La lezione di pump* volge al termine. Bicipiti, addominali e stretching rimasti. Finiti i bicipiti penso che mi bosserò il resto perchè odio fare addominali.
E la malvagia insegnante muscolosa** mette Starlight dei Muse (un po' velocizzata >_>), che mi fa sentire immediatamente in dovere di restare.

Fottiti Bellamy ora son tutta un dolore... T_T
P.s. Oggi a Genova è venuto un freddo porco e tutti parlano del tempo. Odio parlare del tempo. Bah.
*Pump è una sadica disciplina palestrifera che implica sollevare o reggere un bilanciere carico in tutti i modi possibili e a tempo di musica, di solito accelerata del 200%
** Bella, brava e competente peraltro
Il lavoro non mi lascia molto tempo libero mentre sono in ufficio, le richieste si impilano, le telefonate da fare lievitano, la pazienza e le energie calano. E' venerdì suvvia.
Cercavo nell'hard disk del mio pc posseduto dalle ragazze precedenti un paio di schede tecniche in inglese da disseminare in giro. Frugo qui e lì, arrivo a una cartella personale di una di loro. Un paio di sotto cartelle e un singolo mp3, in bella vista.
Thoughts of a Dying Atheist, Muse.
Straluno.
Di tutte le canzoni di tutti gli artisti al mondo, probabilmente la mia canzone preferita del gruppo di cui sono innamorata in questo periodo. Quando si dice le coincidenze.
No davvero, strano strano strano, mi fa intuire la presenza di un ordine superiore. O almeno che questa Letizia avesse ottimi gusti musicali, dai.
Attacco furtiva le cuffiette al case e mi godo un ascolto abusivo....
it scares the hell out of meeeeeeeee......
E' venerdì suvvia.
Oi oi, dovrò sforzarmi proprio per non diventare una fan. Sono troppo vecchia per ste cose.
Band, maschi... sempre la stessa storia "La prendo con distacco" e poi mi affeziono inesorabilmente.
Sarà anche l'entusiasmo perchè per una volta mi piace una band che posso effettivamente vedere e seguire nella sua carriera?
E oddio, parlo come se i Muse non li seguissi da Unintended. Li scambiai lì per lì per Radiohead... ma mi piacquero subito.
Basta, è ora di fare un po' la giovane.
E dopo cotanto spettacolo, critiche a parte, e un giorno abusivo a Firenze, si torna al lavoro (di venerdì per fortuna), in una giornata per giunta climaticamente discutibile.
I Muse me li tengo ancora stretti sull'iPod, per un giorno non ho ascoltato altro, nostalgica, un po' pentita di non sapere ancora tutti i titoli e le parole. Ma mentre ascoltavo la playlist Muse Only mi rendevo conto che ormai, si, le conosco tutte e le posso canticchiare, che è il primo passo nella mia procedura di affezionamento a una band.
Ero sfatta devo dire, stavo appisolandomi in riunione, coi neuroncini che campeggiavano assonnati coi marshmellows davanti al ricordo ancora calduccio del concerto.
Non sono un animale da folle, non riesco quasi mai a sentirmi parte di qualcosa, ma per osmosi mi è passato decisamente un non so che, quella polvere magica che rende la musica rock così speciale... è uno spettacolo che non viene solo dalla band o solo dal pubblico, ma una somma più grande delle parti, una reazione chimica che sprigiona calore e entusiasmo, un'oretta epica alla portata di tutti.
Così mi crogiolavo nella pausa, dopo essere strisciata alla prima panchina, sotto un dubbio cielo mezzo grigio mezzo azzurro. Mangio la mia mela verde, mi stendo (scomoda) e guardo per aria. Nel frattempo il pod mi propone Invincible. Penso avvenga una piccola magia urbana, perchè all'improvviso il sole fa capolino e un gran vento spazza via le nuvole. Raggi di sole negli occhi, cielo azzurro, la voce rassicurante di Matthew nelle orecchie...
Make your dreams come true
Don't give up the fight
You will be alright...
Vivo 20 secondi di puro benessere, di quelli da sorridere al mondo.
Mi sembra che in quel momento la musica sia lì solo per me. Pensiero presuntuoso che avrà chiunque la ascolti, talvolta. Strano come un'esperienza che vivo in modo tanto intimo e privato tra le mura della mia stanza... possa trasformarsi in uno strano rito tribale di massa celebrato da uomini in chitarra elettrica. Le stesse parole e le stesse note, che non sussurrano più solo per te nei tuoi auricolari, ma vengono urlate in pasto a orecchie adoranti. Come anche altri confermano, ha qualcosa di sensuale, per non dire sessuale. Senz'altro di sudato e sporco. E bellissimo.
Mi addormento al sole con la sua voce che mi culla e tiene lontana dai rumori banali della città. Penso con l'ultimo neurone sveglio che è una voce proprio sexy, nonostante i falsetti e l'appartenenza a un inglesino bassino dall'aria timida.
Sogno qualcosa, e mi risveglio in tempo per tornare in ufficio. Il cielo è tornato grigio e fa freddo. Ma nel mio cuoricino la stufetta rock è ancora accesa.
Questa è la cronaca di una paciosa serata fiorentina passata in compagnia di tre simpatici ragazzi inglesi e di svariate migliaia di fans sudacchiati in delirio.
Mentre ci avvicinavamo all'albergo dove depositare i nostri pochi ma pesanti averi, dopo un allegro viaggetto mattiniero da Genova, la mia fida guida ai concerti ed io abbiamo avvistato sin dall'altra riva dell'Arno il bell'impianto scenico che faceva capolino da piazzale Michelangelo, una macchiona bianca sopra la montagnetta. La curiosità faceva capolino anche lei, e così dopo la scalata semi-alpina (la signorina IGNORAVA che piazzale michelangelo fosse COSI' in alto) eccoci approdare al sito concertoso, cinque ore prima dell'inizio, in ricognizione.
MUSE. MUSE. MUSE. Recitano così le magliettine a righe che vedo ovunque in cima. Un'abbondante manciata di fan già seduta tra le transenne d'entrata, con l'aria di essere intenti in un sit-in per la pace ma in realtà intenti a tenersi ferocemente i posti migliori. Li studio, si prende un boccone. Nei dintorni sprigiona già profumo di Napoli, nella forma di venditori abusivi di tee-shirt che appaiono in gran fretta, smerciano lo smerciabile e si dileguano. Zampetto da uno dei venditori più vicini all'entrata, credendo che l'abusività sia forse inversamente proporzionale alla distanza, e mi magliettizzo anche io. Righe viola e nere, la scritta MUSE in piene tette. Ora sono una di loro. Mi spoglio e cambio in un angolino, e si va a trascorrere piacevolmente il resto del pomeriggio, prima dell'annunciata apertura dei cancelli alle 18,30.
Il sole è ancora alto al nostro ritorno, a ovest dritto davanti al palco, e si entra senza tante cerimonie. All'interno il sit-in prosegue. Ordinati e mansueti come un branco di leoni marini, i fans che hanno conquistato il pit per primi (a parte quelli vicinissimi al palco) occupano il loro spazio con chiappe, borse e bicchieri di birra. Noi arranchiamo da un lato e ci portiamo abbastanza vicini da scattare questa (col mio cellulare >.>) foto del palcoscenico.

