About me, more or less

Utente: Shulypoo
Cromosoma XX, personalità indecisa e dubbiosa, amante dell'autoerotismo mentale, della musica rock, del sushi, degli anfibi e degli orsetti del cuore.

L'erotismo mi piace e lo vedo in tante cose. Forse ve ne accorgerete, ma non scambiatemi per ammiccante, ve ne prego.

Ripresami dalle mie brume esistenziali post laurea e dai vaneggiamenti matrimoniali, sono ora un'improbabile business woman con parecchi issues. Ma che questo non mi identifichi in alcun modo, vi prego. Aspirante groupie, passerei volentieri la vita a sperarla diversa.
Odio mordermi le guance. Ma proprio tantissimo.

Handle with care, perchè mi affeziono anche al cartone del latte e sono permalosissima.

Geeky, nerdy, plastic fantastic, the one you'll never need.
Amen.

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Mi rallegrano e compiacciono cose tipo...

svegliarmi e ricordarmi che posso dormire
le chitarre elettriche
il junk food, il sushi e il cibo indiano. Ma anche tutto il resto.
il piumino calduccio
l'umorismo surreale
le culotte
non reggermi in bus e far finta di fare surf
leggere i libri in una botta sola
i cavalieri dello zodiaco
la musicalità
le t-shirt buffe e witty
i calzini a strisce
chi è colto e non lo fa pesare
il ponte di chiatte al Porto Antico di Genova
il mio albero di natale
chi capisce al volo
i regali inattesi
le coccole sotto il piumino
questa faccina ":3" e questa ">.>;"
Londra
la lingua inglese
l'eccitazione
capire improvvisamente qualcosa
la novità
le pernacchie sulla pancia
la varietà linguistica
le cose pucciose e superdeformed
il cambiamento
ascoltare musica di notte
la sottigliezza
le opinioni decise ma non ostinate
comportarmi in modo inappropriato
sapere le cose senza Google
la gente easy going
le seghe mentali un po' costruttive
fare pace
i vecchi vinili
chi non serba rancore
forzare i miei limiti
ballare, da sola
la gentilezza a prescindere
gli anni '60 e '70 e la loro musica
la pulizia
non dover spiegare ciò che dico, specialmente le battute
la capacità di modularsi
apparentemente, anche saltare di palo in frasca :3

Mi rattristano e un po' irritano cose tipo...

i pallini sui maglioni
chi entra dall'uscita dei bus
la banalità, in tutto
i calendari coi culi
i peli incarniti
chi dice di non aver mai tempo e non fa un tubo
la polvere sulle dita, e i gatti impolverati
il vento e la pioggia insieme
le abitudini noiose, i loop, i pattern
i furbi, i Furby e i furry
le cose banalmente sexy
la mancanza di autocritica, di ironia, di curiosità
gli errori di grammatica e ortografia
la volgarità a sproposito (ma non le parolacce!)
il pitonato, lo zebrato, il leopardato e gli altri mali accessori alla menopausa
la gente che scrive "Hei!" invece di "Ehi!"
la pornografia camuffata da erotismo
la risata "Hihihihihi". Ha un che di satanico e idiota, usate le faccine piuttosto
le battutine a sfondo sessuale fatte a sproposito
chi racconta i casi suoi al telefono in bus, magari urlando
l'indefinitezza
le mode imbecilli, e le sedicenti modelle
la puzza di fumo
la poesia cheap
l’associazione soldi/mignotte/belle macchine
chi sputacchia quando parla
la “bella gente†e la "bella vita"
chi fa lo strano, l'incompreso, l'unico, l'originale a tutti i costi
sentirmi invisibile e a disagio
chi è più pigro di me
chi non si fa mai problemi e dovrebbe
il frastuono e la musica merdosa
chi parla addosso alla gente
chi non ascolta e pensa di aver capito
la sveglia
l'ignoranza compiaciuta
i consigli non richiesti, ma anche i conigli
gli egocentrici molesti
gli inappetenti cronici e chi fa tremila storie sul cibo
le donne fissate con le minchiate che non compensano con altre doti
gli uomini che pensano di far colpo coi soldi
le "k" al posto delle "c"
chi non sorride mai
smagliare i collant nuovi
chi non capisce, chi non coglie, chi non si sa adattare
le suonerie dei cellulari, la maggior parte
i deliri religiosi
il buonismo dettato da idiozia
rompere con qualcuno, causare tristezza
chi mi dice "cresci" senza poterselo permettere
i canditi

