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e lascio a voi la formulazione di ipotesi su come si possa arrivare a un momento del genere in un film serio. Ricordo solo che stavamo ridendo così forte (di quelle risate con un lungo "snort" vagamente suino) che persino un tamarro si è girato a guardarci male.

".. penso mi scofanerò un altro paio di pagine di quell'orrenda minchiata che sto leggendo e che è una bislacca saga di vampiri per adolescenti. "
Ipsa dixit, una settimana fa, o giù di lì.
Il punto è che sono una maledettissima ipocrita.
Peggio, una ragazzina.
Una ragazzina abbandonata dalla sua vampirista preferita, Anne Rice, e bisognosa di conforto.
Un po' come quando, a 8 anni, vidi finire i Cavalieri dello Zodiaco e, incapace di processare il lutto, mi tuffai tra le braccia dei Cinque Samurai, anche se la storia era più brutta e le loro armature molto meno suggestive (ma oh quante fanfiction yaoi scoprii 10 anni dopo).
Ma torniamo ai vampiri.
In qualche momento dei miei very early 20s, mi impallai sui vampiri della Rice. Interview with the Vampire, The Vampire Lestat, the Queen of the Damned... praticamente li sbafai. E visto che in Italia non circolava ancora altro mi presi da Amazon anche tutto il resto: in totale, credo di ricordare, lessi 11 libri della sua saga dei vampiri, dai primi più ispirati sino all'ultimo insipidino, Blood Canticle, che era appena appena uscito.
Ero completamente drogata: cominciavo a sognare come una deficiente che i vampiri esistessero davvero, ci speravo persino. Ero invaghita di Lestat. L'idea di bere sangue cominciava quasi a sembrarmi normale (salvo tagliarmi per sbaglio e riconoscere che sanguinare non era assolutamente cool o piacevole). Ebbi insomma un ritorno di fiamma dell'appena trascorsa adolescenza, quella in cui di solito si ama coltivare sogni completamente folli per il gusto di farlo.
Avendo avuto un'adolescenza troppo tranquilla e priva di impeti, la sto scontando a rate adesso.
Stiamo parlando di una vena un po' sui generis dei miei gusti letterari, forse meno socialmente accettabile di altre, per una che cerca ogni tanto di farsi passare per una signorina di intelletto (fallendo, tra l'altro) e devo ammettere che ogni tanto un po' me ne vergogno.
D'altra parte però non posso negare di avere la tendenza ad appassionarmi parecchio di storie di vampiri, mostri, creature immortali e compagnia bella (mai menzionato che sono anche un'avida lettrice di King?)
Nel fantasy in definitiva ci sguazzo, mio malgrado: non vorreste sapere quante volte ho letto/visto il Signore degli Anelli, quanto ho giocato a Dungeons&Dragons, quanti libri sull'argomento ho letto, dai più elevati tipo Tolkien ai più tendenti al trash.
I vampiri stanno proprio al crocevia tra la mia passione per il fantasy e quella per il genere un po' più dark/horror, senza trascurare il quasi sempre presente elemento sensuo/sessuale, che ha sempre un certo appeal su di me (leggi: versioni socialmente decenti degli Harmony).
E quindi, si diceva.
E quindi.
E quindi in meno di due settimane sono alla fine del terzo libro della saga di quella gran stronza di Stephenie Meyer, mannaggia a lei. Ve l'ho detto che assomiglia a Cristina D'Avena vero? Solo che invece di cantare "Puffi qua puffi là" questa ha deciso di proiettare tutte le attenzioni che non ha ricevuto in adolescenza nella storia, di cui vi ho già accennato, di questa ragazza banalotta, goffa e completamente odiosa che fa innamorare tutti di sé e ovviamente accederà anche lei - ormai posso prevederlo con certezza - all'ormai sdoganato dono dell'immortalità. Circondata da grandissimi fighi che si battono per lei. Un Harry Potter senza fantasia o simpatia intrinseca, destinato a diciassettenni con l'apparecchio esterno, un sacco di sogni e un account su DeviantArt..
Si è mai sentita una cosa più odiosa?
E allora perchè continuo a leggerlo? Con avidità per giunta! Dio santo io SPERO che sia perchè so che prima o poi ci sarà una scena di sesso, perchè l'alternativa grottesca è che effettivamente questa "bislacca saga di vampiri per adolescenti" (cit.) mi stia piacendo.