Lo ricorderò come l'unico momento in cui ho visto bene il palco senza provare dolori fisici di vario genere.
Dopo un'attesa umidiccia passata a esplorare la fauna (dai teenager tamarri con occhialoni alle ragazze gotiche intente a ravviarsi i capelli con un gran broncio, dalle coppie abbracciate di trentenni ai fighetti in cravatta), con un po' d'anticipo ci si dona in pasto la band di supporto, Juliette and the Licks. Ricordavo la signorina Lewis per vari film, si, ma l'Esperto mi informa che si è data a una simpatica carriera rockeggiante, lei e i suoi 4 baldi compari. E canta, ride, ci parla e si contorce come una pazza, nei suoi pantaloni rossi attillati, ginocchiere e piume da indiana in testa. Mi rendo conto dopo tre canzoni che ci sono due chitarristi sul palco, uno occultato dal solito bipede altissimo e ricciuto che mi ero beccata davanti. Mentre i capezzoli di Juliette li vedo dall'inizio alla fine, impertinenti e oscillanti.
Lei sa che la sua band è solo l'appetizer, e lo dice quasi scusandosi poverina, ma suonano benone e il pubblico allegro regala applausi e piccoli pogamenti innocenti ai suoi occhi spiritati. Solo il povero chitarrista vestito da Rambo viene unanimamente ignorato nei suoi tentativi di aizzare la folla.
Dalla mia bassa latitudine tutto procede dignitosamente, prendo ostinatamente a calci un tamarrello quindicenne di due metri e dieci che tende ad appiccicarmisi, mantengo la mia posizione da combattimento semi-cosacca (l'Esperto me l'ha consigliata per guadagnarmi lo spazio vitale) e inforco gli occhiali e il cappellino.
Quando Juliette e i suoi lasciano il palco, uno sciame di tecnici invade il palco e in poco tempo la scena viene preparata per il pezzo forte. La musichina d'attesa (tra cui orecchio piacevolmente Nine Inch Nails e Raconteurs tra l'altro) prosegue e intanto la folla diventa più inquieta. Ondate di spintine dai lati e da dietro. La massa preme per arrivare al palco. Noi resistiamo. Di culo. Letteralmente.
Ma quando, calate ormai le tenebre, la musichina d'attesa diventa un silenzio gravido, le cose cambiano. Le pressioni diventano violente, vedo le ragazzine più fragili ondeggiare come giunchi al vento.
Si accendono i riflettori e partono i primi tre accordi di Knights of Cydonia.
La follia.
Faccio in tempo a intuire i Muse sul palco e l'orda da dietro dilaga e spintona impazzita.
Come ride with meeeeeeeee.....
Knights parte, sempre più incalzante, un treno di energia per i fans in attesa da ore. Nell'orgia tribale che avviene sotto il palco vengo schiacciata, spintonata, palleggiata tra schiene aliene, ridotta a spazi minimali. Non cado solo per mancanza di spazio dove cadere. La folla ululante è in estasi, urla e salta a ritmo, la scenografia esplode di luci, la musica riempie le orecchie e le viscere di tutti. Ma le mie prime urla sono di puro terrore, perchè ho perso il controllo della mia regione inferiore e sto praticamente fluttuando in giro su piedi altrui, senza il minimo controllo. Salto anche io (credo), ma sto per farmi seriamente del male e continuo a squittire in preda all'eccitazione e alla paura. Decidiamo (ancora prodigiosamente vicini), di battere in ritirata verso regioni più tranquille.
Ma muoversi in quella sostanza viscosa di corpi non è impresa da nulla. Attendiamo i momenti saltabili, quando la massa diventa più liquida, e corriamo alla disperata verso l'esterno. Diamo le spalle al palco, ma mi giro e adocchio Bellamy nel suo completino rosso fiammante e la canzone ci insegue anche nella fuga.
No one's gonna take me alive,
The time has come to make things right,
You and I must fight for our rights,
You and I must fight to survive
In lettere cubitali sopra la band, le parole più adatte mentre fuggivamo alla morsa. La cosa ci fa ridere molto, anche in mezzo a tutto quel casino. L'aria si alleggerisce, la temperatura scende di diversi gradi e anche la densità umana torna a livelli ragionevoli. A un miglio dalla band però >.>;. Coi miei potenti mezzi tecnologici scatto da lontano questa foto dettagliatissima che sembra mostrare un palco in fiamme

