About me, more or less

Utente: Shulypoo
Cromosoma XX, personalità indecisa e dubbiosa, amante dell'autoerotismo mentale, della musica rock, del sushi, degli anfibi e degli orsetti del cuore.

L'erotismo mi piace e lo vedo in tante cose. Forse ve ne accorgerete, ma non scambiatemi per ammiccante, ve ne prego.

Ripresami dalle mie brume esistenziali post laurea e dai vaneggiamenti matrimoniali, sono ora un'improbabile business woman con parecchi issues. Ma che questo non mi identifichi in alcun modo, vi prego. Aspirante groupie, passerei volentieri la vita a sperarla diversa.
Odio mordermi le guance. Ma proprio tantissimo.

Handle with care, perchè mi affeziono anche al cartone del latte e sono permalosissima.

Geeky, nerdy, plastic fantastic, the one you'll never need.
Amen.

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Mi rallegrano e compiacciono cose tipo...

svegliarmi e ricordarmi che posso dormire
le chitarre elettriche
il junk food, il sushi e il cibo indiano. Ma anche tutto il resto.
il piumino calduccio
l'umorismo surreale
le culotte
non reggermi in bus e far finta di fare surf
leggere i libri in una botta sola
i cavalieri dello zodiaco
la musicalità
le t-shirt buffe e witty
i calzini a strisce
chi è colto e non lo fa pesare
il ponte di chiatte al Porto Antico di Genova
il mio albero di natale
chi capisce al volo
i regali inattesi
le coccole sotto il piumino
questa faccina ":3" e questa ">.>;"
Londra
la lingua inglese
l'eccitazione
capire improvvisamente qualcosa
la novità
le pernacchie sulla pancia
la varietà linguistica
le cose pucciose e superdeformed
il cambiamento
ascoltare musica di notte
la sottigliezza
le opinioni decise ma non ostinate
comportarmi in modo inappropriato
sapere le cose senza Google
la gente easy going
le seghe mentali un po' costruttive
fare pace
i vecchi vinili
chi non serba rancore
forzare i miei limiti
ballare, da sola
la gentilezza a prescindere
gli anni '60 e '70 e la loro musica
la pulizia
non dover spiegare ciò che dico, specialmente le battute
la capacità di modularsi
apparentemente, anche saltare di palo in frasca :3

Mi rattristano e un po' irritano cose tipo...

i pallini sui maglioni
chi entra dall'uscita dei bus
la banalità, in tutto
i calendari coi culi
i peli incarniti
chi dice di non aver mai tempo e non fa un tubo
la polvere sulle dita, e i gatti impolverati
il vento e la pioggia insieme
le abitudini noiose, i loop, i pattern
i furbi, i Furby e i furry
le cose banalmente sexy
la mancanza di autocritica, di ironia, di curiosità
gli errori di grammatica e ortografia
la volgarità a sproposito (ma non le parolacce!)
il pitonato, lo zebrato, il leopardato e gli altri mali accessori alla menopausa
la gente che scrive "Hei!" invece di "Ehi!"
la pornografia camuffata da erotismo
la risata "Hihihihihi". Ha un che di satanico e idiota, usate le faccine piuttosto
le battutine a sfondo sessuale fatte a sproposito
chi racconta i casi suoi al telefono in bus, magari urlando
l'indefinitezza
le mode imbecilli, e le sedicenti modelle
la puzza di fumo
la poesia cheap
l’associazione soldi/mignotte/belle macchine
chi sputacchia quando parla
la “bella gente†e la "bella vita"
chi fa lo strano, l'incompreso, l'unico, l'originale a tutti i costi
sentirmi invisibile e a disagio
chi è più pigro di me
chi non si fa mai problemi e dovrebbe
il frastuono e la musica merdosa
chi parla addosso alla gente
chi non ascolta e pensa di aver capito
la sveglia
l'ignoranza compiaciuta
i consigli non richiesti, ma anche i conigli
gli egocentrici molesti
gli inappetenti cronici e chi fa tremila storie sul cibo
le donne fissate con le minchiate che non compensano con altre doti
gli uomini che pensano di far colpo coi soldi
le "k" al posto delle "c"
chi non sorride mai
smagliare i collant nuovi
chi non capisce, chi non coglie, chi non si sa adattare
le suonerie dei cellulari, la maggior parte
i deliri religiosi
il buonismo dettato da idiozia
rompere con qualcuno, causare tristezza
chi mi dice "cresci" senza poterselo permettere
i canditi

Solo un numero, e probabilmente sbagliato

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  • giovedì, 15 ottobre 2009

    I need a fix 'cause I'm going down...

    Sì, potrei essere affetta da una forma di depressione da blog. O potrebbe essere depressione e basta. Invoco l'epoché su questo specifico punto.
     
    Anche se sono tempi strambi in cui la mia facoltà di apprezzare le cose belle è parecchio indebolita e l'apatia mi cola fuori dagli occhi, non vuol dire che non si possano trovare modi per rincoglionirsi a puntino e far svernare le sinapsi durante questo Autumn of our Discontent.
    La fuga ideale, per una nerd pigrona come me, implica quasi invariabilmente uno schermo o un monitor, e un pestare di dita furioso su tastiera, joy pad, wiimote o animale domestico di passaggio.

    Dal giorno del mio ultimo compleanno sono diventata la rightful owner, per la prima volta nella mia vita, di una console. Una bianca e perfetta Nintendo Wii.
    Sono una gamer a scrocco di vecchia data, sono più di vent'anni che mi diletto con le altrui console sin dai primordi dei nastri magnetici. Alcuni highlights della mia gioventù includono lunghissime giocate a Indiana Jones and the Fate of Atlantis e persino la perdita della mia verginità è collegata con una partita a Samurai Shodown IV in cui venni sonoramente sconfitta da un surfista ninja. En passant, Final Fantasy XI Online si è rubato diversi miei anni di vita post-teen, in senso tristemente letterale.
     
    Pur avendo una certa nerdillosa familiarità con stili di gioco più complessi, mi sto godendo l'entusiasmante semplicità d'uso che rende questa console la preferita delle donne. Per chi si fosse messo in onda in questo momento, ricordo che la Wii è quella console che si controlla gesticolando come macachi epilettici.
    Giocare alla Wii costringe dunque ad adottare movenze non proprio aggraziate, a sudare come cammelli e in generale a farsi vedere in pose in cui solo il nostro specchio del bagno dovrebbe avere il diritto di vederci. Per queste ragioni l'uso solitario è generalmente consigliabile, almeno in assenza di bottiglie di vodka nei paraggi.
     
    Le caratteristiche tipiche della Wii, cioè l'essere intuitiva e woman-friendly (sinonimo odierno di idiot-proof) da una parte e lo stile di gioco movimentato dall'altra, hanno convinto gli uomini della Nintendo (che per comodità immaginerò tutti con le sembianze di Super Mario) a marketingare il costoso gingillo con particolari accortezze. In un ipotetico libro sull'argomento, il capitolo a questo riguardo si intitolerebbe "Pimp my Wii: The Money Pit".
    un fedele ritratto di me sulla Balance BoardLa Wii base è solo il punto di partenza: in realtà la console è come una fidanzata esigente e renderà rapidamente necessario l'acquisto di accessori e orpelli dall'utilità variabile, la maggior parte dei quali costa "circa 20€", con la notabile eccezione della Wii Balance Board, che ti sfila di tasca altri novanta omini vitruviani con grande disinvoltura, e del trasversale Guitar Hero, che vampirizza i sudati risparmi dei gamer di ogni credo e piattaforma.