Solo un numero, e probabilmente sbagliato

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  • mercoledì, 22 luglio 2009

    Vorrei solo segnalarvi che l'epico SUV del capo, da quanto posso sentire al telefono, sta attualmente facendo rumori più degni di un trattore mentre trotta assai poco allegramente sulla A7 e che sto avendo difficoltà a gestire il ricovero in officina a distanza perchè mi è complesso non ridere pensando a quell'osceno catafalco nero che ansima e rantola sull'autostrada con dentro il mio capo inviperito e colmo di indignazione.

    Brindo alla salute della mia Panda (a cui come minimo troverò le gomme bucate, per giustizia divina).

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (1)
    categorie: fun , lavoro
    giovedì, 21 maggio 2009

    Dottò, dottò

    Oggi sono due anni esatti che lavoro in questa fogna di imbecilli.
    L'unica conclusione che posso trarne, sillogisticamente, è che sono un'imbecille anche io. Non consolante.
     
    Per celebrare l'infausta ricorrenza, vi lascio con uno sketch del mio rientro in ufficio.
     
    Premessa:
    Un paio di mesi fa, ho fatto rifare i biglietti da visita della losca ditta per cui lavoro.
    Dei due capi, la capa femmina mi dice che vuole assolutamente che tolga "Dott.ssa" prima del suo nome perchè la imbarazza. E' la prima cosa intelligente che le abbia sentito dire ed obbedisco volentieri. Il dott.ing.lup.mann, invece, quando gli chiedo se vuole per simmetria lo stesso trattamento, ha un momento di ritegno e dice "Oh fai come vuoi". Penso di fargli un favore e tolgo l'imbarazzante "Dott.". Tra le decine di biglietti da visita che ho in ufficio, faccio una rapida scansione a scopi statistici e scopro che a recare il titoletto è solo un buyer di scarso acume.
    I biglietti arrivano e li consegno. Tutti contenti, il dott.ing. guarda il suo e istantaneamente gli si forma il broncetto contrariato del bimbo a cui hanno messo il parmigiano sui bucatini quando non lo voleva. "Eh ma la prossima volta mettilo il titolo. Mi serve. Per.. per l'estero." (l'estero, dove la gente si dà del tu e non bada a questo genere di cazzate, appunto). Sua sorella e la contabile, appena esce, gli ridono dietro in coro.
     
    Il caso vuole che debba fare una ristampa d'urgenza per risolvere un errore così clamoroso da essere sfuggito a me, ai colleghi, al grafico e allo stampatore. Mi procuro una gastrite per far fare la stampa a tempo record, oggi la porto tutta contenta e mi allontano. Dopo pochi secondi arriva il TUD of Doom. Il pugnetto stizzito. Il-pugnetto-del-capetto-sul-banchetto. Si alza e mi viene davanti con una faccia da tragedia imminente. "IL TITOLO! IL TITOLO, TE L'AVEVO DETTO!". Segue sbattimento di porta e, presumo, un'altra piccola ridda di pugnetti e calcetti al mobilio. E' vero: tra tutte le cose più urgenti e rilevanti di cui mi occupo per 6 euro all'ora, avevo tralasciato questa aggiuntella di ostentazione burina di studi universitari svolti senza alcun giovamento per il cervello. E, come sua responsabile marketing all'amatriciana, l'avrei fatto comunque: per cercare di attenuare la figura da coglione che riesce a fare già senza sforzo quando si presenta e apre bocca.
     
    Alla scenata ho comunque risposto con un silenzio costernato.
    L'unico modo che ho trovato per evitare che quel "Ma vaffanculo, me ne vado" che mi titillava le corde vocali esplodesse fragorosamente.
    giovedì, 05 febbraio 2009

    *coglione*coglione*coglione*

    L'idea di un'invenzione simile un po' mi diverte e un po' mi raccapriccia.
    Pensateci: un impianto sotto pelle che ti proietta sulla fronte quello che stai pensando, in simpatiche scritte scorrevoli.