Nel frattempo, negli istanti tra la nostra fuga gloriosa e l'assestamento nelle retrovie, i Muse attaccano con Hysteria. Che amo molto eh. Ma ho pensato che non avrei voluto essere dov'ero sino a 3 minuti prima. E ho continuato a farlo a ogni stacco saltabile del concerto. Si ballicchia e si ride anche da lì. Ma la band si vede pochino, bisogna giusto ringraziare l'abito sgargiante di Bellamy e i suoi numerosi cambi di chitarra (tutte moddate con quel super pad luminoso che fa gli effetti fighi).
Supermassive Black Hole, ho una voglia disonesta di ballare e cantare, ma sono timidina e perplessa. Faccio una telefonata che ci tenevo a fare e elaboro il mio piano malvagio, cioè circumnavigare la folla sino al lato Bellamy (il sinistro naturalmente, in quanto il più lontano) e strisciare come cobra sin sotto il palco. E seppur con difficoltà, sfruttando soprattutto le mie facoltà gelatinose di ragazza piccola nello sgusciare tra la gente, riusciamo nell'intento. E cavolo, almeno il nostro rosso cantante si vede benone. Vedo persino i tasti del suo pianoforte, verde fosforescente. Troviamo un'alcova con una nidiata di altre ragazze piccole sfrattate dalle aree più violente. Tutte assiepate su blocchi di cemento per vedere più in alto. Anche io trovo 10cm cubi sopraelevati e mi innalzo, sorretta dall'Esperto in veste di stampella. E da lì in poi iniziamo a goderci veramente il concerto. Ecco un'altra SUPER foto nitida della visuale. L'area evidenziata rappresenta Matthew Bellamy (o un alieno, o un cespuglio di ortensie). Comunque lo vedevo abbastanza da intuire che si era tagliato i capelli di fresco.

