La Wii base è solo il punto di partenza: in realtà la console è come una fidanzata esigente e renderà rapidamente necessario l'acquisto di accessori e orpelli dall'utilità variabile, la maggior parte dei quali costa "circa 20€", con la notabile eccezione della Wii Balance Board, che ti sfila di tasca altri novanta omini vitruviani con grande disinvoltura, e del trasversale Guitar Hero, che vampirizza i sudati risparmi dei gamer di ogni credo e piattaforma.
Come sicuramente qualcuno di voi ricorda, il 09-09-09 è stato decretato un artificiale Beatles Day per dare una sprimacciatina all'immagine della band (come se ne avesse bisogno poi) e - soprattutto - spiumare i fan e i collezionisti sempre pronti a smutandarsi a un solo cenno di Sir Paul e compagnia bella.
Gli Steppenwolf. Ecco, gli Steppenwolf ce li ricorderemo sempre come quelli che hanno regalato al mondo Born to Be Wild, sul cui galoppo di batteria non ci si può mai dimenare abbastanza. Qui già sfido molti a fare altrettanto, ma il bello è che quando ti metti ad ascoltarli meglio scopri altre cose godibilissime, quasi tutte fatiche late '60s/early '70s, come Magic Carpet Ride (1968). Come si suol dire, close your eyes girl, look inside girl, let the sound take you away: in effetti ho anche pensato a loro, mentre il mio organismo veniva colonizzato dalle spore allucinogene ad Amsterdam. Per la precisione, pensavo che stavo facendomi un magic carpet ride attaccata alle frange del tappeto con una mano, mentre urlavo e sgambettavo nel vuoto. But I digress.
Devo a 105.9 The Rock la scoperta degli Heart, dritti dal cuore degli anni '70 e soprattutto dritti da Vancouver. Se hai i miei gusti musicali e ti piacciono le voci femminili, non hai poi così tante opzioni: puoi scegliere Grace Slick - il bel topone dei Jefferson Airplane, quella simpatica pazzoide di Janis, oppure ascoltarti che cosa sa fare la poderosa ugola di Ann Wilson, vocalist degli Heart, mentre la bionda sorellina Nancy ci dà dentro con la chitarra. Magic Man (1976) parla di una sbandata adolescenziale con tanto di fuga con il bel tenebroso di turno e io vi sfido a stare dietro a tutti i "try to understand" con cui Ann ci chiede di capirla, giustificandosi maliziosamente con "he's got the magic hands".
Che poi è solo un assaggio di una discografia tutta da esplorare anche quando parcheggiate l'auto e rincasate e di cui - vi butto lì un titolo - l'epica Whipping Post, con i suoi tempi intricati e originali, può costituire un buon inizio. Senza neanche scomodare il leggendario nome di Duane Allman, vi dico che la band ha due batteristi. Non un batterista e un percussionista, ma proprio due batterie: it doesn't get much cooler than that.
Se dico "Lynyrd Skynyrd" un sacco di voi strabuzzeranno gli occhi, almeno sino al momento in cui non si renderanno conto che sì, il nome della band è pronunciabile (il titolo del loro primo album spiega appunto come farlo) e che almeno una canzone loro la conoscete anche voi ed è sicuramente Sweet Home Alabama. Sì, i Lynyrd Skynyrd sono "quelli di Sweet Home Alabama". Vedo già le espressioni facciali che mutano dal perplesso al divertito sulle prime note di chitarra. Fermi lì però, non è di lei che intendo parlarvi.
Questa bimba, però, è una Layla al contrario. Vi ricordate Layla, quel virtuoso intreccio di chitarristi epici come Eric Clapton e Duane Allman? Scoppietta e garrisce per la prima metà, fluisce malinconica per la seconda, a sospironi. Free Bird fa esattamente l'opposto e, più o meno a metà dei pachidermici nove minuti e rotti di traccia, quando ormai stai facendo ondeggiare la testa piano piano con gli occhi chiusi, semplicemente esplode in un lungo strumentale tiratissimo, dominato dalle tre chitarre distintive della line up degli Skynyrd.

