Sfuggo da Londra nonostante mi sia imbattuta nella peggior nevicata degli ultimi 18 anni, anche se il verbo "sfuggire" non si applicava neanche lontanamente alla visione di me incagliata nella neve alle 4 del mattino mentre tentavo pateticamente di trascinare chiappe e valigia sino a Liverpool Street, con la città ancora bianca, silenziosa e addormentata.
A Stansted trascorro un'oretta a guardare il personale di terra che ci sbrina il Boeing e gli fa pure la toeletta, alternando la procedura a violente battaglie a palle di neve e grasse risate: il volo è in ritardo ma - apprendo in seguito - uno dei pochi riusciti a decollare, forse a causa del pilota Ryan psicopatico che ci ha portati su nei cieli con un angolo di attacco degno di uno Shuttle e ci ha risbattuti a terra a Genova con una fine manovra di break dance applicata al 737, detta "Mossa #51 con fusoliera inclinata a sinistra".
Facendo un rapido calcolo, era la settima volta che me ne andavo a Londra, ma sono lo stesso riuscita a trovarci ancora qualcosa di nuovo e non visto. Magari quando non sarò in ufficio e in profondo debito di sonno mi dilungherò meglio al riguardo.
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Come postilla sul triste quotidiano nostrano, apprendo che l'ultima moda è dar fuoco alla gente e poi mettere le mani avanti dicendo che "non siamo mica razzisti". Mi riferisco naturalmente ai nefandi giovinastri di Nettuno,
Ora, consentitemi una similitudine un po' maldestra (alle 7 del mattino non potevo concepire tante raffinatezze), ma se qualcuno, di fronte a un gruppo di ragazzini che appiccano fuoco a un altro essere umano, si mette a notare che non l'hanno fatto per razzismo (perchè poteva essere un indiano come una qualunque altra persona indifesa disponibile al momento, che diamine), credo sia come rientrare a casa e rivolgersi distrattamente all'elefante in tailleur che sorseggia té nel nostro salotto, dicendogli "Quel tailleur è davvero fuori moda".
Sono l'unica che in primo luogo direbbe "Oh mio Dio, c'è un fottuto ELEFANTE in salotto, e non credo si sia nemmeno lavato le zampe prima di entrare!"?
Sarei l'unica che troverebbe la presunta assenza di razzismo un dettaglio tutto sommato di poco conto e forse anche un tantino inquietante?
What a wonderful world.
Tra gli incredibili aspetti positivi di perdere un volo in maniera così ingiusta e crudele, ci sono state anche altre meravigliose chance, tipo:
- Incazzarmi al telefono e successivamente via mail con la segreteria dell'albergo di Londra che mi voleva addebitare il soggiorno intero invece della prima notte. La telefonata era improntata a un isterico "this is ridiculous!", mentre mi sono fatta piccola fiammiferaia proletaria via mail e ho ottenuto un qualche sconto sulla "sanzione". Ho salutato dignitosamente con frasi a grande effetto sul fatto che, purtroppo, sarò costretta a non usare più i loro servizi neanche in futuro. Frasi che faranno la loro porca figura nel cestino dell'email dell'hotel, insomma. A parte tutto, io adoro incazzarmi in inglese: il cuscinetto linguistico mi conferisce una straordinaria libertà espressiva.
- Chiamare mezza dozzina di call center carissimi tra cui quello della British Airways che, tassando in pratica al secondo, si premura di parlare a un ritmo di otto parole al minuto, per giunta orientate alla totale inconcludenza. Scoprite le ultime novità su VU VU VU BI A PUNTO COM.
- Litigare con la mignotta del call center RyanAir che "lei non mi si può rivolgere così bla bla bla" mentre ero a un passo dalle lacrime e a mezzo passo dal compiere una strage in aeroporto. Con quello che pagavo quel call center, per quanto mi riguardava potevo anche chiederle di simulare un orgasmo servendosi di un modellino di 737-800 e lei avrebbe dovuto obbedire senza fiatare.
- Tornare mogia in ufficio per recuperare almeno mezzo giorno di ferie sprecato e trascorrere il pomeriggio tra lavoro furioso e fax minacciosi alla sede Ryan di Dublino.
