About me, more or less

Utente: Shulypoo
Cromosoma XX, personalità indecisa e dubbiosa, amante dell'autoerotismo mentale, della musica rock, del sushi, degli anfibi e degli orsetti del cuore.

L'erotismo mi piace e lo vedo in tante cose. Forse ve ne accorgerete, ma non scambiatemi per ammiccante, ve ne prego.

Ripresami dalle mie brume esistenziali post laurea e dai vaneggiamenti matrimoniali, sono ora un'improbabile business woman con parecchi issues. Ma che questo non mi identifichi in alcun modo, vi prego. Aspirante groupie, passerei volentieri la vita a sperarla diversa.
Odio mordermi le guance. Ma proprio tantissimo.

Handle with care, perchè mi affeziono anche al cartone del latte e sono permalosissima.

Geeky, nerdy, plastic fantastic, the one you'll never need.
Amen.

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Mi rallegrano e compiacciono cose tipo...

svegliarmi e ricordarmi che posso dormire
le chitarre elettriche
il junk food, il sushi e il cibo indiano. Ma anche tutto il resto.
il piumino calduccio
l'umorismo surreale
le culotte
non reggermi in bus e far finta di fare surf
leggere i libri in una botta sola
i cavalieri dello zodiaco
la musicalità
le t-shirt buffe e witty
i calzini a strisce
chi è colto e non lo fa pesare
il ponte di chiatte al Porto Antico di Genova
il mio albero di natale
chi capisce al volo
i regali inattesi
le coccole sotto il piumino
questa faccina ":3" e questa ">.>;"
Londra
la lingua inglese
l'eccitazione
capire improvvisamente qualcosa
la novità
le pernacchie sulla pancia
la varietà linguistica
le cose pucciose e superdeformed
il cambiamento
ascoltare musica di notte
la sottigliezza
le opinioni decise ma non ostinate
comportarmi in modo inappropriato
sapere le cose senza Google
la gente easy going
le seghe mentali un po' costruttive
fare pace
i vecchi vinili
chi non serba rancore
forzare i miei limiti
ballare, da sola
la gentilezza a prescindere
gli anni '60 e '70 e la loro musica
la pulizia
non dover spiegare ciò che dico, specialmente le battute
la capacità di modularsi
apparentemente, anche saltare di palo in frasca :3

Mi rattristano e un po' irritano cose tipo...

i pallini sui maglioni
chi entra dall'uscita dei bus
la banalità, in tutto
i calendari coi culi
i peli incarniti
chi dice di non aver mai tempo e non fa un tubo
la polvere sulle dita, e i gatti impolverati
il vento e la pioggia insieme
le abitudini noiose, i loop, i pattern
i furbi, i Furby e i furry
le cose banalmente sexy
la mancanza di autocritica, di ironia, di curiosità
gli errori di grammatica e ortografia
la volgarità a sproposito (ma non le parolacce!)
il pitonato, lo zebrato, il leopardato e gli altri mali accessori alla menopausa
la gente che scrive "Hei!" invece di "Ehi!"
la pornografia camuffata da erotismo
la risata "Hihihihihi". Ha un che di satanico e idiota, usate le faccine piuttosto
le battutine a sfondo sessuale fatte a sproposito
chi racconta i casi suoi al telefono in bus, magari urlando
l'indefinitezza
le mode imbecilli, e le sedicenti modelle
la puzza di fumo
la poesia cheap
l’associazione soldi/mignotte/belle macchine
chi sputacchia quando parla
la “bella gente†e la "bella vita"
chi fa lo strano, l'incompreso, l'unico, l'originale a tutti i costi
sentirmi invisibile e a disagio
chi è più pigro di me
chi non si fa mai problemi e dovrebbe
il frastuono e la musica merdosa
chi parla addosso alla gente
chi non ascolta e pensa di aver capito
la sveglia
l'ignoranza compiaciuta
i consigli non richiesti, ma anche i conigli
gli egocentrici molesti
gli inappetenti cronici e chi fa tremila storie sul cibo
le donne fissate con le minchiate che non compensano con altre doti
gli uomini che pensano di far colpo coi soldi
le "k" al posto delle "c"
chi non sorride mai
smagliare i collant nuovi
chi non capisce, chi non coglie, chi non si sa adattare
le suonerie dei cellulari, la maggior parte
i deliri religiosi
il buonismo dettato da idiozia
rompere con qualcuno, causare tristezza
chi mi dice "cresci" senza poterselo permettere
i canditi

Solo un numero, e probabilmente sbagliato

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  • martedì, 01 settembre 2009

    Radio, what's new?

    Da poche ore Agosto è finito e un intero mese di affetti, viaggi, musica e vari breakdown emotivi è stato riposto con cura nel suo cassettino.
    Io questa cosa delle ferie d'Agosto non l'ho mai davvero capita: non mi è chiaro perchè in un mese in cui spesso si è già sudati non appena usciti dalla doccia venga a tutti questa smania di muoversi e spostarsi mentre forse, a rigor di logica, sarebbe più saggio riversare questa fiacchezza nel lavoro che non nel proprio tempo libero. Ma tant'è, ci si casca sempre. 
     
    Un bagaglietto di ricordi che mi porto dietro da tanti Agosti diversi, e in cui mi piace occasionalmente sbirciare, è legato alla musica, ai finestrini aperti, all'avere i capelli pieni di sale, le guance arrossate, zero trucco e - miracolosamente - a battermene le palle e vivere per una volta il momento. E' una specie di momento topico, legato a persone, luoghi ed estati differenti, ma a suo modo sempre uguale a se stesso.
     
    Se dovessi distillare questa sensazione, avrebbe la stessa consistenza e lo stesso profumo della crema solare con la papaya e il cocco di cui mi sono cosparsa sino a una settimana fa. La terrei in una boccettina e la annuserei ogni tanto durante l'inverno, quando i centimetri quadri di pelle esposta planano verso lo zero, per mano con la temperatura.
     
    A ogni apertura, la boccetta proporrebbe una canzone diversa. Di questo juke box personale fa parte un corpus di brani che ho assorbito soprattutto grazie alle meravigliose FM di classic rock che si prendono negli Stati Uniti e che mi si sono fissate in testa come "le canzoni da ascoltare in macchina d'estate". Una specie di graditissimo imprinting di brani che in America sono sempre stati famosi ma che, per circostanze misteriose, sono arrivati alle mie orecchie per la prima volta dagli altoparlanti un po' gigi dell'ormai mitologico Chevy Blazer rosso.
     
    Prima che venga freddo, ho il pallino di suggerirvi qualche brano che continuerà a odorare d'estate anche quando la tintarella sarà ridotta a un debole alone intorno alle tette.
     
    Gli Steely Dan sono una band da autoradio, non c'è storia. Almeno è questa l'idea che ti fai quando il primo contatto che hai con loro avviene mentre stai facendo una svolta complicata sulla statale, contemplando distrattamente un tramonto in un posto molto, molto lontano da casa. Ci ho messo più di quanto sia sano a capire che canzone fosse ma, una volta identificata correttamente, Reelin' In The Years  (1973) è diventata una delle mie canzoni preferite. Pure a Jimmy Page garba tanto, dice, e va matto per il solo di chitarra: se non vi volete fidare di me almeno fidatevi di lui, con questa inconsueta e totalmente catchy serie di recriminazioni sarcastiche a un amore passato, così full of shit da averci allegramente rovinato la vita. Se non vi piace - e già dubiterei di voi - provate come piano B ad ascoltare Do It Again sinchè non vi ritrovate a tenere il ritmo delle percussioni col piede sull'acceleratore.
     
    I Bad Company erano un gruppo con tutte le carte giuste per essere molto famoso: supergruppo creato dai frammenti di band di talento, lo stesso manager degli Zeppelin, un vocalist - Paul Rodgers - che è stato ritenuto degno di prendere il posto una volta occupato da Freddie Mercury (e neanche del tutto a torto, lo dico persino da fan maniacale dei Queen). Per qualche ragione, però, la memoria collettiva non ha concesso loro il posto che meriterebbero e vorrei spezzare una lancia in loro favore con Feel Like Making Love  (1975), che tanto bene si sposa con i mood arrapati che spesso attraversano me e senz'altro anche voi, e tanto bene si presta ad essere ululata sguaiatamente dai finestrini in lunghi "Feeel like maaaaakiiing loooove tooo YOUUU". Se la voce di Rodgers vi piace, potreste servire Shooting Star come contorno e, se proprio ne volete ancora, la più celebre All Right Now della sua precedente band, i Free.
     