    E' stato studiato di tutto, dal gondoncino per rendere il Wii Mote più ricettivo alle maracas posticce per rendere più credibile l'agitarsi scimmiesco quando si performa una conga virtuale. Abbandonarsi alle richieste sempre più ardite della propria console casalinga può rendere necessarie fonti di reddito alternative, anche illegali.
    Se ve lo state chiedendo, inoltre: sì, esiste il Wiibrator.
     
    Alla luce di tutto questo, non vi sorprenderà apprendere che una buona parte del mio budget estivo, quella risparmiata dalla settimana di perdizione neuronale amsterdamita, è stata liquefatta per appagare i capricci di questo high maintenance toy.
     
    Il danno non si limita alla Wii Balance Board, al Wii Fit e alle conseguenti sedute di hula hoop senza hula hoop e di corsa senza corsa. Oh no, vorrei si limitasse a quello e agli occasionali slalom su mucca di Raving Rabbids. Vorrei si limitasse ai deliranti brawl di Nintendo Smash Bros (oh quanta marijuana nei panel per creare quel gioco). Ma mi sono spinta oltre.
     
    Anni fa vidi un mio "amico" destreggiarsi con Ziggy Stardust and the Spiders From Mars, con le ciabatte ai piedi, la spietata luce del mattino e quella turpe chitarrina finta di Guitar Hero. Giurai a me stessa di fronte a quello spettacolo che mai più l'avrei data a qualcuno che aveva il coraggio di giocare a quella cosa anti-musicale, diseducativa e tragica.
    Beh, in primo luogo venni meno al giuramento poche ore dopo. Secondariamente, i Beatles, la Apple e le contingenze mi hanno messa in scacco il mese scorso.
     
    come stuprare Get BackCome sicuramente qualcuno di voi ricorda, il 09-09-09 è stato decretato un artificiale Beatles Day per dare una sprimacciatina all'immagine della band (come se ne avesse bisogno poi) e - soprattutto - spiumare i fan e i collezionisti sempre pronti a smutandarsi a un solo cenno di Sir Paul e compagnia bella.
     
    La geniale trovatona ha previsto il rilascio contemporaneo di una discografia completa rimasterizzata - un delizioso bon bon da 280€ che ben pochi si procureranno per vie legali - e Rock Band-the Beatles.
    Galeotto fu uno speciale su MTV: dopo tre minuti di presentazione avevo già le pupille dilatate, le fauci secche e la mano al portafogli.
    Il giorno dopo mi caricavo in spalla il pesante fardello e performavo una lunga via crucis per il centro commerciale cittadino.
    La sera stessa, iniziava una folgorante dipendenza, ridicolo chitarrino finto alla mano. Il pomeriggio successivo, sgattaiolavo furtiva fuori dalla FNAC con una seconda fenderina. Quando si dice i corsi e i ricorsi...
     
    Rock Band è l'evoluzione di Guitar Hero e, ne sono certa, uno dei prodromi di una prossima Apocalisse.
    Non ti limiti al chitarrino coi bottoni, puoi anche pestare le bacchette su una pseudo-batteria (di dimensioni real life, peraltro) e, per la gioia di tutto il condominio, anche brandire il microfono. La comparsa di un gioco dalle così devastanti potenzialità d'intrattenimento, sommata alla presenza di una band su cui potrei presentarmi a Scommettiamo Che, mi ha avviluppata nelle sue spire.
     
    E ora sono pure brava.
    Io.
    Io, che mi pregiavo di mettere le mani solo su strumenti veri (quel poco...).
    Io, che ritenevo tutto questo un'antologia di sfigaggine senza precedenti, un gioco per bimbiminkia senza speranza.
    Io, che ora rispondo "Non rompere le palle, è la Beatlemania" quando mi si domanda perchè sto ululando in salotto.
    Io, che ora faccio headbanging sulla mia Stratocaster finta in jeans e reggiseno, mentre owno Helter Skelter al livello Esperto.
     il kit perfetto per alienarsi il vicinato
    Ci voleva giusto l'acquisto del grande fun pack dell'autunno per convincermi a riaprire le porte di casa mia alle visite, e coattare un'intera masnada di amici al gioco forzato. Il divertimento che scaturisce da Rock Band è in rapporto approssimativamente quadratico con il numero di giocatori. One is fun, two's a party, three's a mess, four is Arma-fucking-geddon. E pensate che si può arrivare sino a sei e fare tanto baccano che i poveri John e George che si rivoltano nella tomba non li può sentire nessuno.
    Questo anche tralasciando l'uso improprio che si può fare della batteria, che qualcuno di mia conoscenza ha usato per controllare i comandi di un picchiaduro (il risultato sono movenze che neanche John Bonham on crack..).
     
    Al di là della pura componente casinista poi, mi trovo ad ammettere l'inammissibile. Se si riesce a far sopravvivere il proprio amore per i Beatles alle infinite ripetizioni delle stesse canzoni, giocare - specie ai livelli più difficili - è un buon pretesto per fare molto più caso del solito alle creazioni di Harrison, alle mai scontate linee di basso di McCartney e alle armonie vocali straordinarie che i fab sapevano proporre sin dai tempi del Cavern. Nonostante i tastini colorati da gioco della Chicco, insomma, non lo trovo un gioco così musicalmente deleterio e "suonare" successi inossidabili trattandoli per una volta come work in progress che possiamo eseguire alla perfezione (o anche cannare di brutto) non è affatto un brutto approccio.
     
    Unica pecca grave riscontrata sinora: signori, aggiungete più canzoni, perchè quelle 40 e qualcosa rischiano di causare alienazione e alla lunga anche un po' d'odio. Si rumoreggia già di nuovi song pack in arrivo nei prossimi mesi, però...
     
    Così insomma, e in modi anche peggiori, intrattengo in questo periodo le meningi apatiche facendo fare loro ripetuti cicli di lavaggio a vuoto. Sinché questa zucca stronza non si sentirà meglio ed elaborerà qualche soluzione provvisoria per arrivare viva alla fine del 2009. Con qualche callo alle dita e le corde vocali strinate, ma viva e - forse - senza danni permanenti.
    mercoledì, 26 agosto 2009

    Are you experienced?