    Sapere che qualcosa del genere non esiste ancora e - sperabilmente - non esisterà mai, mi dispiace un po'.
    Se tutti in ufficio ne avessimo uno installato, infatti, il nostro capo avrebbe potuto leggere con chiarezza una fila di "Coglione" scorrevoli sulle nostre fronti quando, qualche ora fa, ha dichiarato sbattendo i pugni sul tavolo che "Io ho sempre ragione". Oh si, lo ha detto davvero! E l'unanimità sarebbe stata tale che, forse, per un solo attimo prima di incazzarsi, avrebbe quasi sospettato che ragione l'avessimo noi. Per una volta eh, così non si annoia ad averla sempre lui.

    D'altro canto però, sapere che almeno i miei pensieri - spesso inadatti ad essere esternati con schiettezza, specie in ufficio - saranno sempre custoditi al sicuro nella mia testa mi garantisce ancora quel piccolo quadratino di libertà, almeno interiore, che nessuno potrà toccarmi. Quell'area segreta in cui ritirarsi quando all'esterno piove merda e fa freddo.
    Un po' come quando sei spiaccicato contro un vetro su un autobus pieno, con i piedi in posizione da Twister e le mani di ignoti appoggiate al sedere, ma puoi compiacerti di poter flettere ancora liberamente tutti e due i mignoli. O agitare la lingua dentro la bocca.

    Signori, di questi tempi son consolazioni.
    E per piacere, ditemi che la cosa dell'autobus non la faccio solo io.

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (10)
    categorie: lavoro, invenzioni, wtf
    mercoledì, 04 febbraio 2009

    La macchina del capo

    Ci terrei a precisare ai proprietari di SUV e altri mezzi affini che consumano come Shuttle per portare le loro pigre chiappe in giro, perché non sia mai che le suddette chiappe abbiano a subire i disagi del
    trasporto pubblico su cui viaggia la comune plebaglia, che la vostra vettura forse fallisce nel consegnare alla citata plebaglia il messaggio che le avete affidato e che presumo abbia qualcosa a che fare, al di là di magre giustificazioni di tipo pratico, con concetti affini all’ostentazione di facoltà pecuniarie, allo status symbol da manager or sedicente/aspirante tale e svariate e variopinte forme di compensazione a cui il mio cervello non può nemmeno arrivare.
    Il messaggio che invece comunicate, e peraltro assai bene, è un altro.

    Lasciate subito che vi dica che non capisco nulla di auto, che guido poco e che in teoria sarei la meno indicata per esprimere qualunque considerazione in materia.
    Lasciate anche che aggiunga che me ne frego completamente di questo fatto, dopo che ho trascorso una mattinata a riempire schede benzina per le auto padronali, solo l’ultimo di una serie di incarichi ottusi e fuori mansione che mi vengono appioppati con serenità apollinea regolarmente.
    Lasciate dunque che vi dica che cosa ne penso.

    Voi, conducenti di trattori camuffati da automobili, dimostrate per lo più di essere pessimi investitori del vostro stesso denaro, di non avere alcun interesse per gli sprechi (anche se poi ci urlate di tutto quando dimentichiamo il monitor acceso in ufficio, magari) o per l’inquinamento delle città che infestate (nonostante alcuni giorni incresciosi, vi assicuro che il trasporto pubblico non è mediamente il racconto dell’orrore che si vocifera che sia).
    Dimostrate anche, specie in città patologicamente prive di parcheggi – come Genova, una scarsa comprensione del territorio che vi circonda.
    Possono sembrare osservazioni deboli, a voi padroni di SUV. Se però avete una macchina simile, abbiamo già capito che il vostro giudizio non è davvero dei più illuminati e degni di ascolto.

    E passiamo subito a un excursus personale: qualche anno fa, nella mia sciagurata esperienza americana, mi trovai a guidare uno scassato Chevy Blazer, un suvvone rosso alto e inutilmente gigantesco. Uno specchietto si e uno no, cambio automatico, vetri oscurati e la sete di un'idrovora. Lì si consumarono alcuni eventi di cui sono poco fiera, e anche alcune epiche traversate degli Stati Uniti del Sud. 