    Ricordo che stavamo cercando di uscire dal parcheggio di un multisala progettato da qualche architetto cretese e mi giunsero dagli altoparlanti le prime note di Dream On degli Aerosmith (1973). E' scandaloso che l'abbia sentita così tardi, e aggiungo che ho subito nutrito un po' di diffidenza per quella voce giovane e ben più limpida di quella che di solito associamo a Steven Tyler. Devi crederci, come atto di fede dapprima, e poi verso la fine il sig. Tyler ci fa la cortesia di mollare qualche urlo che lo identifica immediatamente. E allora la voglia di fare un po' di sing for the laughter, sing for the tears ti viene davvero.
     
    Gli Steppenwolf nel loro sfatto splendoreGli Steppenwolf. Ecco, gli Steppenwolf ce li ricorderemo sempre come quelli che hanno regalato al mondo Born to Be Wild, sul cui galoppo di batteria non ci si può mai dimenare abbastanza. Qui già sfido molti a fare altrettanto, ma il bello è che quando ti metti ad ascoltarli meglio scopri altre cose godibilissime, quasi tutte fatiche late '60s/early '70s, come Magic Carpet Ride (1968). Come si suol dire, close your eyes girl, look inside girl, let the sound take you away: in effetti ho anche pensato a loro, mentre il mio organismo veniva colonizzato dalle spore allucinogene ad Amsterdam. Per la precisione, pensavo che stavo facendomi un magic carpet ride attaccata alle frange del tappeto con una mano, mentre urlavo e sgambettavo nel vuoto. But I digress.
     
    Anche se forse molti associano Stuck in the Middle with You degli Stealers Wheel a una turpe e cruenta scena di di Reservoir Dogs, io la ricordo come una di quelle canzoni che la gente si affolla a cantare nell'unica line che conoscono tutti "clowns to the left of me, jokers to the right, here I am stuck in the middle with you", per poi miagolare il resto a suon di "mm mm mmmh" facendosi tap tap sulle ginocchia.
     
    Se non avete mai sentito una chitarra fischiettare, credo che dovreste ascoltare o riascoltare The Joker di Steve Miller, mentre la restante gamma di suoni che possono uscire da una chitarra elettrica naturalmente vi manderei a cercarla da Jimi, la cui sempreverde Foxy Lady non ha mai davvero smesso di affollare le frequenze radio.
     
    Black Betty è una canzone la cui età si aggira intorno ai 70 anni, resa celebre da una valanga di cover, di cui la più popolare al giorno d'oggi è forse quella proposta da Tom Jones, quel laido individuo, una manciata di anni fa. Se però volete ascoltarne una versione seria e cazzuta, quella dei Ram Jam è meritevole di crisi compulsive di air guitar.
     
    Ann & Nancy WilsonDevo a 105.9 The Rock la scoperta degli Heart, dritti dal cuore degli anni '70 e soprattutto dritti da Vancouver. Se hai i miei gusti musicali e ti piacciono le voci femminili, non hai poi così tante opzioni: puoi scegliere Grace Slick - il bel topone dei Jefferson Airplane, quella simpatica pazzoide di Janis, oppure ascoltarti che cosa sa fare la poderosa ugola di Ann Wilson, vocalist degli Heart, mentre la bionda sorellina Nancy ci dà dentro con la chitarra. Magic Man  (1976) parla di una sbandata adolescenziale con tanto di fuga con il bel tenebroso di turno e io vi sfido a stare dietro a tutti i "try to understand" con cui Ann ci chiede di capirla, giustificandosi maliziosamente con "he's got the magic hands".
    Un'altra all time favorite radiofonica è Crazy On you, il cui intro di chitarra visto live può indurre qualunque donna a fantasie saffiche. Se il limite di velocità della strada su cui vi trovate è inferiore ai 200, allora mi esimerò dal consigliarvi l'energica Barracuda. Fate finta che non vi abbia detto nulla, anzi.
     
    Se vogliamo temporaneamente riprendere il discorso Southern Rock, gli Skynyrd di cui tanto ho cantato le lodi vengono a me dritti dritti dalla radio, e se volete loro affiancare una degna, degnissima band della Georgia, vi indirizzo dritti su Ramblin' Man (1973) della Allman Brothers Band. The Allman Brothers BandChe poi è solo un assaggio di una discografia tutta da esplorare anche quando parcheggiate l'auto e rincasate e di cui - vi butto lì un titolo - l'epica Whipping Post, con i suoi tempi intricati e originali, può costituire un buon inizio. Senza neanche scomodare il leggendario nome di Duane Allman, vi dico che la band ha due batteristi. Non un batterista e un percussionista, ma proprio due batterie: it doesn't get much cooler than that.
     
    Mentre auguro a tutti voi di avere ancora tante chance di rilassarvi on the road, se non questa estate senz'altro la prossima, io per oggi i miei suggerimenti ve li ho dati. Fatene buon uso :) .
    dropped by: Shulypoo | link | commenti (6)
    categorie: musica, ricordi, in giro
    mercoledì, 26 agosto 2009

    Are you experienced?

    Come ogni brava nerd lasciata raminga per la rete, ho la tendenza a finire in quelli che chiamo lunghissimi Wikitrip che mi portano di solito, dopo due o tre ore di trance e cliccamenti, a sapere un sacco di informazioni dettagliate su argomenti delle più improbabili fogge, dalle statistiche di incidenti del CRJ700 (zero!) ai rituali di corteggiamento dei lamantini, senza dimenticare il terraforming nelle sue varie forme ipotizzabili. Di tutte queste informazioni, circa il 90% lascerà il mio cervello entro pochi giorni, mentre il resto verrà rigirato tra le mie meningi come in una betoniera per diventare quel pastone confuso e variopinto con cui amo rompere il ghiaccio e intrattenere i miei pochi e coraggiosi interlocutori. Sono come Google in carne ed ossa, se Google funzionasse pessimamente e si scordasse le cose a metà discorso.

    Per Wikitrip, in senso esteso, intendo anche le lunghe permanenze su IMDB, saltellando come una Tarzan ritardata di film in film. Una feature affascinante di IMDB, anche se spesso trascurata, sono le plot keywords, spesso occultate per chi non gradisce gli spoiler (c'è anche la favolosa keyword autoreferenziale "Spoiler in keywords", tipo "Twist in the end"), che praticamente scompongono e destrutturano un film ai minimi termini, in dettagliate micro-unità narrative. Praticamente, IMDB tagga i film come i blogger più diligenti taggano i loro post. Io con i tag non sono mai stata particolarmente brava, ma mi è venuto in mente che, nel raccontarvi questi ultimi giorni, potrei anche io taggarmi le vacanze.
     
    Direi che i tag più grossi del soggiorno olandese potrebbero così riassumersi: #mancanza di sonno, #paura di volare, #albergo microscopico e più lontano dal centro di quanto non sembrasse online, #lunghissime camminate logora-suole, #caldo, #vento, #cucine internazionali, #musei, #biciclette, #allucinogeni, #trip lunghissimi.
     
    Premessa banale: Amsterdam è una città meravigliosa, quel genere di luogo in cui probabilmente, anche se ci vivi e lavori ogni giorno, puoi ancora percepire il lato bello, rilassato e vacanziero della vita. Lo senti per strada e lo vedi nelle persone del posto, che sembrano quasi invariabilmente gente che a tutte le età se la vive proprio bene.
     
    Non è perfetta: le case alte, strette e profonde tendono al claustrofobico spinto, aleggia una certa lordura e molta incuria dilagante, anche se spesso mista a dettagli graziosi. Mi ha ricordato alla lontana alcuni catafalchi da trailer park che ho visitato in America, capacissimi di avere chiodi arrugginiti in bella vista nel prato grigiastro, rottami d'auto dimenticati ma anche bellissime fioriere cariche di piantine e romantiche lucine decorative montate ovunque.
    Anche Amsterdam l'ho trovata alquanto carica di angoli squallidi e sporchi, data anche l'apparente assenza di cassoni della spazzatura, ma è uno squallore subito addolcito da tanti piccoli tocchi gentili che hanno un che di personale, dato anche che gli olandesi vivono l'intimità casalinga in modo alquanto espanso e spesso, costeggiando un canale, puoi imbatterti in famigliole locali che mangiano tranquillamente per strada con il tavolo portato da dentro casa. Questo per non parlare delle finestre degli appartamenti, che ridefiniscono il concetto di privacy come l'ho conosciuto sinora e di cui le famose donnine in vetrina nel Red Light District non sono che la prosecuzione naturale.
    Un accorgimento particolare, di cui chiunque sia in visita può rendersi conto immediatamente, è che i pedoni ad Amsterdam devono subito adattarsi a sentirsi l'equivalente degli insetti, laddove le biciclette si credono persone, e i motorini biciclette. Quasi nessuno ha la bici fica e si vedono soprattutto sgangheratissime e anzianotte biciclettone da passeggio, che sfrecciano rumorosamente a velocità allarmanti nelle loro corsie, spesso più facili da individuare delle aree calpestabli.
    Sentire un campanello da bicicletta mi indurrà pavloviani riflessi di panico ancora a lungo, credo, e se dovessi sentire l'intermezzo di Bicycle Race in questo momento probabilmente mi stenderei a terra fingendomi morta come un opossum.
    La città è anche infestata dai gatti, e molti vengono lasciati nelle vetrine dei negozi durante la notte a fare la guardia. Vi giuro.
     