- Passare il week end fissando l'albero di Natale e chiedendosi che cosa si sarebbe potuto fare a Londra in quel momento.
- Indugiare in pensieri paranoico ossessivi tipo "e ora non riuscirò mai più ad andare a Londra perchè ne andrà sempre una storta".
Lo so, suono come un'odiosa bimba minchia e sì, sono conscia del fatto che ci siano mali peggiori (parliamo dell'India? no va...), però di sta vacanzina avrei avuto proprio bisogno.
Sospiro.
Il danno economico è fatto e difficilmente mi rientrerà in tasca.
Il giorno di ferie buttato pure.
Il morale non ne parliamo.
Insomma scordatevi pure l'espressione "incredibili aspetti positivi", qui è ancora merda fitta.
Bleah.
Posto che con questo vento credo non sia necessario l'aereo per arrivare a Londra, ma è forse sufficiente mettersi sulla pista del nostro infausto aeroporto in posizione aerodinamica, vi saluto per qualche breve e rosicchiato momento di relax e congelamento in terra anglosassone.
Che Iddio preservi le mie finanze e mantenga il mio sangue allo stato liquido.
Ogni 24 novembre mi dico “Oh Santo Cielo è possibile che siano già passati xxx anni dalla morte di Freddie?”.
E sì, è sempre possibile, e ogni anno è un numero più impressionante. Quest’anno saranno 17 anni, l’anno prossimo i nati nell’era post-Mercury potranno votare, e sono dati, questi, che mi colpiscono.
In questi giorni sono in fermento pre-londinese e la memoria va automaticamente ai miei ricordi legati a questa bellissima città in cui avrei tanto voluto vivere, anche solo per un po’, ma in cui credo non riuscirò mai ad andare per più che pochi giorni sparuti per volta. Il mio primo viaggio a Londra fu nell’estate del ’95. Atterrai a Gatwick e come primissima cosa, appena sistemata la valigia in hotel, trascinai il papà per Kensington con una mappa in mano di luoghi e strade in cui non ero mai stata ma in cui mi muovevo lo stesso con una strana sicurezza.
Raggiunsi Logan Place per vedere il muro della casa di Freddie. Un muro bello alto e alquanto lungo, periodicamente ripulito e altrettanto periodicamente ricoperto nuovamente da scritte piene di affetto di altri fan sciamannati come me che vengono dagli angoli più disparati del globo a compiere questa strana e un po’ feticistica forma di pellegrinaggio.
All’epoca facevamo solo diapositive, e in un’oscura slide ci sono ancora io, con il mio più improbabile abbigliamento anni ’90 e i capelli a cespuglio, che guardo mogia mogia la porta che si apre nel muraglione, anche quella coperta di scritte sin dentro la buca delle lettere.
Lo stesso tipo di spettacolo si presenta anche nelle foto di molti anni a seguire, sinché i miei soggiorni non si fecero troppo brevi per poter dedicare tempo a quella scappatella kensingtoniana.
Sempre nel corso di quella prima e memorabile vacanza, passai ore a spulciare vecchi vinili a Portobello Road. Ero a caccia di B-Sides nella nebbiosa era pre-Napster e mi portai a casa sia Under Pressure che Play the Game, le cui ambite track del lato B avrei anni dopo potuto scaricare con un clic in pochi secondi.
La sentimentale in me, però, volle anche un certo 45 giri con la custodia blu e una bella foto della band. Venti sterline e molti ringraziamenti al papino dopo, avevo in mano Bohemian Rhapsody, il mio minuscolo e abbordabile pezzo di storia della musica, nelle mie grinfie per sempre. Ma tornerò su questo punto più avanti.
Mi scordavo di aggiungere anche che, in quel lontano Luglio londinese, tirai su anche il 33 giri di A Night at the Opera. Un pirla aveva scritto dentro alla Q di Queen. Ma io ho a casa 45 giri degli Stones pieni di Mick Jagger con le corna disegnate a biro, quindi chi ero mai per giudicare? Me lo presi.
In questi giorni, mentre meditavo su Freddie e la sua prematura scomparsa, ho ricordato anche un evento più lieto: venerdì il nostro simpatico e adorato concept album, la magnum opus, quello che pomparono a buon diritto come “l’album più costoso della storia del rock”, il frutto di maniacali e ossessivi lavori di incisione e sovrincisione, compie i suoi annuzzi. Domani, per la precisione, fa 33 anni.