Come ciliegina sulla torta, ora ho una voglia matta di andare a vedere il film del primo libro, Twilight, che in America esce per Natale. Lo strafico vampiro protagonista è interpretato dallo strafico attore che faceva Cedric Diggory nel quarto film di Harry Potter (è quasi un'ironia). Lei ha il faccino stronzo e insulso che ho sempre attribuito a Bella. Perfetti.
Fosse anche solo per smontarlo dal primo all'ultimo minuto (o per farvelo credere), vi assicurò che ci sarò.
Damn.
Ho in mano un perizoma di pelle nera preso in un vero negozio per spogliarelliste, un peluche di Domo-kun trovato in un recesso di Urban Outfitters, una pochette disegnata a suon di sushi acquistata in un ameno negozietto di tattoo e corsetti in lattice e un indefinibile numero di minchiate raccolte questo pomeriggio in quella che ho scoperto essere la via fricchettona (ovvero quella in cui si condensano gli ostelli e i robbosi locali) di Vancouver, Granville Street.
Ho i piedi desertificati, svariate cucine orientali sullo stomaco e i capelli frizzolosi da pazza.
Adoro completamente questa città.
Domani gita a Victoria e appuntamento con un branco di spero volenterose megattere, per coronare la vacanza.
E' quasi mezzanotte, sono al quindicesimo Advil post operatorio (solo io riesco a passare due ore dal dentista durante le ferie), la mia borsa è fatta e penso mi scofanerò un altro paio di pagine di quell'orrenda minchiata che sto leggendo e che è una bislacca saga di vampiri per adolescenti.
Proiezioni di un'adolescente insignificante con un forte senso di self-importance, dotata della goffaggine d'ordinanza che molte autrici donano alle proprie eroine nel tentativo fallimentare di renderle meno odiose, immerse nell'improbabile narrazione di come un vampiro strafico finisca per interessarsi a lei e innamorarsene. Tutto scritto da una tizia che in foto è il ritratto di Cristina D'Avena. Dannazione a me che devo sempre finire i libri che comincio...
Ma Gesù santo, Anne Rice me lo sforna qualcos'altro di decente o devo ricorrere a questi mezzucci?
Amo poter andare oltreoceano con una certa regolarità, perchè mi permette di fare scorte di abiti, moltissimi calzini, salsa teriyaki e 1000 islands, nonchè coccole materne e prime visioni al cinema. Per esempio sono andata a vedere Hancock, con Will Smith, che avremo nelle sale a settembre e che, lasciatemelo dire tanto non è uno spoiler, da premesse simpatiche e piuttosto originali diventa uno strano magma indefinibilmente tragicomico da circa metà proiezione. Bisognerebbe dare un voto ai film potendo dare voti diversi al primo e al secondo tempo, a volte.
Un'altra cosa di cui sono ghiotta sono i libri in inglese.
Direte che esiste Amazon, e si grazie lo so anche io, però la sensazione di vedere un libro sullo scaffale, invaghirsene e acchiapparlo è una di quelle cose del mondo reale che voglio continuare a coltivare.
Ho letto 3-4 libri nelle ultime settimane, di cui uno di Diablo Cody molto carino (delle memoirs di una normale ragazza un po' in carne e patologicamente per bene che decide di darsi alla carriera della spogliarellista - questo prima di partorire accidentalmente la sceneggiatura di Juno).
Leggere la storia vera di una che ne aveva davvero le palle piene della sua vita ben definita, responsabile e piantata su precisi binari e che si è data praticamente per ripicca a una carriera folle e socialmente inaccettabile mi gonfia, anche se debolmente, le afflosciate vele della Nave della Ribellione, il cui varo era previsto in epoca adolescenziale e che invece per qualche motivo è stato in effetti posticipato a data mai definita.