    Un capitolo senz'altro lieto è quello dedicato al cibo: in certe zone di Amsterdam non hai che da chiudere gli occhi e aprire le narici per farti trasportare in ristoranti che servono piatti da tutto il mondo e, con molta gioia, mi sono coccolata con una cucina diversa ogni sera, mentre di giorno potevo intrattenermi assai piacevolmente con croissant grassocci al prosciutto e formaggio, nel mio piccolo paradiso fatto di Gouda Kaas. Se siete in città, vi consiglio, non fatevi sorprendere dalla sete se non siete in un supermercato, o sarete pelati di tutti i vostri risparmi per la più piccola delle bottigliette di acqua Spa Reine (che apparentemente detiene il 90% del mercato dell'acqua e misteriosamente è imbottigliata in Belgio).
     
    A fare da sfondo a quasi tutte le mie peregrinazioni è stato spesso un soffuso afrore di marijuana, talvolta piacevole e talvolta un po' invadente, ma comunque inevitabile, specie nell'intricato e pittoresco labirinto dell'Oude Zijde, costellato di coffee shop piccoli ed intimi, di luci al neon che illuminano belle ragazzotte intente a vendersi e di sexy shop con allarmanti oggetti esposti in vetrina, come butt plug che darebbero del filo da torcere a una giovenca. In questo peculiare centro storico, quello che conferisce gran parte del colore locale e rende Amsterdam molto popolare tra i gggiovani, bisogna per lo più strisciare nelle intercapedini tra gli altri turisti e tenersi stretti per mano se non si vuole perdersi/cadere in un canale/trovarsi in una vetrina.
     
    Devo ancora capire se la maggior parte dei turisti di Amsterdam sia costituita davvero da italiani o se non sia una mia curiosa bias di giudizio, frutto della combo settimana di ferragosto + vicinanza della passera. Certo fa un curioso effetto vedere anche le occasionali comitive di turiste e turisti più anzianotti che occhieggiano per il quartiere a luci rosse con l'espressione di chi non c'entra assolutamente nulla ma si sta divertendo lo stesso, mentre più di una signora lascia il cuore sul super vibratore pivottante col coniglietto che fa capolino praticamente da ogni pornovetrina (e che non ho potuto esimermi dall'acquistare, naturalmente).
     
    Per riassumere quanto detto sinora, il solo trovarsi ad Amsterdam - il respirarla, mangiarla, camminarla - è un'esperienza per molti versi inebriante, e un tramonto passato a sbocconcellare dolcetti seduti coi piedi penzoloni su un canale può costituire un momento pericolosamente vicino alla felicità eterna.
    Amsterdam, però, è anche musei e cultura, e qualche passo in quella direzione l'ho fatto.
    Se non vai al Van Gogh Museum, del resto, sei un pirla, e persino una ruspante capretta come me è riuscita ad apprezzare quella paurosa esposizione di opere che seguono ogni aspirazione, ogni tappa, ogni mania e complesso vissuto dal sig. Vincent e da quella povera vittima di suo fratello Theo.
    Sono anche riuscita a godermi a sbafo una selezione del museo di Arte Moderna, al momento chiuso per ambiziosissimi lavori di ristrutturazione, da cui nonostante la mia sommaria avversione al genere ho tratto qualche spunto interessante, come quando mi sono trovata davanti a oggetti di design che sembravano sfornati dall'Ikea l'altro ieri e che in realtà erano vecchi di quasi cent'anni.
    Ho saltato il Rijksmuseum, quello dove è esposto Rembrandt per intenderci, e soltanto perchè mi serve un bel pretesto per tornare al più presto.
     
    Dettaglio In circostanze mentali su cui non voglio soffermarmi ora, ho visitato il museo Coster dei diamanti - esperienza simpatica se si hanno 40-50 minuti da ammazzare, ma le visite più divertenti sono probabilmente state quelle al capitolo olandese del Museo di Madame Tussaud e ad Artis, il gigantesco complesso verdeggiante che ospita l'antico zoo di Amsterdam, nella talvolta trascurata zona Est della città.
    Le statue di cera sono state aggiornate di recente, tanto che all'ingresso ho dovuto schivare con la forza una foto a braccetto con Barack Obama, di quelle che poi te le trovi a fine percorso in vendita a 10€, e - dopo aver di poco evitato di sciogliermi in cacca nella sezione dungeon spaventosa - mi sono trovata faccia a faccia con George W. Bush con valigia e biglietto aereo per destinazioni lontane.
    Sono finita a letto con Robbie Williams, ho sbirciato nella scollatura di Angelina Jolie, ho fatto il carretto a Ronaldinho (la foto accanto ritrae un particolare) e ho fissato perplessa una statua poco somigliante di David Bowie, mentre in mezzo a George Clooney e Johnny Depp mi sono trovata alquanto a mio agio.Nutrie ciccione
     
    Se nel pagare il biglietto per entrare in Artis stavo già avendo qualche genovesissima rimostranza interiore, mi sono dovuta ricredere quando dopo ore e ore di vagabondaggi ho continuato a trovare bestie nuove, tra cui dei favolosi capibara e un branco di nutrie mangione che mi sono rimaste nel cuore. Di base non ho grande affezione per gli zoo, per qualche tenue motivo animalista, ma mi sono trovata di fronte a un complesso che lasciava alla maggior parte degli animali un sacco di spazio e permetteva a tutti di ricordarsi dell'esilerante varietà di forme di vita che condividono il pianeta con noi, senza contare che molte delle specie che si trovano lì sono il frutto di generazioni di animali nati e cresciuti in cattività (lo zoo esisteva già nell'800) e che, nel caso specifico, un'eventuale messa in libertà avrebbe ben poco senso.
     
    E ora vi starete domandando se ho usato qualche droga, sicuramente.
    Io e gli stati mentali alterati non andiamo particolarmente d'accordo: le mie prime, e poche, ubriacature risalgono a non molto tempo fa e non sono eventi che mi mancano particolarmente.
    L'anno scorso a Maggio sgattaiolai fuori dall'albergo (sempre ad Amsterdam) e "mi godetti" ( = "non smisi di tossire per un'ora") la mia prima e unica canna, in nome dell'anarchia, la notte prima di una fiera di settore. Tra l'altro, senza il minimo effetto.
    Mi era rimasto però un certo desiderio di sperimentare, perchè mi piace provare le cose - belle o brutte - e trarre le mie conclusioni da sola. Non è un principio che applicherei proprio ad ogni droga, anzi, ma c'erano certe cose che la piccola hippy mancata in me voleva provare.
    Quest'anno ero convinta di essere immune alle droghe, e non avevo nessuna voglia di bere o fumare. Ma avevo fame, e ci siamo trovati qualcosa di interessante da ingollare. Ho inaugurato il soggiorno con un muffin arricchito di hashish in un piccolo ma molto grazioso coffee shop nascosto in una traversa di Kalverstraat (la via dello shopping, ribattezzata "Via XX" per comodità), su precisa raccomandazione. A conferma delle mie previsioni, sono andata a letto sentendomi esattamente come prima, salvo alzarmi nel cuore della notte e trovarmi un po' intontita a fissare il buio in piedi in mezzo alla stanza.
    Pensavo che fosse il massimo dell'alterazione a cui potevo arrivare, e con questo spirito, una mattina, io e il concubino ci siamo mangiati 5 grammi di Psilocybe Mexicana a testa, cioè metà di una dose minima per principianti. L'idea era "dai, finisco di truccarmi, vediamo che ci fa 'sto funghetto e poi ce ne andiamo in giro". Non prevedevo che le maledette spore avrebbero impiegato così poco a entrare in circolo. Il tempo di finire di darmi il mascara ed ero entrata in un sub-mondo in cui i miei occhi lacrimavano aperti e sbarrati, in cui sulla mia faccia stava stampato qualcosa di simile a un ghigno a trentadue denti e in cui non mi rendevo davvero conto della forza che mettevo in quello che facevo. In cui le mie dita lasciavano strane scie ottiche, in cui il quadro appeso nella stanza si muoveva in un turbinio di nuvole invitante e sulla porta del bagno si materializzavano facce. In cui gli spazi si piegavano in modi surreali e il display del mio cellulare - da cui mandavo messaggi un po' spaventati e un po' allucinati alle amiche - mi sembrava estremamente affascinante. Ho capito in quelle sei ore di trance che i video che passano su MTV sono tutti concepiti da gente sotto effetto di allucinogeni, e in quel momento mi sentivo in strana sintonia con tutte le immagini colorate e frenetiche che passavano sullo schermo. Il fidanzato sostiene di aver visto il Cosmo, beato lui.
    Piano piano, lasciandomi un certo mal di stomaco, l'intossicazione è finita, lasciandomi il desiderio di non riprovare più niente del genere. Forse l'ho vissuto in un contesto sbagliato, ma di viaggi simili sento di poter tranquillamente fare a meno, anche se coloro di voi che hanno questa curiosità probabilmente mi crederanno solo dopo averlo provato a loro volta.
     