Non è un numero tondo, ma almeno è un multiplo di 11, per dire, e io lo celebro comunque, perché non ha ancora così tanti anni da dover mentire sull’età dopo tutto.
Come celebriamo A Night at the Opera? Ascoltandolo in primo luogo. L’ho ascoltato tante volte che lo posso cantare da cima a fondo, facendo voci e strumenti e senza pause se non per prender fiato. Se però siete vissuti su Saturno sinora e non vi è mai capitato di farlo, lasciate vi dia qualche spunto sul perché dovreste:

1. Death on Two Legs (Dedicated to…)
“Was the fin on your back part of the deal...”
La vita è sempre la stessa. Sul groppone di tutti c’è almeno un ex capo stronzo, o qualcuno che ci ha sfruttati e trattati male in passato. Capitò pure ai Queen prima che fossero un gruppo surrealmente ricco e di successo.
Mentre noi possiamo aspirare al massimo a bucargli una gomma e fuggire come ninja, la band si prese il lusso di aprire il primo album prodotto sotto nuova gestione con una bella track incazzosa che non si risparmia insulto nei confronti del manager appena scaricato. Appena me ne vado di qui, metto degli altoparlanti sul tetto e la faccio partire a tutto volume. La line “but now you can kiss my ass goodbye” mi premurerò di urlarla io stessa.
2. Lazing on a Sunday Afternoon
“Fridays I go painting in the Loooooo…uvre.”
Dopo tanta rabbia, silenzio… e un pianofortino spiritoso parte, vivace. Freddie sembra cantare da un piccolo altoparlante, anche se la registrazione fu più complessa e coinvolse strani movimenti in giro per lo studio, delle cuffie e un secchio di latta. Si tratta di un grazioso divertissement che racconta una settimana di attività che culminano nel poltrire domenicale.
3.I’m in Love with My Car
“String back gloves in my automolove”
Roger Taylor è fissato con le auto e con la figa e con gli occhiali da sole, ormai è una cosa lampante. Mentre il timido Deacon componeva la track successiva dedicandola alla moglie, lui prese carta e penna e si impegnò a infilare ogni singola componente di un’automobile nelle lyrics di questa atipica love song hard rock. Non solo, ma si chiuse in un armadio (un capitolo di “Trapped in the Closet” ante-litteram!) a frignare sinché Freddie non gliela lasciò mettere nel lato B di Bo Rhap, per cui sta attualmente ancora ciucciandosi le royalties. Minacciando un “Galileo” ad alta frequenza che avrebbe danneggiato le apparecchiature dello studio, ottenne anche di spararla live a ogni occasione propizia, per molti anni a seguire, e dobbiamo dargli credito di essere uno dei pochi batteristi che a cantare mentre suona ci riesce anche benone.
4.You're My Best Friend
“I'm happy, happy at home”
John Deacon è dei Queen l'unico che ha scelto dignitosamente di chiamarsi fuori dalle scene dopo la morte di Freddie. L'ultimo arrivato, il più giovane, il più silenzioso e low profile della band, era un elemento necessario per mantenere coeso un gruppo altrimenti composto da drama queen (termine appropriato) afflitte da manie di protagonismo in varie forme. Bassista in gamba e probabilmente anche un po' sottovalutato, non aprì mai molto bocca, né per cantare né per molto altro. Di canzoni ce ne ha regalate poche, in compenso tutte belle e generalmente caratterizzate da un certo qual vibe positivo. Mentre gli altri tre broccolavano in giro, lui si sposò presto e comincio a fare figli su scala industriale, tutti con la stessa donna con cui sta ancora oggi e a cui nel '75 dedico questa love ballad per eccellenza, davvero deliziosa e alquanto heart warming.