    La sussistenza e la mobilità del mio altrettanto sciagurato fidanzato di allora dipendevano strettamente dalle banconote che teneva spiegazzate nelle tasche dei suoi capienti jeans. Pensavo mezza allegra, durante i nostri numerosissimi pit stop per alimentare l'idrovora, che era una fortuna che la benza venisse qualcosa come un dollaro al gallone, in quel gigantesco paesotto, o avrei anche dovuto starmene chiusa in casa ogni santo giorno a guardare il cielo dalla finestra, oltre a mangiare cibi malsani e di provenienza questionabile e consumarmi il cervello con la tv via cavo.

    Pensavo, però, che dopo tutto fosse profondamente insensato che le persone laggiù, in media, scegliessero di sputare sopra al privilegio di avere la benzina praticamente gratis, almeno secondo i canoni nostrani (80 eurocent per quasi 4 litri -non so se mi spiego- e ancora si lamentava, il dannato ciccione) e annullassero i benefici che ne potevano derivare utilizzando vetture enormi, con cilindrate improbabili e prestazioni mediocri se comparate ai consumi.

    Vetture concepite e presentate come se dovessero affrontare chissà quali terreni, e in realtà non solo incapaci di affrontarli meglio di una Panda 4x4, ma per giunta impiegate mediamente come comuni utilitarie.
    Persino inaffidabili, come notai una notte sulla statale 109. Assonnata, stanca, bisognosa di un bagno e con un enorme tricheco rosso di metallo fermo al lato della strada, col cofano fumante e sinistri scricchiolii provenienti dal motore (o forse questo era dovuto alla priorità del televisore al plasma rispetto alla manutenzione dell’auto, nel budget del già citato fidanzato?).

    Convinsi il proprietario a mollare lo Shuttle e a prendersi un’utilitaria nipponica che lo avrebbe portato sino al Wal Mart più vicino con meno di un pieno. Seppi più avanti, dopo averlo lasciato, che aveva piantato la giapponese per rigettarsi in una storia di amore e consumi con un pick up di proporzioni bibliche.
    Ma già lo avevo archiviato come un caso disperato.

    Dall’esperienza conclusi, forse approssimando troppo, che gli americani – almeno certi americani – sono adorabili sciocchini e che la loro totale miopia verso il mondo al di fuori degli States (ma a volte anche fuori dal loro ZIP code) li aiuta a compiere scelte davvero surreali che vanno a loro totale svantaggio.
    “Ma in Italia non succederà mai!”, pensavo ingenuamente. “Siamo troppo furbi, noi”. E da noi la benzina è cara. E c’è crisi, c’è sempre crisi. E noi italiani di città spesso non abbiamo neanche bisogno di guidare, le distanze sono accessibili, i trasporti pubblici più o meno vanno…

    Fatto sta che mi accorsi, ancora una volta nella mia vita, di essermi sbagliata. Le strette e ostili stradine di Genova, quelle in cui per muoverti devi pregare la Madonna e per parcheggiare devi anche prometterle un rene, pullulavano di SUV. Ognuna guidata dal suo managerino rampante coi soldi o, nei casi peggiori, dalle loro fidanzate in Hogan o dalle loro madri cotonate (il cui altro mezzo di locomozione è, nel 98% dei casi, una Smart. Lo so e basta).
    Visto che il massimo del fuori porta, per costoro, è un’escursione allo stadio o in discoteca, la ridicolaggine di avere un macchinone travestito da fuoristrada risplende più di una medaglia.

    In modo abbastanza buffo, da mezzo di trasporto più amato dai redneck ignari dell’ecologia (favoriti da un mercato dell’usato molto più vivace del nostro, quello è vero), il SUV è diventato il surrogato del pene dirigenziale più amato di questi ultimi tempi.

    Ma torniamo al punto da cui eravamo partiti. Le schede benzina. Della macchina del capo. Che non ha un buco nella gomma, come dice la canzone, ma fa un buco nel bilancio.

    Già in passato mi sono divertita a calcolare il mio valore in pallet di salviettine intime, ottenendo i previsti risultati desolanti. Ma è calcolando il mio valore in consumi SUV che mi sono davvero depressa. Se il SUV del capo esigesse anche la tredicesima, costerebbe annualmente alla ditta più di me. Ammesso che già non lo faccia, in effetti.
    Il bambino si ciuccia dai 700 ai 1000 al mese in poppate di gasolio.
    Si ciuccia quello, la sensatezza di usare la macchina invece dell’aereo per qualunque tratta su territorio nazionale e ogni residuo di mia pazienza e fiducia nell’umanità quando sento il capo lamentarsi di quanto spende in carburante, come se una legge antipatica lo avesse costretto a comprarsi un SUV, e mi sembra di subodorare mentre lo fa anche quel perverso orgoglio della mamma che odia il figlio grasso ma lo stesso si compiace quando questo finisce tutti i bucatini.

