About me, more or less

Utente: Shulypoo
Cromosoma XX, personalità indecisa e dubbiosa, amante dell'autoerotismo mentale, della musica rock, del sushi, degli anfibi e degli orsetti del cuore.

L'erotismo mi piace e lo vedo in tante cose. Forse ve ne accorgerete, ma non scambiatemi per ammiccante, ve ne prego.

Ripresami dalle mie brume esistenziali post laurea e dai vaneggiamenti matrimoniali, sono ora un'improbabile business woman con parecchi issues. Ma che questo non mi identifichi in alcun modo, vi prego. Aspirante groupie, passerei volentieri la vita a sperarla diversa.
Odio mordermi le guance. Ma proprio tantissimo.

Handle with care, perchè mi affeziono anche al cartone del latte e sono permalosissima.

Geeky, nerdy, plastic fantastic, the one you'll never need.
Amen.

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Mi rallegrano e compiacciono cose tipo...

svegliarmi e ricordarmi che posso dormire
le chitarre elettriche
il junk food, il sushi e il cibo indiano. Ma anche tutto il resto.
il piumino calduccio
l'umorismo surreale
le culotte
non reggermi in bus e far finta di fare surf
leggere i libri in una botta sola
i cavalieri dello zodiaco
la musicalità
le t-shirt buffe e witty
i calzini a strisce
chi è colto e non lo fa pesare
il ponte di chiatte al Porto Antico di Genova
il mio albero di natale
chi capisce al volo
i regali inattesi
le coccole sotto il piumino
questa faccina ":3" e questa ">.>;"
Londra
la lingua inglese
l'eccitazione
capire improvvisamente qualcosa
la novità
le pernacchie sulla pancia
la varietà linguistica
le cose pucciose e superdeformed
il cambiamento
ascoltare musica di notte
la sottigliezza
le opinioni decise ma non ostinate
comportarmi in modo inappropriato
sapere le cose senza Google
la gente easy going
le seghe mentali un po' costruttive
fare pace
i vecchi vinili
chi non serba rancore
forzare i miei limiti
ballare, da sola
la gentilezza a prescindere
gli anni '60 e '70 e la loro musica
la pulizia
non dover spiegare ciò che dico, specialmente le battute
la capacità di modularsi
apparentemente, anche saltare di palo in frasca :3

Mi rattristano e un po' irritano cose tipo...

i pallini sui maglioni
chi entra dall'uscita dei bus
la banalità, in tutto
i calendari coi culi
i peli incarniti
chi dice di non aver mai tempo e non fa un tubo
la polvere sulle dita, e i gatti impolverati
il vento e la pioggia insieme
le abitudini noiose, i loop, i pattern
i furbi, i Furby e i furry
le cose banalmente sexy
la mancanza di autocritica, di ironia, di curiosità
gli errori di grammatica e ortografia
la volgarità a sproposito (ma non le parolacce!)
il pitonato, lo zebrato, il leopardato e gli altri mali accessori alla menopausa
la gente che scrive "Hei!" invece di "Ehi!"
la pornografia camuffata da erotismo
la risata "Hihihihihi". Ha un che di satanico e idiota, usate le faccine piuttosto
le battutine a sfondo sessuale fatte a sproposito
chi racconta i casi suoi al telefono in bus, magari urlando
l'indefinitezza
le mode imbecilli, e le sedicenti modelle
la puzza di fumo
la poesia cheap
l’associazione soldi/mignotte/belle macchine
chi sputacchia quando parla
la “bella gente†e la "bella vita"
chi fa lo strano, l'incompreso, l'unico, l'originale a tutti i costi
sentirmi invisibile e a disagio
chi è più pigro di me
chi non si fa mai problemi e dovrebbe
il frastuono e la musica merdosa
chi parla addosso alla gente
chi non ascolta e pensa di aver capito
la sveglia
l'ignoranza compiaciuta
i consigli non richiesti, ma anche i conigli
gli egocentrici molesti
gli inappetenti cronici e chi fa tremila storie sul cibo
le donne fissate con le minchiate che non compensano con altre doti
gli uomini che pensano di far colpo coi soldi
le "k" al posto delle "c"
chi non sorride mai
smagliare i collant nuovi
chi non capisce, chi non coglie, chi non si sa adattare
le suonerie dei cellulari, la maggior parte
i deliri religiosi
il buonismo dettato da idiozia
rompere con qualcuno, causare tristezza
chi mi dice "cresci" senza poterselo permettere
i canditi

Solo un numero, e probabilmente sbagliato

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  • sabato, 07 marzo 2009

    Take a cha-cha-cha-chance...