Le mie letture recenti, tuttavia, mantengono un filo conduttore musicale abbastanza coerente: ad Aprile ho letto Hammer of the Gods, biografia molto poco autorizzata dei Led Zeppelin, il mese dopo ho curiosato tra i ricordi della groupie storica Pamela des Barres e adesso sono alle ultime pagine di Wonderful Tonight, di Pattie Boyd, che nella vita ebbe apparentemente la "fortuna" di essere sposata a due icone del rock come George Harrison e Eric Clapton e condurre una vita alquanto unica in compagnia dei mariti e di una pletora di amicizie rock'n'roll. Bell'ultimo acquisto un paio d'ore prima di volare di nuovo a casa, e ho anche un nuovo Burroughs in saccoccia.
Pattie Boyd si può contemplare in tutto il suo splendore giovanile nel film A Hard Day's Night dei Beatles, dove conobbe il futuro maritino mentre interpretava una fan studentella in uniforme e in quella specie di video di Something (peraltro scritta per lei, si dice) che fu girato alla fine della carriera dei Beatles, in cui ognuno cammina immerso nell'idillio matrimoniale, inclusi John e Yoko in lunghi mantelli teatrali.
Quando il matrimonio con Harrison cominciò a tirare il gambino, Eric Clapton – e questo è uno dei gossip del rock più arcinoti – cominciò a tartassare la signora di messaggi struggenti, non potendo averla si mise con la sua sorellina sedicenne e infine compose Layla, LA Layla che tutti conosciamo e non possiamo evitare di amare, per cacciare fuori tutto il suo sentimento frustrato, casualmente allegando in calce un riff di chitarra mostruosamente bello.
Quando lei si negò, lui si diede all'eroina e solo qualche anno più tardi lei decise di lasciare il tiepido George per cedere alle àvances del talentuoso collega. Fast forward di qualche anno di tour, alcolismo, droghe e viaggi di ogni genere e tipo e poi lascia anche il fido Clapton che intanto ha avuto un figlio con una tizia che ha vinto l'Isola dei Famosi, ma questo è un capitolo di scarsissimo interesse.
Ora, se c'è una cosa alquanto palese è che io amo la musica e che sguazzo nel classic rock come un'anatra nello stagno. Ma leggere questi ritratti più ravvicinati di artisti che adoro, che con tutto il beneficio del dubbio devono comunque avere più di un tratto di verità, mi lascia uno strano sapore amaro.
Sono attaccata alla mia immagine mitologica della rock star: un animale spedito dai cieli per entrare in comunione spirituale con le grandi folle e farle godere, dominandole. Una figura eccitante, creativa, superiore, sexy. Un dio dorato, per citare Robert Plant (e Almost Famous). Un personaggio certo decadente e dedito ai vizi, uno che vive entro schemi tutti suoi.
Ma c'è poco di questo nelle cronache matrimoniali della signora Boyd.
George Harrison, la rock star taciturna e orientaleggiante, diventa pian piano un marito distante e bipolare, dedito a meditazioni ossessive alternate a grandi dosi di marijuana e flirt. Un maniaco del controllo che sa essere paurosamente freddo.
Eric Clapton, il dio della chitarra, diventa un patetico alcolista e cocainomane in denial rispetto alla sua stessa dipendenza, geloso e totalizzante, socialmente inetto se non nutrito a limonata e whiskey per colazione ogni mattina. Un manipolatore dei sentimenti, una sanguisuga emotiva.
E lo stesso vale ad esempio anche per Jimmmy Page, ritratto da chi lo conobbe all'epoca come un eroinomane perso, maschilista, egocentrico e ossessivo.
Uno non si aspetta certo dei bravi ragazzi con la riga da un lato, ma nemmeno di sentire storie che affondano così in basso nell'abiezione e nella miseria, anche se sempre costellata da montagne di soldi, manager premurosi, aerei privati, tour e vacanze d'elite.
Uno non si aspetta nemmeno di vedere una rock star in coda alle poste (Max Pezzali invece me lo vedrei benissimo), ma neanche gente che non ha seriamente idea di come si gestisce una vita senza un manager che pensi a tutto, dal tuo mobilio all'assicurazione alla tua licenza di matrimonio. Delle specie di strani bambini drogati e viziati, circondati da gente che dice solo si e li adora.
Perchè se questa gente non ha nulla in comune con noi, come è riuscita a creare musica che, come si suol dire, tocca le corde dell'animo umano così bene? Parole in cui tutti possono identificarsi, gioie e dolori universali, melodie che ascolteremmo e riascolteremmo.
