About me, more or less

Utente: Shulypoo
Cromosoma XX, personalità indecisa e dubbiosa, amante dell'autoerotismo mentale, della musica rock, del sushi, degli anfibi e degli orsetti del cuore.

L'erotismo mi piace e lo vedo in tante cose. Forse ve ne accorgerete, ma non scambiatemi per ammiccante, ve ne prego.

Ripresami dalle mie brume esistenziali post laurea e dai vaneggiamenti matrimoniali, sono ora un'improbabile business woman con parecchi issues. Ma che questo non mi identifichi in alcun modo, vi prego. Aspirante groupie, passerei volentieri la vita a sperarla diversa.
Odio mordermi le guance. Ma proprio tantissimo.

Handle with care, perchè mi affeziono anche al cartone del latte e sono permalosissima.

Geeky, nerdy, plastic fantastic, the one you'll never need.
Amen.

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Mi rallegrano e compiacciono cose tipo...

svegliarmi e ricordarmi che posso dormire
le chitarre elettriche
il junk food, il sushi e il cibo indiano. Ma anche tutto il resto.
il piumino calduccio
l'umorismo surreale
le culotte
non reggermi in bus e far finta di fare surf
leggere i libri in una botta sola
i cavalieri dello zodiaco
la musicalità
le t-shirt buffe e witty
i calzini a strisce
chi è colto e non lo fa pesare
il ponte di chiatte al Porto Antico di Genova
il mio albero di natale
chi capisce al volo
i regali inattesi
le coccole sotto il piumino
questa faccina ":3" e questa ">.>;"
Londra
la lingua inglese
l'eccitazione
capire improvvisamente qualcosa
la novità
le pernacchie sulla pancia
la varietà linguistica
le cose pucciose e superdeformed
il cambiamento
ascoltare musica di notte
la sottigliezza
le opinioni decise ma non ostinate
comportarmi in modo inappropriato
sapere le cose senza Google
la gente easy going
le seghe mentali un po' costruttive
fare pace
i vecchi vinili
chi non serba rancore
forzare i miei limiti
ballare, da sola
la gentilezza a prescindere
gli anni '60 e '70 e la loro musica
la pulizia
non dover spiegare ciò che dico, specialmente le battute
la capacità di modularsi
apparentemente, anche saltare di palo in frasca :3

Mi rattristano e un po' irritano cose tipo...

i pallini sui maglioni
chi entra dall'uscita dei bus
la banalità, in tutto
i calendari coi culi
i peli incarniti
chi dice di non aver mai tempo e non fa un tubo
la polvere sulle dita, e i gatti impolverati
il vento e la pioggia insieme
le abitudini noiose, i loop, i pattern
i furbi, i Furby e i furry
le cose banalmente sexy
la mancanza di autocritica, di ironia, di curiosità
gli errori di grammatica e ortografia
la volgarità a sproposito (ma non le parolacce!)
il pitonato, lo zebrato, il leopardato e gli altri mali accessori alla menopausa
la gente che scrive "Hei!" invece di "Ehi!"
la pornografia camuffata da erotismo
la risata "Hihihihihi". Ha un che di satanico e idiota, usate le faccine piuttosto
le battutine a sfondo sessuale fatte a sproposito
chi racconta i casi suoi al telefono in bus, magari urlando
l'indefinitezza
le mode imbecilli, e le sedicenti modelle
la puzza di fumo
la poesia cheap
l’associazione soldi/mignotte/belle macchine
chi sputacchia quando parla
la “bella gente†e la "bella vita"
chi fa lo strano, l'incompreso, l'unico, l'originale a tutti i costi
sentirmi invisibile e a disagio
chi è più pigro di me
chi non si fa mai problemi e dovrebbe
il frastuono e la musica merdosa
chi parla addosso alla gente
chi non ascolta e pensa di aver capito
la sveglia
l'ignoranza compiaciuta
i consigli non richiesti, ma anche i conigli
gli egocentrici molesti
gli inappetenti cronici e chi fa tremila storie sul cibo
le donne fissate con le minchiate che non compensano con altre doti
gli uomini che pensano di far colpo coi soldi
le "k" al posto delle "c"
chi non sorride mai
smagliare i collant nuovi
chi non capisce, chi non coglie, chi non si sa adattare
le suonerie dei cellulari, la maggior parte
i deliri religiosi
il buonismo dettato da idiozia
rompere con qualcuno, causare tristezza
chi mi dice "cresci" senza poterselo permettere
i canditi

Solo un numero, e probabilmente sbagliato

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  • venerdì, 24 luglio 2009

    One More From the Road

    Questa bella estate calduccia mi ha messo il cervello in mezze maniche e mi ha appiccicato addosso una gran voglia di guidare senza meta, di chiudere gli occhi e rivangare nei ricordi belli e brutti, di cantare insensatamente. Attività che cerco almeno di non praticare tutte insieme, specialmente per quanto riguarda la parte in cui chiudo gli occhi col volante in mano.
     
    Il giorno in cui mi troverò seriamente senza nient'altro da fare o da pensare, dovrò stilare una lista di tutte le canzoni che è assai imprudente ascoltare quando si è alla guida, quelle Red Bull di energia in formato sonoro che possono trasformare la più mansueta delle conducenti in un pericolo pubblico armato di volante e arroganza, una bizzarra dea Kalì con quattro piedi sull'acceleratore.

    Questa ipotetica lista ha ancora contorni opachi, ma in questo momento mi viene in mente almeno una canzone che si farebbe strada senza problemi sino alla Top 10 e che, nei giorni passati, potrebbe anche aver innescato una catena di eventi che tra un paio di mesi vedrà me protagonista, con una raccomandata del Comune di Genova in mano e amare lacrime di coccodrillo negli occhi.
    Userò questo spunto come pretesto per l'ennesima favoletta rock'n'roll che mi appresto ad ammannirvi.
     
    Se dico "Lynyrd Skynyrd" un sacco di voi strabuzzeranno gli occhi, almeno sino al momento in cui non si renderanno conto che sì, il nome della band è pronunciabile (il titolo del loro primo album spiega appunto come farlo) e che almeno una canzone loro la conoscete anche voi ed è sicuramente Sweet Home Alabama. Sì, i Lynyrd Skynyrd sono "quelli di Sweet Home Alabama". Vedo già le espressioni facciali che mutano dal perplesso al divertito sulle prime note di chitarra. Fermi lì però, non è di lei che intendo parlarvi.
     