5.'39
“Dont you hear my call /Though youre many years away”
Mentre Taylor fa il cazzaro, Deacon il tenero e Mercury volteggia poledricamente dal demenziale al sublime, May è l'astrofisico fissato con le storie struggenti e tristine, di cui la sua carriera come autore è letteralmente tappezzata. Solitamente la malinconia e il rimorso sono trademark delle sue lyrics e puntualmente li troviamo anche in questa vicenda un po' fantascientifica di una spedizione che parte per esplorare terre lontane e trova che al ritorno, un anno dopo, sono trascorsi cento anni e tutte le persone amate sono morte. Canta Brian stesso, come spesso accade, mentre gli altri gli vanno dietro con bellissime armonie. Una delle cose più carine di '39 è il modo in cui la suonavano live, raccogliendosi tutti nel proscenio in una sorta di performance “intima”: Mercury con le sue tutine da danza e Taylor con grancassa e tamburello. Mentre Deacon trotterellava in giro, Brian sembrava il figo della comitiva che suona davanti al fuoco in spiaggia. E la folla andava, prevedibilmente, in deliquio sensoriale.
6.Sweet Lady
“You call me sweet like I'm some kind of cheese”
Questa è la track meno conosciuta dell'album in assoluto e, relativamente al contesto, forse la più debole, benchè scommetto che molte band meno talentuose sarebbero state ben contente di produrre questa solida ed energica canzoncina rock dedicata probabilmente a un fior fior di stronza.
7. Seaside Rendezvos
“Fantastic, c'est la vie Mesdames et Messieurs”
Un altro piccolo capolavoro della vena romantico-kitch un po’ poliglotta, brillante e veloce, con tanto piano e un basso che ti costringe a ballare, possibilmente acchiappando per mano la prima persona a tiro, fosse anche la persona seduta accanto a te in bus. Ascoltare Seaside Rendezvous non può non mettere di buon umore, fosse anche solo per l'intermezzo “strumentale” in cui Freddie e Roger fanno i kazoo umani e, signori, lo fanno dannatamente bene.
8.The Prophet's Song
“Listen to the mad man”
Forse l'ultima rappresentante della vena epica dei primi Queen, è una canzone lunghissima – oltre otto minuti – di sapore biblico-onirico, in cui il profeta annuncia l'imminente sciagura che un'umanità arida e priva d'amore ha attirato su di sé, e cerca di metterla in guardia perchè si salvi. Ovviamente parto della mente di Brian, presenta un lungo intermezzo solo vocale, prima cantato da Freddie e poi dagli altri, che gioca divinamente sia con il delay vocale con con l'effetto stereo. So che quando i Queen erano giovani studenti di belle speranze, amavano prendersi i dischi di Hendrix e saettare da una cassa all'altra per capire come quell'uomo prodigioso riuscisse a sfruttare la stereofonia, e qui è lo stesso, una cassa sola non ti basta o ti perdi tutti i dialoghi di voci. Me ne resi bene conto a dodici anni, quando ascoltai the Prophet's Song con un'amica tenendoci un auricolare a testa e lei concluse che sì, le piaceva, ma quella sezione in mezzo, con quegli strani buchi silenziosi, era davvero troppo troppo stravagante.
9.Love of My Life
“Don't take it away from me because you don't know / What it means to me”
Per qualche ragione, questa romantica, struggente ballata di Freddie, con piano, arpa e performance vocali da far commuovere, è piaciuta tanto ai fan. Specie quelli sudamericani. Ma dico tanto come in “tanto tanto”. La versione che tutti conoscono, infatti è quella live. Freddie e Brian in proscenio, chitarra acustica e le consuete migliaia di invasati che non vedono l'ora di cantare. Freddie è ben contento di risparmiarsi un po' di attrito di corde vocali e – a volte – un po' stupefatto dall'entusiasmo della folla. Brian mantiene la consueta aria assorta, anche se una volta giuro di averlo visto prendersi qualche secondo per portarsi il dito indice alla bocca nell'universale gesto del “STFU”, forse stizzito dal fatto che le urla ferine dei fan gli impedivano persino di sentire che cosa stesse suonando. Ma io vi invito a godervi la versione studio, pulita e raffinata. E' anche la preferita della mia mamma, per la cronaca.