    Come ogni brava nerd lasciata raminga per la rete, ho la tendenza a finire in quelli che chiamo lunghissimi Wikitrip che mi portano di solito, dopo due o tre ore di trance e cliccamenti, a sapere un sacco di informazioni dettagliate su argomenti delle più improbabili fogge, dalle statistiche di incidenti del CRJ700 (zero!) ai rituali di corteggiamento dei lamantini, senza dimenticare il terraforming nelle sue varie forme ipotizzabili. Di tutte queste informazioni, circa il 90% lascerà il mio cervello entro pochi giorni, mentre il resto verrà rigirato tra le mie meningi come in una betoniera per diventare quel pastone confuso e variopinto con cui amo rompere il ghiaccio e intrattenere i miei pochi e coraggiosi interlocutori. Sono come Google in carne ed ossa, se Google funzionasse pessimamente e si scordasse le cose a metà discorso.

    Per Wikitrip, in senso esteso, intendo anche le lunghe permanenze su IMDB, saltellando come una Tarzan ritardata di film in film. Una feature affascinante di IMDB, anche se spesso trascurata, sono le plot keywords, spesso occultate per chi non gradisce gli spoiler (c'è anche la favolosa keyword autoreferenziale "Spoiler in keywords", tipo "Twist in the end"), che praticamente scompongono e destrutturano un film ai minimi termini, in dettagliate micro-unità narrative. Praticamente, IMDB tagga i film come i blogger più diligenti taggano i loro post. Io con i tag non sono mai stata particolarmente brava, ma mi è venuto in mente che, nel raccontarvi questi ultimi giorni, potrei anche io taggarmi le vacanze.
     
    Direi che i tag più grossi del soggiorno olandese potrebbero così riassumersi: #mancanza di sonno, #paura di volare, #albergo microscopico e più lontano dal centro di quanto non sembrasse online, #lunghissime camminate logora-suole, #caldo, #vento, #cucine internazionali, #musei, #biciclette, #allucinogeni, #trip lunghissimi.
     
    Premessa banale: Amsterdam è una città meravigliosa, quel genere di luogo in cui probabilmente, anche se ci vivi e lavori ogni giorno, puoi ancora percepire il lato bello, rilassato e vacanziero della vita. Lo senti per strada e lo vedi nelle persone del posto, che sembrano quasi invariabilmente gente che a tutte le età se la vive proprio bene.
     
    Non è perfetta: le case alte, strette e profonde tendono al claustrofobico spinto, aleggia una certa lordura e molta incuria dilagante, anche se spesso mista a dettagli graziosi. Mi ha ricordato alla lontana alcuni catafalchi da trailer park che ho visitato in America, capacissimi di avere chiodi arrugginiti in bella vista nel prato grigiastro, rottami d'auto dimenticati ma anche bellissime fioriere cariche di piantine e romantiche lucine decorative montate ovunque.
    Anche Amsterdam l'ho trovata alquanto carica di angoli squallidi e sporchi, data anche l'apparente assenza di cassoni della spazzatura, ma è uno squallore subito addolcito da tanti piccoli tocchi gentili che hanno un che di personale, dato anche che gli olandesi vivono l'intimità casalinga in modo alquanto espanso e spesso, costeggiando un canale, puoi imbatterti in famigliole locali che mangiano tranquillamente per strada con il tavolo portato da dentro casa. Questo per non parlare delle finestre degli appartamenti, che ridefiniscono il concetto di privacy come l'ho conosciuto sinora e di cui le famose donnine in vetrina nel Red Light District non sono che la prosecuzione naturale.
    Un accorgimento particolare, di cui chiunque sia in visita può rendersi conto immediatamente, è che i pedoni ad Amsterdam devono subito adattarsi a sentirsi l'equivalente degli insetti, laddove le biciclette si credono persone, e i motorini biciclette. Quasi nessuno ha la bici fica e si vedono soprattutto sgangheratissime e anzianotte biciclettone da passeggio, che sfrecciano rumorosamente a velocità allarmanti nelle loro corsie, spesso più facili da individuare delle aree calpestabli.
    Sentire un campanello da bicicletta mi indurrà pavloviani riflessi di panico ancora a lungo, credo, e se dovessi sentire l'intermezzo di Bicycle Race in questo momento probabilmente mi stenderei a terra fingendomi morta come un opossum.
    La città è anche infestata dai gatti, e molti vengono lasciati nelle vetrine dei negozi durante la notte a fare la guardia. Vi giuro.
     
    Un capitolo senz'altro lieto è quello dedicato al cibo: in certe zone di Amsterdam non hai che da chiudere gli occhi e aprire le narici per farti trasportare in ristoranti che servono piatti da tutto il mondo e, con molta gioia, mi sono coccolata con una cucina diversa ogni sera, mentre di giorno potevo intrattenermi assai piacevolmente con croissant grassocci al prosciutto e formaggio, nel mio piccolo paradiso fatto di Gouda Kaas. Se siete in città, vi consiglio, non fatevi sorprendere dalla sete se non siete in un supermercato, o sarete pelati di tutti i vostri risparmi per la più piccola delle bottigliette di acqua Spa Reine (che apparentemente detiene il 90% del mercato dell'acqua e misteriosamente è imbottigliata in Belgio).
     
    A fare da sfondo a quasi tutte le mie peregrinazioni è stato spesso un soffuso afrore di marijuana, talvolta piacevole e talvolta un po' invadente, ma comunque inevitabile, specie nell'intricato e pittoresco labirinto dell'Oude Zijde, costellato di coffee shop piccoli ed intimi, di luci al neon che illuminano belle ragazzotte intente a vendersi e di sexy shop con allarmanti oggetti esposti in vetrina, come butt plug che darebbero del filo da torcere a una giovenca. In questo peculiare centro storico, quello che conferisce gran parte del colore locale e rende Amsterdam molto popolare tra i gggiovani, bisogna per lo più strisciare nelle intercapedini tra gli altri turisti e tenersi stretti per mano se non si vuole perdersi/cadere in un canale/trovarsi in una vetrina.
     
    Devo ancora capire se la maggior parte dei turisti di Amsterdam sia costituita davvero da italiani o se non sia una mia curiosa bias di giudizio, frutto della combo settimana di ferragosto + vicinanza della passera. Certo fa un curioso effetto vedere anche le occasionali comitive di turiste e turisti più anzianotti che occhieggiano per il quartiere a luci rosse con l'espressione di chi non c'entra assolutamente nulla ma si sta divertendo lo stesso, mentre più di una signora lascia il cuore sul super vibratore pivottante col coniglietto che fa capolino praticamente da ogni pornovetrina (e che non ho potuto esimermi dall'acquistare, naturalmente).
     
    Per riassumere quanto detto sinora, il solo trovarsi ad Amsterdam - il respirarla, mangiarla, camminarla - è un'esperienza per molti versi inebriante, e un tramonto passato a sbocconcellare dolcetti seduti coi piedi penzoloni su un canale può costituire un momento pericolosamente vicino alla felicità eterna.
    Amsterdam, però, è anche musei e cultura, e qualche passo in quella direzione l'ho fatto.
    Se non vai al Van Gogh Museum, del resto, sei un pirla, e persino una ruspante capretta come me è riuscita ad apprezzare quella paurosa esposizione di opere che seguono ogni aspirazione, ogni tappa, ogni mania e complesso vissuto dal sig. Vincent e da quella povera vittima di suo fratello Theo.
    Sono anche riuscita a godermi a sbafo una selezione del museo di Arte Moderna, al momento chiuso per ambiziosissimi lavori di ristrutturazione, da cui nonostante la mia sommaria avversione al genere ho tratto qualche spunto interessante, come quando mi sono trovata davanti a oggetti di design che sembravano sfornati dall'Ikea l'altro ieri e che in realtà erano vecchi di quasi cent'anni.
    Ho saltato il Rijksmuseum, quello dove è esposto Rembrandt per intenderci, e soltanto perchè mi serve un bel pretesto per tornare al più presto.
     