Stamattina l'iPod mi ha proposto come prima track, estratta a caso tra migliaia di canzoni, Birthday dei Beatles.
Proprio lei! Con Paul che canta che è il tuo compleanno e guarda caso è anche il suo! E ci divertiremo, e buon compleanno a te!
La meravigliosa coincidenza, nel breve tragitto casa/fermata, mi aveva già indotta a creare una complessa visione di una bella jam session con McCartney, con me relegata all'air guitar e persa in estatica ammirazione del mio attempato idolo.
Con un solo inconveniente: la sorte ha cannato giorno, perchè io e Paul compiamo gli anni domani, come ogni anno.
E che anno! Sto per entrare nel regno del magico numero 27 e, se fossi una rock star, farei parecchia attenzione alle pillole che butto giù o all'alcool che ingollo, soprattutto in questo anno delicato.
Ripensando a Brian Jones, sarei anche un po' schizzinosa sulla gente con cui decido di sguazzare in piscina.
Non ho mai arpionato una Stratocaster con gli incisivi come Jimi, avrei sfigurato in un duetto con Janis, le tredicenni di tutto il mondo forse non si annoteranno mie citazioni sul diario come fanno con le poesie di Jim. Neanche a dirlo, non sono un'icona degli anni '90 come Kurt.
E niente da fare, niente del genere mi accadrà.
A porsi certi esemplari come modelli, del resto, c'è solo da restare sconsolati.
Posso dire però che, al contrario delle fulgide stelle appena citate, non vedo per me rischi prossimi di sprofondamento in spirali autodistruttive. Il che potrà magari anche dispiacervi.
Ammesso che mi trovi qui per una ragione, non sembro averla ancora trovata e quindi mi auguro che potrò proseguire lungo il sentiero ancora per un po'. Magari, strada facendo, un barlume di senso mi si mostrerà e, se non accadrà, almeno spero di divertirmi più di quanto non abbia fatto in passato.
Scongiuri del caso a parte, a questi 27 calerò l'ancora per il canonico anno. Tra dodici mesi io e Paul partiremo verso nuovi lidi.
Personalmente, però, contemplo una sosta più lunga al porto dei 29. Che dite, mi ci tengono un decennio o vengono ad affondarmi coi sottomarini nucleari?
Ammetto di avere un po' corso per le scale per fare quadrare bene le cose, ma ho avuto la sorprendente rivelazione di vivere a esattamente una Stairway to Heaven dalla stazione, dal momento in cui scendo dal vagone al momento in cui mi chiudo dietro la porta di casa.
La cosa in un certo senso rende più interessante il mio tragitto quotidiano, mentre a colmarmi di raccapriccio, per estensione, è la nozione che venerdì prossimo sarò nei cieli dell'emisfero boreale per circa 90 Stairway to Heaven.
Che è pur sempre meglio di 205 Macarene, ma resta lo stesso un'idea spaventosa.
Non credo che mi spingerò mai al puro orrore di portare una Moleskine sempre con me, gesto alquanto kitsch per il 2009, ma a volte ti imbatti in piccole sciocchezze di cui vorresti portare con te almeno il ricordo. Ideuzze, dettagli, frasi altrui, spunti di varia natura.
Un ottimo, davvero infallibile metodo per staccarsi un paio di falangi e abbandonare ogni buon proposito dopo meno di un quarto d'ora di tentativi, è riprendere il basso in mano dopo mesi e dire "ooook ora provo Let There Be More Light".
Va bene che io sono un'incapace, va bene che ci sono pezzi peggiori, ma Roger Waters quando la faceva live si portava le dita di ricambio?