10.Good Company
“Don't fool with fools who'll turn away / Keep all good company oohoo oohoo”
Un punto piuttosto caratteristico di A Night at the Opera è l’ondeggiare continuo tra serio e faceto e il cambiamento repentino di sonorità. E’ appena finita la lacrimosa Love of My Life, in un tripudio celestiale di arpeggi e cori. E che cosa comincia? Un ukulele (tecnicamente dicono fosse un banjolele del papà di Brian), chitarra alquanto effettata e un feel quasi da New Orleans. Brian racconta la storia di un uomo che ricorda le lezioni paterne impartitegli in gioventù e, nonostante una vita di sforzi e lavoro, si trova a sua volta vecchio e solo a rimuginare su cosa è andato storto: nonostante il ritmo allegro, l’amarezza dei testi di Mr. May resta lì.
11.Bohemian Rhapsody
“Scaramouche,scaramouche will you do the fandango?”
Ora, di piaceri nella vita ce n’è tanti e anche di molti tipi, nonostante cerchiamo di contarcela diversamente. In ambito musicale, credo che sentire Bohemian Rhapsody per la prima volta rientri nella zona alta della classifica. Quella prima volta in cui resti con la bocca semiaperta e l’occhio da pesce mentre si susseguono nei tuoi condotti uditivi tutte le quattro parti (o sei, per alcuni) di Bo Rhap e ogni parte nuova ti prende di sorpresa e quando a un certo punto ti domandi se questi quattro inglesi ci siano o ci facciano ma in ultima analisi te ne freghi perché anche se ci fanno, lo fanno molto bene. Mentre forse è questionabile – almeno secondo parametri universali – che sia tra le canzoni più belle mai messe insieme, sicuramente una menzione speciale per la sua complessità è un giudizio più obiettivo (si narra che il nastro fu rimaneggiato e sovrinciso tante volte da diventare quasi trasparente).
Il coro iniziale lo avrei sempre visto benissimo come colonna sonora della fine del mondo, e -se la fine del mondo si disturberà a durare in tutto 50 secondi – continuo a vedercelo. Poi attaccano queste lyrics così disperate e a loro modo dolci, circa la cui ispirazione Freddie si tenne sempre sul vago; mi ricordo che da piccola vederlo che incrociava le mani sul piano mi sembrava sempre una cosa fichissima e insolita.
Poi BOOM: quella sezione mai sentita prima, i Galileo, i Bismillah, gli echi, la voce di Roger che arriva così in alto che questioni la sua appartenenza al genere maschile. Tu sei ancora lì che pensi “no, aspetta un momento ho DAVVERO sentito tutto questo?” e apre la sezione rock, quella che tutti ci ricordiamo per la scena di Wayne’s World. A quel punto non sei più in grado di controllare i muscoli del tuo collo e ti trovi coinvolto in un headbanging compulsivo sino alla lussazione.
Mentre l’eco dell’ultimo, leggero colpo di gong si estingue, hai quasi il fiatone e resti affascinato, stordito, suggestionato. Ma ti sei anche bruciato la tua prima Bo Rhap, ed è una cosa che succede una volta sola.
Un po’ per scherzo un po’ no, credo pagherei per poterla riascoltare per la prima volta. Lei, Stairway to Heaven, tutto Dark Side of the Moon… e moltissime altre meraviglie musicali a cui fama e successo smisurati hanno finito col rubare, forse per sempre, la freschezza e il senso di meraviglia del primo ascolto. Voi almeno una volta riprovateci, ad accostarvi a questi enormi successi come se le orecchie fossero vergini… ogni tanto funziona.
12.God Save the Queen
*miagolio per imitare la chitarra*
Il nome Queen già dovrebbe suggerire alcuni loro tratti: pomposità, grandeur, ambiguità, patriottismo e un qualche gusto per il pacchiano e l’esagerato. Questo Mont Blanc di stratificazioni di Red Special, utilizzato per chiudere gli show sino alla fine, riassume gran parte del concetto: è un ambiguo omaggio all’Inghilterra e una piccola autocelebrazione neanche troppo tongue in cheek. La superpacchianata adorabile è stata 6 anni fa, quando Brian è riuscito ad arrampicarsi sin sul tetto di Buckingham Palace e, fingendo di celebrare il Golden Jubilee di Sua Maestà, l’ha suonata live. E cosa può fare un fan, se non annuire e sogghignare?
Va bene gente, io sono indubitabilmente di parte. Vi parla una che si è firmata per metà adolescenza allungando lo sbaffo sotto la A finale per formare la Q di Queen, del resto.
