About me, more or less

Utente: Shulypoo
Cromosoma XX, personalità indecisa e dubbiosa, amante dell'autoerotismo mentale, della musica rock, del sushi, degli anfibi e degli orsetti del cuore.

L'erotismo mi piace e lo vedo in tante cose. Forse ve ne accorgerete, ma non scambiatemi per ammiccante, ve ne prego.

Ripresami dalle mie brume esistenziali post laurea e dai vaneggiamenti matrimoniali, sono ora un'improbabile business woman con parecchi issues. Ma che questo non mi identifichi in alcun modo, vi prego. Aspirante groupie, passerei volentieri la vita a sperarla diversa.
Odio mordermi le guance. Ma proprio tantissimo.

Handle with care, perchè mi affeziono anche al cartone del latte e sono permalosissima.

Geeky, nerdy, plastic fantastic, the one you'll never need.
Amen.

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Mi rallegrano e compiacciono cose tipo...

svegliarmi e ricordarmi che posso dormire
le chitarre elettriche
il junk food, il sushi e il cibo indiano. Ma anche tutto il resto.
il piumino calduccio
l'umorismo surreale
le culotte
non reggermi in bus e far finta di fare surf
leggere i libri in una botta sola
i cavalieri dello zodiaco
la musicalità
le t-shirt buffe e witty
i calzini a strisce
chi è colto e non lo fa pesare
il ponte di chiatte al Porto Antico di Genova
il mio albero di natale
chi capisce al volo
i regali inattesi
le coccole sotto il piumino
questa faccina ":3" e questa ">.>;"
Londra
la lingua inglese
l'eccitazione
capire improvvisamente qualcosa
la novità
le pernacchie sulla pancia
la varietà linguistica
le cose pucciose e superdeformed
il cambiamento
ascoltare musica di notte
la sottigliezza
le opinioni decise ma non ostinate
comportarmi in modo inappropriato
sapere le cose senza Google
la gente easy going
le seghe mentali un po' costruttive
fare pace
i vecchi vinili
chi non serba rancore
forzare i miei limiti
ballare, da sola
la gentilezza a prescindere
gli anni '60 e '70 e la loro musica
la pulizia
non dover spiegare ciò che dico, specialmente le battute
la capacità di modularsi
apparentemente, anche saltare di palo in frasca :3

Mi rattristano e un po' irritano cose tipo...

i pallini sui maglioni
chi entra dall'uscita dei bus
la banalità, in tutto
i calendari coi culi
i peli incarniti
chi dice di non aver mai tempo e non fa un tubo
la polvere sulle dita, e i gatti impolverati
il vento e la pioggia insieme
le abitudini noiose, i loop, i pattern
i furbi, i Furby e i furry
le cose banalmente sexy
la mancanza di autocritica, di ironia, di curiosità
gli errori di grammatica e ortografia
la volgarità a sproposito (ma non le parolacce!)
il pitonato, lo zebrato, il leopardato e gli altri mali accessori alla menopausa
la gente che scrive "Hei!" invece di "Ehi!"
la pornografia camuffata da erotismo
la risata "Hihihihihi". Ha un che di satanico e idiota, usate le faccine piuttosto
le battutine a sfondo sessuale fatte a sproposito
chi racconta i casi suoi al telefono in bus, magari urlando
l'indefinitezza
le mode imbecilli, e le sedicenti modelle
la puzza di fumo
la poesia cheap
l’associazione soldi/mignotte/belle macchine
chi sputacchia quando parla
la “bella gente†e la "bella vita"
chi fa lo strano, l'incompreso, l'unico, l'originale a tutti i costi
sentirmi invisibile e a disagio
chi è più pigro di me
chi non si fa mai problemi e dovrebbe
il frastuono e la musica merdosa
chi parla addosso alla gente
chi non ascolta e pensa di aver capito
la sveglia
l'ignoranza compiaciuta
i consigli non richiesti, ma anche i conigli
gli egocentrici molesti
gli inappetenti cronici e chi fa tremila storie sul cibo
le donne fissate con le minchiate che non compensano con altre doti
gli uomini che pensano di far colpo coi soldi
le "k" al posto delle "c"
chi non sorride mai
smagliare i collant nuovi
chi non capisce, chi non coglie, chi non si sa adattare
le suonerie dei cellulari, la maggior parte
i deliri religiosi
il buonismo dettato da idiozia
rompere con qualcuno, causare tristezza
chi mi dice "cresci" senza poterselo permettere
i canditi

Solo un numero, e probabilmente sbagliato

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  • martedì, 03 febbraio 2009

    Toccata e fuga

    Sfuggo da Londra nonostante mi sia imbattuta nella peggior nevicata degli ultimi 18 anni, anche se il verbo "sfuggire" non si applicava neanche lontanamente alla visione di me incagliata nella neve alle 4 del mattino mentre tentavo pateticamente di trascinare chiappe e valigia sino a Liverpool Street, con la città ancora bianca, silenziosa e addormentata.

    A Stansted trascorro un'oretta a guardare il personale di terra che ci sbrina il Boeing e gli fa pure la toeletta, alternando la procedura a violente battaglie a palle di neve e grasse risate: il volo è in ritardo ma - apprendo in seguito - uno dei pochi riusciti a decollare, forse a causa del pilota Ryan psicopatico che ci ha portati su nei cieli con un angolo di attacco degno di uno Shuttle e ci ha risbattuti a terra a Genova con una fine manovra di break dance applicata al 737, detta "Mossa #51 con fusoliera inclinata a sinistra".

    Facendo un rapido calcolo, era la settima volta che me ne andavo a Londra, ma sono lo stesso riuscita a trovarci ancora qualcosa di nuovo e non visto. Magari quando non sarò in ufficio e in profondo debito di sonno mi dilungherò meglio al riguardo.

    ~

    Come postilla sul triste quotidiano nostrano, apprendo che l'ultima moda è dar fuoco alla gente e poi mettere le mani avanti dicendo che "non siamo mica razzisti". Mi riferisco naturalmente ai nefandi giovinastri di Nettuno,
    Ora, consentitemi una similitudine un po' maldestra (alle 7 del mattino non potevo concepire tante raffinatezze), ma se qualcuno, di fronte a un gruppo di ragazzini che appiccano fuoco a un altro essere umano, si mette a notare che non l'hanno fatto per razzismo (perchè poteva essere un indiano come una qualunque altra persona indifesa disponibile al momento, che diamine), credo sia come rientrare a casa e rivolgersi distrattamente all'elefante in tailleur che sorseggia té nel nostro salotto, dicendogli "Quel tailleur è davvero fuori moda".

    Sono l'unica che in primo luogo direbbe "Oh mio Dio, c'è un fottuto ELEFANTE in salotto, e non credo si sia nemmeno lavato le zampe prima di entrare!"?
    Sarei l'unica che troverebbe la presunta assenza di razzismo un dettaglio tutto sommato di poco conto e forse anche un tantino inquietante?
    What a wonderful world.

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (5)
    categorie: viaggi, londra, attualità
    lunedì, 01 dicembre 2008

    Epperò...