    Quella che invece ora posso raccontare come una buffa esperienza ma che lì per lì mi ha persino spaventata è stata la space cake cioccolatosa che mi sono concessa per ridere l'ultima sera, fiduciosa che gli effetti sarebbero stati simili a quelli del muffin. Per la precisione, la *mezza* fetta di space cake che mi è stata elargita al Kadinsky (sic), in una traversa di Rokin.
    Sono stata due ore tranquillissima e all'improvviso, praticamente da un minuto all'altro, è stato come trovarmi ubriaca fradicia, ma peggio.
    Questa tortina mi ha messo ancora più dubbi sul perchè stare in botta possa ritenersi uno stato desiderabile per alcuni.
    Al di là della piacevole sensazione di volare quando mi sedevo, non ho mai provato lo stesso completo spaesamento insieme a una perdita quasi totale della mia memoria di lavoro.
    Parlavo e mi sembrava che fosse un'altra persona a farlo, rispondevo alle domande con dei tempi di reazione da bradipo. Tutto quello che era accaduto dieci secondi prima mi sembrava un evento lontanissimo e confuso, ogni istante era come un risveglio. La mia percezione del tempo era completamente a puttane e ricordo eventi successi in 20 minuti di orologio come se nel frattempo fossero trascorse ore.
    Al di là di questo, avevo le gambe insensibili, gli occhi rosé e le pupille così dilatate che quando mi stavo per addormentare mi sono domandata se non stessero per esplodere. Io sento sempre parlare di fame chimica, ma mi sentivo la bocca secca come una miniera di carbone, l'acqua aveva un sapore disgustoso e potevo sentire ogni briciola di biscotto scendermi per la gola con un fastidioso strascico dolcissimo.
    Mentre ero in quello stato penoso, completamente inane e consolata solo dalla sobria presenza della mia metà, continuavo solo a domandarmi e a domandare "Ma passerà? Vero che passa? Finisce eh?" in un tripudio di panico, perchè era l'ultima sera e l'idea di mettermi a fare la valigia - o di iniziare una qualunque attività non completamente meccanica - mi sembrava di una complessità devastante. Direte che forse questo condimento di preoccupazioni ha trasformato una potenziale esperienza interessante in un bad trip, ma non penso avrò il desiderio di fare la prova del nove per un po'.
    Il punto è che al risveglio il giorno dopo ero lungi dallo stare meglio, e la percezione del tempo era ancora allegramente andata. Non raccomando a nessuno di fare una valigia e prendere un volo in coincidenza in quelle condizioni, è stata una delle esperienze più ansiogene che abbia vissuto e ho cominciato ad emergere dal mio buco nero quasi 24 ore dopo l'infelice assunzione, mentre mi trovavo a Parigi a imbarcarmi sul piccolo CRJ700 (su cui abbiamo inscenato Escargots on an Airplane in omaggio ai cugini francesi).
     
    Con questo non che voglia predicare mammescamente "stay away from drugs", visto che per prima ho voluto vivere questa cosa sulla mia pelle. Se dovessi però darvi un parere spassionato io direi proprio che non ne vale la pena e che si possono raggiungere stati mentali molto più high senza assumere nessuna sostanza. Come quando si è presi da qualcuno. O si ascolta dell'ottima musica insieme. O ci si lascia andare in danze demenziali sulla spiaggia sotto la proverbiale trapunta di stelle. O come quando si raggiunge una così bella sintonia con una persona che sai di poterle dire tutto senza neanche l'ausilio alcolico di un MonChéri. Diamine, si possono raggiungere stati mentali più interessanti anche a soffrire per qualcuno, paradossalmente.
    Ovattare questa ricchezza di sensazioni mettendola a marinare in qualche droga è in ultima analisi del tutto non necessario, ma mi fa piacere poterlo dire a ragion veduta.
     
    Dopo Amsterdam, sono riuscita a infilare un breve soggiorno in terra di Sardegna, molto rilassante, molto piacevole e molto necessario ed è più col ricordo nostalgico della spiaggia assolata di Chia che con i fumosi ricordi della mia breve esperienza con le droghe che mi faccio scudo oggi contro quel persistente bad trip senza fine che mi perseguita otto ore ogni giorno.
    martedì, 19 maggio 2009

    (Don't) Stop Me Now

    Sarà un'idea banale e inflazionata sinchè volete, ma è vero: nella vita vale la pena di provare almeno una volta tutte le esperienze su cui riusciamo a mettere le mani, dal tango ucraino agli spiedini di locusta.
    Escludendo dal novero delle candidate le esperienze più grottesche e improponibili, infatti, provare cose nuove è cosa altamente salutare per il cervello e persino (e soprattutto) dalle brutte esperienze si può imparare qualcosa di utile.
    Detto questo, io non sono certo il più avventuroso e romanzesco dei personaggi, ma quando nella mia pigra gittata si rende disponibile una novità, per lo più mi ci imbarco.
     
    Non sono un'anima sportiva, ma possiedo un paio di rollerblade da circa una settimana. Sempre per l'infido teorema del "prova tutto una volta", l'esperienza di avere delle bucce di banana al posto dei piedi l'avevo già fatta con il pattinaggio sul ghiaccio - esperienza da cui ero prodigiosamente uscita con l'uso di tutti gli arti intatto. Non contenta, mi sono armata di pattini, protezioni e fiducia, pronta a umiliarmi nella promenade genovese, Corso Italia, di fronte alla cittadinanza tutta. Di domenica pomeriggio, quindi anche in grande stile.
     
    Convinta con l'inganno dal sempre infingardo compagno di merende, che mi ha fatto credere che "Ho comprato i pattini due anni fa e non li ho più usati" equivalesse a "Pattino da due anni", sono stata condotta come primissimo task giù da una scala. L'idea era far pratica in un giardinetto sul mare, prima di mettere a rischio l'incolumità di bambini e bassotti.
    Sono sopravvissuta fortunosamente alla discesa, aggrappandomi a ringhiere, tubature, Mercedes parcheggiate, lucertole distratte e qualunque arredo urbano fosse a portata di mano.
    Nel giardinetto, l'età media si aggirava sui nove anni e mezzo, o comunque una grandezza contenibile nelle dita delle mani. Da una parte, i bimbi più fighi giocavano a calcio e si lanciavano con gli skateboard, dall'altra circolavano i pattinatori, chiusi in un recinto a pascolare in tondo come capre lobotomizzate.
    Ho mangiato la polvere di bambine alte un metro e venti coi pattini rosa e una quattrenne infoiatissima sul triciclo di Hello Kitty mi ha doppiata senza nemmeno mettere la freccia.
     