    Giusto per inquadrarli in una corrente di riferimento, gli Skynyrd sono considerati i dinosauri del cosiddetto Southern Rock. Qui da noi potrà essere un concetto alquanto nebuloso e lontano, ma nelle pianure del Tennessee e stati limitrofi, dove la gente ama esporre le bandiere sudiste forse anche più delle onnipresenti stelle e strisce, è qualcosa di simile a un'istituzione ed è una forza aggregante per vaste fette di popolazione statunitense: in questo caso più che mai, invito caldamente a non giudicare una band dal suo pubblico medio, che - in effetti - è davvero composto anche da redneck paonazzi e da quel genere di persone che sei lieto di evitare quando non ti rechi negli Stati del Sud.
     
    Come saprete, la storia canonica del rock ama i botta e risposta e le traversate transoceaniche: nasce in America, emigra in Inghilterra e dopo poco ritorna in patria sotto forma di tsunami. Per non rimanere annientato da quella che storicamente amiamo ricordare come la British Invasion, il rock americano organizza la resistenza e il Southern Rock crebbe di popolarità anche come forma di revanche autoctona che attinge a piene mani dal blues e dal country.
    Si possono fiutare facilmente tutte queste correnti, nella musica degli Skynyrd, ma non pensate di trovarvi di fronte a colonne sonore da saloon o festa di paese, perchè la vena principale è indubbiamente hard-rock ed è appetibile per molti palati, forse anche per il vostro.
     
    "Long live Southern Rock" è un motto che non è difficile udire in molti Stati del Sud e l'amore per i Lynyrd Skynyrd è così pervasivo e assodato che, per farvi un esempio triviale, ho visto in molti department store - come dire l'Upim da noi - non solo magliette e pigiamini, ma persino biancheria sexy a loro dedicata.
     
     
    La storia degli Skynyrd comincia nella seconda metà degli anni '60 ed è lunga e complessa: è dura anche solo stare dietro alle numerose variazioni nella loro formazione, numericamente paragonabile più a un reggimento dell'esercito che a un'ensemble rock. A segnare le vicissitudini della band è soprattutto un clamoroso e tragico evento, che de facto ne ha determinato la fine: le formazioni successive, inclusa quella che ancora oggi se ne va in tour con lo stesso nome, hanno ben poco del nucleo originale. I cosiddetti Lynyrd Skynyrd di oggi mantengono un valore soprattutto di omaggio e tributo, a mio avviso con esagerazioni un po' pacchiane di orgoglio sudista e generica tamarraggine, ma sempre con immacolato rispetto per il passato storico.

     
    Ma che cosa è successo mai alla band, vi chiederete voi? Se, come me, cadete facilmente vittime di affascinata malinconia nel leggere del rock e delle sue tragedie, credo che saperne di più sulla storia degli Skynyrd potrà interessarvi e commuovervi, trattandosi - penso indiscutibilmente - della band più sfigata al mondo.
     
    Nell'ottobre del '77, al culmine della notorietà, la band aveva noleggiato un piccolo charter privato per spostarsi in tour. L'aereo non dava molto affidamento a nessuno e si era coralmente deciso di servirsene solo per raggiungere una tappa in Louisiana per poi disfarsene. Ironicamente, si trattò in effetti dell'ultimo volo del Convair, che precipitò in una palude del Mississippi, uccidendo sul colpo tre membri del gruppo, oltre ai piloti. Quelli che non rimasero uccisi ci andarono molto vicini. Il loro batterista, Artimus Pyle (che secondo me era in testa al creatore dei Transformers quando ha pensato al nome Optimus Prime), fu uno dei pochi abbastanza in forze da strisciare fuori dai rottami per chiedere subito aiuto, e si vocifera che sia stato accolto da un villico locale a fucilate, un caso poco edificante di ospitalità del Sud.
    A leggere di come andò la vita per i membri superstiti negli anni successivi, non c'è da sentirsi meglio: incidenti stradali, paralisi, carcere, morti misteriose, infarti. L'angelo custode degli Skynyrd sta dormendo sul lavoro da circa trent'anni: guardate uno dei loro live registrati nel '76 e nel '77 (come questa galoppante Saturday Night Special) e ora pensate che di tutta la ciurma sul palco sono ancora in vita solo due persone. Dopo queste constatazioni incredibilmente deprimenti, forse capisco ancora di più perchè i Lynyrd Skynyrd vantino un seguito di pubblico così devoto e affettuoso.La formazione pre-crash
     
    Ora, io vi parlo da esperta e con la consueta spocchia, ma non fatevi ingannare: la prima volta che sentii gli Skynyrd fu in auto nel 2005 nel parcheggio di un Wal Mart e, quando chiesi al fidanzato che cosa stessimo ascoltando, mi guardò stralunato e disse "Non conosci i Lynyrd Skynyrd?" con la stessa intonazione di chi chiede "Non sai che c'è la gravità?", interrogativo a cui eloquentemente risposi "No, io questo Leonard Skinner non l'ho mai sentito. Ma non è un personaggio dei Simpson?" (senza saperlo, però, azzeccai l'origine del nome: una storpiatura del nome di un professore di educazione fisica che amava vedere nei primi ragazzi con i capelli lunghi i segni dell'Apocalisse). Il fidanzato si diede poi di gomito con la sorella e insieme risero, divertiti dalla povera demente che non conosceva gli Skynyrd.
      
