imbastitura di progetto di vita, qualunque lavoro dovessi trovare in futuro. Visto che la cosa in sé può suonare noiosa, consentitemi due note ironiche ogni tanto (la vera comicità in materia la lascio alla Litti che nel suo genere eccelle).

    Una cosa, appunto, che ho letto in un suo libro ieri mi ha quasi commossa sia per il fatto che l'abbia notata e che non abbia avuto paura di spararla lì. Diceva quanto è bello il profumino d'arrosto per le scale. Non ha specificato tempi e modi, ma ho subito capito a cosa si riferiva. Ricordi di arrosti, frittatone, minestroni profumosi per le scale del mio palazzo...ritorni da giornate di scuola... fame, stanchezza, la certezza che non venivano mai da casa mia.  E mi ha fatta sorridere, e sentire un po' più vicina al prossimo.