Prima di andare ad assicurarmi che l'unghia del mio indice sinistro sia ancora saldamente dove dovrebbe essere, vi ricordo che probabilmente il giro di basso di Let There Be More light lo conoscete anche senza saperlo. Questo se per caso avete sentito Taste in Men dei Placebo, dove il confine tra omaggio e plagio viene titillato senza posa, come spesso accade.
Ow quanto mi brucia il dito -_- ....
Ogni 24 novembre mi dico “Oh Santo Cielo è possibile che siano già passati xxx anni dalla morte di Freddie?”.
E sì, è sempre possibile, e ogni anno è un numero più impressionante. Quest’anno saranno 17 anni, l’anno prossimo i nati nell’era post-Mercury potranno votare, e sono dati, questi, che mi colpiscono.
In questi giorni sono in fermento pre-londinese e la memoria va automaticamente ai miei ricordi legati a questa bellissima città in cui avrei tanto voluto vivere, anche solo per un po’, ma in cui credo non riuscirò mai ad andare per più che pochi giorni sparuti per volta. Il mio primo viaggio a Londra fu nell’estate del ’95. Atterrai a Gatwick e come primissima cosa, appena sistemata la valigia in hotel, trascinai il papà per Kensington con una mappa in mano di luoghi e strade in cui non ero mai stata ma in cui mi muovevo lo stesso con una strana sicurezza.
Raggiunsi Logan Place per vedere il muro della casa di Freddie. Un muro bello alto e alquanto lungo, periodicamente ripulito e altrettanto periodicamente ricoperto nuovamente da scritte piene di affetto di altri fan sciamannati come me che vengono dagli angoli più disparati del globo a compiere questa strana e un po’ feticistica forma di pellegrinaggio.
All’epoca facevamo solo diapositive, e in un’oscura slide ci sono ancora io, con il mio più improbabile abbigliamento anni ’90 e i capelli a cespuglio, che guardo mogia mogia la porta che si apre nel muraglione, anche quella coperta di scritte sin dentro la buca delle lettere.
Lo stesso tipo di spettacolo si presenta anche nelle foto di molti anni a seguire, sinché i miei soggiorni non si fecero troppo brevi per poter dedicare tempo a quella scappatella kensingtoniana.
Sempre nel corso di quella prima e memorabile vacanza, passai ore a spulciare vecchi vinili a Portobello Road. Ero a caccia di B-Sides nella nebbiosa era pre-Napster e mi portai a casa sia Under Pressure che Play the Game, le cui ambite track del lato B avrei anni dopo potuto scaricare con un clic in pochi secondi.
La sentimentale in me, però, volle anche un certo 45 giri con la custodia blu e una bella foto della band. Venti sterline e molti ringraziamenti al papino dopo, avevo in mano Bohemian Rhapsody, il mio minuscolo e abbordabile pezzo di storia della musica, nelle mie grinfie per sempre. Ma tornerò su questo punto più avanti.
Mi scordavo di aggiungere anche che, in quel lontano Luglio londinese, tirai su anche il 33 giri di A Night at the Opera. Un pirla aveva scritto dentro alla Q di Queen. Ma io ho a casa 45 giri degli Stones pieni di Mick Jagger con le corna disegnate a biro, quindi chi ero mai per giudicare? Me lo presi.
In questi giorni, mentre meditavo su Freddie e la sua prematura scomparsa, ho ricordato anche un evento più lieto: venerdì il nostro simpatico e adorato concept album, la magnum opus, quello che pomparono a buon diritto come “l’album più costoso della storia del rock”, il frutto di maniacali e ossessivi lavori di incisione e sovrincisione, compie i suoi annuzzi. Domani, per la precisione, fa 33 anni.
Non è un numero tondo, ma almeno è un multiplo di 11, per dire, e io lo celebro comunque, perché non ha ancora così tanti anni da dover mentire sull’età dopo tutto.