    I temi affrontati dalla band sono una mistura sorprendentemente armoniosa di spirito del Sud e racconti on the road, con afflati di indomito amore per la vita poco sofisticata e la libertà. Ascolti la loro musica e puoi vivere le fatiche quotidiane della classe operaia statiunitense, le scampagnate sul pick-up, i barbeque nel back porch e le birrette serali. Senti quanto di buono può mostrare quella gente, oltre alla tamarraggine ignorantella e autocompiaciuta per cui forse sono più celebri: una disarmante bontà d'animo, grande generosità e un'indefinibile malinconia.
    Di tutto questo gli Skynyrd sono un vero distillato sonoro, e alcune loro canzoni sono diventate né più né meno che inni, di cui l'esempio più roccioso, senza nulla togliere alle emozionanti Simple Man e Sweet Home Alabama, è senza dubbio Free Bird.
    Spero che nessuno stia facendo "Sciaff" con il palmo della mano sulla fronte, ricordandosi di averla suonata con Guitar Hero II. Nel caso, filate dietro la lavagna.
    Free Bird sta agli Skynyrd come Stairway to Heaven sta ai Led Zeppelin: è la canzone che tutti vogliono ascoltare, la più suonata dalle radio, la più scelta persino per funerali e commemorazioni, per il tema - comune alle due canzoni - della partenza, dell'ascesa, del letting go.
     
    Il singolo di Free Bird, circa le cui chance di successo la band stessa nutriva forti dubbi, fu pubblicato nel 1974 e la canzone viene ancora chiesta a gran voce ai concerti. Ai concerti di chiunque, secondo uno dei più inveterati tormentoni rock della scena live americana. Un po' si fa sul serio e un po' è per tener viva la tradizione che voleva che i Lynyrd Skynyrd dei bei tempi tornassero in scena a suonare l'amatissima ballad solo al secondo bis, con il pubblico ormai praticamente impazzito e senza più voce.
     
    In Free Bird, come ci si può aspettare dal titolo, si parla della necessità di essere liberi, di non ancorarsi a nulla e andare avanti per la propria strada a tutti i costi, anche contro ogni buon senso. Messaggio struggente, condivisibile tanto dal biker che tracanna Budweiser quanto dalla responsabile marketing maniaco-depressiva, che possono anche abbracciarsi durante il lamentoso giro di slide guitar di Gary Rossington tra sparute note di piano e cantare insieme "Loooord knows I can't change" con tanto di accendino e lucciconi. E la canzone sarebbe già bella sin qui, come lenta ballata all'anarchia spirituale.
     
    Allen Collins e Gary RossingtonQuesta bimba, però, è una Layla al contrario. Vi ricordate Layla, quel virtuoso intreccio di chitarristi epici come Eric Clapton e Duane Allman? Scoppietta e garrisce per la prima metà, fluisce malinconica per la seconda, a sospironi. Free Bird fa esattamente l'opposto e, più o meno a metà dei pachidermici nove minuti e rotti di traccia, quando ormai stai facendo ondeggiare la testa piano piano con gli occhi chiusi, semplicemente esplode in un lungo strumentale tiratissimo, dominato dalle tre chitarre distintive della line up degli Skynyrd.
     
    Non sono un'amante dei live, come penso di aver reso chiaro in più occasioni, ma credo che in questo caso, se volete avere un'idea dell'energia messa in gioco nella seconda parte di Free Bird, dovreste proprio ascoltarvi - o possibilmente guardarvi - un bel live (tipo questo o questo), in cui era tipico tirare avanti anche per un quarto d'ora tra salti sincronizzati e vigorosi momenti a tre chitarre + basso.
    Vi isolo in questo link il momento preciso in cui i Lynyrd Skynyrd rubarono ufficialmente la scena agli Stones a Knebworth nel '76*, mentre l'audience saltava a tempo stracolma di alcool, adrenalina e Dio sa cos'altro.
    Sul mio eccitabile immaginario rock'n'roll, per inciso, vedere uomini alti e snelli vestiti da hippy che si fronteggiano brandendo delle chitarre elettriche e sparandosi note addosso ha effetti che meriterebbero il bollino V.M. 18 e mi fa venire da ululare roteando il mio cappello da cowboy immaginario.
    Dimenticavo anche che nei live Allen Collins, chitarra solista, deliziava il pubblico facendo cinguettare la sua Gibson Explorer come un uccellino. Ciliegina sulla torta.
     
    E così, specie dopo aver approfondito le mie conoscenze in materia per questo post, si aggiunge un'altra band al già nutrito gruppo di concerti che non potrò mai vedere. Gli Skynyrd erano una band numerosa, affiatata e instancabile, compatta e senza un singolo ego a spiccare sugli altri, caratteristica osservabile anche nei live, in cui non spunta mai il frontman, ma traspare più che altro uno scanzonato spirito di famiglia.
    Non riesco a immaginare molti altri gruppi con tre chitarristi in grado di andare d'accordo, a palleggiarsi i solo con naturalezza (come in questa Sweet Home Alabama, adorabile) e senza una sola delle psicosi che hanno afflitto la maggior parte delle band che amo (penso ai Pink Floyd, ad esempio, e rido).
    Il resto, sul piatto del fascino bitter-sweet della band, ce lo mette la sorte poco generosa, che ha reclamato un ultimo Skynyrd, il loro tastierista, giusto all'inizio del 2009, mentre gli ultimi superstiti - presumo - si toccano vigorosamente gli attributi nascondendo le mani dietro alle chitarre.
    Uno dei "vigorosi momenti a tre chitarre + basso" :)
     
    Il mio invito all'ascolto, in postilla, serve anche a farvi immaginare meglio la scena di me in Panda, svoltasi la settimana scorsa sulla sopraelevata di Genova. Allo scoccare dei quattro minuti e quaranta di Free Bird, vengo colta da un attacco di euforia serale ingiustificata, scalo di marcia e - sentendomi praticamente a cavallo di una Harley - accelero fragorosamente insieme al ritmo della canzone e procedo a superare una riga di SUV/cassa da morto a velocità illegali, il tutto al grido allucinato di "Yeeeehaw Stronzi!", con il vento nei capelli e un sorriso molto poco sano stampigliato in faccia. In seguito, mi trovo misteriosamente a casa con un quarto d'ora d'anticipo.
     
    A guardare la scena dall'esterno, il tutto si sarà svolto al massimo agli 80km/h e la Panda avrà avuto un'aria pericolosamente provata ma, ehi, grazie a Free Bird e agli Skynyrd i miei cinque minuti di anarchia post-lavorativa sono riuscita a farmeli, anche se forse - per ricongiungerci al tema iniziale - non raccomanderei questa canzone in un manuale di guida sicura. Da cui, del resto, se volessimo essere scrupolosi dovremmo lasciare fuori persino certe cose di Beethoven e in cui - temo - rimarrebbero giusto Gigi D'Alessio e altre funeste forme di "Southern "Rock" " (le virgolette non sono mai abbastanza) nostrano.
     