Forse gli artisti sono oppressi dal peso di un'energia creativa così incontenibile e quasi dolorosa che non è loro consentito condurre una regolare esistenza? Forse sono questi i termini del famoso patto col diavolo che viene sempre chiamato in causa da qualcuno quando si parla di grandi artisti?
Volessimo ampliare il discorso "genio e sregolatezza" alle arti in generale, del resto, troveremmo una caterva di esempi.
Mah, che dire infine?
Probabilmente c'era qualche curiosità morbosa nelle mie letture recenti, un qualche bisogno di saperne di più di persone che senza averne intenzione specifica rendono la mia grama vita un po'più tollerabile e devo ancora capire bene che effetto mi fa scoprire che condividere la propria vita di ogni giorno con molti di loro deve probabilmente essere simile a un incubo e che umanamente parlando essi non si collocano al più alto dei gradini (cose che in effetti potevo anche figurarmi da sola, direte).
E dopo tutto, visto che non progetto di sposare una rock star tanto presto e che anche i miei progetti come potenziale groupie sono debolucci, direi che potrei far finta di non aver letto e continuare a idolatrare i musicisti dal punto di vista migliore: da sotto il palco.
Sabato sera sono andata a vedere Beppe Gambetta, che ogni anno torna a Genova per chiudere la stagione del teatro della Corte con una serata acustica. Ogni anno tira fuori musicisti diversi dal cuore degli Stati Uniti, e ogni anno sono dei mostri.
Mr. Gambetta è un davvero egregio chitarrista genovese, che tira fuori dallo strumento delle cose che penso siano illegali in alcuni stati, e quest'anno l'aggiunta più originale alla sua congrega era una contrabbassista americana che con quelle manine sottili pizzicava quei cordoni enormi con una destrezza praticamente sexy.
Sarà il quarto anno che lo vado a vedere, e ogni volta, ad ascoltarlo, provo l'ineffabile desiderio di prendere tutte le mie dieci ditine che zoppicano sulla chitarra e infilarmele permanentemente dove il sole non batte, perchè mi sento davvero un'impedita, anche nei momenti più ispirati.
All'apice della tristezza, ho finito la biografia di Miss Pamela e ora Fight Club mi sembra una magra compensazione. Cosa devo fare per tornare a fiutare quella vibrazione sexy e rock'n'roll?
Come capita nei periodi di confusione, ho iniziato tremila libri insieme e l'unica attività di lettura compiuta degli ultimi giorni è la già citata bio non autorizzata degli Zep, che mi ha riportata ai bei tempi adolescenziali di fangirl sfegatata che che comprava ogni sorta di mercanzia bandereccia.
Come spuntino qualche settimana fa, ho finito un grazioso libro di Sedaris (Diario di un fumatore): dei suoi libri non saprei mai dire se parlino di altro che dell'autore e della sua vita strampalata, e personalmente in testa lo ho più o meno assimilato ad Augusten Burroughs, ma lo trovo di agevole e ilare lettura. Penso di essere stata un omosessuale maschio in una vita precedente o comunque ho una stranissima affinità con gli scrittori gay, che trovo per lo più adorabili e molto divertenti (che generalizzazione razzista).
Non conto nemmeno l'ultimo di Camilleri, data la rapidità con cui lui li pubblica e io li leggo (2 orette di solito mi bastano) e penso di aver già affermato altrove che le storie di Montalbano per me contano all'incirca come generi alimentari. Non so neanche più dire se uno mi piaccia più dell'altro, dopo tutti questi anni di lettura fedelissima e tempestiva: sono praticamente dipendente.
So che quando quel caro vecchino siciliano non ci sarà più, si aprirà un grosso buco nel mio cuore letterario.
Ho ingurgitato brevemente Cose Preziose di King e Tutto è Fatidico, così per fare, visto che ormai King lo conosco così bene che lo ritengo un vecchio amico con cui non servono più preliminari.
Poi ho iniziato a svisare e mi sono persa tra troppi libri che non riesco a far ingranare.
Ho letto un po' di Fight Club, ho aperto Running with Scissors di Burroughs, ho sfogliucchiato un altro melenso romanzetto storico della Gregory su Enrico VIII e soci.