    Riuscivo a procedere dignitosamente, però, e persino a cambiare terreno senza grossi inconvenienti, perchè dovete sapere che cambiare terreno sui rollerblade è una mossa perniciosa e potenzialmente suicida, specie se non padroneggi l'alzata dei piedi. L'unico problema è che, mentre ormai pensavo di aver raggiunto il massimo della mia preparazione autodidatta in 25 minuti, sono caduta come una pera matura scendendo da un marciapiede, schiantando al suolo l'unica parte del mio corpo non protetta e foderata. Il sedere. Non ho fatto tanto clamore, il sedere stesso ha impattato col cemento con un ovattato "Paff" pieno. Per dire, non si è nemmeno sentito un piccolo "Croc" dal mio osso sacro, e dire che deve averlo fatto, magari piano piano.
    Rattrappita alla stregua di un crostaceo morto, con gambette braccini e protezioni inutili, ho letteralmente detto "Un momento, mi serve il tempo per processare questo dolore affabulante" con un ampio sorriso da Vergine Addolorata, che è stato un modo nobile per risparmiare ai pupi e alle loro mamme una riga di bestemmie che avrebero fatto cadere dal cielo mezzo campionario paradisiaco tra santi e angeli e avrebbero senza dubbio fatto inciampare qualcuno. 
     
    Visto che ero in ballo, ho dato alle terga dolenti il tempo di riprendersi dallo shock e ho trovato le energie per fare il famigerato Corso Italia due volte avanti e indietro. E andavo che è una meraviglia. Un punto che devo ancora sviluppare è la questione del frenare: non sono assolutamente in grado di fare qualcosa più che irrigidirmi come un bambino col Pampers pieno e accennare uno spazzaneve fuori contesto, il cui effetto può anche risultare in una repentina accelerazione ed eventuale falciamento di animali al guinzaglio.
     
    Ho sviluppato e perfezionato una tattica per informare i passanti circa il pericolo imminente: dapprima ho iniziato con una frase elaborata del tipo "Attenzione signora, lei non ha idea del pericolo che corre a venirmi davanti", ma l'ultima parte era resa poco comprensibile dall'effetto Doppler. Ho tagliato in un "Faccia attenzione la prego". All'ultimo giro mi portavo avanti al grido di "MORTE!", ritenuto più conciso e, come si suol dire, straight to the point. Dall'altro lato, l'incerta e zoppicante metà alternava barbarici YAWP abbaiati ai bambini con informazioni infamanti sul mio conto del genere "Non sa frenare" con tanto di dito puntato al mio cranio.
     
    Dopo il mio remake domenicale low-cost di Speed, posso solo dire che sì, per la frenata ci attrezzeremo in futuro, ma che il prossimo week end - ad ogni buon conto - me ne andrò al mare.
     
    Dove come minimo mi ustionerò, o berrò da un secchiello con una medusa dentro. Messa lì da un bambino che ho risparmiato domenica.
    lunedì, 04 maggio 2009

    Il tascapene

    Di tutto il condiglione universitario con cui mi sono sciacquata le meningi, la materia che mi ha più interessata è stata la psicologia cognitiva. Mi è piaciuta tanto che l'ho scelta anche per la tesi, l'unico scritto semiserio che io abbia prodotto all'università, dopo la spesso imbarazzante accozzaglia di tesine sugli anti-cellulite, le drag queen e i siti web in cui mi ero prodotta negli anni precedenti.
     
    La varietà, più che l'approfondimento, era il punto di forza della mia facoltà - perfettamente in linea con il mio modo di pensare più orientato al quadro generale che alle minuzie. In effetti, quindi, non posso vantare una grossa e profonda competenza in materia di cognitivismo, ma a quei tre-quattro esami che ho dato devo l'opera di riordino di alcune mie idee sulla mente umana che più o meno avevo già, anche se magari in forma vaga e implicita.
     
    Un capitolo particolarmente affascinante è quello sulle bias di giudizio.
    Sono reticente a dire, di qualunque cosa, che "la mia vita è cambiata" dopo averle studiate. La mia presunzione adolescenziale di sapere distinguere il bene e il male si è però messa l'anima in pace dopo aver capito quanto "ragionare obiettivamente" sia un compito prossimo all'impossibile. Non importa quanto illuminati e aperti crediamo di essere, stiamo sempre osservando il mondo da una prospettiva alquanto viziata, schiacciata sotto un sistema di credenze pre-definite ingombrante e prepotente. Crediamo di guardare la realtà, e invece stiamo sommariamente cercando di guardarci allo specchio, e di trovare conferme a cose che pensiamo già.

    Questi errori sistematici ci rendono preda di qualunque genere di infinocchiamento e manipolazione: il più che possiamo fare è provare a stare all'occhio e non essere precipitosi nell'imporre al mondo la griglia di coordinate che ci sembra la più appropriata o quella che per tale ci viene sdoganata.
    Da che cerco di ragionare così, tendo a essere poco manichea e sono irritantemente portata a fare l'avvocato del diavolo in qualunque circostanza, abitudine poco amata da chi si rivolge a me per avere supporto e conferme.
     
    Un errore di giudizio frequente è tracciare un'incerta equazione tra la realtà e il modo in cui ci viene posta, allarmarci quando la televisione vuole allarmarci, vedere segni inesistenti di un'apocalisse ormai prossima, andare in un loop psicotico sempre più lontano dai cosiddetti "fatti". Ci circondiamo di stimoli simili tra loro e pensiamo automaticamente che siano diventati più frequenti, rilevanti, preoccupanti.
     
    Io non penso che il mondo stia andando così tanto a rotoli come ci viene prospettato. O, per lo meno, non con le modalità che ci vengono descritte. L'incertezza per il futuro è un dato di fatto che esiste da sempre e ci seguirà sempre, e tanto mi basta come paranoia.
     
    Il punto principale del post, però, è un po' diverso.
    Qualche mese fa, forse qualcuno si ricorderà, scrivevo dell'eruzione di para-pornografia che sembra essere sbarcata dalla televisione al mondo del retail, e che lasciava presagire una progressiva pornificazione della vita quotidiana. Frustini di pelle da Coin. Griglie di precisione per depilarsi la sgnacchera in profumeria. In generale, capi d'abbigliamento che un tempo sarebbero stati da retrobottega hard sono ora disponibili en plein air.
    Quanto sarei tentata, sulla base dei cock ring vibranti che ho appena visto alla Coop, di trarre conclusioni escatologiche sulla rovina ormai imminente dei costumi e della società civile. Terrò duro. E' vero che qualcosa è cambiato negli ultimi anni, sarebbe sciocco negarlo, anche se non saprei ben definire se sia stato un miglioramento o meno. Ma è ancora più vera quest'altra cosa: io sono un'infame zozzona e le zozzerie tendono a trovare me, che ho una mente molto più ricettiva della media verso le minuzie di carattere erotico. Erotico? Che dico? Basta anche un "vagamente genitale" per stuzzicare la mia immaginazione.
     
    Quando mi sento circondata da questo genere di cose, so che è solo in parte un effetto della maggiore disponibilità di sexual innuendo al grande pubblico, e che questo sovraccumulo lo sto soprattutto creando io, con la mia testa che è notoriamente un brutto, bruttissimo posto in cui vivere. O non vi starei scrivendo per parlarvi dell'ultima nequizia in cui mi sono imbattuta, il Gingoo
     
     
    Gingoo. Sembra il nome di un giocattolo Chicco. Un gingillino con cui allietare il pupo.
    "Cara, Giansilvio continua a piangere" "Dagli il suo Gingoo che poi si calma".
    E invece no. Gingoo assomiglia sì a un guanto per focomelici di Chernobyl, ma è in realtà "l'innovativo (e geniale) indumento intimo maschile".
    In altre parole, un taschino in cui riporre pene e gingilli assortiti. Un tascapene. Per "quando è di interesse esporre liberamente la maggior superficie possibile del proprio corpo". . 
    Ah sì? E quando cioè?
     
    "Per l'uso quotidiano". Già, perchè limitarsi alle feste?
    "Per chi fa sport". Esattamente quale sport?
    "In viaggio". Così non stacchi le mani dal volante per tirarti fuori la mutanda dalla fessurina. Credo.
    "Per sorprendere". Una sorpresa più alla "urlo di Psycho" che alla "squittio di compiacimento", presumo.
    "Gadget e idea regalo". Un omaggio molto upper class.
    "Uso diverso". Porta-tramezzino (se lo lavi prima). Porta-banana per i più birbanti.
    "Per proteggersi durante le docce solari". Che sennò ci vuole la cremina. Sembra l'unico utilizzo non concepito da una porno star.
    "Trattamenti del corpo (spa, massaggi, terme)". Immagino la delizia della massaggatrice alla vista del suo prossimo cliente Gingoo-dotato.
     