    Per questo week end, intanto, potrò ritenermi felice se avrò condotto almeno una di voi anime perdute all'ascolto di una delle poche scoperte che, fianco a fianco con i cinnamon rolls, hanno reso la mia lunga permanenza nella Bible Valley ben degna di essere ricordata.

    * gli Stones avevano soffiato quella gig ai Queen all'ultimo momento, quindi si meritarono *abbondantemente* di essere surclassati dalla band di supporto
    dropped by: Shulypoo | link | commenti (3)
    categorie: musica, ricordi, guida
    domenica, 17 maggio 2009

    Free Panda!

    Avendo ricevuto numerosi messaggi di sostegno all'annoso dilemma pandistico di fronte a cui il destino mi ha posta venerdì, ci tengo ad aggiornarvi sulla situazione. So che alcuni di voi erano perplessi circa le mie probabilità di sopravvivere, e in primo luogo vi rassicuro che sto bene e starò benone almeno per tutta l'ora che mi separa dalla mia prima pattinata sui rollerblade, in questa mite domenica primaverile.

    E' strano che un'auto con la prima inserita si metta a scivolare all'indietro. Specialmente quando non si trova in discesa. E' strano, ma era l'unica tesi che riuscivo a concepire.

    Ma io sono una donna, e - si sa -  nel cervello delle donne lo spazio abitualmente riservato al pensiero logico è stato adibito a stipetto per le scarpe.

    L'intervento benedetto della dolce e ingegnosa metà è riuscito a risparmiarmi contorsionismi irrealistici e prodezze atletiche a cui non mi sentivo pronta. Con una scala, il suo metro e novanta e un intelletto più lucido, è riuscito a capire che non era il moon walking ad aver bloccato il mio piccolo cubicolo su ruote, ma uno sbadiglio del suo grosso sederone quadrato. Venerdì ho acchiappato l'ombrello dal bagagliaio e sono scappata a casa, e da genio che sono devo aver chiuso male il portello il quale, non senza una punta di viscidume e malignità, è lentamente scattato indietro mentre mangiavo, sino ad aprirsi completamente e a bloccare il cancello.

    Laddove avevo preventivato l'intervento di due omaccioni, un telefono col 118 su chiamata rapida e me stessa cosparsa di salsa tartara per scivolare meglio, è bastato un fidanzato sveglio, una scala e un bastone di scopa.

    Quando c'è l'amore, c'è davvero tutto.

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (3)
    categorie: fun , guida, wtf , gli affari miei
    sabato, 16 maggio 2009

    Panda incattivita in cattività

    Qualcuno diceva che Dio non c'è, e che - se ci fosse - ci dovrebbe delle spiegazioni.
    In effetti, di un paio di delucidazioni oggi avrei bisogno, perchè credo di essere stata punita per la mia hybris automobilistica, per l'eccessivo compiacimento di prendere l'auto tutti i giorni per andare al lavoro e risparmiarmi quantità sinora impensate di tempo ogni giorno.
    Oggi la mia auto è rimasta intrappolata nel suo box. Nella sua celletta di alveare a cui non esiste altro accesso oltre a una massiccia anta di ferro basculante. Sua Basculanza non bascula a dovere. Si alza di un paio cm, giusto sufficienti per farci scivolare sotto un alluce (a quale scopo poi, non si sa). A impedirle di aprirsi, il sederone traditore della Panda.

    La tragedia si è consumata al rientro in ufficio quando, con una strafottenza che mi è nuova ma a cui mi sono abituata subito, sono uscita a un'ora vergognosa di casa già sapendo che l'auto mi avrebbe permesso di arrivare forse persino in anticipo.
    Afferro la maniglia, la tiro dando la consueta bella spinta (è assai pesante) e sento un inequivocabile rumore di lunotto che colpisce un portone di ferro con violenza. Un clangore sinistro, a cui per fortuna non è seguito l'altrettanto inequivocabile suono di lunotto che si frantuma in mille piccoli pezzi. Il garage ha però risuonato di imprecazioni e maledizioni così sconce e crasse da far arrossire un portuale.
    La Panda ha fatto moon walking. Ha fatto due o tre passetti all'indietro, nell'unica occasione in cui - ormai è evidente che si tratta di questo - ho scordato inserire il freno a mano. Non ha camminato tanto, ma abbastanza da ostruire l'apertura della porta e rendere impossibile ogni tentativo di forzatura.
    Il problema mi ha assillata tutto il giorno e, dopo aver fatto un passo veloce in garage nel cuore della notte per studiare meglio la situazione, ho elaborato il mio piano d'azione che - seguendo l'ipotesi più ottimista - potrebbe risultare nella mia istantanea decapitazione.
     
    Il piano richiederà un giorno di digiuno, due uomini robusti coattati tra gli amici, una scala e forse del lubrificante. Non c'è spazio per entrare da sotto la porta senza usare un incantesimo di Dungeons & Dragons. Persino una blatta avrebbe difficoltà, ma sopra, oh sì, in alto c'è spazio a sufficienza perchè un essere umano minuto possa passare dall'altra parte. Parliamo di una fessura di trenta centimetri a circa due metri d'altezza, di dimensioni variabili perchè collegate alla posizione di una porta estremamente instabile.
    Ho già pensato a tutto: gli omaccioni terranno ferma la porta per permettere alla fessura di restare aperta, io mi arrampicherò sulla porta, lascerò due costole sullo spigolo superiore, pregherò che la porta in questione non si sposti all'improvviso (tranciandomi di netto in due) e atterrerò aggraziata sul tetto della Panda. Una volta passata, sarà un gioco da ragazzi riportare l'infida quattroruote in una posizione consona e salvare la situazione.
    Tutto facilissimo, vero? Voglio dire, Ocean's Eleven mi fa - metaforicamente parlando - delle gran pippe, no?
     
    Spero solo che ricomporranno le mie spoglie in modo che sembrino ancora intere, perchè più che a un film con George Clooney sto pensando a una partita a Prince of Persia giocata da un ritardato.
    venerdì, 03 aprile 2009

    Panda in via d'estinzione? Bene!