Negli anni, però, mi sono riassestata su posizioni meno acritiche e vagamente più mature rispetto ai miei eroi: ho molto arricchito i miei gusti e a volte sono arrivata anche ad ammettere dei Queen alcuni limiti e –persino!- dei difetti, anche se con affetto e qualche senso di colpa.
Nonostante questo, penso che su A Night at the Opera la mia opinione sia al massimo migliorata negli anni, con la somma dell’adorazione pre-teen all’apprezzamento più profondo della complessità dell’album, delle personalità della band, del modo in cui è tutto incastonato nel panorama musicale dell’epoca pur portando avanti un discorso artistico a sé, quello tutto Queenesco che la band ha sviluppato per due decenni senza mai farsi trascinare completamente dalle mode del momento, ma attingendo da pressoché qualunque fonte di ispirazione per una produzione complessiva che ha proprio nella varietà la sua vera continuità. Per rendersene conto, questo è un ottimo album per cominciare.
Insomma: il 21 Novembre del 1975 A Night at the Opera è entrato nel cosiddetto firmamento del rock per non uscirne più e, anche se domani sarà il suo trentatreesimo compleanno, vi assicuro che non vedo ancora traccia di rughe.
P.s. se riesco, faccio una foto dei 33 e 45 giri nominati. I miei vinili sono stati messi in ordine da una scimmia ubriaca quindi potrebbe volerci un po’ a trovarli…

Si, lo confesso: mi emoziono con stranissime cose e tra l'altro lo avevo anche già visto anni fa, quando disertai il mio gruppo per fare letteralmente una corsa tutta sola per vedere finalmente questa tela, in una sorta di pellegrinaggio storico-feticistico. Accasciati su una panca di legno a guardare le buffe espressioni di un circolo di nobili del Settecento, prima che i soliti topi isterici e severi che lavorano nei musei ci cacciassero, abbiamo pianificato la prossima mossa.
Buttiamo le successive 3 ore a farci spellare dai mercanti di Camden e per la prima volta imparo a contrattare un prezzo. Ho un breve colloquio con una vampira gotica che sembra incastonata nel negozio, mangio una ciambella, mi domando dove siano finiti tutti i soldi che avevo nel portafogli e comunque penso che per fare il bohemien alternativo sul serio bisogna avere un sacco di fucking moneyz




Non è stata una vacanza rilassante, ma è stata una vacanza bella, e la mia insofferenza verso la quotidianità lavorativa ne è stata acuita.

Finalmente ho passato qualche gelida giornata nella città in cui avrei sempre voluto vivere e, nonostante il soggiorno in fondo brevissimo, sono riuscita a fare un sacco di cose e anche a trascinare los pupos insieme a me, senza perderci, farci rapire o rapinare, senza essere divorati dai cigni di Hyde Park o abbattuti a fucilate dalle guardie della Regina e anche senza mancare clamorosamente gli aerei. Sono stata chiamata “mammina” per metà del viaggio (nei casi più felici “tour operator”) e uhm, me lo sono fatto andar bene…
Visto che sono un’organizzatrice PRO e advanced, ho scovato una magione in pieno centro (proprio accanto a una sede di Scientology..) ma tranquilla, caratterizzata da una receptionist stronza con cui mi sono presa malissimo, una bella vista su Londra dal quarto piano, una temperatura media di 30° gradi non influenzati dall’apertura della finestra e un televisore su cui potevano intuirsi fantasmi di trasmissioni inglesi. Appena ci è stato permesso di entrare in camera infatti, gonfi di Burger King e assonnati, siamo caduti in un coma profondo da cui ci siamo svegliati abbrustoliti, più stanchi di prima.
Il nostro tragitto ha seguito più o meno tutti gli itinerari più squallidamente turistici che la città può offrire, fatti a volo d’uccello a causa dei tempi e del gelo polare, in un continuo in&out dalle stazioni metro (che peraltro adoro in tutto e per tutto, adoro persino i cartelloni pubblicitari). Alla fine, dopo anni di viaggi passati a cercare di non sembrare una turista, mi sono resa conto che è in effetti quello che sono e che comportarsi da turista non è così male, sinchè non potrò aspirare a essere qualcosa di più.