E poi Miss Pamela ha determinato l'abbandono temporaneo di questi trastulli e ora sono tutta sua. Ha catturato il mio umore rock'n'roll decadente degli ultimi movimentati tempi, l'ha proprio preso in pieno.
Pamela Des Barres è stata una leggendaria groupie degli anni '60 e '70 e ha scritto qualche anno fa un libro di memorie, "I'm with the band". Sulla copertina lei a 16 anni, bionda, nuda e bella come il sole.
Sono a pagina 50 e sono completamente rapita e piena di invidia e rimorsi, ma non riesco a non adorarla e a provare ammirazione per le sue scelte audaci e anticonformiste, nonchè una sincera meraviglia per la sua bellezza che anche adesso che ha 60 anni suonati e anche malattie poco piacevoli alle spalle è davvero davvero notevole.
Tra le conquiste della simpatica signorina, svettano i nomi più scintillanti del firmamento Rock di quegli anni. Come a dire che non solo la invidio da matti per aver avuto la fortuna di vivere in posti e in anni migliori dei miei (dico sempre che se fossi nata 30-35 anni prima, tipo i miei, sarei stata al mio posto e ora sarei una cinquantenne alquanto soddisfatta), ma devo anche invidiarle l'immensa disinvoltura, e il fascino con cui riuscì a entrare nelle amicizie intime di personaggetti da nulla tipo Mick Jagger (che all'epoca non era proprio per niente male come ragazzo, oltre al ruolo secondario di semidio in Terra) o Jimmy Page, su cui è meglio che non inizi nemmeno a proferir verbo, tanto è il fascino quasi esoterico che esercita su di me, anche adesso che ha 65 anni, la testa candida e un vago aspetto da vecchia lesbica. Si vocifera pure che ora sbavi mentre suona e ha una buffa vocina nasale, ma io me ne frego.
Che bei tempi, quelli in cui le band erano avvicinabili, che bei tempi quelli in cui i fan non ammazzavano i loro idoli dopo aver chiesto un autografo.
Nella parte che ho letto sinora, ho provato una sincerissima immedesimazione per la narrazione delle sue gesta di teen fissata con Paul McCartney e preda di strani turbamenti sessuo-musicali da pubescenza, alimentati da ormoni, mistero e magia. Con nessuna differenza, perchè anche io avevo i turbamenti per quello stesso Paul McCartney (quello di 30 anni prima, però), in una strana e un po' lugubre forma di feticismo retroattivo.
Cita stralci del suo diario da ragazza, quando era solo una liceale che si metteva i foulard nel reggipetto ("non mi ero ancora resa conto del fatto che avere le tette piccole fosse fico" e solo per questo la bacerei in bocca e sono colta dal fremito di andare in giro in allusive camicette sottili senza reggiseno) e faceva gli altarini dei Beatles, dicendosi che sarebbe morta se non avesse potuto conoscere Paul.
Poi entra in contatto con il mondo hippy, con Bob Dylan e con qualche "cattiva" compagnia, la sua identità e la sua intraprendenza cominciano a venire fuori e dove l'ho lasciata io questo pomeriggio ha appena avuto una fulgida visione di Mick Jagger completamente nudo nella penombra della porta del suo bungalow a Los Angeles. Il proseguimento si direbbe avviato dunque verso il binario principale.
Quanto ho letto sinora è spiritoso, ben scritto, piuttosto modesto, riesce a non fare antipatia nonostante l'invidia fluisca copiosa. In altre parole non vedo l'ora di riprendere la lettura e non dubito che potrò solo dirne anche meglio ad opera conclusa.
Ho sentito il bisogno adolescenziale di addare Miss Pamela sul mio MySpace (dove il suo spazio si trova su myspace.com/therealmisspamela) e lei cortesemente mi ha anche accettata.
Le sue foto più recenti mostrano una donna che potrebbe avere tranquillamente meno di 40 anni, ma a tratti anche meno di 30. Trucco, vestiti, chirurgia? Non lo so. A me piace pensare che le grandi overdose di rock che si è fatta, quando sesso e musica costituivano per lei una specie di binomio indistinto in cui una parte non contava meno dell'altra, le abbiano regalato l'eterna giovinezza.