    In questi giorni, compiendo un atto di inaudita audacia e hybris verso gli dei e i colleghi automobilisti, sono andata in auto al lavoro un paio di volte.
    Se la mia vita di ogni giorno dovesse diventare improvvisamente piatta e servisse mai una botta di movimento, dovrò ricordarmi in futuro di prendere l'auto più spesso.
     
    La mia macchina non ha l'autoradio, ma se l'avesse dovrebbe avere dentro una cassetta che non suona altro che il tema di Benny Hill*.
    La mia macchina, manco a dirlo, è una Panda vecchio tipo.
    La mia macchina può contare su tutti i più moderni comfort, come il motore, i sedili e il volante. Ha anche l'ultimissimo ritrovato: il freno. E i finestrini, anche se quello del guidatore non si apre, originando sempre simpatici balletti ai caselli e ai parcheggi col biglietto.
     
    A bordo del Pandoro, divento automaticamente una barzelletta sulle donne alla guida. E voglio raccontarvi l'ultima.
    Quando ho l'auto, ne approfitto quasi sempre per andare all'Ikea nella pausa, è una specie di imprinting.
    Tralascerò il momento in cui, tornando al parcheggio, ho visto la mia auto orribilmente sfregiata per poi realizzare con un tuffo al cuore che non era la mia. Troppo penoso.
    Tralasciamo per ora anche il fatto che oggi ho isolato due sintomi distinti di intossicazione da Ikea: l'improvviso e vorace bisogno di mensole e il pensare ossessivamente a quanto impiegherebbe il nostro cadavere per essere ritrovato, se nascosto all'Ikea in un armadio appartato dell'esposizione o cementato in un pilastro. Si, è un'idea un po' freak, ne convengo.
     
    Andare in auto mi piace, mi fa assaporare un'indipendenza nei movimenti di cui godo molto di rado, complice il fatto di aver preso la patente con grande comodo due anni fa.
    Complice l'inebriante senso di onnipotenza, mi sono avventurata a comprare un enorme specchio da un metro e sessanta per settanta centimetri. Praticamente una nana cicciona in pieno rigor mortis.
    Al parcheggio, faccio per ribaltare i sedili e staccare la cappelliera. Ma quest'ultima sembra fissata per legge di natura e non si schioda. I sedili restano come crocifissi, appesi alla cappelliera.
    Ora, dovete immaginare una tizia in un parcheggio deserto con una Panda con tutte le porte aperte e porzioni di specchio Ikea che sbucano da ogni orifizio; dovete anche immaginare che manchino 10 minuti alla fine della pausa. Ho avvicinato i primi passanti, una coppia, con un sorriso imbarazzato e gli occhi grandi da Bambi. Sono quindi rimasta a guardare i due, signore e signora, che mi trafficavano con l'auto, mi spostavano lo specchio su e giù, iniziavano persino a litigare tra loro su cosa fare con l'osceno catafalco. Il tutto mentre mi schernivo a cadenze regolari con "Vi ringrazio molto, mi sento così idiota". Nel frattempo una ventata di caldo subtropicale mi pezzava le ascelle e l'orologio avanzava implacabile ben oltre le 14.30.
     
    La morale della favola è che, in tre, non siamo riusciti a staccare la maledetta cappelliera e che, avessi avuto un'accetta o un coltellino Opinel, a quel punto avrei reciso le cordicelle che la tenevano su con mossa piratesca.
    Quello che invece ho fatto è stato annegare nell'umiliazione e tornare indietro, sfoderare un sorriso da Barbie Sbadata al banco dei resi e dire "Ooops ho sbagliato colore", per poi strisciare in ufficio con mezz'ora di ritardo.
     
    La vera morale della favola, però, si è svelata dieci minuti fa. Ho parcheggiato e, nello svuotare il bagagliaio, ho notato che la stronza cappelliera si era staccata da sola.
    Il meccanismo che la teneva in piedi ha ceduto con uno scossone, rivelando la sua natura malvagia e contro-intuitiva. Dopo brevi attimi di attonito silenzio nella quiete del mio box, ho tirato un calcio a una ruota posteriore. E mi sono pure fatta male.
     
    Il mio consiglio zen per oggi è dunque questo: leggete le istruzioni della vostra Panda, perchè - anche se vi sembra molto simile a un triciclo motorizzato privo di segreti di qualunque sorta - riuscirà ad escogitare abbastanza malizie per farvi fare tardi in ufficio, molestare le coppie nei parcheggi, rendere indietro i mobili all'Ikea dieci minuti dopo l'acquisto e, se va tutto secondo i suoi piani, riuscirà anche a fratturarvi un alluce. Parola mia. 
     
    *anche se dopo due settimane muterebbe in una nota raccolta di un celebre complesso britannico, e dovrei cambiarla
    dropped by: Shulypoo | link | commenti (4)
    categorie: guida, ikea, in giro, wtf
    mercoledì, 04 febbraio 2009

    La macchina del capo

    Ci terrei a precisare ai proprietari di SUV e altri mezzi affini che consumano come Shuttle per portare le loro pigre chiappe in giro, perché non sia mai che le suddette chiappe abbiano a subire i disagi del
    trasporto pubblico su cui viaggia la comune plebaglia, che la vostra vettura forse fallisce nel consegnare alla citata plebaglia il messaggio che le avete affidato e che presumo abbia qualcosa a che fare, al di là di magre giustificazioni di tipo pratico, con concetti affini all’ostentazione di facoltà pecuniarie, allo status symbol da manager or sedicente/aspirante tale e svariate e variopinte forme di compensazione a cui il mio cervello non può nemmeno arrivare.
    Il messaggio che invece comunicate, e peraltro assai bene, è un altro.

    Lasciate subito che vi dica che non capisco nulla di auto, che guido poco e che in teoria sarei la meno indicata per esprimere qualunque considerazione in materia.
    Lasciate anche che aggiunga che me ne frego completamente di questo fatto, dopo che ho trascorso una mattinata a riempire schede benzina per le auto padronali, solo l’ultimo di una serie di incarichi ottusi e fuori mansione che mi vengono appioppati con serenità apollinea regolarmente.
    Lasciate dunque che vi dica che cosa ne penso.