    Dettaglio In circostanze mentali su cui non voglio soffermarmi ora, ho visitato il museo Coster dei diamanti - esperienza simpatica se si hanno 40-50 minuti da ammazzare, ma le visite più divertenti sono probabilmente state quelle al capitolo olandese del Museo di Madame Tussaud e ad Artis, il gigantesco complesso verdeggiante che ospita l'antico zoo di Amsterdam, nella talvolta trascurata zona Est della città.
    Le statue di cera sono state aggiornate di recente, tanto che all'ingresso ho dovuto schivare con la forza una foto a braccetto con Barack Obama, di quelle che poi te le trovi a fine percorso in vendita a 10€, e - dopo aver di poco evitato di sciogliermi in cacca nella sezione dungeon spaventosa - mi sono trovata faccia a faccia con George W. Bush con valigia e biglietto aereo per destinazioni lontane.
    Sono finita a letto con Robbie Williams, ho sbirciato nella scollatura di Angelina Jolie, ho fatto il carretto a Ronaldinho (la foto accanto ritrae un particolare) e ho fissato perplessa una statua poco somigliante di David Bowie, mentre in mezzo a George Clooney e Johnny Depp mi sono trovata alquanto a mio agio.Nutrie ciccione
     
    Se nel pagare il biglietto per entrare in Artis stavo già avendo qualche genovesissima rimostranza interiore, mi sono dovuta ricredere quando dopo ore e ore di vagabondaggi ho continuato a trovare bestie nuove, tra cui dei favolosi capibara e un branco di nutrie mangione che mi sono rimaste nel cuore. Di base non ho grande affezione per gli zoo, per qualche tenue motivo animalista, ma mi sono trovata di fronte a un complesso che lasciava alla maggior parte degli animali un sacco di spazio e permetteva a tutti di ricordarsi dell'esilerante varietà di forme di vita che condividono il pianeta con noi, senza contare che molte delle specie che si trovano lì sono il frutto di generazioni di animali nati e cresciuti in cattività (lo zoo esisteva già nell'800) e che, nel caso specifico, un'eventuale messa in libertà avrebbe ben poco senso.
     
    E ora vi starete domandando se ho usato qualche droga, sicuramente.
    Io e gli stati mentali alterati non andiamo particolarmente d'accordo: le mie prime, e poche, ubriacature risalgono a non molto tempo fa e non sono eventi che mi mancano particolarmente.
    L'anno scorso a Maggio sgattaiolai fuori dall'albergo (sempre ad Amsterdam) e "mi godetti" ( = "non smisi di tossire per un'ora") la mia prima e unica canna, in nome dell'anarchia, la notte prima di una fiera di settore. Tra l'altro, senza il minimo effetto.
    Mi era rimasto però un certo desiderio di sperimentare, perchè mi piace provare le cose - belle o brutte - e trarre le mie conclusioni da sola. Non è un principio che applicherei proprio ad ogni droga, anzi, ma c'erano certe cose che la piccola hippy mancata in me voleva provare.
    Quest'anno ero convinta di essere immune alle droghe, e non avevo nessuna voglia di bere o fumare. Ma avevo fame, e ci siamo trovati qualcosa di interessante da ingollare. Ho inaugurato il soggiorno con un muffin arricchito di hashish in un piccolo ma molto grazioso coffee shop nascosto in una traversa di Kalverstraat (la via dello shopping, ribattezzata "Via XX" per comodità), su precisa raccomandazione. A conferma delle mie previsioni, sono andata a letto sentendomi esattamente come prima, salvo alzarmi nel cuore della notte e trovarmi un po' intontita a fissare il buio in piedi in mezzo alla stanza.
    Pensavo che fosse il massimo dell'alterazione a cui potevo arrivare, e con questo spirito, una mattina, io e il concubino ci siamo mangiati 5 grammi di Psilocybe Mexicana a testa, cioè metà di una dose minima per principianti. L'idea era "dai, finisco di truccarmi, vediamo che ci fa 'sto funghetto e poi ce ne andiamo in giro". Non prevedevo che le maledette spore avrebbero impiegato così poco a entrare in circolo. Il tempo di finire di darmi il mascara ed ero entrata in un sub-mondo in cui i miei occhi lacrimavano aperti e sbarrati, in cui sulla mia faccia stava stampato qualcosa di simile a un ghigno a trentadue denti e in cui non mi rendevo davvero conto della forza che mettevo in quello che facevo. In cui le mie dita lasciavano strane scie ottiche, in cui il quadro appeso nella stanza si muoveva in un turbinio di nuvole invitante e sulla porta del bagno si materializzavano facce. In cui gli spazi si piegavano in modi surreali e il display del mio cellulare - da cui mandavo messaggi un po' spaventati e un po' allucinati alle amiche - mi sembrava estremamente affascinante. Ho capito in quelle sei ore di trance che i video che passano su MTV sono tutti concepiti da gente sotto effetto di allucinogeni, e in quel momento mi sentivo in strana sintonia con tutte le immagini colorate e frenetiche che passavano sullo schermo. Il fidanzato sostiene di aver visto il Cosmo, beato lui.
    Piano piano, lasciandomi un certo mal di stomaco, l'intossicazione è finita, lasciandomi il desiderio di non riprovare più niente del genere. Forse l'ho vissuto in un contesto sbagliato, ma di viaggi simili sento di poter tranquillamente fare a meno, anche se coloro di voi che hanno questa curiosità probabilmente mi crederanno solo dopo averlo provato a loro volta.
     