    Tra gli incredibili aspetti positivi di perdere un volo in maniera così ingiusta e crudele, ci sono state anche altre meravigliose chance, tipo:

    - Incazzarmi al telefono e successivamente via mail con la segreteria dell'albergo di Londra che mi voleva addebitare il soggiorno intero invece della prima notte. La telefonata era improntata a un isterico "this is ridiculous!", mentre mi sono fatta piccola fiammiferaia proletaria via mail e ho ottenuto un qualche sconto sulla "sanzione". Ho salutato dignitosamente con frasi a grande effetto sul fatto che, purtroppo, sarò costretta a non usare più i loro servizi neanche in futuro. Frasi che faranno la loro porca figura nel cestino dell'email dell'hotel, insomma. A parte tutto, io adoro incazzarmi in inglese: il cuscinetto linguistico mi conferisce una straordinaria libertà espressiva.

    - Chiamare mezza dozzina di call center carissimi tra cui quello della British Airways che, tassando in pratica al secondo, si premura di parlare a un ritmo di otto parole al minuto, per giunta orientate alla totale inconcludenza. Scoprite le ultime novità su VU     VU     VU    BI    A    PUNTO    COM.

    - Litigare con la mignotta del call center RyanAir che "lei non mi si può rivolgere così bla bla bla" mentre ero a un passo dalle lacrime e a mezzo passo dal compiere una strage in aeroporto. Con quello che pagavo quel call center, per quanto mi riguardava potevo anche chiederle di simulare un orgasmo servendosi di un modellino di 737-800 e lei avrebbe dovuto obbedire senza fiatare.

    - Tornare mogia in ufficio per recuperare almeno mezzo giorno di ferie sprecato e trascorrere il pomeriggio tra lavoro furioso e fax minacciosi alla sede Ryan di Dublino.

    - Passare il week end fissando l'albero di Natale e chiedendosi che cosa si sarebbe potuto fare a Londra in quel momento.

    - Indugiare in pensieri paranoico ossessivi tipo "e ora non riuscirò mai più ad andare a Londra perchè ne andrà sempre una storta".

    Lo so, suono come un'odiosa bimba minchia e sì, sono conscia del fatto che ci siano mali peggiori (parliamo dell'India? no va...), però di sta vacanzina avrei avuto proprio bisogno.

    Sospiro.
    Il danno economico è fatto e difficilmente mi rientrerà in tasca.
    Il giorno di ferie buttato pure.
    Il morale non ne parliamo.
    Insomma scordatevi pure l'espressione "incredibili aspetti positivi", qui è ancora merda fitta.

    Bleah.

    giovedì, 27 novembre 2008

    Posto che con questo vento credo non sia necessario l'aereo per arrivare a Londra, ma è forse sufficiente mettersi sulla pista del nostro infausto aeroporto in posizione aerodinamica, vi saluto per qualche breve e rosicchiato momento di relax e congelamento in terra anglosassone.

    Che Iddio preservi le mie finanze e mantenga il mio sangue allo stato liquido.

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (2)
    categorie: viaggi, progetti, londra
    giovedì, 20 novembre 2008

    Ricorrenze

    Ogni 24 novembre mi dico “Oh Santo Cielo è possibile che siano già passati xxx anni dalla morte di Freddie?”.
    E sì, è sempre possibile, e ogni anno è un numero più impressionante. Quest’anno saranno 17 anni, l’anno prossimo i nati nell’era post-Mercury potranno votare, e sono dati, questi, che mi colpiscono.

    In questi giorni sono in fermento pre-londinese e la memoria va automaticamente ai miei ricordi legati a questa bellissima città in cui avrei tanto voluto vivere, anche solo per un po’, ma in cui credo non riuscirò mai ad andare per più che pochi giorni sparuti per volta. Il mio primo viaggio a Londra fu nell’estate del ’95. Atterrai a Gatwick e come primissima cosa, appena sistemata la valigia in hotel, trascinai il papà per Kensington con una mappa in mano di luoghi e strade in cui non ero mai stata ma in cui mi muovevo lo stesso con una strana sicurezza.

    Raggiunsi Logan Place per vedere il muro della casa di Freddie. Un muro bello alto e alquanto lungo, periodicamente ripulito e altrettanto periodicamente ricoperto nuovamente da scritte piene di affetto di altri fan sciamannati come me che vengono dagli angoli più disparati del globo a compiere questa strana e un po’ feticistica forma di pellegrinaggio.
    All’epoca facevamo solo diapositive, e in un’oscura slide ci sono ancora io, con il mio più improbabile abbigliamento anni ’90 e i capelli a cespuglio, che guardo mogia mogia la porta che si apre nel muraglione, anche quella coperta di scritte sin dentro la buca delle lettere.

    Lo stesso tipo di spettacolo si presenta anche nelle foto di molti anni a seguire, sinché i miei soggiorni non si fecero troppo brevi per poter dedicare tempo a quella scappatella kensingtoniana.


    Sempre nel corso di quella prima e memorabile vacanza, passai ore a spulciare vecchi vinili a Portobello Road. Ero a caccia di B-Sides nella nebbiosa era pre-Napster e mi portai a casa sia Under Pressure che Play the Game, le cui ambite track del lato B avrei anni dopo potuto scaricare con un clic in pochi secondi.

    La sentimentale in me, però, volle anche un certo 45 giri con la custodia blu e una bella foto della band. Venti sterline e molti ringraziamenti al papino dopo, avevo in mano Bohemian Rhapsody, il mio minuscolo e abbordabile pezzo di storia della musica, nelle mie grinfie per sempre. Ma tornerò su questo punto più avanti.
    Mi scordavo di aggiungere anche che, in quel lontano Luglio londinese, tirai su anche il 33 giri di A Night at the Opera. Un pirla aveva scritto dentro alla Q di Queen. Ma io ho a casa 45 giri degli Stones pieni di Mick Jagger con le corna disegnate a biro, quindi chi ero mai per giudicare? Me lo presi.

    In questi giorni, mentre meditavo su Freddie e la sua prematura scomparsa, ho ricordato anche un evento più lieto:  venerdì il nostro simpatico e adorato concept album,  la magnum opus, quello che pomparono a buon diritto come “l’album più costoso della storia del rock”, il frutto di maniacali e ossessivi lavori di incisione e sovrincisione, compie i suoi annuzzi. Domani, per la precisione, fa 33 anni.

    Non è un numero tondo, ma almeno è un multiplo di 11, per dire, e io lo celebro comunque, perché non ha ancora così tanti anni da dover mentire sull’età dopo tutto.

    Come celebriamo A Night at the Opera? Ascoltandolo in primo luogo. L’ho ascoltato tante volte che lo posso cantare da cima a fondo, facendo voci e strumenti e senza pause se non per prender fiato. Se però siete vissuti su Saturno sinora e non vi è mai capitato di farlo, lasciate vi dia qualche spunto sul perché dovreste:


    1. Death on Two Legs (Dedicated to…)
    “Was the fin on your back part of the deal...”

    La vita è sempre la stessa. Sul groppone di tutti c’è almeno un ex capo stronzo, o qualcuno che ci ha sfruttati e trattati male in passato. Capitò pure ai Queen prima che fossero un gruppo surrealmente ricco e di successo.
    Mentre noi possiamo aspirare al massimo a bucargli una gomma e fuggire come ninja, la band si prese il lusso di aprire il primo album prodotto sotto nuova gestione con una bella track incazzosa che non si risparmia insulto nei confronti del manager appena scaricato. Appena me ne vado di qui, metto degli altoparlanti sul tetto e la faccio partire a tutto volume. La line “but now you can kiss my ass goodbye” mi premurerò di urlarla io stessa.