    Voi, conducenti di trattori camuffati da automobili, dimostrate per lo più di essere pessimi investitori del vostro stesso denaro, di non avere alcun interesse per gli sprechi (anche se poi ci urlate di tutto quando dimentichiamo il monitor acceso in ufficio, magari) o per l’inquinamento delle città che infestate (nonostante alcuni giorni incresciosi, vi assicuro che il trasporto pubblico non è mediamente il racconto dell’orrore che si vocifera che sia).
    Dimostrate anche, specie in città patologicamente prive di parcheggi – come Genova, una scarsa comprensione del territorio che vi circonda.
    Possono sembrare osservazioni deboli, a voi padroni di SUV. Se però avete una macchina simile, abbiamo già capito che il vostro giudizio non è davvero dei più illuminati e degni di ascolto.

    E passiamo subito a un excursus personale: qualche anno fa, nella mia sciagurata esperienza americana, mi trovai a guidare uno scassato Chevy Blazer, un suvvone rosso alto e inutilmente gigantesco. Uno specchietto si e uno no, cambio automatico, vetri oscurati e la sete di un'idrovora. Lì si consumarono alcuni eventi di cui sono poco fiera, e anche alcune epiche traversate degli Stati Uniti del Sud. 

    La sussistenza e la mobilità del mio altrettanto sciagurato fidanzato di allora dipendevano strettamente dalle banconote che teneva spiegazzate nelle tasche dei suoi capienti jeans. Pensavo mezza allegra, durante i nostri numerosissimi pit stop per alimentare l'idrovora, che era una fortuna che la benza venisse qualcosa come un dollaro al gallone, in quel gigantesco paesotto, o avrei anche dovuto starmene chiusa in casa ogni santo giorno a guardare il cielo dalla finestra, oltre a mangiare cibi malsani e di provenienza questionabile e consumarmi il cervello con la tv via cavo.

    Pensavo, però, che dopo tutto fosse profondamente insensato che le persone laggiù, in media, scegliessero di sputare sopra al privilegio di avere la benzina praticamente gratis, almeno secondo i canoni nostrani (80 eurocent per quasi 4 litri -non so se mi spiego- e ancora si lamentava, il dannato ciccione) e annullassero i benefici che ne potevano derivare utilizzando vetture enormi, con cilindrate improbabili e prestazioni mediocri se comparate ai consumi.

    Vetture concepite e presentate come se dovessero affrontare chissà quali terreni, e in realtà non solo incapaci di affrontarli meglio di una Panda 4x4, ma per giunta impiegate mediamente come comuni utilitarie.
    Persino inaffidabili, come notai una notte sulla statale 109. Assonnata, stanca, bisognosa di un bagno e con un enorme tricheco rosso di metallo fermo al lato della strada, col cofano fumante e sinistri scricchiolii provenienti dal motore (o forse questo era dovuto alla priorità del televisore al plasma rispetto alla manutenzione dell’auto, nel budget del già citato fidanzato?).

    Convinsi il proprietario a mollare lo Shuttle e a prendersi un’utilitaria nipponica che lo avrebbe portato sino al Wal Mart più vicino con meno di un pieno. Seppi più avanti, dopo averlo lasciato, che aveva piantato la giapponese per rigettarsi in una storia di amore e consumi con un pick up di proporzioni bibliche.
    Ma già lo avevo archiviato come un caso disperato.

    Dall’esperienza conclusi, forse approssimando troppo, che gli americani – almeno certi americani – sono adorabili sciocchini e che la loro totale miopia verso il mondo al di fuori degli States (ma a volte anche fuori dal loro ZIP code) li aiuta a compiere scelte davvero surreali che vanno a loro totale svantaggio.
    “Ma in Italia non succederà mai!”, pensavo ingenuamente. “Siamo troppo furbi, noi”. E da noi la benzina è cara. E c’è crisi, c’è sempre crisi. E noi italiani di città spesso non abbiamo neanche bisogno di guidare, le distanze sono accessibili, i trasporti pubblici più o meno vanno…

    Fatto sta che mi accorsi, ancora una volta nella mia vita, di essermi sbagliata. Le strette e ostili stradine di Genova, quelle in cui per muoverti devi pregare la Madonna e per parcheggiare devi anche prometterle un rene, pullulavano di SUV. Ognuna guidata dal suo managerino rampante coi soldi o, nei casi peggiori, dalle loro fidanzate in Hogan o dalle loro madri cotonate (il cui altro mezzo di locomozione è, nel 98% dei casi, una Smart. Lo so e basta).
    Visto che il massimo del fuori porta, per costoro, è un’escursione allo stadio o in discoteca, la ridicolaggine di avere un macchinone travestito da fuoristrada risplende più di una medaglia.

    In modo abbastanza buffo, da mezzo di trasporto più amato dai redneck ignari dell’ecologia (favoriti da un mercato dell’usato molto più vivace del nostro, quello è vero), il SUV è diventato il surrogato del pene dirigenziale più amato di questi ultimi tempi.

    Ma torniamo al punto da cui eravamo partiti. Le schede benzina. Della macchina del capo. Che non ha un buco nella gomma, come dice la canzone, ma fa un buco nel bilancio.

    Già in passato mi sono divertita a calcolare il mio valore in pallet di salviettine intime, ottenendo i previsti risultati desolanti. Ma è calcolando il mio valore in consumi SUV che mi sono davvero depressa. Se il SUV del capo esigesse anche la tredicesima, costerebbe annualmente alla ditta più di me. Ammesso che già non lo faccia, in effetti.
    Il bambino si ciuccia dai 700 ai 1000 al mese in poppate di gasolio.
    Si ciuccia quello, la sensatezza di usare la macchina invece dell’aereo per qualunque tratta su territorio nazionale e ogni residuo di mia pazienza e fiducia nell’umanità quando sento il capo lamentarsi di quanto spende in carburante, come se una legge antipatica lo avesse costretto a comprarsi un SUV, e mi sembra di subodorare mentre lo fa anche quel perverso orgoglio della mamma che odia il figlio grasso ma lo stesso si compiace quando questo finisce tutti i bucatini.