    Quella che invece ora posso raccontare come una buffa esperienza ma che lì per lì mi ha persino spaventata è stata la space cake cioccolatosa che mi sono concessa per ridere l'ultima sera, fiduciosa che gli effetti sarebbero stati simili a quelli del muffin. Per la precisione, la *mezza* fetta di space cake che mi è stata elargita al Kadinsky (sic), in una traversa di Rokin.
    Sono stata due ore tranquillissima e all'improvviso, praticamente da un minuto all'altro, è stato come trovarmi ubriaca fradicia, ma peggio.
    Questa tortina mi ha messo ancora più dubbi sul perchè stare in botta possa ritenersi uno stato desiderabile per alcuni.
    Al di là della piacevole sensazione di volare quando mi sedevo, non ho mai provato lo stesso completo spaesamento insieme a una perdita quasi totale della mia memoria di lavoro.
    Parlavo e mi sembrava che fosse un'altra persona a farlo, rispondevo alle domande con dei tempi di reazione da bradipo. Tutto quello che era accaduto dieci secondi prima mi sembrava un evento lontanissimo e confuso, ogni istante era come un risveglio. La mia percezione del tempo era completamente a puttane e ricordo eventi successi in 20 minuti di orologio come se nel frattempo fossero trascorse ore.
    Al di là di questo, avevo le gambe insensibili, gli occhi rosé e le pupille così dilatate che quando mi stavo per addormentare mi sono domandata se non stessero per esplodere. Io sento sempre parlare di fame chimica, ma mi sentivo la bocca secca come una miniera di carbone, l'acqua aveva un sapore disgustoso e potevo sentire ogni briciola di biscotto scendermi per la gola con un fastidioso strascico dolcissimo.
    Mentre ero in quello stato penoso, completamente inane e consolata solo dalla sobria presenza della mia metà, continuavo solo a domandarmi e a domandare "Ma passerà? Vero che passa? Finisce eh?" in un tripudio di panico, perchè era l'ultima sera e l'idea di mettermi a fare la valigia - o di iniziare una qualunque attività non completamente meccanica - mi sembrava di una complessità devastante. Direte che forse questo condimento di preoccupazioni ha trasformato una potenziale esperienza interessante in un bad trip, ma non penso avrò il desiderio di fare la prova del nove per un po'.
    Il punto è che al risveglio il giorno dopo ero lungi dallo stare meglio, e la percezione del tempo era ancora allegramente andata. Non raccomando a nessuno di fare una valigia e prendere un volo in coincidenza in quelle condizioni, è stata una delle esperienze più ansiogene che abbia vissuto e ho cominciato ad emergere dal mio buco nero quasi 24 ore dopo l'infelice assunzione, mentre mi trovavo a Parigi a imbarcarmi sul piccolo CRJ700 (su cui abbiamo inscenato Escargots on an Airplane in omaggio ai cugini francesi).
     
    Con questo non che voglia predicare mammescamente "stay away from drugs", visto che per prima ho voluto vivere questa cosa sulla mia pelle. Se dovessi però darvi un parere spassionato io direi proprio che non ne vale la pena e che si possono raggiungere stati mentali molto più high senza assumere nessuna sostanza. Come quando si è presi da qualcuno. O si ascolta dell'ottima musica insieme. O ci si lascia andare in danze demenziali sulla spiaggia sotto la proverbiale trapunta di stelle. O come quando si raggiunge una così bella sintonia con una persona che sai di poterle dire tutto senza neanche l'ausilio alcolico di un MonChéri. Diamine, si possono raggiungere stati mentali più interessanti anche a soffrire per qualcuno, paradossalmente.
    Ovattare questa ricchezza di sensazioni mettendola a marinare in qualche droga è in ultima analisi del tutto non necessario, ma mi fa piacere poterlo dire a ragion veduta.
     
    Dopo Amsterdam, sono riuscita a infilare un breve soggiorno in terra di Sardegna, molto rilassante, molto piacevole e molto necessario ed è più col ricordo nostalgico della spiaggia assolata di Chia che con i fumosi ricordi della mia breve esperienza con le droghe che mi faccio scudo oggi contro quel persistente bad trip senza fine che mi perseguita otto ore ogni giorno.
    venerdì, 14 agosto 2009

    Packing up

    Hurry down the highway
    Hurry down the road
    Hurry past the people starin'
    Hurry hurry hurry hurry...
    Queen - Dead on Time

     

    Può bastare una settimana, una misera settimana, a ricaricarsi dagli ultimi mesi di angherie e stupri all'ego elargiti generosamente dal quotidiano film dell'orrore altrimenti noto come "la mia vita lavorativa"?

    La risposta è naturalmente "no, assolutamente no". Ma io domani sul mio aeroplanino per Amsterdam ci salgo lo stesso e, se l'astrazione geografica non risulterà bastevole, farò in modo da corroborarla con tutti i mezzi chimici a disposizione. Ho pure comprato due guide, una standard ...e una meno.
    Trattengo solo un po' di angoscia al pensiero di capitare di nuovo in un hotel con scale in stile olandese (all'incirca verticali), ma voglio essere ottimista.
     
    Dopo il mio pienone di Van Gogh, biciclette assassine, canali illuminati, donnine in vetrina e dildi spaziali, spero almeno di essere così stanca da non ricordarmi chi sono.
    Perchè a fuggire per davvero mi sa che ormai ho rinunciato.
    martedì, 19 maggio 2009

    (Don't) Stop Me Now

    Sarà un'idea banale e inflazionata sinchè volete, ma è vero: nella vita vale la pena di provare almeno una volta tutte le esperienze su cui riusciamo a mettere le mani, dal tango ucraino agli spiedini di locusta.
    Escludendo dal novero delle candidate le esperienze più grottesche e improponibili, infatti, provare cose nuove è cosa altamente salutare per il cervello e persino (e soprattutto) dalle brutte esperienze si può imparare qualcosa di utile.
    Detto questo, io non sono certo il più avventuroso e romanzesco dei personaggi, ma quando nella mia pigra gittata si rende disponibile una novità, per lo più mi ci imbarco.
     
    Non sono un'anima sportiva, ma possiedo un paio di rollerblade da circa una settimana. Sempre per l'infido teorema del "prova tutto una volta", l'esperienza di avere delle bucce di banana al posto dei piedi l'avevo già fatta con il pattinaggio sul ghiaccio - esperienza da cui ero prodigiosamente uscita con l'uso di tutti gli arti intatto. Non contenta, mi sono armata di pattini, protezioni e fiducia, pronta a umiliarmi nella promenade genovese, Corso Italia, di fronte alla cittadinanza tutta. Di domenica pomeriggio, quindi anche in grande stile.
     
    Convinta con l'inganno dal sempre infingardo compagno di merende, che mi ha fatto credere che "Ho comprato i pattini due anni fa e non li ho più usati" equivalesse a "Pattino da due anni", sono stata condotta come primissimo task giù da una scala. L'idea era far pratica in un giardinetto sul mare, prima di mettere a rischio l'incolumità di bambini e bassotti.
    Sono sopravvissuta fortunosamente alla discesa, aggrappandomi a ringhiere, tubature, Mercedes parcheggiate, lucertole distratte e qualunque arredo urbano fosse a portata di mano.
    Nel giardinetto, l'età media si aggirava sui nove anni e mezzo, o comunque una grandezza contenibile nelle dita delle mani. Da una parte, i bimbi più fighi giocavano a calcio e si lanciavano con gli skateboard, dall'altra circolavano i pattinatori, chiusi in un recinto a pascolare in tondo come capre lobotomizzate.
    Ho mangiato la polvere di bambine alte un metro e venti coi pattini rosa e una quattrenne infoiatissima sul triciclo di Hello Kitty mi ha doppiata senza nemmeno mettere la freccia.
     