Poi potete venire a fare i poco romantici e dirmi che un sacco di groupie si sono beccate orrende malattie e sono morte dopo una vita debosciata. Ma questi problemi non riguardano la groupie onoraria senza portafoglio che sono sempre stata nella mia immaginazione, e nemmeno la leggendaria Pamela, che sorride più giovane che mai con quegli occhi brillanti e vivaci, sorride di un sorriso furbetto like that of one who knows (la citazione è d'obbligo).
Lunga vita a te e alla musica che hai amato Pam, io non avrei saputo fare di meglio neanche in dieci vite.
Postfazione: oggi scrivo come una ragazzina entusiasta. E dire che volevo fare un master di scrittura creativa. Se leggono questo mio parto non mi prenderanno mai.
Tra parentesti sempre abulica e non-eccitata, tranne quando si parla di rock. Dovrei cominciare a preoccuparmi, o quanto meno a perplimermi?
Ferie finite gente, domani si vola e lunedì si riparte con il quotidiano e sconfortante orrore del mio lavoro.
Ho fatto shopping in modo indecente, visto un bel po' di bei posti (oggi come ciliegina sono stata al Planetario) e speso soldi come noccioline aiutata dal cambio favorevole.
Questa bella città mi mancherà, ma facciamoci forza e parliamo di cose belle.
Nell'ultima settimana ho comprato e letto Hammer of the Gods, una lunga e famosa biografia che racconta le gesta dei Led Zeppelin a partire dai New Yardbirds per finire lo scorso Dicembre, con la reunion alla O2 arena di Londra, tra le mie lacrime di frustrazione per non esserci stata. Tuttora prego che non ne schioppi un altro prima che io possa avere un'altra occasione per vederli.
Ora ragazzi, io vivo in uno stato di abulia sessuale quasi preoccupante per la mia età. Non so cosa la causi, anche se i sospetti vanno verso la generale insoddisfazione degli ultimi tempi, ma tant'è che mi ci trovo invischiata e non è piacevole per nulla.
Niente e nessuno mi riesce a destare reazioni non dico sessuali, ma anche vagamente sensuali, qualche genere di eccitazione o emozione forte. Encefalogramma piatto, biancheria asciutta, niente da fare.
Tra le pochissime cose che ancora riescono a farmi sbucare un sorrisone da orecchio e orecchio ci sono proprio gli spesso nominati Zeppelin, tra le poche voci che possono farmi venir voglia di aprire le gambe per uno sconosciuto c'è quella di Robert Plant: forse la leggenda del patto con il diavolo fatto dalla band per raggiungere una tale grandeur e un successo così persistente è vera, forse fu fortuna, forse talento, forse una particolarissima alchimia di tutti questi ingredienti e una spruzzatina di un misto di mistero, magia e rock.
Questa biografia è un bel tuffo di 40 anni nel passato, risente di qualche tendenza agiografica come spesso accade nella storia del rock, indulge spesso nel descrivere gli eccessi che la band si concedeva quando era in tour, e anche le tristi storie di droga e alcool attraverso cui alcuni suoi membri passarono e talvolta non uscirono vivi. Queste cose un po' ti colpiscono, un po' ti disgustano, un po' ti fanno invidia e curiosità. Per qualche istante ho temuto che non sarei più riuscita ad ascoltarli con lo stesso spirito di incontrastata ammirazione. Poi ti bastano dieci secondi di una canzone a caso per riaddolcirti e ammettere di aver pensato una sciocchezza.
Su un piano parallelo, il libro contiene un sacco di informazioni e suggerimenti per un adeguato acculturamento musicale e una miniera di chicche e titoli di album da cercare al più presto. Non lo consiglierei a nessuno che non sia già un appassionato o almeno un estimatore della band, ma se appartenete a questa categoria io penso che Hammer of the Gods potrà intrattenervi e incuriosirvi il giusto.
Più di molte altre band ugualmente in gamba e famosissime, gli Zeppelin hanno inoltre, ve l'ho detto, questa particolare aura di sesso e misticismo, nonchè un alone di mistero relativamente più grande, a cui contribuì senz'altro l'atteggiamento schivo che la band ebbe nei confronti della stampa per quasi tutto il suo periodo di attività. E qui basta, non proseguo perchè il messaggio è chiaro e ho una persona in particolare che mi rompe le palle ogni volta che menziono quanto amo gli Zep su questo blog (mi accusa di essere banalmente arroccata sui mostri sacri e di dire sempre le stesse cose - non ha nemmeno tutti i torti).