    Quindi, la prima grande verità del 2009 è che una vita umana forse non avrà un prezzo, ma la mia in particolare ha un valore inferiore ai consumi dell’auto di un manager viziato. E queste cose è sempre bene saperle chiaramente.

    Posso solo arguire, non senza un certo puntiglio, che io con un litro d’acqua faccio anche più di 7km, e non inquino.
    Che diavolo, quando sono ispirata faccio pure la raccolta differenziata.
     
    martedì, 01 gennaio 2008

    2008 fu

    Chi impara a guidare una Twingo a Capodanno guida tutto l'anno?

    Forzando uno dei miei limiti mi sono lasciata docilmente trascinare a una simpatica festicciuola domestica di gente che non conoscevo minimamente. E più o meno mi sono trovata serena e a mio agio, che è veramente pretendere tanto da me. L'unica cosa che mi ha lasciata non dico interdetta, ma pensosa, è cominciare a vedere coppiette che alla mia età o su di lì hanno delle belle fedi nuziali. Mi fa lo stesso effetto di inghiottire un gomitolo. Certo non un effetto strano come quello che hanno su di me le persone che alla mia età esibiscono stempiature da record, capelli grigi e trippe (mi fanno sentire una specie di porno Lolita).. e credetemi non son poche.
    Boh. Alla fine satolla e stanca, ma sono tutta viva e ASSAI, assai sobria.

    Quello non sobrio è il mio dolce quarto (per stasera è declassato da dolce metà a categoria inferiore), il quale ha attualmente perso la facoltà di pensare senza raccontarmi tutto ad alta voce. Visto che chi compie uno strangolamento a Capodanno passa in galera tutto l'anno, è il caso che mi strucchi e mi infili sotto il piumino. Al coso gli getterò un plaid se oppone resistenza.

    sabato, 22 dicembre 2007

    Cena aziendale hic...

    Quando mi chiedono se bevo dico sempre che sono astemia. Perchè in effetti è l'approssimazione più corretta, visto che la dicitura "social drinker" è eccessiva per una che beve poco quanto me. Non mi piace manco il sapore degli alcolici, per dire. Pure i Moncherì mi fanno schifo perchè c'è l'alcool.
    Oppure potrei dire "sono astemia sinchè non bevo". Credo di averlo pure detto ieri alla mia capessa.

    Insomma fatto sta che visto che non vomito mai da brilla, almeno dovete beccarvi sta fiumana di parole.


    Ieri ho guidato per la prima volta in svariati mesi (la pandina si è accesa al primo colpo, l'avrei quasi abbracciata). Nell'ora di punta del rientro sono riuscita a fare giri funambolici, a raccattare il collegamico a Castelletto, a tornare indietro e raggiungere Boccadasse, trovando PURE un parcheggio e facendolo tutto da sola, spremuta tra due Smart (la zona di Albaro è una zona molto Smart, purtroppo solo di nome).

    Alla cena aziendale eravamo tipo 12, curiosamente divisi tipo festa delle medie, donne da un lato e uomini dall'altro: sulla saldatura hanno messo me. Tra un agente che ci ha provato tutto il tempo e la mia collega bella e stressata, davanti a un altro collega che mi ha guardata con crescente ilarità mentre il mio stato mentale vacillava sempre più.
    Ragazzi a me il vino fa proprio schifo, ma curiosamente quel bianco di ieri (un nome complicato le cui uve vengono da Benevento) andava giù da dio. Ero brilla prima degli antipasti, a forza di cin cin.

    Dicono che da ubriaca, al contrario del solito, sono molto simpatica e di compagnia. Riesco ancora a contenermi nella decenza e nelle buone maniere, e riesco pure a filtrare le cose quando parlo, anche se molto meno. Ma parlo, rido, sorrido e brindo che è un piacere. Dopo un po' l'attenzione della tavolata si era sinistramente spostata su di me (che urlacchiavo con grazia "Prooooooosit" cin-cinnando il calice su quello dei miei vicini, e subito dopo ingollando con un "Alèèèèè)". Cioè tipo mi giravo e vedevo tutta un'ala del tavolo che mi fissava con l'aria di "Ora voglio vedere se inizia a spogliarsi".
    Non dimentico mai quello che succede quando son brilla, sarà che non bevo MAI così tanto (basta così poco per spedirmi in orbita che se davvero bevessi tanto potrei tirare le cuoia). Quindi ricordo con precisione scientifica che mentre ci provavo con la mia collega (le avevo offerto un passaggio), qualcuno deve aver sentito il mio "Dai, da cosa nasce cosa" e ho scatenato l'ilarità generale. Anche la sua :p, non l'ho mai vista ridere tanto quanto ieri...

    Bevendo e scherzando, sono arrivata al dessert. Qualcuno aveva anche messo vodka nel mio sorbetto, per far piovere sul bagnato. Ricordo anche che la torta era buona e che sono stata al telefono sia col papà (qualcosa tipo "Ehi ciau papi sono ubriaca, hi hi!") che col fidanzato (supplicandolo di venire a raggiungermi a piedi per guidare sino a casa perchè ovviamente non mi sognavo nemmeno di guidare o infilare la Panda nel box in quello stato). Ricordo pure che non sarò mai abbastanza sbronza da mettermi a bere un caffè. Puah. Ho allungato il mio al collegamico ed ex. Credo.

    Finalmente il mio principe azzurro ha varcato la soglia della locanda e ha portato via me, l'ex e la collega.
    Ho fatto una breve figura di merda con il di lei ragazzo e poi reggendomi tra il fidanzato e l'ex ho riso sino all'auto, rotolando in varie direzioni. Ho anche proposto una cosa a tre, credo (naturalmente scherzando ma non so se ero capace di grandi sfumature).
    Era prevista un'uscita post-cena, con due amici e avidi commentatori (lol) del blog. Ma credo che concorderanno che non ero nelle condizioni adatte. Mi hanno vista. Sono finita dritta a casa. Dove incongruamente ho postato sul blog.
    Quando il mio bello è rincasato, stavo ridendo sul divano del fatto di aver postato.
    Poi nebbia, mi sono addormentata come un sasso e svegliata nelle tenebre verso le 3, mentre lui tentava di infilarmi il pigiamino. E diavolazzo, ero ancora sbronzissima.
    E ora finalmente mi sono ri-svegliata alle 7 e la sbronza è stata sostituita da un simpatico cerchio alla testa e da quella simpatica mezza nausea che mi terrà compagnia sino a stasera.