    2. Lazing on a Sunday Afternoon
    “Fridays I go painting in the Loooooo…uvre.”

    Dopo tanta rabbia, silenzio… e un pianofortino spiritoso parte, vivace. Freddie sembra cantare da un piccolo altoparlante, anche se la registrazione fu più complessa e coinvolse strani movimenti in giro per lo studio, delle cuffie e un secchio di latta. Si tratta di un grazioso divertissement che racconta una settimana di attività che culminano nel poltrire domenicale.

    3.I’m in Love with My Car
    “String back gloves in my automolove”

    Roger Taylor è fissato con le auto e con la figa e con gli occhiali da sole, ormai è una cosa lampante. Mentre il timido Deacon componeva la track successiva dedicandola alla moglie, lui prese carta e penna e si impegnò a infilare ogni singola componente di un’automobile nelle lyrics di questa atipica love song hard rock. Non solo, ma si chiuse in un armadio (un capitolo di “Trapped in the Closet” ante-litteram!) a frignare sinché Freddie non gliela lasciò mettere nel lato B di Bo Rhap, per cui sta attualmente ancora ciucciandosi le royalties. Minacciando un “Galileo” ad alta frequenza che avrebbe danneggiato le apparecchiature dello studio, ottenne anche di spararla live a ogni occasione propizia, per molti anni a seguire, e dobbiamo dargli credito di essere uno dei pochi batteristi che a cantare mentre suona ci riesce anche benone.

    4.You're My Best Friend
    “I'm happy, happy at home”

    John Deacon è dei Queen l'unico che ha scelto dignitosamente di chiamarsi fuori dalle scene dopo la morte di Freddie. L'ultimo arrivato, il più giovane, il più silenzioso e low profile della band, era un elemento necessario per mantenere coeso un gruppo altrimenti composto da drama queen (termine appropriato) afflitte da manie di protagonismo in varie forme. Bassista in gamba e probabilmente anche un po' sottovalutato, non aprì mai molto bocca, né per cantare né per molto altro. Di canzoni ce ne ha regalate poche, in compenso tutte belle e generalmente caratterizzate da un certo qual vibe positivo. Mentre gli altri tre broccolavano in giro, lui si sposò presto e comincio a fare figli su scala industriale, tutti con la stessa donna con cui sta ancora oggi e a cui nel '75 dedico questa love ballad per eccellenza, davvero deliziosa e alquanto heart warming.

    5.'39
    “Dont you hear my call /Though youre many years away”

    Mentre Taylor fa il cazzaro, Deacon il tenero e Mercury volteggia poledricamente dal demenziale al sublime, May è l'astrofisico fissato con le storie struggenti e tristine, di cui la sua carriera come autore è letteralmente tappezzata. Solitamente la malinconia e il rimorso sono trademark delle sue lyrics e puntualmente li troviamo anche in questa vicenda un po' fantascientifica di una spedizione che parte per esplorare terre lontane e trova che al ritorno, un anno dopo, sono trascorsi cento anni e tutte le persone amate sono morte. Canta Brian stesso, come spesso accade, mentre gli altri gli vanno dietro con bellissime armonie. Una delle cose più carine di '39 è il modo in cui la suonavano live, raccogliendosi tutti nel proscenio in una sorta di performance “intima”: Mercury con le sue tutine da danza e Taylor con grancassa e tamburello. Mentre Deacon trotterellava in giro, Brian sembrava il figo della comitiva che suona davanti al fuoco in spiaggia. E la folla andava, prevedibilmente, in deliquio sensoriale.

    6.Sweet Lady
    “You call me sweet like I'm some kind of cheese”

     Questa è la track meno conosciuta dell'album in assoluto e, relativamente al contesto, forse la più debole, benchè scommetto che molte band meno talentuose sarebbero state ben contente di produrre questa solida ed energica canzoncina rock dedicata probabilmente a un fior fior di stronza. 

    7. Seaside Rendezvos
    “Fantastic, c'est la vie Mesdames et Messieurs”

    Un altro piccolo capolavoro della vena romantico-kitch un po’ poliglotta, brillante e veloce, con tanto piano e un basso che ti costringe a ballare, possibilmente acchiappando per mano la prima persona a tiro, fosse anche la persona seduta accanto a te in bus. Ascoltare Seaside Rendezvous non può non mettere di buon umore, fosse anche solo per l'intermezzo “strumentale” in cui Freddie e Roger fanno i kazoo umani e, signori, lo fanno dannatamente bene.

    8.The Prophet's Song
    “Listen to the mad man”

    Forse l'ultima rappresentante della vena epica dei primi Queen, è una canzone lunghissima – oltre otto minuti – di sapore biblico-onirico, in cui il profeta annuncia l'imminente sciagura che un'umanità arida e priva d'amore ha attirato su di sé, e cerca di metterla in guardia perchè si salvi. Ovviamente parto della mente di Brian, presenta un lungo intermezzo solo vocale, prima cantato da Freddie e poi dagli altri, che gioca divinamente sia con il delay vocale con con l'effetto stereo. So che quando i Queen erano giovani studenti di belle speranze, amavano prendersi i dischi di Hendrix e saettare da una cassa all'altra per capire come quell'uomo prodigioso riuscisse a sfruttare la stereofonia, e qui è lo stesso, una cassa sola non ti basta o ti perdi tutti i dialoghi di voci. Me ne resi bene conto a dodici anni, quando ascoltai the Prophet's Song con un'amica tenendoci un auricolare a testa e lei concluse che sì, le piaceva, ma quella sezione in mezzo, con quegli strani buchi silenziosi, era davvero troppo troppo stravagante.

    9.Love of My Life
    “Don't take it away from me because you don't know / What it means to me”

    Per qualche ragione, questa romantica, struggente ballata di Freddie, con piano, arpa e performance vocali da far commuovere, è piaciuta tanto ai fan. Specie quelli sudamericani. Ma dico tanto come in “tanto tanto”. La versione che tutti conoscono, infatti è quella live. Freddie e Brian in proscenio, chitarra acustica e le consuete migliaia di invasati che non vedono l'ora di cantare. Freddie è ben contento di risparmiarsi un po' di attrito di corde vocali e – a volte – un po' stupefatto dall'entusiasmo della folla. Brian mantiene la consueta aria assorta, anche se una volta giuro di averlo visto prendersi qualche secondo per portarsi il dito indice alla bocca nell'universale gesto del “STFU”, forse stizzito dal fatto che le urla ferine dei fan gli impedivano persino di sentire che cosa stesse suonando. Ma io vi invito a godervi la versione studio, pulita e raffinata. E' anche la preferita della mia mamma, per la cronaca.