Time is Running Out, New Born, Starlight, Blackout, Invincible (qui la scaletta)... una dopo l'altra tutte le mie canzoni preferite si succedono. Canzoni che conosco bene anche se mi rifiuto di imparare i titoli per pigrizia. Suonate e cantate in modo impeccabile, che ad ascoltare i dischi non penseresti mai che dal vivo le sanno fare anche meglio. Sotto l'enorme impianto che trasmette immagini appropriate ad ogni canzone, la band si scatena. Matthew continua a cambiare una chitarra dietro l'altra e le stupra con garbo, riuscendo nel frattempo anche a cantare le sue partiture altissime senza una sola stonatura. Dopo ogni canzone ci ringrazia ("Grazie milla!"), ci saluta ("Come stateeey Floreeeence"), sembra di buon umore.
Anche noi cantiamo, ci cantiamo in faccia, saltiamo a tempo, urliamo, battiamo le mani, esultiamo festosi (che bella la parte di chitarra di New Born...). Sapendo che la mia incolumità è garantita, me la godo un mondo, vorrei solo salire sul palco e abbracciare la band da quanto sono bravi.
Suonano poco, ma tornano subito per un altro paio di canzoni. Si zompa come pazzi per Plug In Baby, e dai lati del palco una manciata di enormi palloni bianchi ci viene lanciata incontro. La folla praticamente li sbrana, e mentre si sgonfiano escono tante cartine bianche, effetto neve carnevalesca. Ho un report high definition anche di quello.

Siamo agli sgoccioli. Il batterista Dominic si infila una parrucca rosa gettata dal pubblico e si obbietta che il rosa non è il suo colore. Ancora Stockolm Syndrome , e stanchi ma ancora inappagati, dobbiamo dire ciao alla band, che è attesa in Germania per l'enorme Rock Am Ring. Dominic afferra il microfono e ci urla un grazie, poi lascia anche lui il palco, dopo gli altri. Frank Sinatra attacca subito dopo dagli altoparlanti e ciò uccide sul nascere ogni speranza.
Mi lasciano e ho già voglia di rivederli. Non posso definirmi una Fan, con tutti gli attributi nerd del caso, ma li stimo moltissimo, ora anche di più. Originali, indefinibili, una delle poche band che suonano ora che secondo me verranno ricordate. Come per il mio rapporto con gli uomini, il Grande Amore è un'utopia del passato (per me musicalmente furono i Queen, di cui ero una nerd fanatica di chiara fama), preferisco abbandonarmi a ragionevoli e motivate relazioni senza abbandonare il mio senso critico e della prospettiva. Che le cose così si godono anche meglio. I Muse sono i partner perfetti. E la prossima volta penso mi impegnerò anche a sapere tutte le parole.
Si riesce a uscire senza troppi problemi. Fa freschino, come dopo un bell'orgasmo. Ancora assordati e fisicamente un po' lesi, osserviamo i Maglietta Fields Forever, cioè i banchetti, almeno una dozzina, che cercano ancora di rifilarci magliette.

E' poco, ma lo usiamo per mantenere viva ancora un po' la bella sensazione di aver assistito a qualcosa che conservava intatta, e non pensavo si potesse, tutta l'alchimia del rock. Alternative, quello che volete, ma sempre rock, energia, magia.
Ma questo rito si è ormai consumato, ne prendiamo atto e con un gelato in mano iniziamo il cammino verso l'albergo, le nostre energie ormai private della fonte musicale e quindi in rapido calo. Un ultimo sguardo a Firenze, bellissima nella notte illuminata dalla luna, e tutti a casa. Buona notte Muse, grazie.
Mi sembra di avere meno tempo per la mia adoratissima musica, col lavoro che faccio non posso nemmeno mettere su l'auricolare mentre faccio le mie cosette visto che devo smanettare spesso col telefono (ultime performance richiestemi comportavano chiamate in Estonia e Germania a gente dagli accenti improbabili che ho compreso miracolosamente...). Peccato, il precedente lavoretto di copywriter mi permetteva un ampio margine di cazzi miei, ora telefono , vado su e giù, parlo... con la sola sinfonia delle voci degli altri e dei telefoni. =(
E' una terapia d'urto per la mia timidezza compulsiva però, e non ditemi che non guardo al bright side of life.
Nel frattempo proseguo le mie esplorazioni musicali dalle 7 alle 8 e mezzo, dalle 12,30 alle 14,30 e dalle 18,30 in poi. In negativo rispetto all'ufficio. E c'è così tanta musica da ascoltare. Io la infilo nel pod e poi lascio che lo shuffle vada dove vuole, non mi premuro di riconoscere titoli e artisti (a meno che non siano proprio riconoscibili a orecchio... per esempio non è che la voce di Neil Young la confondi con molte cose). Lascio che le canzoni mi entrino ben bene dentro il cervello, sinchè non riesco a canticchiarle in testa quando le riascolto. Me la spalmo come la crema rassodante la musica, la faccio assorbire, manata dopo manata.
Comunque, come "vendetta" al lavoro che mi porta via la musica, ho intenzione di utilizzare uno di questi due oggetti domani sera. A Firenze.

=)!!