Come celebriamo A Night at the Opera? Ascoltandolo in primo luogo. L’ho ascoltato tante volte che lo posso cantare da cima a fondo, facendo voci e strumenti e senza pause se non per prender fiato. Se però siete vissuti su Saturno sinora e non vi è mai capitato di farlo, lasciate vi dia qualche spunto sul perché dovreste:

1. Death on Two Legs (Dedicated to…)
“Was the fin on your back part of the deal...”
La vita è sempre la stessa. Sul groppone di tutti c’è almeno un ex capo stronzo, o qualcuno che ci ha sfruttati e trattati male in passato. Capitò pure ai Queen prima che fossero un gruppo surrealmente ricco e di successo.
Mentre noi possiamo aspirare al massimo a bucargli una gomma e fuggire come ninja, la band si prese il lusso di aprire il primo album prodotto sotto nuova gestione con una bella track incazzosa che non si risparmia insulto nei confronti del manager appena scaricato. Appena me ne vado di qui, metto degli altoparlanti sul tetto e la faccio partire a tutto volume. La line “but now you can kiss my ass goodbye” mi premurerò di urlarla io stessa.
2. Lazing on a Sunday Afternoon
“Fridays I go painting in the Loooooo…uvre.”
Dopo tanta rabbia, silenzio… e un pianofortino spiritoso parte, vivace. Freddie sembra cantare da un piccolo altoparlante, anche se la registrazione fu più complessa e coinvolse strani movimenti in giro per lo studio, delle cuffie e un secchio di latta. Si tratta di un grazioso divertissement che racconta una settimana di attività che culminano nel poltrire domenicale.
3.I’m in Love with My Car
“String back gloves in my automolove”
Roger Taylor è fissato con le auto e con la figa e con gli occhiali da sole, ormai è una cosa lampante. Mentre il timido Deacon componeva la track successiva dedicandola alla moglie, lui prese carta e penna e si impegnò a infilare ogni singola componente di un’automobile nelle lyrics di questa atipica love song hard rock. Non solo, ma si chiuse in un armadio (un capitolo di “Trapped in the Closet” ante-litteram!) a frignare sinché Freddie non gliela lasciò mettere nel lato B di Bo Rhap, per cui sta attualmente ancora ciucciandosi le royalties. Minacciando un “Galileo” ad alta frequenza che avrebbe danneggiato le apparecchiature dello studio, ottenne anche di spararla live a ogni occasione propizia, per molti anni a seguire, e dobbiamo dargli credito di essere uno dei pochi batteristi che a cantare mentre suona ci riesce anche benone.
4.You're My Best Friend
“I'm happy, happy at home”
John Deacon è dei Queen l'unico che ha scelto dignitosamente di chiamarsi fuori dalle scene dopo la morte di Freddie. L'ultimo arrivato, il più giovane, il più silenzioso e low profile della band, era un elemento necessario per mantenere coeso un gruppo altrimenti composto da drama queen (termine appropriato) afflitte da manie di protagonismo in varie forme. Bassista in gamba e probabilmente anche un po' sottovalutato, non aprì mai molto bocca, né per cantare né per molto altro. Di canzoni ce ne ha regalate poche, in compenso tutte belle e generalmente caratterizzate da un certo qual vibe positivo. Mentre gli altri tre broccolavano in giro, lui si sposò presto e comincio a fare figli su scala industriale, tutti con la stessa donna con cui sta ancora oggi e a cui nel '75 dedico questa love ballad per eccellenza, davvero deliziosa e alquanto heart warming.