    Quindi, la prima grande verità del 2009 è che una vita umana forse non avrà un prezzo, ma la mia in particolare ha un valore inferiore ai consumi dell’auto di un manager viziato. E queste cose è sempre bene saperle chiaramente.

    Posso solo arguire, non senza un certo puntiglio, che io con un litro d’acqua faccio anche più di 7km, e non inquino.
    Che diavolo, quando sono ispirata faccio pure la raccolta differenziata.
     
    lunedì, 12 gennaio 2009

    L'unico modo di sopravvivere alla prima e come sempre inutile riunione del 2009 è pensare di essere incastrati in una vignetta di Dilbert.
    In questa prospettiva, l'impellente bisogno di fare fisicamente del male a colleghi e capi e la vaga voglia di piangere vengono sostituiti da una sardonica risatella, e soprattutto da una completa - e assai gradita - sordità a qualunque parola/balla/promessa/minaccia verrà proferita dal manager.

    Provate anche voi!

    mercoledì, 26 novembre 2008

    At work

    Oooh è arrivata la grafica vediamo che casino ha fatto!

    Arancione?  Deve essere impazzita, credo mi sia caduta una retina.
    Testo bianco su fondo giallo, ha ha e ha.
    E che diavolo sono tutte ste mani, sembra un porno per la famiglia Addams.
    La finestra sembra una piastrina del fornelletto antizanzare.
    Questi riquadri li avrei potuti fare io con Word.
    Questa mano qui è pure screpolata. Quest'altra è tozza.  C'erano i saldi sulla banca immagini? Oh lol questa mano ha pure il guantone, fa-vo-lo-so.
    Il tema di sfondo si salva ma quella spugna dietro sembra che lasci le sgommate di cacca. Anzi sembra una medusa. La medusa dello sporco.
    Il codice ean è per gnomi? E di sto font che mi dite?

    Guardo questo lavoro e penso alla morte. Ora devo trovare un modo di riferire il tutto all'autrice senza urtare i suoi sentimenti.

    E pensate che questa è la parte bella del mio lavoro....

    giovedì, 02 ottobre 2008

    E sarà anche ora che la signora , oltre che a guidare come si conviene a una persona adulta, impari pure ad alzare una cornetta e a chiamare la municipale per capire da sola perchè ha preso una multa in un anno remoto in cui io nemmeno nei miei peggiori incubi avrei pensato di finire a lavorare qui?
    Sarà anche ora che non scarichi le cose sulla sua contabile-schiava-kapò e soprattutto vecchia stronza che a sua volta le scarica su chiunque non la mandi affanculo ancora prima di dirle "ciao"?

    Che ne dite eh?

     

    Ok, oggi sono in seria office angst... consigli per evitare di acciambellarmi in posizione fetale e mettermi a piangere non appena varco la soglia di casa?

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (8)
    categorie: lavoro, wtf

    Il rebus del pollo

    Mentre vagolo nel fantastico mondo dell'irrazionale lavorativo, destreggiandomi tra gli idiotismi di capi, capette e kapò, non riesco a togliermi di testa il sogno che ho fatto tra le 7.00 e le 7.15 questa mattina, nelle tenebre meste del pre-sveglia-ancora-5-minuti.

    Specie quando mi sento in colpa per il fatto di stare dormendo, sogno quasi regolarmente la prosecuzione della giornata, come se in realtà mi fossi alzata dal letto. Sogno l'arrivo in ufficio, le lamentele inutili della kapò con annesse scenate isteriche, a volte sono già tornata a casa col solito bagaglio di scazzi e appetito lupigno.. quando suona la sveglia e mi costringe a rivivere tutta quella rottura di palle da capo.