    Meno male che non ho due lavori.

    martedì, 24 aprile 2007

    Confessions of a bored mind

    Se questo fosse un diario, potrei esordire dicendo che in questi giorni ho solo trascurato di descrivere un'epica partita di Monopoli su prato e la mia prima spesa da sola all'Ipercoop e di quanto mi sia sembrato grottesco pensare alla mia età che in effetti era la mia prima spesona interamente da sola. Per l'eccitazione ho fatto 200metri col freno a mano innestato e le quattro frecce e la mia autostima di conducente si è dimezzata di botto.

    Per il resto, sono giorni bigi quanto i giorni precedenti sono stati ricchi di stimoli e cose da fare. Quando sono troppo impegnata di solito penso con desiderio ad avere qualche giorno di serena noia tutto per me... e ora che questa noia, più colpevole che serena lo ammetto, è arrivata... mah, mi si è spento tutto nella scatola cranica. Oppongo resistenza all'inerzia dandomi a insolite sperimentazioni gastronomiche e nel frattempo la noia è terreno fertile per sciocche seghine mentali.

    Penso alle relazioni e alla nausea che provo pensando ad esse, ultimamente.

    Penso ai dejavu, sinistri, degli ultimi tempi.

    Penso che ambisco a starmene sola da anni e proprio quando ne ho la possibilità sono totalmente incapace di starci. E aver *bisogno* di qualcosa mi irrita oltre modo. E infatti sono irritata e parecchio stizzosa in sti giorni, faccio ragionamenti da autentica zitellona che vanno ricorsivamente a nutrire l'irritazione.

    Penso che spero tanto mi richiamino dal lavoro e possa rincominciare le mie traumatiche sveglie mattiniere e 8 ore da schiava, perchè almeno mi daranno un motivo dignitoso per essere giù.

    Penso al sesso e al preoccupantissimo fatto che non ho voglia di farne.

    Penso che dico cose che non penso davvero perchè non mi piace pensare quello che penso.

    Penso che sto scrivendo le cose in uno strano ordine che crea curiosi effetti di senso.

    Avverto in sottofondo che una parte del mio cervello sta elaborando cose ingurgitate nelle settimane trascorse e sinchè non ha un responso mi punisce privandomi dell'umore. Ecco il problema, non sono di nessun umore, vegeto, una lavagna bianca. Nemmeno la musica riesce a tirarmi su, nemmeno dormire, nemmeno mangiare cose buone.

    Manderò affanculo il bigiume odierno andando a godermi il tramonto sul mare. Sissì. Dal mio molo preferito, da sola immagino.

    Così non va comunque, I blame it on pms.

     

    giovedì, 19 aprile 2007

    Sunset cruising

    Celebro il fatto di essere arrivata all'Ikea ALLA PRIMA e senza perdermi. L'Ikea stessa mi ha premiata regalandomi una fanta e un dolcetto per aver compilato un questionario per i clienti! Mentre il sole tramontava radioso ho guidato sino a casa facendo la strada più lunga e quasi beccandomi apposta ogni semaforo rosso, godendomi la vista del mare e delle prime propaggini di uscite serali.

    Non so se tenere l'iPod a volume basso a un orecchio solo sia illegale (ma sospetto di si), ma visto che la Panda non vanta manco un accendisigari tra i suoi molti optional mi sono fatta compagnia così. Tanti Zeppelin come al solito, ma oggi è stata Nice Dream dei Radiohead a centrare il punto. Dolce, eterea, sognante appunto.. a contrastare con gli automobilisti incarogniti, gli autobus assassini, le vespe kamikaze che ti passano a destra manco pensassero di essere invisibili. L'ideale per staccare e potenzialmente fare un bel tamponamento col sorriso ebete sulle labbra.

    La mia guida sta migliorando cmq, e mi sento piuttosto fiera. In queste settimane il caso ha voluto che avessi bisogno di guidare un sacco e imparassi percorsi e strade nuovi e avventurosi. Genova in questo senso è un vero labirinto di stradine strane e raramente noiose. A me bastano qualcuno a bordo che mi garantisca che non sto facendo nulla di oltremodo illegale, un po' di incoraggiamento e la terra promessa di un parcheggio a motivarmi. Certo ripeto, un servosterzo sarebbe LA ciliegina sulla torta... Insomma mi pare che il mio catching up coi coetanei che hanno la patente da 6 anni proceda benone e spero di non stare pronunciando le proverbiali ultime parole famose.

    Che bella l'ora tra le 19 e le 20, quando la gente shifta dalla modalità diurno/lavorativa e si cala nel mood serale/notturno. E' un concetto che nella mia testa odora di shampoo, ha la consistenza setosa del rossetto fresco e la sensazione inebriante di calzini freschi ai piedi. E la fiducia nella tenebra per occultare le tue sempreviola occhiaie da finta viveur. Evviva il buio, in queste settimane AMO il buio più che mai.

    Ah che bello, non ho scritto NEMMENO una sega mentale. Cioè in testa ne avrei tantissime, ma questa settimana cerco di risparmiarmele/vele. In particolare ne avrei UNA ispirata da un certo amico testa di menghia ... ma prima devo *metabolizzarla* e partorirla con cura... a presto.

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (10)
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    venerdì, 06 aprile 2007

    The Quest for the Hippopotamus

    Mi ha fottuta di nuovo, la maledetta strada per l'Ikea di Genova. Vi odio maledetti cornuti che fate le indicazioni, vi giuro che vi ODIO e vi auguro infelicità almeno per una settimana. E' possibile che per girare a sinistra devi girare a destra? La misura del tempo che mi ha fatto perdere è uno Shine on you Crazy Diamond e una Stairway to Heaven... per chi non lo sapesse, almeno 20 minuti di musica a cercare di tornare indietro con la mia guida timida e super-legale =(.

    Se non altro, Habemus Hippopotamum! E altri 40 euri di cose indefinibili che qualcuno - o io stessa in stato di apnea neuronale - ha infilato nella mia borsa gialla. Ma questo si sa, capita sempre...

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (6)
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