5.'39
“Dont you hear my call /Though youre many years away”
Mentre Taylor fa il cazzaro, Deacon il tenero e Mercury volteggia poledricamente dal demenziale al sublime, May è l'astrofisico fissato con le storie struggenti e tristine, di cui la sua carriera come autore è letteralmente tappezzata. Solitamente la malinconia e il rimorso sono trademark delle sue lyrics e puntualmente li troviamo anche in questa vicenda un po' fantascientifica di una spedizione che parte per esplorare terre lontane e trova che al ritorno, un anno dopo, sono trascorsi cento anni e tutte le persone amate sono morte. Canta Brian stesso, come spesso accade, mentre gli altri gli vanno dietro con bellissime armonie. Una delle cose più carine di '39 è il modo in cui la suonavano live, raccogliendosi tutti nel proscenio in una sorta di performance “intima”: Mercury con le sue tutine da danza e Taylor con grancassa e tamburello. Mentre Deacon trotterellava in giro, Brian sembrava il figo della comitiva che suona davanti al fuoco in spiaggia. E la folla andava, prevedibilmente, in deliquio sensoriale.
6.Sweet Lady
“You call me sweet like I'm some kind of cheese”
Questa è la track meno conosciuta dell'album in assoluto e, relativamente al contesto, forse la più debole, benchè scommetto che molte band meno talentuose sarebbero state ben contente di produrre questa solida ed energica canzoncina rock dedicata probabilmente a un fior fior di stronza.
7. Seaside Rendezvos
“Fantastic, c'est la vie Mesdames et Messieurs”
Un altro piccolo capolavoro della vena romantico-kitch un po’ poliglotta, brillante e veloce, con tanto piano e un basso che ti costringe a ballare, possibilmente acchiappando per mano la prima persona a tiro, fosse anche la persona seduta accanto a te in bus. Ascoltare Seaside Rendezvous non può non mettere di buon umore, fosse anche solo per l'intermezzo “strumentale” in cui Freddie e Roger fanno i kazoo umani e, signori, lo fanno dannatamente bene.
8.The Prophet's Song
“Listen to the mad man”
Forse l'ultima rappresentante della vena epica dei primi Queen, è una canzone lunghissima – oltre otto minuti – di sapore biblico-onirico, in cui il profeta annuncia l'imminente sciagura che un'umanità arida e priva d'amore ha attirato su di sé, e cerca di metterla in guardia perchè si salvi. Ovviamente parto della mente di Brian, presenta un lungo intermezzo solo vocale, prima cantato da Freddie e poi dagli altri, che gioca divinamente sia con il delay vocale con con l'effetto stereo. So che quando i Queen erano giovani studenti di belle speranze, amavano prendersi i dischi di Hendrix e saettare da una cassa all'altra per capire come quell'uomo prodigioso riuscisse a sfruttare la stereofonia, e qui è lo stesso, una cassa sola non ti basta o ti perdi tutti i dialoghi di voci. Me ne resi bene conto a dodici anni, quando ascoltai the Prophet's Song con un'amica tenendoci un auricolare a testa e lei concluse che sì, le piaceva, ma quella sezione in mezzo, con quegli strani buchi silenziosi, era davvero troppo troppo stravagante.
9.Love of My Life
“Don't take it away from me because you don't know / What it means to me”
Per qualche ragione, questa romantica, struggente ballata di Freddie, con piano, arpa e performance vocali da far commuovere, è piaciuta tanto ai fan. Specie quelli sudamericani. Ma dico tanto come in “tanto tanto”. La versione che tutti conoscono, infatti è quella live. Freddie e Brian in proscenio, chitarra acustica e le consuete migliaia di invasati che non vedono l'ora di cantare. Freddie è ben contento di risparmiarsi un po' di attrito di corde vocali e – a volte – un po' stupefatto dall'entusiasmo della folla. Brian mantiene la consueta aria assorta, anche se una volta giuro di averlo visto prendersi qualche secondo per portarsi il dito indice alla bocca nell'universale gesto del “STFU”, forse stizzito dal fatto che le urla ferine dei fan gli impedivano persino di sentire che cosa stesse suonando. Ma io vi invito a godervi la versione studio, pulita e raffinata. E' anche la preferita della mia mamma, per la cronaca.