    Riuscivo a procedere dignitosamente, però, e persino a cambiare terreno senza grossi inconvenienti, perchè dovete sapere che cambiare terreno sui rollerblade è una mossa perniciosa e potenzialmente suicida, specie se non padroneggi l'alzata dei piedi. L'unico problema è che, mentre ormai pensavo di aver raggiunto il massimo della mia preparazione autodidatta in 25 minuti, sono caduta come una pera matura scendendo da un marciapiede, schiantando al suolo l'unica parte del mio corpo non protetta e foderata. Il sedere. Non ho fatto tanto clamore, il sedere stesso ha impattato col cemento con un ovattato "Paff" pieno. Per dire, non si è nemmeno sentito un piccolo "Croc" dal mio osso sacro, e dire che deve averlo fatto, magari piano piano.
    Rattrappita alla stregua di un crostaceo morto, con gambette braccini e protezioni inutili, ho letteralmente detto "Un momento, mi serve il tempo per processare questo dolore affabulante" con un ampio sorriso da Vergine Addolorata, che è stato un modo nobile per risparmiare ai pupi e alle loro mamme una riga di bestemmie che avrebero fatto cadere dal cielo mezzo campionario paradisiaco tra santi e angeli e avrebbero senza dubbio fatto inciampare qualcuno. 
     
    Visto che ero in ballo, ho dato alle terga dolenti il tempo di riprendersi dallo shock e ho trovato le energie per fare il famigerato Corso Italia due volte avanti e indietro. E andavo che è una meraviglia. Un punto che devo ancora sviluppare è la questione del frenare: non sono assolutamente in grado di fare qualcosa più che irrigidirmi come un bambino col Pampers pieno e accennare uno spazzaneve fuori contesto, il cui effetto può anche risultare in una repentina accelerazione ed eventuale falciamento di animali al guinzaglio.
     
    Ho sviluppato e perfezionato una tattica per informare i passanti circa il pericolo imminente: dapprima ho iniziato con una frase elaborata del tipo "Attenzione signora, lei non ha idea del pericolo che corre a venirmi davanti", ma l'ultima parte era resa poco comprensibile dall'effetto Doppler. Ho tagliato in un "Faccia attenzione la prego". All'ultimo giro mi portavo avanti al grido di "MORTE!", ritenuto più conciso e, come si suol dire, straight to the point. Dall'altro lato, l'incerta e zoppicante metà alternava barbarici YAWP abbaiati ai bambini con informazioni infamanti sul mio conto del genere "Non sa frenare" con tanto di dito puntato al mio cranio.
     
    Dopo il mio remake domenicale low-cost di Speed, posso solo dire che sì, per la frenata ci attrezzeremo in futuro, ma che il prossimo week end - ad ogni buon conto - me ne andrò al mare.
     
    Dove come minimo mi ustionerò, o berrò da un secchiello con una medusa dentro. Messa lì da un bambino che ho risparmiato domenica.
    domenica, 17 maggio 2009

    Free Panda!

    Avendo ricevuto numerosi messaggi di sostegno all'annoso dilemma pandistico di fronte a cui il destino mi ha posta venerdì, ci tengo ad aggiornarvi sulla situazione. So che alcuni di voi erano perplessi circa le mie probabilità di sopravvivere, e in primo luogo vi rassicuro che sto bene e starò benone almeno per tutta l'ora che mi separa dalla mia prima pattinata sui rollerblade, in questa mite domenica primaverile.

    E' strano che un'auto con la prima inserita si metta a scivolare all'indietro. Specialmente quando non si trova in discesa. E' strano, ma era l'unica tesi che riuscivo a concepire.

    Ma io sono una donna, e - si sa -  nel cervello delle donne lo spazio abitualmente riservato al pensiero logico è stato adibito a stipetto per le scarpe.

    L'intervento benedetto della dolce e ingegnosa metà è riuscito a risparmiarmi contorsionismi irrealistici e prodezze atletiche a cui non mi sentivo pronta. Con una scala, il suo metro e novanta e un intelletto più lucido, è riuscito a capire che non era il moon walking ad aver bloccato il mio piccolo cubicolo su ruote, ma uno sbadiglio del suo grosso sederone quadrato. Venerdì ho acchiappato l'ombrello dal bagagliaio e sono scappata a casa, e da genio che sono devo aver chiuso male il portello il quale, non senza una punta di viscidume e malignità, è lentamente scattato indietro mentre mangiavo, sino ad aprirsi completamente e a bloccare il cancello.

    Laddove avevo preventivato l'intervento di due omaccioni, un telefono col 118 su chiamata rapida e me stessa cosparsa di salsa tartara per scivolare meglio, è bastato un fidanzato sveglio, una scala e un bastone di scopa.

    Quando c'è l'amore, c'è davvero tutto.

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    sabato, 16 maggio 2009

    Panda incattivita in cattività

    Qualcuno diceva che Dio non c'è, e che - se ci fosse - ci dovrebbe delle spiegazioni.
    In effetti, di un paio di delucidazioni oggi avrei bisogno, perchè credo di essere stata punita per la mia hybris automobilistica, per l'eccessivo compiacimento di prendere l'auto tutti i giorni per andare al lavoro e risparmiarmi quantità sinora impensate di tempo ogni giorno.
    Oggi la mia auto è rimasta intrappolata nel suo box. Nella sua celletta di alveare a cui non esiste altro accesso oltre a una massiccia anta di ferro basculante. Sua Basculanza non bascula a dovere. Si alza di un paio cm, giusto sufficienti per farci scivolare sotto un alluce (a quale scopo poi, non si sa). A impedirle di aprirsi, il sederone traditore della Panda.

    La tragedia si è consumata al rientro in ufficio quando, con una strafottenza che mi è nuova ma a cui mi sono abituata subito, sono uscita a un'ora vergognosa di casa già sapendo che l'auto mi avrebbe permesso di arrivare forse persino in anticipo.
    Afferro la maniglia, la tiro dando la consueta bella spinta (è assai pesante) e sento un inequivocabile rumore di lunotto che colpisce un portone di ferro con violenza. Un clangore sinistro, a cui per fortuna non è seguito l'altrettanto inequivocabile suono di lunotto che si frantuma in mille piccoli pezzi. Il garage ha però risuonato di imprecazioni e maledizioni così sconce e crasse da far arrossire un portuale.
    La Panda ha fatto moon walking. Ha fatto due o tre passetti all'indietro, nell'unica occasione in cui - ormai è evidente che si tratta di questo - ho scordato inserire il freno a mano. Non ha camminato tanto, ma abbastanza da ostruire l'apertura della porta e rendere impossibile ogni tentativo di forzatura.
    Il problema mi ha assillata tutto il giorno e, dopo aver fatto un passo veloce in garage nel cuore della notte per studiare meglio la situazione, ho elaborato il mio piano d'azione che - seguendo l'ipotesi più ottimista - potrebbe risultare nella mia istantanea decapitazione.
     