    No, signori maschietti. Non lasciate questo blog per correre a comprarvi il Gingoo. Lo so che non potete pensare ad altro, ma io qui non ho ancora finito.
    La pagina web del Gingoo, un vero caso da manuale di copywriting involontariamente (?) comico, ci rassicura con tutti i dati del caso. Incluso il cappuccetto che si può aprire "per gli utilizzi del caso" (di quanti casi stiamo parlando esattamente?). Le illustrazioni ben dettagliate ci vengono in soccorso, mostrando come sia a riposo che in "in fase di estensione" (con tutti questi sport e docce solari, chi non sarebbe eccitato?), il guantino possa essere aperto comodamente per far fare cucù al migliore amico dell'uomo.
    Se vi state chiedendo come farete a dare al vostro arnese la consueta sgrullatina dopo l'uso, state tranquilli perchè una "fascia anulare elastica" tratterrà il Gingoo dal cadere ed esporvi alla pubblica vergogna. Non è precisato se avere un elastico stretto all'imboccatura dello scroto faccia diventare sterili al 100%, ma scommetto che ci stanno lavorando.
     
    A coronamento del tutto, c'è anche un video un po' sinistro su YouTube di sapore amatoriale, che ritrae un tizio nudo con una mascherina da scambista. In realtà non è nudo, se non per il microscopico calzino che gli "copre" le pudenda (si vede benissimo l'oscillazione dell'arnese a ogni passo) mentre passeggia da una doccia solare all'altra. Una roba che, se per caso la vedessi con la coda dell'occhio mentre sono dall'estetista, (specialmente in abbinamento con qualche fisico "reale" panzottella-munito), fuggirei urlando. In postilla, aggiungo che tutti i video correlati a quello del Gingoo sono gay porn.
     
    Se volessi applicare un minimo di metodo nell'analizzare il perchè questo prodotto esista, dovrei pormi le solite domande "Per chi? "Per cosa?". Ma non me la sento. Il produttore ha già fatto quasi tutto questo sforzo di fantasia al posto mio, relegandomi al ruolo di spalla. Mi sento in dovere di precisare, a beneficio di tutti, che chiunque desideri venire a letto con me - ora e in futuro - farà bene a non pensare di "sorprendermi" con un gadget fresco e originale, ma a indossare un paio di oneste mutande. O se siete proprio buffoni dentro, al massimo questo, che lascio solo come link per pudore.
     
    Data l'involontaria concomitanza di eventi, dedico il post di oggi al sig. Siffredi Rocco, che compie 45 gloriosi anni.
    E in effetti questo fatterello non lo so perchè sono una zozzona che si circonda di zozzerie, ma perchè me lo ha detto La7 alle 7.40 del mattino.
    Il che è comunque sempre meglio - e senza dubbio meno osceno - del nostrano equivalente dell'Intrigo della Collana con cui la stampa italiana, e noi, ci impiastricceremo i baffi per tutta l'estate. 
    mercoledì, 29 aprile 2009

    The pros & cons

    La funzione delle ferie non è quella di farci riposare. Almeno, non è mai stato così per me. Al massimo, le ferie ti fanno il peeling alla scorzetta di smog che metti su cuore e sinapsi al lavoro, in modo da renderti al ritorno ancora più morbida e sensibile alle vessazioni d'ufficio.
    Sono ancora così rintronata che la mattina credo di svegliarmi nel cuore della notte (e improvvisamente mi riprendo in prima serata) e l'effetto benefico delle ferie è già bello che archiviato.
     
    Quello che le ferie fanno per me, piuttosto, è ricordarmi delle mie altre vite possibili, che talvolta fallisco di vedere nella quotidiana narcosi del binario lunedì-venerdì.
    La facilità con cui si scivola nella routine è allarmante.
    La disinvoltura con cui la mattina ti dici allo specchio "Questa non è la mia vita" e vai puntualmente a non-viverla ogni giorno è il vero pericolo.
    Andare via per un po' mi ricorda insomma sia quanto la mia situazione attuale sia per me intimamente poco accettabile, sia quanto girare il timone verso nuove rotte sia molto - e crescentemente - difficile.
    Posso solo augurarmi che qualcuno si trovi in una situazione analoga, in modo da non sentirmi la solita post-post-post-adolescente lagnona.
     
    Come sempre nei primi giorni successivi al rientro, progetto attivamente futuri diversi. So, per statistica, che probabilmente non se ne farà nulla neanche questa volta, ma non mi impedisco di sognare. Tra i futuri possibili che la mia attuale situazione rende quasi attuabili e desiderabili c'è senz'altro una almeno temporanea permanenza in Canada. Mentre l'insofferenza verso il paese natale si fa fastidiosa come un prurito cronico (ormai non leggo con molto interesse neanche i pezzi più riusciti di critica politica e satira), l'appeal di un paese diverso e lontano si fa particolarmente allettante.
    Non cerco la perfezione o la pace dei sensi, ma sarei pronta a tollerare fastidi diversi, che mi pungolino in punti diversi. Che il logorio della vita moderna si concentri su altre aree, diciamo. Basta che ci sia un qualche cambiamento, meglio se drastico.
     
    Sono ovviamente consapevole del fatto che trovare invitante un paese che visiti in vacanza sia sin troppo facile, e lo metto in conto. 
    In Canada fa più freddo che qui, non c'è la focaccia, non c'è l'Estathé.
    La valuta locale ha un valore assimilabile ai pesos.
    A Vancouver, in particolare, è pieno di cinesi impazziti che guidano inopinatamente SUV che non sono in grado di governare.
    Le regole della strada sono oltremodo curiose. I parcheggi costano un botto, la polizia stradale è particolarmente anale e gli autobus non sono sempre d'aiuto.
    Le distanze da coprire sono notevoli e, Seattle a parte, tutto intorno sono orsi, alberi e neve sin dove lo sguardo si perde. Orsi o Sarah Palin che guarda la Russia, che è peggio.
    In generale, Vancouver è - poeticamente parlando - in culo al mondo, a variabilmente due o tre voli di distanza da casa - non il massimo per una che ha paura di volare. A nove ore di fuso dal resto della mia vita, dalla maggior parte delle persone a cui tengo.
     
    C'è da dire che è a relativamente poche ore di volo da qualunque punto degli Stati Uniti. E' più vicina al Giappone. Ha regole sull'immigrazione sufficientemente selettive da rendere il melting pot culturale più del tipo "interessante e stimolante" che del tipo "criminalità & degrado".
    C'è aria pulita, alberi, prati e fiori a non finire. La gente è sinceramente gentile e cordiale (per chi vive a Genova, questo risulta particolarmente stupefacente). Fare della sana vita all'aria aperta sembra un'opzione non suicida.
    Ci girano un sacco di film e ho pure qualche aggancio nel settore. E' una città nuova e rifinita, mentre in Italia siamo circondati da vecchiume mal conservato.
    La tecnologia è al passo con i tempi, invece di andar loro dietro correndo e ansimando. Anche se è un pensiero precoce, non avrei dubbi su quale sarebbe il posto in cui preferirei crescere dei bambini - che è comunque indicativo di qualcosa.
     
    La lista dei pros & cons potrebbe continuare a lungo, e resterebbe di fondo sempre quel braccio di ferro emotivo di me stessa contro me stessa, la bilancia di affetti, valori e progetti che non riesce mai ad assestarsi. Non ho idea di che cosa finirò col fare. Davvero. Impasse totale.
     
    Sfogo i miei disordini interiori progettando almeno il mio prossimo viaggio estivo e sfogliando le mie miglia aeree come se fossero banconote fruscianti. Senza sapere bene ancora se avrò i soldi per farlo, ho fatto un piano di volo di quelli favolosi, con tappa a NYC (il mio immeritato culo mi garantirebbe un soggiorno gratis) e a San Francisco (le mie meritate miglia mi garantirebbero un volo gratis), e viaggi su fantastici aeromobili di cui so già a memoria le statistiche degli incidenti. Il viaggio mi lascerebbe anche qualche giorno non in volo.
     
    Solo vedere l'itinerario abbozzato su Expedia mi fa stare un po' meglio e mi rende più bendisposta a tollerare il pugnetto sulla scrivania del capetto impettito che fa i capricci a breve distanza. Per almeno cinque minuti, prima di ricominciare a lavorare alacremente alla mia ulcera gastrica.
    sabato, 25 aprile 2009

    Finale col bottino

    Oh si, lo ammetto: sono stata parecchio assente ultimamente. E' abbastanza spiacevole a dirsi e a pensarsi, ma tendo ad associare lo scrivere sul blog con il trovarmi in ufficio bored out of my mind, come si suol dire, e incapace di esprimere la mia frustrazione in altri modi che non disturbino il codice penale.