10.Good Company
“Don't fool with fools who'll turn away / Keep all good company oohoo oohoo”
Un punto piuttosto caratteristico di A Night at the Opera è l’ondeggiare continuo tra serio e faceto e il cambiamento repentino di sonorità. E’ appena finita la lacrimosa Love of My Life, in un tripudio celestiale di arpeggi e cori. E che cosa comincia? Un ukulele (tecnicamente dicono fosse un banjolele del papà di Brian), chitarra alquanto effettata e un feel quasi da New Orleans. Brian racconta la storia di un uomo che ricorda le lezioni paterne impartitegli in gioventù e, nonostante una vita di sforzi e lavoro, si trova a sua volta vecchio e solo a rimuginare su cosa è andato storto: nonostante il ritmo allegro, l’amarezza dei testi di Mr. May resta lì.
11.Bohemian Rhapsody
“Scaramouche,scaramouche will you do the fandango?”
Ora, di piaceri nella vita ce n’è tanti e anche di molti tipi, nonostante cerchiamo di contarcela diversamente. In ambito musicale, credo che sentire Bohemian Rhapsody per la prima volta rientri nella zona alta della classifica. Quella prima volta in cui resti con la bocca semiaperta e l’occhio da pesce mentre si susseguono nei tuoi condotti uditivi tutte le quattro parti (o sei, per alcuni) di Bo Rhap e ogni parte nuova ti prende di sorpresa e quando a un certo punto ti domandi se questi quattro inglesi ci siano o ci facciano ma in ultima analisi te ne freghi perché anche se ci fanno, lo fanno molto bene. Mentre forse è questionabile – almeno secondo parametri universali – che sia tra le canzoni più belle mai messe insieme, sicuramente una menzione speciale per la sua complessità è un giudizio più obiettivo (si narra che il nastro fu rimaneggiato e sovrinciso tante volte da diventare quasi trasparente).
Il coro iniziale lo avrei sempre visto benissimo come colonna sonora della fine del mondo, e -se la fine del mondo si disturberà a durare in tutto 50 secondi – continuo a vedercelo. Poi attaccano queste lyrics così disperate e a loro modo dolci, circa la cui ispirazione Freddie si tenne sempre sul vago; mi ricordo che da piccola vederlo che incrociava le mani sul piano mi sembrava sempre una cosa fichissima e insolita.
Poi BOOM: quella sezione mai sentita prima, i Galileo, i Bismillah, gli echi, la voce di Roger che arriva così in alto che questioni la sua appartenenza al genere maschile. Tu sei ancora lì che pensi “no, aspetta un momento ho DAVVERO sentito tutto questo?” e apre la sezione rock, quella che tutti ci ricordiamo per la scena di Wayne’s World. A quel punto non sei più in grado di controllare i muscoli del tuo collo e ti trovi coinvolto in un headbanging compulsivo sino alla lussazione.
Mentre l’eco dell’ultimo, leggero colpo di gong si estingue, hai quasi il fiatone e resti affascinato, stordito, suggestionato. Ma ti sei anche bruciato la tua prima Bo Rhap, ed è una cosa che succede una volta sola.
Un po’ per scherzo un po’ no, credo pagherei per poterla riascoltare per la prima volta. Lei, Stairway to Heaven, tutto Dark Side of the Moon… e moltissime altre meraviglie musicali a cui fama e successo smisurati hanno finito col rubare, forse per sempre, la freschezza e il senso di meraviglia del primo ascolto. Voi almeno una volta riprovateci, ad accostarvi a questi enormi successi come se le orecchie fossero vergini… ogni tanto funziona.