    10.Good Company
    “Don't fool with fools who'll turn away / Keep all good company oohoo oohoo”

    Un punto piuttosto caratteristico di A Night at the Opera è l’ondeggiare continuo tra serio e faceto e il cambiamento repentino di sonorità. E’ appena finita la lacrimosa Love of My Life, in un tripudio celestiale di arpeggi e cori. E che cosa comincia? Un ukulele (tecnicamente dicono fosse un banjolele del papà di Brian), chitarra alquanto effettata e un feel quasi da New Orleans. Brian racconta la storia di un uomo che ricorda le lezioni paterne impartitegli in gioventù e, nonostante una vita di sforzi e lavoro, si trova a sua volta vecchio e solo a rimuginare su cosa è andato storto: nonostante il ritmo allegro, l’amarezza dei testi di Mr. May resta lì.

    11.Bohemian Rhapsody
    “Scaramouche,scaramouche will you do the fandango?”

    Ora, di piaceri nella vita ce n’è tanti e anche di molti tipi, nonostante cerchiamo di contarcela diversamente. In ambito musicale, credo che sentire Bohemian Rhapsody per la prima volta rientri nella zona alta della classifica. Quella prima volta in cui resti con la bocca semiaperta e l’occhio da pesce mentre si susseguono nei tuoi condotti uditivi tutte le quattro parti (o sei, per alcuni) di Bo Rhap e ogni parte nuova ti prende di sorpresa e quando a un certo punto ti domandi se questi quattro inglesi ci siano o ci facciano ma in ultima analisi te ne freghi perché anche se ci fanno, lo fanno molto bene. Mentre forse è questionabile – almeno secondo parametri universali – che sia tra le canzoni più belle mai messe insieme, sicuramente una menzione speciale per la sua complessità è un giudizio più obiettivo (si narra che il nastro fu rimaneggiato e sovrinciso tante volte da diventare quasi trasparente).
    Il coro iniziale lo avrei sempre visto benissimo come colonna sonora della fine del mondo, e -se la fine del mondo si disturberà a durare in tutto 50 secondi – continuo a vedercelo. Poi attaccano queste lyrics così disperate e a loro modo dolci, circa la cui ispirazione Freddie si tenne sempre sul vago; mi ricordo che da piccola vederlo che incrociava le mani sul piano mi sembrava sempre una cosa fichissima e insolita.
    Poi BOOM: quella sezione mai sentita prima, i Galileo, i Bismillah, gli echi, la voce di Roger che arriva così in alto che questioni la sua appartenenza al genere maschile. Tu sei ancora lì che pensi “no, aspetta un momento ho DAVVERO sentito tutto questo?” e apre la sezione rock, quella che tutti ci ricordiamo per la scena di Wayne’s World. A quel punto non sei più in grado di controllare i muscoli del tuo collo e ti trovi coinvolto in un headbanging compulsivo sino alla lussazione.
    Mentre l’eco dell’ultimo, leggero colpo di gong si estingue, hai quasi il fiatone e resti affascinato, stordito, suggestionato. Ma ti sei anche bruciato la tua prima Bo Rhap, ed è una cosa che succede una volta sola.
    Un po’ per scherzo un po’ no, credo pagherei per poterla riascoltare per la prima volta. Lei, Stairway to Heaven, tutto Dark Side of the Moon… e moltissime altre meraviglie musicali a cui fama e successo smisurati hanno finito col rubare, forse per sempre, la freschezza e il senso di meraviglia del primo ascolto. Voi almeno una volta riprovateci, ad accostarvi a questi enormi successi come se le orecchie fossero vergini… ogni tanto funziona.

    12.God Save the Queen
    *miagolio per imitare la chitarra*

    Il nome Queen già dovrebbe suggerire alcuni loro tratti: pomposità, grandeur, ambiguità, patriottismo e un qualche gusto per il pacchiano e l’esagerato. Questo Mont Blanc di stratificazioni di Red Special, utilizzato per chiudere gli show sino alla fine, riassume gran parte del concetto: è un ambiguo omaggio all’Inghilterra e una piccola autocelebrazione neanche troppo tongue in cheek. La superpacchianata adorabile è stata 6 anni fa, quando Brian è riuscito ad arrampicarsi sin sul tetto di Buckingham Palace e, fingendo di celebrare il Golden Jubilee di Sua Maestà, l’ha suonata live. E cosa può fare un fan, se non annuire e sogghignare?


    Va bene gente, io sono indubitabilmente di parte. Vi parla una che si è firmata per metà adolescenza allungando lo sbaffo sotto la A finale per formare la Q di Queen, del resto.

    Negli anni, però, mi sono riassestata su posizioni meno acritiche e vagamente più mature rispetto ai miei eroi: ho molto arricchito i miei gusti e a volte sono arrivata anche ad ammettere dei Queen alcuni limiti e –persino!- dei difetti, anche se con affetto e qualche senso di colpa.

    Nonostante questo, penso che su A Night at the Opera la mia opinione sia al massimo migliorata negli anni, con la somma dell’adorazione pre-teen all’apprezzamento più profondo della complessità dell’album, delle personalità della band, del modo in cui è tutto incastonato nel panorama musicale dell’epoca pur portando avanti un discorso artistico a sé, quello tutto Queenesco che la band ha sviluppato per due decenni senza mai farsi trascinare completamente dalle mode del momento, ma attingendo da pressoché qualunque fonte di ispirazione per una produzione complessiva che ha proprio nella varietà la sua vera continuità. Per rendersene conto, questo è un ottimo album per cominciare.

    Insomma: il 21 Novembre del 1975 A Night at the Opera è entrato nel cosiddetto firmamento del rock per non uscirne più e, anche se domani sarà il suo trentatreesimo compleanno, vi assicuro che non vedo ancora traccia di rughe.


    P.s. se riesco, faccio una foto dei 33 e 45 giri nominati. I miei vinili sono stati messi in ordine da una scimmia ubriaca quindi potrebbe volerci un po’ a trovarli…

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (8)
    categorie: musica, ricordi, londra, queen
    venerdì, 28 marzo 2008

    Get the London Look - Bilancio, spese, pareri

    Considerato che è stato un viaggettino di 4 giorni con un solo giorno rosicchiato di ferie, il nostro gruppetto di friendZ ha accumulato una buona serie di momenti topici che ricorderò a lungo con affetto, oltre al fatto che mi è stato permesso di passare del tempo con amici che vedo di molto di rado e con cui ho avuto la bella sorpresa di trovarmi ottimamente.