    Sono state due divine settimane di ferie, passate come sempre in fretta. Tra gli highlights della vacanza citerei senz'altro una bella visita a Seattle - città meritevolissima anche se non strombazzata molto all'estero (se non per il grunge ovviamente) - e la gita, ieri, in quello che potrei definire senza dubbio il primo real estate heaven che abbia mai visitato con al seguito uno stuolo di agenti immobiliari estremamente gay.
    Sul serio, non capita tutti i giorni di partecipare alla scelta di una casa nuova sulla favolosa Sunshine Coast a Nord di Vancouver. E devo dire che di queste piccole quotidianità (cambiare casa qui è molto più frequente e nella norma di quanto lo sia in Italia) io mi nutro avidamente.
    In generale sono il tipo di persona che, appena sbarcata in una città nuova, cerca sempre di intrufolarsi in un supermercato, in una caffetteria, in qualche luogo non bazzicato dai turisti insomma, per cercare di capire come vive effettivamente la gente del luogo, che cosa mangia, a che ora, di cosa parla, che cosa è ritenuto normale e cosa stravagante. Posso perdermi anche solo a guardare il banco dei medicinali di un department store, o il menu di un ristorantino per famiglie.
    La mia incessante attività di osservatrice mi porta di solito all'acquisto di cose curiose, come condimenti per pollo arrosto, piccoli elettrodomestici, lozioni per capelli dai nomi accattivanti e dalle funzioni a dir poco minacciose. Quest'anno sono andata molto vicina all'acquisto di un tubetto di lubrificante chiamato Sexy Ganja con tanto di fogliolina sul tubetto, ma mi sono limitata a una piastra per fare gli waffles.
    Questa forma di spionaggio camaleontico è la mia forma prediletta di turismo e, almeno qui nel Nord America, porta sempre grandi soddisfazioni.

    Mentre preparo le valigie al volo di domani, vengo colta dal quotidiano magone, dalla rassegnata consapevolezza che la mia vita sarà stabilmente caratterizzata dall'avere le persone a me care sparse per il globo, dalla perenne indecisione su dove intendo stare io stessa e dai soliti vincoli - parzialmente auto-imposti - che mi trattengono dal venire a vivere qui. Sarò affetta da esterofilia congenita, ma il familiare senso di nausea al rientro in patria non ha mai tralasciato di farmi visita, persino quando anni fa tornavo in Italia dalle tenebre della Bible Belt statiunitense e tanto più ora, al rientro dal mio quarto soggiorno nella Beautiful British Columbia, un posto di cui scommetto che molti di voi si innamorerebbero, avendone ogni ragione.

    Malinconia, tristezza e (notevole) angoscia alla prospettiva dell'ufficio lunedì a parte, sono magicamente riuscita a capitare a Vancouver in tempo per fare il bis della Cena Fighetta Al Golf Club del Patrigno, da cui sono in effetti appena tornata.
    Penso, quasi esattamente un anno fa, di essermi già schernita sul mio senso di inadeguatezza in occasione di eventi anche un pelo formali e in compagnia di gente ben più danarosa di me. Non mi ripeterò quindi, ma vi dirò che ho imparato la ricetta per sopravvivere a tutto, persino - appunto - a una cena in un Golf Club senza saper distinguere una mazza da golf da una da baseball e con un reddito da addetto alle pulizie.

    La soluzione è afferrare il primo bicchiere di Sauvignon Blanc della Nuova Zelanda che ti capita a tiro e tracannarlo praticamente alla goccia. Procedere quindi a sorridere esibendo anche i denti del giudizio e, all'occorrenza, zoppicare sino al bar e portarsi al tavolo anche un Cosmopolitan d'emergenza. Vi giuro che ho smesso di sentire l'imbarazzo, il freddo, la timidezza e anche le parole che mi volavano intorno. Sembravo nata per stare in un golf club.

    Al culmine della serata, mentre la riffa da 20 dollari a biglietto animava i tavoli intorno, ho pestato un gamberetto con il tacco e annegato accidentalmente il mio spicchio di lime nel bricco del latte (mentre intrattenevo un rapporto a tre con l'Earl Grey da una parte e la Grey Goose dall'altra). Mentre ancora guardavo inebetita la buccia verde che galleggiava e mi auguravo che nessuno avesse più bisogno del latte, diventavo misteriosamente la vincitrice del Table Prize del mio tavolo, contenente dolciumi assortiti e persino una gift card di Starbucks. Ho squittito di contentezza, realizzando di aver alzato la voce di un paio di ottave nel tentativo di mescolarmi agli strepiti dei donnini locali (un tripudio di Ohmygaaawd). Con il mio bottino, il mio sorriso, i miei tacchi al gamberetto e la mia sbronza, sono sopravvissuta anche a questo evento mondano e - a Dio piacendo - se ne riparlerà il prossimo Aprile.

    Per quanto riguarda invece questa magnifica città, se ne riparlerà molto prima, eccome.
    Auguratemi solo buon volo, perchè ne avrò bisogno: la KLM mi ha infilata nel sedile centrale e spero solo che abbiano cambiato i film rispetto a due settimane fa.

    Ci risentiamo dall'altra parte del globo, spero.
    mercoledì, 08 aprile 2009

    Morning Glory

    Non posso proprio spiegarvi il perchè di tutto quello che devo fare per lavoro, non in termini ragionevoli, ma a volte esso mi porta a situazioni paradossali e - perchè no - anche a qualche occasionale figura barbina.
    Ad esempio, non ho desiderio di spiegarvi la mia presenza saltellante, ieri mattina, in una corsia di supermercato a prelevare 6 confezioni di pannolini. Sappiate solo che era un motivo di lavoro. Serio. Già.
     
    Acchiappo l'ultimo pacco con le mani già piene, me lo ficco sotto un braccio e mi giro: dietro di me una mamma sulla quarantina, molto in carne, mi guarda ferma a bocca spalancata. Mille domande stampate sul faccione rubicondo e tutte indirizzate a me. 
     
    Non è la prima volta che devo svolgere un incarico simile e, in effetti, avere dei pacchi di pannolini mi conferisce sempre quella sinistra aria da ragazza madre single e disperata. Mi pare già di sentire il pianto di un bambino malnutrito in lontananza, con quei maledetti cosi in mano. Mi sento obbligata a schernirmi e borbotto "Oh io non ho bambini, è per lavoro!", mentre già sgambetto verso un'altra corsia a fare fotografie alla carta igienica (altra peculiare performance richiesta dalle mie mansioni).
    Di rimando quella mi urlacchia da lontano che lei ne ha quattro di bimbi, poverina, e le dico qualcosa di imbarazzante tipo "Caspita, la Pampers dovrebbe farle un monumento!" - me ne stavo già pentendo mentre le parole mi rotolavano dalla lingua. Quando provo a fare la disinvolta-spiritosa-accessibile-che-non-usa-parole-complicate sono sempre un penoso fallimento.
     
    L'involontario momento orrendo, però, è stato cinque minuti dopo alla cassa. Il cassiere è amico della mamma cicciottella. Si vede che lei fa la spesa lì spesso. Lei è prima di me, dopo avermi superata con mossa insospettabilmente felina: le madri con figli e le persone grasse sentono una specie di credito verso il mondo, e il diritto a speciali indulgenze. Come se il fato si fosse già abbastanza accanito su di loro. Potete immaginare il grado di self-assertion di una mamma grassa con bambino che le infila caramelle nel carrello quando non guarda.
     
    Sempre con la stessa aria da "Abbiamo già dato", sprona il figlio piccolo a svuotare il carrello - sin qui nulla di male - mentre a ogni gelato o sofficino o bottiglia di estathé che emerge dal medesimo scarica sul pupo un alito di affetto colpevolizzante ("Tutto per voi compro e io nulla". Già, poteva almeno regalarsi una spirale. Vent'anni fa).
    La mami si racconta due affari suoi col cassiere amico (i rapporti gioviali con i commercianti per qualche ragione mi irritano, specie quando si tiene salotto davanti a una coda che aspetta con l'auto in doppia fila e dei pannolini Junior sotto un'ascella) e poi sedereggia lentamente via con il pupo a rimorchio.
    Nel frattempo, i miei pannolini vengono battuti alla cassa, li guardo con il consueto imbarazzo ed esclamo - per prendere le distanze anche col cassiere - "Accidenti, sembra che abbia partorito una squadra di basket" facendo attenzione a scandire bene le parole, sempre preda del mio scarso talento alla disinvoltura.
     