12.God Save the Queen
*miagolio per imitare la chitarra*
Il nome Queen già dovrebbe suggerire alcuni loro tratti: pomposità, grandeur, ambiguità, patriottismo e un qualche gusto per il pacchiano e l’esagerato. Questo Mont Blanc di stratificazioni di Red Special, utilizzato per chiudere gli show sino alla fine, riassume gran parte del concetto: è un ambiguo omaggio all’Inghilterra e una piccola autocelebrazione neanche troppo tongue in cheek. La superpacchianata adorabile è stata 6 anni fa, quando Brian è riuscito ad arrampicarsi sin sul tetto di Buckingham Palace e, fingendo di celebrare il Golden Jubilee di Sua Maestà, l’ha suonata live. E cosa può fare un fan, se non annuire e sogghignare?
Va bene gente, io sono indubitabilmente di parte. Vi parla una che si è firmata per metà adolescenza allungando lo sbaffo sotto la A finale per formare la Q di Queen, del resto.
Negli anni, però, mi sono riassestata su posizioni meno acritiche e vagamente più mature rispetto ai miei eroi: ho molto arricchito i miei gusti e a volte sono arrivata anche ad ammettere dei Queen alcuni limiti e –persino!- dei difetti, anche se con affetto e qualche senso di colpa.
Nonostante questo, penso che su A Night at the Opera la mia opinione sia al massimo migliorata negli anni, con la somma dell’adorazione pre-teen all’apprezzamento più profondo della complessità dell’album, delle personalità della band, del modo in cui è tutto incastonato nel panorama musicale dell’epoca pur portando avanti un discorso artistico a sé, quello tutto Queenesco che la band ha sviluppato per due decenni senza mai farsi trascinare completamente dalle mode del momento, ma attingendo da pressoché qualunque fonte di ispirazione per una produzione complessiva che ha proprio nella varietà la sua vera continuità. Per rendersene conto, questo è un ottimo album per cominciare.
Insomma: il 21 Novembre del 1975 A Night at the Opera è entrato nel cosiddetto firmamento del rock per non uscirne più e, anche se domani sarà il suo trentatreesimo compleanno, vi assicuro che non vedo ancora traccia di rughe.
P.s. se riesco, faccio una foto dei 33 e 45 giri nominati. I miei vinili sono stati messi in ordine da una scimmia ubriaca quindi potrebbe volerci un po’ a trovarli…
Chi mi legge forse noterà un fastidioso pattern ripetitivo nella mia ultima produzione, ma il punto è che scrivere di musica al momento mi diverte molto di più di appuntare con sarcasmo le vicende dell’Alitalia, di lamentarmi del mio lavoro e in generale di seguire un altro po’ il mondo nel suo lungo e complesso cammino verso stadi di caos sempre più articolato.
Signori, io sono preoccupata. E non della compagna di bandiera o del mio futuro incerto. Non si può certo essere preoccupati e rassegnati insieme.
Vi siete mai chiesti se la fonte da cui vengono le vostre emozioni più gratificanti si prosciugherà mai, un giorno?
Io me lo chiedo spesso con l’amore, specie negli esigui periodi in cui sono single. Sarò ancora in grado di ignorare i rapporti finiti alle mie spalle (che crescono), mettere da parte ogni senso comune e tuffarmi in un’amena ingenuità, riattraversando un’altra volta tutte le fasi dell’innamoramento, della creazione di un rapporto, delle cose belle, brutte e tutte inevitabili che capitano?
Sarò in grado di sviluppare le adorabili cretinità da fidanzatini in modo nuovo ed inedito, senza riciclarmi neanche un nomignolo?
Riuscirò a smettere di vedere un rapporto a due come una parabola di inevitabile fallimento più o meno duratura o dovrò rivivere lo stesso iter dall’inizio alla fine?
Avrò ancora un pochino di amore e speranza da portare in dote o qualcosa in me avrà deciso di non elargirne più?
Sono tutte domandine abbastanza sciocche alla fine, specie quando ti accorgi effettivamente che né la tua mente né il tuo corpo sono stati troppi guastati dal cinismo, vecchie cicatrici a parte. Tiri un respiro di sollievo e ti congratuli con te stessa per non essere ancora morta dentro.