    Per la loro, la mia, e anche la vostra letizia, ho accumulato qualcuno di quei momenti in forma scritta:

    • Sin dall'inizio, ho chiarito professionalmente a tutti che sui treni inglesi bisogna Mindare il Gap, cioè non sfracellarsi sul gradino (che varia dai pochi cm alla voragine) tra il treno e il binario. Mentre annunciavo questo in perfetto inglese e anche bullandomi un pochino, mi sono schiantata sul gap con tutta la valigia. E manco eravamo usciti da Heathrow. Questo ha comportato l'acquisto successivo di un magnete Mind the Gap, che terrò a imperitura memoria sul mio frigorifero, e di una più simpatica spilletta Fuck the Gap, un commento quanto mai appropriato
    • A Camden Town ho trovato il negozietto più fico e stipato di roba di tutto il mercato. Sembrava un residuato goth-punk di epoche passate. Lì attendeva LA Goth Queen vampirica, a cui ho chiesto consulenza su una tintura per capelli (ho finito conl'acquistare un curioso color fucsia che penso userò per dispetto al capo in occasione del Cosmoprof). Impagabili le sue risposte in inglese lento e cadenzato "Oh I have used this color too, a hundred years ago" "You ask me how long it is going to last? If you don't wash it, it's going to last until the day you die". E lÏ per lÏ sono stata davvero incline a credere che lei, 100 anni fa, fosse lì già a tingersi i capelli, mentre metteva su quel fantastico negozio.
    • Scambio di battute tra cassiere straniero e commessa. Lui è perplesso alla vista dei miei monetoni da 50p (vogliamo dirla tutta? il denaro inglese PESA) e sospetta siano falsi. Risposta lapidaria "See? If there's the Queen on it, it's British".
    • Una sera alla stazione di Charing Cross, la musica di un chitarrista di strada riusciva letteralmente a penetrare i muri, prima con One dei Metallica (fatta benissimo) poi con la classica Stairway to Heaven, che, nel passare attraverso i lunghi corridoi di mattonelle sotterranei, riacquisiva la freschezza che la fama a volte le toglie. Non so manco se i compagni di viaggio l'abbiano notato, ma per me è stato un piccolo momento magico.
    • Il capolinea della Piccadilly Line è una stazione che si chiama bizzarramente Cockfosters. La nostra candida Arianna dai begli occhioni aveva naturalmente capito Cockforest, forse già prospettandone le delizie, molto promettenti dal nome. Mentre dibattevamo l'argomento in italiano, un brit locale, vedendo solo quattro tizi che continuavano a dire Cock, è quasi collassato in terra dal ridere, causando altra ilarità in giro nel vagone
    • Lo chef giapponese che *qualcuno* ha preso per il culo cercando di fare il brillante ("I was just MAKING SURE") e che, da uno scintillio dell'occhio mandorlato, ci ha fatto capire che avevamo evitato la sua katana e l'istantanea trasformazione in sushi solo perchè era un giorno festivo.
    • La decisione risoluta di tutti, la prossima volta, di tornare da Harrod's e farci fieramente la cacca, per esprimere adeguata superbia e sdegno.
    • Il negozietto di Leicester Square tutto girato ad assistere al mio dibattito con la cassiera, mentre cercavo di procurare al lolbrit una Union Jack che non fosse quello sputo che stava acquistando, ma una HUGE ONE (con tanto di sbracciamento esplicativo). In effetti, lo so perchè ne ho comprata una anche io, Huge Flag is actually Huge. In parole povere credo l'abbiano rubata dal pennone di Buckingham Palace e per ora sta benissimo anche sul mio divano.
    • Il ritorno delle fanciulle alla stanza dopo la visitella al pornegozio di Queensway, con quello che - inaccuratamente ma concediamoglielo - è stato ribattezzato l'Anal Intruder e che tutti abbiamo provato (come massaggiatore ovviamente). Il tappo delle pile dell'Anal Intruder è anche saltato tipo bottiglia di spumante, rivelando una feature extra non menzionata sulla scatola.
    • L'abile abbindolamento del britboy di Camden Town che ha inventato ogni scusa possibile per farci accattare una media invece di una small  (a  proposito, ma quella media ti sta o ci nuoti dentro?)
    • L'inquietante momento hitchcockiano avuto con gli uccellastri di Hyde Park. E pensare, nel Round Pond, di poterci trovare dei Mudkip o dei Seaking.
    • Dire volgarità o cose imbarazzanti in inglese, come si fa in Italia per non farsi capire, e ricordarsi di essere in Inghilterra
    • Per qualche ragione, è sorto il tormentone di aggiungere "fucking" a ogni parola, magari a bassa voce per non fare una totale figura da buzzurri, ma si è arrivati all'acme di Fuckingham Palace. Altro tormentone, "mate" (scritto m8 però) e le molte uscite in inglese maccheronico internettiano ("zomg MINE, nowzerz!*). Degno di una menzione speciale, il meme When I Was, e scusate la cripticità, questa chi c'era la capisce :)
    • Girare con i tazzoni di Starbucks è un gran conforto per il freddo. Ho cominciato a pensare che è cosÏ che gli inglesi si difendono dal freddo e riescono a sgambettare a piedi nudi in mezzo alle bufere . Quando cominciano a fare le stalattiti, si fanno un'altra pera calda e possono andare avanti così tutta la giornata, o tutta la vita .

    A parte sciocchezzuole come questa, confermo la mia idea che io in questa città vorrei davvero vivere, anche se naturalmente la prospettiva da turista è ben diversa da quella del lavoratore. In ogni caso, ogni volta che me ne parto ci lascio il cuore, meno male che compenso sempre la perdita mangiando come una suina.
    Rispetto alle mie prime visite più di 10 anni fa forse ha perso un po' del suo smalto esotico, un po' perchè sono cresciuta e mi sono smaliziata io, un po' perchè nel frattempo anche l'Italia ha fatto qualche passettino in avanti. Ma non vuol dire affatto che la trovi meno meravigliosa, diciamo che sono oltre alla teenager  crush e più indirizzata, se regge il paragone, a un "amore maturo" per la città.

    Londra ha tutto della metropoli ed è un gran melting pot culturale, ma ha degli angoli, anzi degli interi quartieri, per non parlare dei parchi, che riescono a fartelo scordare e ti fanno sentire come se ti trovassi in un gigantesco villaggio (grazie per l'idea Andre). Ci sono le grandi catene e una generale uniformità nelle merci e nei cibi, ma i piccoli negozietti tipici trovano ancora spazio.
    E' piena di turisti, ma per lo più concentrati sempre nelle stesse aree, e a me peraltro i turisti mettono pure allegria (sarebbe bello averne un po' di più nella mia piccola cittadina musona). Puoi davvero trovare di tutto e la città trasuda rock and roll da ogni metro quadro, anche quella cacchio di monarchia a cui sono tanto attaccati ti fa pensare ai Sex Pistols e diventa automaticamente cool.

    Sono belli i quartierini residenziali con le casettine a due piani strette strette, sono belle le attrazioni turistiche, mi piacciono persino i quartieri business con gli enormi grattacieli e gli impiegati che brulicano come formiche durante la pausa pranzo.
    E' fantastica la varietà di persone, di stili, di aree cittadine, di cibi, di proposte culturali e pur nella varietà si subodora sempre qualcosa di inequivocabilmente brit che conferisce tradizione e identità al grosso mosaico che compone Londra. E non parliamo nemmeno dell'accento brit che, dopo tanto tempo a contatto con i redneck (mi si era sporcato l'accento da morire, cominciavano a chiedermi da quale parte di Nashville venissi mai), è una vera musica.