    Il cassiere è girato altrove e, avendo mancato di cogliere il riferimento della frase, mi lancia un'occhiata ferina piena di odio stupito, e risentimento.
    Postulava naturalmente che parlassi della matronesca signora, dopo aver occhieggiato il suo immenso sederone. A nulla è servito puntare timidamente ai pannolini col ditino indice tremulo. Ormai ero catalogata come la "skinny bitch che non sa che sacrifici deve fare una mamma porcatroiaunpodirispetto". Il club della spesa delle 10 del mattino mi aveva messa alla gogna ed espulsa senza appello. Sentivo già una piccola ondata di indignazione borbottante alzarsi dalla coda di pensionati e mamme sfatte coi capelli unti. Non è questa la sede per dilungarsi in considerazioni su quanto indigeste siano le persone che prima di capire qualunque cosa, a scanso di equivoci, si offendono per partito preso.
     
    Il punto della faccenda è che così imparo ad usare un congiuntivo senza soggetto.
    Anzi, così imparo ad usare un congiuntivo in un supermercato. O un congiuntivo e basta.
    Anzi anzi, così imparo a non mandarci il mio capo a fare compere in quel Purgatorio mattutino.
    venerdì, 03 aprile 2009

    Panda in via d'estinzione? Bene!

    In questi giorni, compiendo un atto di inaudita audacia e hybris verso gli dei e i colleghi automobilisti, sono andata in auto al lavoro un paio di volte.
    Se la mia vita di ogni giorno dovesse diventare improvvisamente piatta e servisse mai una botta di movimento, dovrò ricordarmi in futuro di prendere l'auto più spesso.
     
    La mia macchina non ha l'autoradio, ma se l'avesse dovrebbe avere dentro una cassetta che non suona altro che il tema di Benny Hill*.
    La mia macchina, manco a dirlo, è una Panda vecchio tipo.
    La mia macchina può contare su tutti i più moderni comfort, come il motore, i sedili e il volante. Ha anche l'ultimissimo ritrovato: il freno. E i finestrini, anche se quello del guidatore non si apre, originando sempre simpatici balletti ai caselli e ai parcheggi col biglietto.
     
    A bordo del Pandoro, divento automaticamente una barzelletta sulle donne alla guida. E voglio raccontarvi l'ultima.
    Quando ho l'auto, ne approfitto quasi sempre per andare all'Ikea nella pausa, è una specie di imprinting.
    Tralascerò il momento in cui, tornando al parcheggio, ho visto la mia auto orribilmente sfregiata per poi realizzare con un tuffo al cuore che non era la mia. Troppo penoso.
    Tralasciamo per ora anche il fatto che oggi ho isolato due sintomi distinti di intossicazione da Ikea: l'improvviso e vorace bisogno di mensole e il pensare ossessivamente a quanto impiegherebbe il nostro cadavere per essere ritrovato, se nascosto all'Ikea in un armadio appartato dell'esposizione o cementato in un pilastro. Si, è un'idea un po' freak, ne convengo.
     
    Andare in auto mi piace, mi fa assaporare un'indipendenza nei movimenti di cui godo molto di rado, complice il fatto di aver preso la patente con grande comodo due anni fa.
    Complice l'inebriante senso di onnipotenza, mi sono avventurata a comprare un enorme specchio da un metro e sessanta per settanta centimetri. Praticamente una nana cicciona in pieno rigor mortis.
    Al parcheggio, faccio per ribaltare i sedili e staccare la cappelliera. Ma quest'ultima sembra fissata per legge di natura e non si schioda. I sedili restano come crocifissi, appesi alla cappelliera.
    Ora, dovete immaginare una tizia in un parcheggio deserto con una Panda con tutte le porte aperte e porzioni di specchio Ikea che sbucano da ogni orifizio; dovete anche immaginare che manchino 10 minuti alla fine della pausa. Ho avvicinato i primi passanti, una coppia, con un sorriso imbarazzato e gli occhi grandi da Bambi. Sono quindi rimasta a guardare i due, signore e signora, che mi trafficavano con l'auto, mi spostavano lo specchio su e giù, iniziavano persino a litigare tra loro su cosa fare con l'osceno catafalco. Il tutto mentre mi schernivo a cadenze regolari con "Vi ringrazio molto, mi sento così idiota". Nel frattempo una ventata di caldo subtropicale mi pezzava le ascelle e l'orologio avanzava implacabile ben oltre le 14.30.
     
    La morale della favola è che, in tre, non siamo riusciti a staccare la maledetta cappelliera e che, avessi avuto un'accetta o un coltellino Opinel, a quel punto avrei reciso le cordicelle che la tenevano su con mossa piratesca.
    Quello che invece ho fatto è stato annegare nell'umiliazione e tornare indietro, sfoderare un sorriso da Barbie Sbadata al banco dei resi e dire "Ooops ho sbagliato colore", per poi strisciare in ufficio con mezz'ora di ritardo.
     
    La vera morale della favola, però, si è svelata dieci minuti fa. Ho parcheggiato e, nello svuotare il bagagliaio, ho notato che la stronza cappelliera si era staccata da sola.
    Il meccanismo che la teneva in piedi ha ceduto con uno scossone, rivelando la sua natura malvagia e contro-intuitiva. Dopo brevi attimi di attonito silenzio nella quiete del mio box, ho tirato un calcio a una ruota posteriore. E mi sono pure fatta male.
     
    Il mio consiglio zen per oggi è dunque questo: leggete le istruzioni della vostra Panda, perchè - anche se vi sembra molto simile a un triciclo motorizzato privo di segreti di qualunque sorta - riuscirà ad escogitare abbastanza malizie per farvi fare tardi in ufficio, molestare le coppie nei parcheggi, rendere indietro i mobili all'Ikea dieci minuti dopo l'acquisto e, se va tutto secondo i suoi piani, riuscirà anche a fratturarvi un alluce. Parola mia. 
     
    *anche se dopo due settimane muterebbe in una nota raccolta di un celebre complesso britannico, e dovrei cambiarla
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    giovedì, 02 aprile 2009

    Ammetto di avere un po' corso per le scale per fare quadrare bene le cose, ma ho avuto la sorprendente rivelazione di vivere a esattamente una Stairway to Heaven dalla stazione, dal momento in cui scendo dal vagone al momento in cui mi chiudo dietro la porta di casa.
    La cosa in un certo senso rende più interessante il mio tragitto quotidiano, mentre a colmarmi di raccapriccio, per estensione, è la nozione che venerdì prossimo sarò nei cieli dell'emisfero boreale per circa 90 Stairway to Heaven.
    Che è pur sempre meglio di 205 Macarene, ma resta lo stesso un'idea spaventosa.

    sabato, 28 febbraio 2009

    Aftermath

    E insomma, nella serata di ieri mi sono trovata a fare alcune cose che non avevo mai fatto:

    1. trasformare l'assenzio in amaro Averna, in un'impresa paracristologica da B movie
    2. bere una birra, precisamente una Du Demon da 12 gradi (ci voleva solo una bella ragazza a convincermi a bere una birra)
    3. imbelinarmi (trad. ruzzolare) per terra dando una consistente botta con lo stinco sinistro e appendendomi a due passanti. Il livido, ora di un bel color vinaccia prima di procedere verso l'intero spettro cromatico, saluta i lettori
    4. toccare un bel paio di tette che non appartenevano a me, causando la sosta interessata di una camionetta dell'Amiu genovese
    5. misteriosamente, mi sono trovata una Lucky Strike in bocca. E poi pure un'altra. E sono la persona che odia più il fumo al mondo. Ma da brilli si diventa solidali e ancor meglio disposti verso il mondo
    6. svegliarmi con installata nelle sinapsi l'Imperatrice di tutte le emicranie, detronizzata a botte di Advil, la droga d'oltreoceano che fa tanto bene e placa ogni dolore
    7. sollevare per un po' dalla mia testa quella fitta coltre di nubi esistenziali che mi attanaglia da un bel po'

    Che mi ero persa in 23 anni da astemia, eh?
    Ammetto il mio autentico stupore nell'assaporare certi piccoli e concessi divertimenti per la prima volta, pochi mesi prima del mio ventisettesimo genetliaco.


    P.s. ai miei pochi stakeholders, ovvero amici e parenti preoccupati: no, non sto diventando un'alcolizzata e no, è ancora più campato in aria pensare che ora inizierò a fumare. It's just (relatively) healthy and much needed fun. :-)