Con la musica, il secondo grande amore della mia vita dopo l’imbarcarmi in relazioni allucinanti senza tregua, comincio a temere che possa essere diverso.
Il mio rapporto para-erotico con la musica è una cosa un tantino imbarazzante, se vogliamo, ma tralasciamo questo dettaglio e proseguiamo.
E’ sin troppo ovvio che in questi giorni sono nel pieno di una cotta totalizzante, formalmente simile a un tipo sentimento che di solito si prova per altri esseri umani. Una cosa proprio “alla Silvia”, un topos della mia esistenza.
Non ho voglia di ascoltare altro.
Se ascolto altro mi sembra di tradire (ascoltare i miei adorati Zeppelin in questi giorni mi fa sentire come una moglie fedifraga che ha una scappatella con la sua fiamma del liceo.).
So che prima o poi finirà e l’idea mi sembra assurda, ma finirà e diventeremo grandi amici.
Ormai mi conosco.
Come quando ti innamori di una persona dopo averla conosciuta a lungo e sotto un’altra luce, una miriade di piccoli dettagli cliccano al loro posto ed è come se ti avessero dato una vigorosa ripulita alle lenti appannate degli occhiali. Quello che registravi in maniera obiettiva diventa un particolare degno di attenzione, vuoi saperne di più, di tutto.
Quella piccola scintillina di magia di cui ci è dato godere nella vita si mette a brillare, il nostro cervello secerne sostanze dopanti e stiamo bene.
Sono 14 anni che conosco i Pink Floyd e non hanno mai smesso di piacermi. Sempre “solo amici” però, anche se mai fuori dai vertici dei miei gruppi preferiti, in cui sono notoriamente succinta. Sempre lì mentre avevo crisi ormonali per i Queen, mentre mi schiacciavo le cuffie forte sulle orecchie per assorbire ogni decibel di Beatles possibile, mentre pensavo che sarei stata male se non avessi sentito The Rain Song un’altra volta.
E ora, l’ultimo dei magnifici quattro, quello con cui avrei giurato che saremmo rimasti solo amici, è diventato una specie di amante. So come funziona, vorrò sapere tutto, ascoltare tutto, immagazzinare qualunque informazione disponibile, mi sentirò cretina ma continuerò a farlo, sino a diventare una freak dei Pink Floyd.
Ho avuto la prova definitiva quando ieri ho visto il film di The Wall (che ci crediate o meno, non lo avevo ancora visto) e mi è piaciuto tanto, a me che ho sempre trovato l’album uno dei meno belli e Roger Waters uno dei personaggi più odiosi della storia del rock. Invece, sono rimasta colpita, commossa, turbata, ho persino avuto degli strani incubi dopo (aiutati dalla visione di membra umane pietrificate su Internet, ne sono certa, e senz’altro ben diluiti dallo smalto per termosifoni che aleggia odoroso in casa mia).
E’ un qualcosa che in parte si trova nella musica, in parte nella band, mentre qualcosa risiede nella mia testa soltanto e non saprei come procurarmelo volontariamente, né lo scelgo.
Il problema è che ora non vedo altri candidati per il futuro, avendo esaurito i vertici delle mie preferenze, sempre scelte per un particolare mix di talenti musicali, innovazione, collocazione in un certo periodo storico, appeal dei membri della band, generale aura di magia e anche radicamento con la mia storia personale dall’infanzia in poi, caratteristica, questa, che non posso certo riprodurre artificialmente.
Quindi me la spasso, mi godo quella bellissima musica ancora di più di quanto non abbia mai fatto …e poi? Niente, fonte esaurita. E’ possibile, mi dico, che stia provando questa felice imbecillità per l’ultima volta?
Mentre medito sulla bellezza degli entusiasmi e sulla transitorietà dei sentimenti, credo che l’unica cosa opportuna da fare sia ascoltare ancora Pink Floyd sinché non mi sanguinano le orecchie.