    Una menzione d'onore, a me che sono una suinella, va al cibo: la cucina inglese non avrà una grossa identità se comparata alla nostra, ma compensa in cosmopolitismo e disponibilità, nonchè in porcaggine. Non fraintendetemi, i proverbiali "du spaghi" mi allettano sempre, ma nel mio cuore e nel mio stomaco c'è sempre spazio per un Waffle alle fragole o una torta Death By Chocolate. Nel riguardare le mie fotine fatte col cellulare ai dettagli che mi colpivano, si nota.

    Il tempo, lo confesso, è infame e mutevole: bufere di neve estemporanee, pioggerelle costanti, vento, sole improvviso... non si sa mai cosa aspettarsi e nel dubbio, almeno in questa stagione, è meglio coprirsi come eschimesi, a meno di non essere inglesi dalla nascita, nel qual caso anche shorts e infradito vanno benone.

    Una nota davvero dolente sono i prezzi davvero above average, che ti presentano con grande disinvoltura sperando che tu cacci i soldi prima di farti la conversione, sempre criminosa, in euro. Per fortuna cibo e alloggi se ne trovano per tutte le tasche, ma il rischio di farsi spellare vivi è sempre in agguato.
    Anche senza potersi permettere di cacciare troppi soldi come me e i miei happy t(h)ree friends, c'è tanto da fare e tanto da vedere. La prossima cosa che voglio davvero vedere sono appunto gli annunci di lavoro...

    Così per farvi un riassunto della spesa base che abbiamo sostenuto per questa piacevole escursione pasquale, che ricorderò sempre come la mia prima vacanza fatta solo coi soldi guadagnati da me, ecco una nota spese:
    • Volo British Airways Linate/Heathrow 07.45 / Volo Alitalia Heathrow Linate 17.40 (orari programmati per godere di tutto il tempo possibile, ragione per cui non ho usato i low cost) = 200€ circa
    • Navetta da e per Heathrow sino al centro di Londra: circa 15€
    • Sistemazione in quadrupla con bagno in pieno centro (colazione inclusa) 125€ a testa per 3 notti
    • Daily Travelcard zone 1-2 per circolazione illimitata sui mezzi pubblici: circa 40€ per 4 giorni

    Il totale ci porta a meno di 400 euri. Non troppo, non troppo poco, comunque una soluzione comoda e appagante che in tutta onestà non vedo l'ora di ripetere sinchè non otterrò la cittadinanza adottiva per logoramento (questa era la mia sesta permanenza).
    The rest, my friends, is shopping...


    P.s. arricchirò il resoconto con altre foto da lunedì, quando per editare un post di splinder non mi ci vorranno tre ore e un sacco di fede e fortuna. Oqquanto odio i Mac...

    Day 4 - Ultime spese, corsa e ritorno

    Sveglia e colazione, deposito bagagli nella stanza del Tetris - Ri-capatina a Camden Town *profluvio degli ultimi soldi* - Blackfriars e Globe Theater - St. Paul's Cathedral - Hyde Park, birdwatching -  Corsa in Hotel - Isteria alla stazione di Paddington - Corsa al terminal 2 di Heathrow - Volo Serafico - Taxi in Centrale - 2 ore di treno per Genova - doccia - coma

    Assicurati i bagagli nella infamous "Luggage Room" (detta più giustamente la stanza del Tetris), orologio alla mano abbiamo potuto ri-visitare Camden, che soleggiata e semideserta, inungiorno feriale, è stata un'esperienza notevolmente più rilassante.
    Su richiesta, ma senza sapere bene cosa aspettarmi, ci siamo riusciti a intrufolare sino alla ricostruzione del Globe Theatre shakespeariano, molto vicino al ponte di Blackfriars (nonchè alla maledetta Tate Gallery che nonc'è staro proprio il tempo di vedere).
    Manco a dirlo, per vedere il teatro (nemmeno uno spettacolo) era richiesta la solita quantità inopinata di soldi. Il tempo scarseggiava e cosÏ, data un'occhiatina alla St. Paul's Cathedral che si era letteralmente materializzata dal nulla, ci siamo rifiondati in Hotel a giocare a Tetris con le valigie, non prima di aver fatto una folle passeggiatina a Hyde Park, dove i cigni affamati ci guardavano con una strana brama negli occhi. Non manca mai di stupirmi la presenza di un parco così tranquillo e gigantesco nel bel mezzo della metropoli, anche se voci dalla regia mi dicono che dovrei anche vedere Central Park a NY, un giorno.
    Chiusa bruscamente l'esperienza ornitologico-bucolica, ho appreso con orrore che alla stazione di Paddington le indicazioni assumono che tu di tuo sappia i binari a cui passano i treni, navette per Heathrow incluse.

    Mentre isterizzo trascinando la valigia, che pesa naturalmente il doppio che all'andata, non so come ma compro anche 5 paia di mutandine nuove. Ciò mi fa sentire molto donna, in tutte le possibili accezioni negative del termine...

    L'Heathrow Connect finalmente si affaccia al binario 12 (prendetene nota, se vi viene lo sghiribizzo di prendere questa navetta cheap per l'aeroporto), un'ora e mezzo prima del decollo. Ciò che segue è una corsa frenetica dal binario al terminal al banco del check in, piacevolmente intervallata dai controlli di sicurezza ridicoli (ti pare che un disperato di fretta con il trolley deve anche togliersi orologi, scarpe, cinture, bracciali e giacche? Scazzata com'ero ho chiesto "Le mutande no?" al povero impiegato di turno).

    Un piccolo aeroplanino Alitalia ci preleva e deposita dolcemente a Linate. Addii, baci abbracci e altre 2 ore di treno per me, appisolata su un regionale sfinita, sudacchiata e sporca, costretta ad udire le confessioni di fine giornata di un gruppo di ferrovieri troppo esausti per essere allegri ma troppo svegli per non rompere a me. Ovviamente mi sento già triste e nostalgica. Ne approfitto per fare una nota a Trenitalia: il servizio Genova-Milano, dopo una certa ora, è una vera schifezza...
    La Shuly approda in vista del suo letto alle 2 del mattino per essere accolta, il mattino dopo, dalla solita, appagante e sempre mutevole merda lavorativa.
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    Day 3 - Sperperi e cultura

    Sveglia tardi - Harrod's è aperto! *profluvio di denaro e tempo* -  Suicidio al pollo fritto a Leicester Square - National Portrait Gallery - Oxford Circus - Queensway *profluvio di denaro in un negozio molto kinky*  - Test di verifica sugli acquisti kinky - Valigia e lettuzzo


    Ci svegliamo prevedibilmente a mattino inoltrato e, senza frapporre ulteriori indugi e con una pera di Starbucks nello stomaco, filiamo dritti a Knightsbridge. Questa parentesi del viaggio è altrimenti titolata "Come sentirsi poveri in una sola pratica mossa". Knightsbridge Tube Station
    Come molti di voi sapranno, da Harrod's si vende davvero qualunque cosa. E di rado a buon mercato. Il palazzo ospita tutte le marche più stracostose del mondo e oltre un certo range di prezzo i cartellini scompaiono. Anche se, più spiritosamente, potrebbero essere sostituiti da cose tipo "Why would you even want to know? You just know you can't afford this". Da Harrod's i turisti poveri come noi vengono subito convogliati nell'angolo souvenir dove, ligia ai miei doveri di visitatrice, ho comprato la classica borsina nera di vinile e una piccola altra miriade di sciocchezze chenon saprei nemmeno enumerare, ma che mi hanno allegerita di circa 50 pounds di troppo... E devo dire che tra tutti e 4 abbiamo dato davvero il nostro meglio. Una visita ai piani superiori ha saldamente cementato il senso di inadeguatezza e meraviglia verso questo folle e lontano mondo di lusso sfrenato, lasciandoci affamati e stanchi.