    Non so se sia un sentimento comune, ma il momento della sveglia è uno di quei drammatici eterni ritorni dell'esistenza. La tua voglia di vivere è temporaneamente azzerata, mentre cerchi di aprire gli occhi aiutandoti con le sopracciglia, ti abbozzoli nella felpa di Winny the Pooh e poi fai un bel balzello fuori dal letto, trovando a volte sorprese eccitanti e inspiegabili come due pantofole sinistre (questa mattina). Quasi sempre uguale, ogni risveglio, ogni giorno, ogni settimana. Ormai manco Natale fa veramente eccezione.

    La peculiarità di oggi è che mi sono svegliata con questa testuale convinzione onirica: "I pasti degli aerei sono dei rebus" e so che non lo intendevo in senso metaforico tipo "è sempre un enigma capire se lo digerirai prima del mese prossimo". Era in senso alquanto letterale.
    E stavo leggendo il messaggio cifrato di un amante, nascosto nel mio pollo rappreso KLM, in questo mio sogno. Un messaggio che comunque parlava di cosa aveva mangiato.
    Tutto ciò non ha un senso, ma la sensazione era così convincente, l'epifania tale, che mi dispiace di stare perdendo i pezzi di quel sogno man mano che la giornata prosegue.

    Soprattutto, se qualcuno vuole lanciarsi in un'interpretazione, ci aggiunga anche una spiegazione succinta del mio sogno di quando avevo 8 anni, quando gli gnomi invasero e divorarono la mia classe proprio dopo che avevo trovato l'armatura di Andromeda sulla mia seggiolina.
    Son cose che ti segnano eh.

     

     

    martedì, 30 settembre 2008

    Potrebbe piovere!

    Dicevo che lamentarsi del lavoro è un’attività a cui se ne possono preferire molte altre.
    Beh, è vero, niente da rettificare. Solo che sono genovese e noi genovesi, a parte infilare “belin” nelle frasi, amiamo lamentarci e il nostro incessante, logorante martellio è detto localmente “mugugno”.
     
    Aggiungiamo al tutto il fatto che oggi è una di quelle giornate piovose e tristi in cui un carabiniere dovrebbe multarti se osi alzarti dal letto prima delle 10 e un piccolo sclero lavorativo ve lo beccate.
     
    Quante volte ho enumerato le mie mansioni qui? Sono tante e complesse, visto che sono una responsabile marketing senza nessuno sotto. Responsabile significa che non sono responsabile dell’operato di terzi, ma proprio di tutto quello che può riguardare marketing, packaging, prodotti nuovi, fiere, siti web, cagate. Non pago di questo, il mio capo mi ritiene account per praticamente tutti i clienti esteri e gli farebbe tanto piacere se ogni tanto estraessi clienti nuovi (e prodotti nuovi, certo!) dal cappello. Nota per i lettori: questo senza intaccare il mio apprendistato di quinto livello e annessa paga subumana.
     
    Mentre tento di svolgere tutte queste mansioni, c’è una sorta di tacito impegno da parte dei più a rompermi i coglioni in qualunque modo lecito o illecito, per lo più causato da precipua deficienza in ambito computeristico-inglesistico-buonsensistico e varie paraplegie mentali come l’impossibilità di (voler) scendere di sotto a controllare la posta.
    Devo occuparmi in continuazione di queste piccole e grandi scocciature a cui, in quanto schiava, devo obbedire senza fiatare, e mentre vengo già interrotta a sufficienza in questo modo, sommiamoci il mio capo – l’unico che alla fine ne ha un qualche diritto – che mi chiama ogni cinque minuti.
     
    L’ultimo colpo di genio del suddetto boss è qualcosa che mi ha fatto sentire i cavalli che nitrivano in lontananza, alla Frau Blücher.
    Questa bella pensata è il frutto di una concezione evidentemente warcraftiana del lavoro altrui: clicchi e un’unità si upgrada, clicchi e migliorano le prestazioni, clicchi e l’unità costruisce delle cose, senza fiatare e senza incentivi. Possiedi le unità e tutto il loro tempo.
     