    Il piano richiederà un giorno di digiuno, due uomini robusti coattati tra gli amici, una scala e forse del lubrificante. Non c'è spazio per entrare da sotto la porta senza usare un incantesimo di Dungeons & Dragons. Persino una blatta avrebbe difficoltà, ma sopra, oh sì, in alto c'è spazio a sufficienza perchè un essere umano minuto possa passare dall'altra parte. Parliamo di una fessura di trenta centimetri a circa due metri d'altezza, di dimensioni variabili perchè collegate alla posizione di una porta estremamente instabile.
    Ho già pensato a tutto: gli omaccioni terranno ferma la porta per permettere alla fessura di restare aperta, io mi arrampicherò sulla porta, lascerò due costole sullo spigolo superiore, pregherò che la porta in questione non si sposti all'improvviso (tranciandomi di netto in due) e atterrerò aggraziata sul tetto della Panda. Una volta passata, sarà un gioco da ragazzi riportare l'infida quattroruote in una posizione consona e salvare la situazione.
    Tutto facilissimo, vero? Voglio dire, Ocean's Eleven mi fa - metaforicamente parlando - delle gran pippe, no?
     
    Spero solo che ricomporranno le mie spoglie in modo che sembrino ancora intere, perchè più che a un film con George Clooney sto pensando a una partita a Prince of Persia giocata da un ritardato.
    mercoledì, 13 maggio 2009

    So long

    Questa mattina sono stata al funerale di una persona che ho conosciuto per molti anni. Non l'ho mai frequentata assiduamente, ma era una signora davvero dolce e gentile e la sua morte improvvisa mi ha molto colpita.
    Non sono stata a molti funerali in vita mia, un po' per caso e problemi logistici, un po' perchè - soprattutto quando ero una pargoletta - mi si è voluto tenere lontana da questo genere di cerimonia. Nelle poche occasioni che ho avuto per verificarlo, mi sono scoperta il tipo di persona che si commuove senza ritegno e non è in grado di tornare a casa ridotta meglio di un indefinibile pastone lacrimante di fondotinta e mascara. C'è la tristezza per il defunto, naturalmente, ma soprattutto entro in risonanza con la commozione che c'è nell'aria e non riesco a trattenermi.
     
    Sono sempre stata agnostica e, in tempi recenti, ho deciso di fare il mio coming out come atea vera e propria. Non tendo a vedere le mie posizioni come definitive ed eterne, ma l'ateismo è la rotta su cui navigo attualmente. Se c'è un Dio o un Ordine superiore, sono abbastanza sicura che non sia comunque quello che si venera tra gli uomini, qualunque sia la religione di cui parliamo. A un eventuale Dio, il mio ateismo sarà quindi indifferente.
     
    Nei confronti di chi crede ho sempre avuto rispetto, anche perchè ancora non so se quello a cui manca una rotella sia chi crede o io che proprio non ci riesco. Vorrei che questo rispetto fosse sempre mutuo, anche se sembra difficile, e vorrei anche che le persone non si ammazzassero per le differenze religiose, ma voglio un sacco di cose che non si realizzeranno mai, almeno non nell'arco della mia vita.
     
    Se credere sinceramente in Dio e in una vita dopo la morte non ha però altro effetto che non sia aiutare a vivere meglio e ad affrontare la perdita delle persone care con un pizzico di serenità in più, non vedo che male ci sia. Non manca mai di stordirmi un pochino, tuttavia, notare come le messe funebri - quelle cattoliche che ho visto, almeno - siano sorprendentemente prive di sentimento ed efficacia.
    Di fronte al lutto le parole sono sempre un po' inutili, ma lo stesso fallisco nel capire come una liturgia sempre uguale - in cui il nome del nostro caro al massimo può riempire spazi vuoti tratteggiati - possa essere di qualunque consolazione durante l'estremo saluto.
    Si potrebbe controbattere, e potrei essere d'accordo, che il funerale è il capitolo dell'esistenza di una persona che alla fine c'entra meno con la persona in questione la quale è per definizione assente, e che a chi resta gioverà più ripensare a tutti i bei ricordi legati alla persona mancata piuttosto che prestare attenzione alle parole di circostanza pronunciate durante il funerale.
    Durante la messa, l'unica cosa che mi ha concesso il tempo per far asciugare le lacrime è stato un piccolo moto di qualcosa di simile alla rabbia. Una specie di stizza per tutto quel parlare di fede, di paradiso, quelle generiche belle parole sulla defunta che avrebbero potuto applicarsi praticamente a chiunque, pronunciate da un parroco che probabilmente non sapeva nemmeno che faccia avesse da viva e che celebrava la messa con un'inespressiva voce un po' agnellata.
    Vi parla comunque una che fa molta fatica a capire che valore abbiano le preghiere fatte a un Dio che si postula onnisciente e infinitamente misericordioso, e a cui ogni parola di fede sembra sempre nient'altro che ben mascherato wishful thinking escatologico.
     
    In definitiva, mi domando perchè questa mattina stessimo tutti chiusi in una Chiesa a piangere e a innalzare suppliche e lodi al Signore mezzi soffocati dall'incenso, invece di parlare e abbracciarci e ricordare insieme una persona che senza fare nessuno sforzo è riuscita a farsi voler bene da chiunque abbia incontrato. L'unica, tra l'altro, che ha potuto farmi sospettare l'esistenza di Dio ogni volta che sono andata a cena da lei.
    Mi mancherà.

    mercoledì, 29 aprile 2009

    The pros & cons

    La funzione delle ferie non è quella di farci riposare. Almeno, non è mai stato così per me. Al massimo, le ferie ti fanno il peeling alla scorzetta di smog che metti su cuore e sinapsi al lavoro, in modo da renderti al ritorno ancora più morbida e sensibile alle vessazioni d'ufficio.
    Sono ancora così rintronata che la mattina credo di svegliarmi nel cuore della notte (e improvvisamente mi riprendo in prima serata) e l'effetto benefico delle ferie è già bello che archiviato.
     
    Quello che le ferie fanno per me, piuttosto, è ricordarmi delle mie altre vite possibili, che talvolta fallisco di vedere nella quotidiana narcosi del binario lunedì-venerdì.
    La facilità con cui si scivola nella routine è allarmante.
    La disinvoltura con cui la mattina ti dici allo specchio "Questa non è la mia vita" e vai puntualmente a non-viverla ogni giorno è il vero pericolo.
    Andare via per un po' mi ricorda insomma sia quanto la mia situazione attuale sia per me intimamente poco accettabile, sia quanto girare il timone verso nuove rotte sia molto - e crescentemente - difficile.
    Posso solo augurarmi che qualcuno si trovi in una situazione analoga, in modo da non sentirmi la solita post-post-post-adolescente lagnona.
     
    Come sempre nei primi giorni successivi al rientro, progetto attivamente futuri diversi. So, per statistica, che probabilmente non se ne farà nulla neanche questa volta, ma non mi impedisco di sognare. Tra i futuri possibili che la mia attuale situazione rende quasi attuabili e desiderabili c'è senz'altro una almeno temporanea permanenza in Canada. Mentre l'insofferenza verso il paese natale si fa fastidiosa come un prurito cronico (ormai non leggo con molto interesse neanche i pezzi più riusciti di critica politica e satira), l'appeal di un paese diverso e lontano si fa particolarmente allettante.
    Non cerco la perfezione o la pace dei sensi, ma sarei pronta a tollerare fastidi diversi, che mi pungolino in punti diversi. Che il logorio della vita moderna si concentri su altre aree, diciamo. Basta che ci sia un qualche cambiamento, meglio se drastico.
     