Il sunto del discorso è indefinito, e nella mia testa ha a che fare più col sesso che con la musica, nei contorti e incoerenti pensieri che faccio la mattina nel dormiveglia, quando penso che quasi quasi, nonostante la devastazione degli anni che li hanno masticati- senz'altro aiutati dagli stravizi - io la groupie a uno qualunque degli Zep la farei ancora, eccome, con tutto che ognuno di loro potrebbe tranquillamente avermi messa al mondo. Non so nemmeno bene perchè, forse il desiderio di far parte in qualche modo di una delle poche cose al mondo che mi emozionano, forse il fatto che andare a letto con una rock star è probabilmente più facile che farci amicizia e averci lunghe conversazioni, mah.
Basta uno "Squeeze my lemon" con quella voce sexy che ti ritrovi ancora come quando ti contorcevi mezzo nudo sul palco in quei jeans immoralmente attillati e io sono agli ordini, Mr. Plant, vedi come scorre il juice down your leg; basta che *guardi* una chitarra Mr. Page, e sono tutta tua, basta che mi sputi fuori una di quelle linee suadenti di basso che per me sono come lap dance, Jonesy, e sono pronta a perdere almeno gli ultimi dieci anni di (poca) saggezza e buon senso accumulati e ritrovare quella componente perduta della mia defunta libido, come e peggio di un'adolescente demente che pensa ai Tokio Hotel....
La vostra testualmente incoerente Shuly vi lancia un ultimo arrapato saluto prima di tornare, si spera, nelle terre patrie, e volteggia al ritmo di Traveling Riverside Blues.
Non odiate quando arrivate a un passetto, a dieci pagine dalla fine di un libro... e qualcosa di molesto vi costringe a interrompere la lettura?
Beh, me ne sono fregata e, mentre mi facevo fare la mia ultima dispensiosissima seduta di massaggi inutili, ho preso il libro e l'ho finito lo stesso.
Ho finito American Psycho e l'ho amato. C'è un solo problema. Non ho capito davvero com'è finito. E non credo voglia farsi realmente capire. So che, a un livello diciamo animale-istintivo, è diventato il mio libro del momento.
Non siete daccordo sul fatto che un buon numero di opere interessanti sia caratterizzato da finali aperti a molte interpretazioni? Direte che ci vuole maggior sforzo di inventiva ad aprire tante questioni e a riuscire a chiuderle tutte prima dell'ultima pagina, facendo quadrare tutto e su questo non discuto (anche se talvolta spiegare tutto banalizza e uccide la suggestione), del resto ho amato molte opere "chiuse" e parecchie opere "aperte" sono il risultato della pigrizia di autori sopraffatti dal peso dei misteri che hanno sparso in giro ... ma sono soprattutto i libri e i film con tanti spiragli aperti che continuano a vivere nella tua testa anche quando hai finito la lettura o la visione. Li riesamini, te li spieghi e rispieghi, ti senti vicino a una soluzione ma non riesci a raggiungerla e, del resto, manco sei tanto sicuro che sia la soluzione giusta.
Insomma, il signor Easton Ellis si è appena preso gioco della mia (nostra?) tendenza a cercare di dar senso e direzione a tutto, con un libro totalmente più bello del film - com'era prevedibile - il cui succo è proprio la mancanza di significato di qualunque cosa, e la missione impossibile della quadratura di una sostanza fluida e viscidina, l'esistenza, di cui al massimo possiamo carpire qualcosa in superficie: oggetti, azioni rituali, marche di vestiti, locali alla moda, l'invidia e l'avidità.
American Psycho contiene tante cose, oggetti in sovrabbondanza, annotati con precisione maniacale. Una crosta sotto cui - a volte viene il sospetto anche a me - non c'è proprio nulla, nè un senso, nè redenzione, nè amore o altri sentimenti positivi. In altre parole, una prospettiva inquietante sui rischi del pensare troppo a fondo, che ci lascia esattamente dove eravamo: a mollo in questo "atomo opaco del Male" come direbbe qualcuno. Ma penso si riferisse in realtà al mio ufficio.