    Il mio capo ha assunto me e un mio amico (casualmente ex ragazzo) a fare rispettivamente marketing e logistica e ultimamente, riguardando i nostri CV, deve essersi ricordato che siamo entrambi laureati in scienze della comunicazione, uno dei modi più comuni in cui la nostra generazione è stata truffata dopo il liceo.
    Ciò deve avergli acceso una lampadina (di quelle a basso consumo, così spende poco) in testa che gli ha fatto pensare: “Ma certo, ora so come spremerli di più di così!”.
    Vuole fare una mini-agenzia di comunicazione.
    Risparmiare i soldi che dà all’agenzia che utilizziamo abitualmente.
    Fare prezzi stracciati. Perché tanto il nostro stipendio resta lo stesso. Tutto grasso che cola!
    E metterci a inventarci completamente le competenze per un lavoro per cui – solitamente – è indicato qualche genere di training extra, magari sotto qualcuno che ti possa insegnare qualcosa, a prescindere dalla mia laurea, che potrebbe anche essere in egittologia in questo frangente.
     
    Tutto questo senza interrompere neanche per scherzo il nostro lavoro abituale, ma ricavandoci piccoli interstizi di tempo per sviluppare questa nuova professione. Tipo 3 minuti e mezzo per volta prima del prossimo “Silvia vai a controllare la posta” o “Silvia mi spieghi cosa c’è scritto qui?”.
    Lui di base ci metterebbe, forse, i soldi di Illustrator o Photoshop (lol) anche se riuscire ad averlo gratis sarebbe già ottimo.
    Per le competenze in ambito grafico – qui i nitriti in lontananza sono saliti di volume – possiamo anche, LA SERA, metterci un po’ a imparare Photoshop mentre siamo a casa, o a un corso, basta che sia gratuito e ce lo troviamo noi.
     
    Ci volevano quattro facce per avere abbastanza sopracciglia da alzare, e più braccia della dea Kalì per avere un sufficiente numero di dita medie da esibire.
     
    Ciononostante, ho dovuto annuire, tenendo a cuccia l’espressione di sconcerto che minacciava di affiorare in superficie, tradendomi.
     
    Ci ha detto, con la consueta ipocrisia di chi ti ordina qualcosa ma è troppo vile per farlo esplicitamente, che possiamo pensarci con comodo a come procedere, che c’è tutto il tempo (nota: lui mi vede ancora a lavorare lì per molto tempo), anche tutta la nostra vita e il nostro tempo libero, si è scordato di aggiungere.
     
     
    Mentre cerco di pensare a come diventare una grafica solo schiacciando un bottone, vengo interrotta dalla contabile che mi chiede di chiamare un servizio informazioni per capire come mai la mamma del capo, che non lavora per noi, ha preso una multa.
    “No” non è una risposta accettata qui, è come la Diners.
    “Cazzi suoi” nemmeno.
    “Non rientra nelle mie mansioni” ? No.
    “Lo faccio dopo” autorizza una serie indefinita di solleciti e recriminazioni che possono durare settimane. Non resta che interrompere qualunque cosa si stia facendo e farlo. E possibilmente senza smettere di pensare a come diventare una one-man-agenzia-di-comunicazione. E seguire il marketing. E i clienti. E i prodotti.
     
    Sono conscia di avere un’indole lamentosa e di vedere molto meglio i lati irritanti di quelli positivi, ma sono anche conscia dell'esistenza di parecchie ragioni per cui anche una persona normale potrebbe risentirsi.
     
    E quando mi sento triste, oberata di cose che non sarei tenuta a fare, poco speranzosa e sfiduciata, trovo un modo per alleviare la pressione e ristabilire un po’ di senso.
     
    Sapete come reagisco?
    Beh, questo post è un indizio.
    mercoledì, 11 giugno 2008

    Work sucks, I know

    Una sera, annoiato perchè non giocava il Genoa, il mio capo sfogliava casualmente il Manuale dei Giovani Manager Rampanti - Come Imporre la Propria Autorità sui Sottoposti in Modo Arbitrario e Inutile, mangiava una pepata di cozze un po' avariata e ci faceva un bel sonnello sopra.
    Dalle visioni di quella notte è nata la riunione di lunedì scorso, un delirio di luoghi comuni capeschi al cui appello mancava solo il discorso topico "siamo una squadra, una grande famiglia".
    Ora, il mio capo ha ereditato la ditta e, pur non avendola messa su lui, non l'ha presa in mano troppo male e quello che fa lo fa benone, per questo gli do credito; gli manca però una grossa fetta di buon senso/empatia/apertura mentale nel cervello, di disponibilità - ad esempio - ad ammettere che i suoi criteri e i suoi punti di vista non siano universali, che peraltro è un difetto comune da cui non sono esente.