    Sono ovviamente consapevole del fatto che trovare invitante un paese che visiti in vacanza sia sin troppo facile, e lo metto in conto. 
    In Canada fa più freddo che qui, non c'è la focaccia, non c'è l'Estathé.
    La valuta locale ha un valore assimilabile ai pesos.
    A Vancouver, in particolare, è pieno di cinesi impazziti che guidano inopinatamente SUV che non sono in grado di governare.
    Le regole della strada sono oltremodo curiose. I parcheggi costano un botto, la polizia stradale è particolarmente anale e gli autobus non sono sempre d'aiuto.
    Le distanze da coprire sono notevoli e, Seattle a parte, tutto intorno sono orsi, alberi e neve sin dove lo sguardo si perde. Orsi o Sarah Palin che guarda la Russia, che è peggio.
    In generale, Vancouver è - poeticamente parlando - in culo al mondo, a variabilmente due o tre voli di distanza da casa - non il massimo per una che ha paura di volare. A nove ore di fuso dal resto della mia vita, dalla maggior parte delle persone a cui tengo.
     
    C'è da dire che è a relativamente poche ore di volo da qualunque punto degli Stati Uniti. E' più vicina al Giappone. Ha regole sull'immigrazione sufficientemente selettive da rendere il melting pot culturale più del tipo "interessante e stimolante" che del tipo "criminalità & degrado".
    C'è aria pulita, alberi, prati e fiori a non finire. La gente è sinceramente gentile e cordiale (per chi vive a Genova, questo risulta particolarmente stupefacente). Fare della sana vita all'aria aperta sembra un'opzione non suicida.
    Ci girano un sacco di film e ho pure qualche aggancio nel settore. E' una città nuova e rifinita, mentre in Italia siamo circondati da vecchiume mal conservato.
    La tecnologia è al passo con i tempi, invece di andar loro dietro correndo e ansimando. Anche se è un pensiero precoce, non avrei dubbi su quale sarebbe il posto in cui preferirei crescere dei bambini - che è comunque indicativo di qualcosa.
     
    La lista dei pros & cons potrebbe continuare a lungo, e resterebbe di fondo sempre quel braccio di ferro emotivo di me stessa contro me stessa, la bilancia di affetti, valori e progetti che non riesce mai ad assestarsi. Non ho idea di che cosa finirò col fare. Davvero. Impasse totale.
     
    Sfogo i miei disordini interiori progettando almeno il mio prossimo viaggio estivo e sfogliando le mie miglia aeree come se fossero banconote fruscianti. Senza sapere bene ancora se avrò i soldi per farlo, ho fatto un piano di volo di quelli favolosi, con tappa a NYC (il mio immeritato culo mi garantirebbe un soggiorno gratis) e a San Francisco (le mie meritate miglia mi garantirebbero un volo gratis), e viaggi su fantastici aeromobili di cui so già a memoria le statistiche degli incidenti. Il viaggio mi lascerebbe anche qualche giorno non in volo.
     
    Solo vedere l'itinerario abbozzato su Expedia mi fa stare un po' meglio e mi rende più bendisposta a tollerare il pugnetto sulla scrivania del capetto impettito che fa i capricci a breve distanza. Per almeno cinque minuti, prima di ricominciare a lavorare alacremente alla mia ulcera gastrica.
    mercoledì, 18 febbraio 2009

    Nel blu dipinto di blu

    Ho un nome piuttosto comune, Silvia, anche se in effetti mi piace molto.
    Se mi presento a una festa affollata, però, sono alte le chance che il mio nome finisca dimenticato, o comunque non rimanga ben associato alla mia persona.

    Dicono che un ottimo metodo per superare questo problema sia associare il proprio nome e la propria persona a strani dettagli che rimangono impressi. Hobby, tic, parafilie inconsuete. Malformazioni affascinanti, precedenti criminali. Cose così.

    Facciamo una prova.
    "Molto piacere, sono Silvia e trascorro interi pomeriggi a leggere di incidenti aerei su Wikipedia. Il tuo freak alert ti sta già suonando in testa? Sappi anche che volo di frequente e ne sono terrorizzata, e questa informazione ti permetterà di trarre le dovute conclusioni sulla bassa quota a cui vola il mio Q.I.".
    Piuttosto convincente, no? Per combinazione, è anche del tutto vero.

    Sul serio gente, non posso certo dire che come argomento "mi piaccia". Mi orripila. Mi sconcerta. Mi spaventa. E ne sono attratta come una falena.
    Vi dirò di più, mi garantisce una scorta di aneddoti interessanti a cui pensare al decollo o - a scelta - condividere con qualcuno che è turbato dalla sola idea di volare. Per rassicurarlo, capite. Per fargli capire, chessò, che è improbabile che il pilota intenda far condurre l'aereo al suo figliolo quindicenne, in modo che questo inavvertitamente disattivi il pilota automatico facendo virare l'aereo di 90° rendendolo incontrollabile (Volo Aeroflot 593, A.D. 1994).
    Che difficilmente ci troveremo i motori intasati dalle ceneri di un'eruzione di un vulcano indonesiano (Volo British Airways 9, A.D.1982).
    Che è ormai scontato che nessuno pensi di aver fatto il pieno in galloni invece di litri, e realizzi di non avere più carburante a 11.000 metri di quota nel mezzo del Canada (Volo Air Canada143, A.D.1983).
    Che l'aereo si scoperchi nei cieli delle Hawai (Volo Aloha Airlines 243, A.D.1988).
    Che un genio che sta per essere licenziato dalla compagnia aerea progetti di uccidere i piloti a martellate prima di far schiantare l'aereo e far intascare ai suoi i soldi dell'assicurazione (Volo Fed-Ex 705, A.D.1994).

    Che avere un incidente resta possibile, perchè la sfiga esiste, motivo per cui non sarò mai interamente a mio agio su un aereo (almeno quanto non lo sono su un'auto, peraltro). Resta però una ragionevole, ragionevolissima speranza di farcela, ragion per cui - pur pronta a sobbalzare di terrore a ogni scossa inaspettata - tutto sommato non lascio che la mia paura diventi una fobia e so anzi simulare grande sicumera a bordo.
    Insomma, la freak che consulta Wikipedia in fondo ha le sue motivazioni. Spera vi ricorderete il suo nome. Magari non la prossima volta che cade un aereo (che dio ce ne scampi, tiè), ma almeno quando vi delizierò con i miei aneddoti alla prossima festa.

    mercoledì, 14 gennaio 2009

    Vedi un po' di luce in fondo alla quotidiana rottura lavorativa solo quando finalmente fissi le ferie.
    E quando l'e-ticket della KLM nella tua casella di posta annuncia che tra non troppo volerai verso Vancouver e la mammina di nuovo.
    E quando il suddetto e-ticket, dopo due fantasiose esperienze alternative, prevede uno scalo solo e non progetta di farti prendere curiosi mini-voli da Seattle (non fateli mai!) o fare pallosissime fermate a Detroit dopo voli birichini e danzerecci.

    Mi concedo un garbato sogghigno di soddisfazione.