    Non c'è senso di inadeguatezza che un enorme Boneless Box di KFC non sappia sedare. Dal KFC alla National Portrait Gallery, con almeno quattro polli sulla coscienza e soprattutto sullo stomaco, abbiamo trotterellato naturalmente all'orario di chiusura, circostanza prevedibile dal momento che i bei musei londinesi, oltre ad essere auspicabilmente gratis (per una volta), hannp anche la sinistra prerogativa di chiudere prestino.
    Una rapida capatina all'ala Tudor è però bastata ad appagarmi, perchè mi sono trovata faccia a faccia con il più celebre ritratto di Anna Bolena. Shuly e i suoi feticci: Anne BoleynSi, lo confesso: mi emoziono con stranissime cose e tra l'altro lo avevo anche già visto anni fa, quando disertai il mio gruppo per fare letteralmente una corsa tutta sola per vedere finalmente questa tela, in una sorta di pellegrinaggio storico-feticistico. Accasciati su una panca di legno a guardare le buffe espressioni di un circolo di nobili del Settecento, prima che i soliti topi isterici e severi che lavorano nei musei ci cacciassero, abbiamo pianificato la prossima mossa.

    Oxford Circus non è originale come la ricordavo, forse per l'introduzione in massa anche in Italia di tutte le catene di negozi che un tempo avevo visto solo a Londra. Anche il gigantesco HMV in cui avevo trascorso almeno 2 ore da tredicenne mi sembrava abbastanza superfluo. Ne sono uscita solo perplessa e con in mano un tazzone di cioccolata Starbucks.
    L'ultima sera si avvicinava e ho trovato modo di sperperare denaro in un negozio vicino all'hotel che non avevo visto prima. Sarebbe divertente trovare negozietti cosÏ smaliziati anche in Italia. Praticamente  si trattava di biancheria intima crescentemente kinky nel front, da quasi banalità come i reggicalze a cosette più spinte, e man mano che la visibilità dalla strada diminuiva, questo Ann Summers store ospitava una bella selezione di amenità erotiche varie, senza avere quell'aria di "proibito" e un po' zozzo che hanno molti sexy shop italiani dall'esterno. Naturalmente terrò il riserbo sugli acquisti fatti, dirò solo che il mio acquisto si è rivelato anche un notevole oggetto di design.
     
    La nuova mercanzia viene presentata in hotel ai colleghi maschi, che alzano gli occhi al cielo ma poi insistono per provare personalmente gli acquisti, ovviamente non nel modo che credete voi porci.

    Segue una lenta morte in Hotel e un'ultima sera piuttosto sottotono: manco una cena o una bevutina, solo valigiame preparato in fretta e acciacchi vari.

    Quando riacquisirò l'uso del pc allegherò foto anche a questo post e ai successivi, per il momento sto postando da un Mac senza mouse e la procedura è così mortalmente lenta che ne sono troppo angosciata...
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    Day 2 - Hard core Tourism

    Baker Street, finta a Madame Tusseaud à Camden Town *cibo* à Tower Bridge *cibo* à London Tower à Big Ben à Westminster à Buckingham Palace à Green Park à Harrod’s è chiuso! à Oxford Street è tutta chiusa! à Queensway *cibo* à Notte insonne sino alle 5, in stanza si discutono i più disparati argomenti *cibo*
    La prima notte è prevedibilmente tormentata da malesseri indotti dal cibo cinese macerato nel cioccolato bianco e dal caldo tropicale della stanza, ma il turismo non si può fermare, quindi di primo mattino si parte senza indugi alla volta del Museo di Madame Tusseaud, bramosi di statue di cera. Come circa le altre mille persone in coda a Baker Street. Costeggio la coda facendo stime sul nostro ingresso e quando arrivo a pensare al 2009, stabiliamo che è meglio fare una deviazione verso IL posto più fico di Londra, il mercatino fricchettoso di Camden Town.
     
    Camden Town
     Nom Nom NomButtiamo le successive 3 ore a farci spellare dai mercanti di Camden e per la prima volta imparo a contrattare un prezzo. Ho un breve colloquio con una vampira gotica che sembra incastonata nel negozio, mangio una ciambella, mi domando dove siano finiti tutti i soldi che avevo nel portafogli e comunque penso che per fare il bohemien alternativo sul serio bisogna avere un sacco di fucking moneyz
     
    Facciamo un altro tentativo di turismo a pagamento nel London Dungeon che si trova vicino al Tower Bridge. La coda e l’entry fee di 20 maledetti poundz ci dissuadono, quindi si finisce a mangiare dei buonissimi sandwich da Pret-A-Manger (io esigo che lo portino in Italia!).
     
    Sulle ali della bora, molte foto di rito al Tower Bridge e attraversamento del medesimo, modello tunnel del vento.
    Il vento è tale che la vista del ponte, circondato da un'area business in cui spiccano ben due edifici a forma di butt plug, cambia completamente nell'arco di soli 15 minuti.
     
    Se non ci credete ecco le foto, courtesy of some fucking friend:
     
    Tower Bridge ore 16.49Tower Bridge Ore 16.35
     
    Dopo l'attraversamento del ponte, avviene un breve profluvio di denaro al negozio della Torre di Londra, che era naturalmente chiusa per l’occasione. Riesco a portarmi via due capolavori del kitsch londinese: un orsetto vestito da Enrico VIII e un’incredibile tazzotta con Enrico VIII e le sue sei mogli disegnati. Nel disegno, il re ha un’espressione inestimabile.
    Già che siamo poco inclini a spendere e ormai siamo acclimatati al gelo, decidiamo di levarci tutto il sightseeing che potevamo raggiungere in una sola camminata. Scendendo alla fermata di Westminster e facendo qualche chilometrino a piedi, ci facciamo il Big Ben, l’Abbazia di Westminster e – dopo una camminata quasi straniante nella zona business di Londra, tranquilla e semideserta nella domenica di Pasqua - raggiungiamo anche Buckingham Palace, da cui probabilmente la Regina ci sta fissando con ribrezzo dalla sua finestra, mentre sorseggia il tè. Le statue del memoriale alla Regina Vittoria, davanti al palazzo, sembrano suggerire una forma di foot fetish, tanto gli allucioni delle statue, enormi, sono lucidi dalle ripetute palpate:
     
    Foot Fetish a Buckingham Palace
     
    Viene buio e con esso una breve corsetta attraverso Green Park nella speranza di beccare Harrod’s aperto. In realtà né Harrod’s né i negozi di Oxford Circus sono aperti e il denaro così risparmiato viene subito ricollocato per riempirci gli stomaci di sushi buonissimo vicino all’albergo.
     