    Non ci può fare niente, non può capire come ci sentiamo, sottopagati, senza prospettive di promozione o aumenti (il primo aumento la mia collega lo ha avuto dopo 5 anni di straordinari nemmeno considerati in busta paga), intenti a far guadagnare la ditta senza un corrispettivo proporzionato agli sforzi, perchè non facciamo un lavoro meccanico da impiegato delle poste.
    Mettendo insieme le tessere, si realizza finalmente che questi datori di lavoro fanno i capitalisti convinti quando è nel loro interesse, ma non si scompongono a gestire le proprie risorse umane come dei sovchoz comunisti. Come dire il peggio dei due mondi.
    E dalla prospettiva capesca l'idea è sempre che ci stia facendo un favore (wow, un contratto di apprendistato di 3 anni quando da laureata dovrei farmene solo 2! grazie mi sento quasi male! oh no aspetta che se mi sento male non ho la mutua).

    Non prendetemi per una lavativa o altro, ho un senso del dovere ferreo praticamente per imprinting. Ma non amo farmi prendere per il culo, ecco tutto, e quando lavoro bene una pacca sulla spalla è gradita, sì, ma non passo 40 ore alla settimana in questo buco solo per la gloria.

    Dovrei fare come i miei colleghi che ormai hanno un'attenzione selettiva che scarta a priori certi sproloqui capeschi, ma ancora ascolto e ci resto male se il big boss ritiene che ultimamente ci siamo un po' ammosciati come team perchè.... perchè teniamo msn acceso e *sporadicamente* ci passiamo linkini e battute con gli amici schiavi in altri uffici. O perchè, tra una telefonata e l'altra, una mail e l'altra, invece di prendermi una pausa caffè (non bevo caffè, che ci posso fare) o scendere a farmi una siga (non fumo, mi spiace) mi faccio brevemente due casi miei su Internet. Questo blog ad esempio: quando non scrivo le bozze a casa scrivo i post una o due frasette per volta, nei ritagli di tempo, a meno che non siano post brevi, per cui tra l'altro sono una scheggia a digitare.

    Non è che ci sia bisogno di studiare psicologia per capire che l'attenzione ha bisogno di piccole pause per restare alta e non ha capito che appunto, se non fosse Explorer sarebbero dei lunghi caffè, delle estenuanti sigarette o semplicemente lavoro in moviola. Attribuire effetti nefasti invece che benefici a una sporadica distrazione significa non capire un'emerita sega dei rapporti di causa/effetto.
    Soprattutto, la laurea non serve per realizzare che per spronare la gente ad andare oltre le proprie mansioni, per accendere lo spirito di iniziativa e un barlume di entusiasmo servono incentivi. O i dipendenti, per quanto tu ti ci trovi bene, così non te li tieni.

    A questo ultimo punto sembra finalmente esserci arrivato: nel corso della stessa riunione ha annunciato vagamente che se non gli costerà troppo in tasse potrà introdurre incentivi monetari al raggiungimento di certi obbiettivi (un milione in gettoni d'oro! o un ferro da stiro?), che naturalmente saranno impossibili o non dipendenti dalla nostra volontà.
    Intanto si è preso 2 mesi per studiarsi la cosa (lol).

    Nel frattempo, pareggiando l'astuta mossa col cazziatone su msn e l'ennesima rottura di palle per i 10 minuti di ritardo (i minuti extra invece sono sempre dovuti, e anche le ore extra che mi sono puppata alle fiere naturalmente), ha praticamente portato il bilancio dell'egregia riunione a 0.

    Forse, e dico forse, non ha capito che ora dovrò buttare il doppio del tempo per fregarmene delle sue direttive e fare di testa mia, cosa che non ha mai compromesso il mio lavoro.
    E ciò che secondo me gli sfugge in sommo modo è che queste riunioni inutili rubano molto più tempo al nostro lavoro di un "ciao come butta" digitato in fretta su msn. Di una controllata alla posta. Del tempo di guardare questa immagine su myconfinedspace.com


    e farsi una sana risatina, per dimenticare due secondi con che razza di gente dobbiamo lavorare.

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (7)
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