    Praticamente non si dorme e si passa un’allegra nottata parlando e sparlottando di varia umanità e cazzi nostri, sino a che gli uccellini boreali fuori dall’Hotel ci annunciano che è meglio far finta di dormire per qualche ora. Durante la notte mangio due pallette di riso comprate a Chinatown dal lolbrit: sembrano buone dapprima, ma il gusto viene rimpiazzato da una nausea istantanea.
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    Day 1 - Fuck the gap

    Sveglia tonica alle 4.30 ~ Volo quasi tranquillo à Hotel ~ Queensway *cibo* ~ Hotel ~ Piccadilly Circus ~ Regent’s Street ~ Carnaby Street ~ Soho/Chinatown *cibo* ~ Leicester Square ~ Trafalgar Square ~Queensway *cibo* ~ Meritata dormita 

    Escludendo l'amenità del dormire due ore per poi essere sballottati su un aereo British Airways, cominciamo con il nostro arrivo al Leisure Inn Hotel, a nord di Hyde Park e a uno sputo dalla stazione di Paddington e Queensway. La primavera non sembra ancora nei paraggi, vento e pioggerella accompagnano la passeggiatina sino all’hotel.

    Veniamo cacciati dall’Hotel sinché la stanza non è pronta, nel frattempo mi picchio con la receptionist e riusciamo a infilare i bagagli nella “Luggage Room” (un armadio a muro in cui si doveva giocare a Tetris coi bagagli, nell’augurio che sparissero lasciando spazio

    Memore di soggiorni passati, conduco los pupos a Queensway, a due passi dall’albergo. Quando ne torniamo, un paio d’ore dopo, siamo già alleggeriti di qualche soldo e appesantiti di Hamburger. Londra, gentile, ci spala in faccia una breve buferina di neve.

    Segue un momento di coma in Hotel, ci fondiamo come sottilette nei letti roventi sinchè alle 15, con un notevole sforzo di volontà, non riusciamo a destarci.

    Ancora mezzi cisposi, facciamo una prima capatina superturistica a Piccadilly Circus, dove sono notoriamente tutti italiani. Escursione in Regent’s Street e Carnaby Street a sbavare sulle vetrine senza naturalmente comprare nulla a causa dei prezzi poco meno che criminali.
    Seguono lunghe incursioni nei negozi a ogni sintomo di congelamento delle dita sguantate. Schivando double decker alla massima velocità e turisti ricchi assetati di sangue, ci riforniamo previdentemente di medicine in vista dei malanni imminenti.

    Per causarci anche dei danni intestinali, deviamo verso Soho e Chinatown e veniamo assorbiti dal primo China Buffet in vista. Pregni di soia e robe fritte, in qualche modo si riesce a rotolare per le vie cineseggianti a caccia di nuove schifezze da mangiare. Unico acquisto: nefaste pallette di riso orribilmente dolciastre che probabilmente si trovano ancora nel frigo dell’hotel (complimenti ancora per gli acquisti, lolbrit…). Le fanciulle resistono all'acquisto di invitanti dolcetti di Hello Kitty proposti in kawaiissime scatole di latta a prezzi da usura.

    Si fugge da Soho e ci si materializza in Leicester Square. Breve dibattito sul fatto che “Leicester” si pronunci “Lester”, subito distratto dalla visione di piccole mandrie di giovani fanciulle inglesi al pascolo, a gambe e braccia nude, mentre volteggiano in leggeri abitini di seta e cotone. Sul fatto che gli inglesi siano immuni al freddo e alle malattie mi ero già interrogata. Secondo me vale una ricerca antropologica.

    Si pondera brevemente di andare al cinema, e 15£ di biglietto ci convincono a proseguire la passeggiatina boreale.  Ancora due passi e, ormai a pochi gradi dalla congestione irreversibile raggiungiamo Trafalgar Square. Molestie di rito ai leoni ai piedi della colonna di Nelson. Generiche ammirazioni per la signora Piazza, saluto alla National Gallery che ci promettiamo di visitare, io un po’ mi puccio nel ricordo del Gay Pride che vidi nello stesso posto anni fa, e anche di quando salii, sedicenne e perduta, su un bus a caso alle 3 del mattino, approdando miracolosamente a casa.

    Per garantirci una notte intensa, prima di finire in albergo si pensa bene di divorare uno waffle.Con tutti i miei soggiorni in America non avevo mai mangiato un waffle. E ora ne sono completamente innamorata.
    Waffle al cioccolato bianco :Q******Death by Chocolate

    Riepilogo...

    Non è stata una vacanza rilassante, ma è stata una vacanza bella, e la mia insofferenza verso la quotidianità lavorativa ne è stata acuita.


    Tramontino cellularico
    Finalmente ho passato qualche gelida giornata nella città in cui avrei sempre voluto vivere e, nonostante il soggiorno in fondo brevissimo, sono riuscita a fare un sacco di cose e anche a trascinare los pupos insieme a me, senza perderci, farci rapire o rapinare, senza essere divorati dai cigni di Hyde Park o abbattuti a fucilate dalle guardie della Regina e anche senza mancare clamorosamente gli aerei. Sono stata chiamata “mammina” per metà del viaggio (nei casi più felici “tour operator”) e uhm, me lo sono fatto andar bene…

    Per spremere il meglio dai 4 giorni a disposizione, ho costretto la ciurma a partire da Milano prima delle 8, con il risultato, in primo luogo, di giungere all’albergo ormai prosciugati di ogni energia e reduci da una nottata di 2 grasse ore di sonno a Milano, mangiucchiando cochecoline fizz e guardando un improponibile film su una rete locale in cui le tette erano il tema portante della trama.
     
    Scientology!Visto che sono un’organizzatrice PRO e advanced, ho scovato una magione in pieno centro (proprio accanto a una sede di Scientology..) ma tranquilla, caratterizzata da una receptionist stronza con cui mi sono presa malissimo, una bella vista su Londra dal quarto piano, una temperatura media di 30° gradi non influenzati dall’apertura della finestra e un televisore su cui potevano intuirsi fantasmi di trasmissioni inglesi. Appena ci è stato permesso di entrare in camera infatti, gonfi di Burger King e assonnati, siamo caduti in un coma profondo da cui ci siamo svegliati abbrustoliti, più stanchi di prima.

    Il nostro tragitto ha seguito più o meno tutti gli itinerari più squallidamente turistici che la città può offrire, fatti a volo d’uccello a causa dei tempi e del gelo polare, in un continuo in&out dalle stazioni metro (che peraltro adoro in tutto e per tutto, adoro persino i cartelloni pubblicitari). Alla fine, dopo anni di viaggi passati a cercare di non sembrare una turista, mi sono resa conto che è in effetti quello che sono e che comportarsi da turista non è così male, sinchè non potrò aspirare a essere qualcosa di più.

    Sono giorni che annoto ricordi di viaggio e, che ve ne freghi qualcosa oppure no, li spezzetto in post multipli in modo da non creare un unico, abnorme, post mostruoso.

     


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