    Pssst!  Se dico al mio blog che ha appena compiuto due anni, quello corre allo specchio a controllarsi le rughe e poi mi fa una testa così tutto il giorno.

    Acqua in bocca gente, acqua in bocca...

     

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (11)
    categorie: genki moments
    sabato, 28 febbraio 2009

    Aftermath

    E insomma, nella serata di ieri mi sono trovata a fare alcune cose che non avevo mai fatto:

    1. trasformare l'assenzio in amaro Averna, in un'impresa paracristologica da B movie
    2. bere una birra, precisamente una Du Demon da 12 gradi (ci voleva solo una bella ragazza a convincermi a bere una birra)
    3. imbelinarmi (trad. ruzzolare) per terra dando una consistente botta con lo stinco sinistro e appendendomi a due passanti. Il livido, ora di un bel color vinaccia prima di procedere verso l'intero spettro cromatico, saluta i lettori
    4. toccare un bel paio di tette che non appartenevano a me, causando la sosta interessata di una camionetta dell'Amiu genovese
    5. misteriosamente, mi sono trovata una Lucky Strike in bocca. E poi pure un'altra. E sono la persona che odia più il fumo al mondo. Ma da brilli si diventa solidali e ancor meglio disposti verso il mondo
    6. svegliarmi con installata nelle sinapsi l'Imperatrice di tutte le emicranie, detronizzata a botte di Advil, la droga d'oltreoceano che fa tanto bene e placa ogni dolore
    7. sollevare per un po' dalla mia testa quella fitta coltre di nubi esistenziali che mi attanaglia da un bel po'

    Che mi ero persa in 23 anni da astemia, eh?
    Ammetto il mio autentico stupore nell'assaporare certi piccoli e concessi divertimenti per la prima volta, pochi mesi prima del mio ventisettesimo genetliaco.


    P.s. ai miei pochi stakeholders, ovvero amici e parenti preoccupati: no, non sto diventando un'alcolizzata e no, è ancora più campato in aria pensare che ora inizierò a fumare. It's just (relatively) healthy and much needed fun. :-)
    martedì, 04 novembre 2008

    Disquisizioni forbite su lasagne finite

    Il mio modo di reagire ai prodromi dell’inverno (qualcuno li chiamerebbe semplicemente “autunno”) è mettere lo scaldaletto sul materasso, tirare fuori i cappotti caldi (e sentire ogni anno, inspiegabilmente, il bisogno di comprarne uno nuovo) e, finalmente, riaccendere i fornelli di casa.
     
    Ogni tarda primavera, il calore mi porta ad archiviare il ferro da stiro e la cucina: mi accontento di razzolare in magliette spiegazzate a caccia di gelati nel freezer per qualche mese, almeno sinché la malnutrizione e i bucati a valanga non mi persuadono a più equilibrate abitudini. Oltre ad aver stirato più di quanto molta gente faccia in tutta la vita, nell’ultima settimana mi sono messa a produrre lasagne a nastro.
    Cosa ispira calduccio domestico meglio di un litro di besciamella cremosa, in cui annegare strati e strati di lasagne, pesto e parmigiano? Cosa ti fa capire meglio quanto sei felice che la giornata sia finita del “Ding!” del forno, mentre il profumino già si diffonde per casa?
    Qualcuno potrebbe rabbrividire, nello scoprire la mia casalinga di Voghera interiore, io invece sono sorpresa e deliziata che delle piccole scemenze del genere possano fare tanto per l’umore.
     
    Avere teglie di lasagne per casa implica però sempre l’annoso problema detto “la linea del tabù” o “la linea della vergogna” e che credo sia un concetto generalmente riconoscibile in tutto il mondo occidentale.
     
    La linea della vergogna è il principio su cui si basa un processo di lenta e implacabile erosione di ogni cibo affettabile o “porzionabile” e che è causato dalla compulsione, senz’altro ascrivibile a doveri morali, a livellare il cibo in questione, qualora il bordo risultasse deprecabilmente asimmetrico.
     
    Cioè quando qualcuno si taglia una piccola, nana fettina ipocrita di lasagne/torta/formaggio stagionato e crea un’antiestetica situazione di instabilità che qualcun altro (il processo può essere antagonistico e collettivo) o il soggetto stesso (in questo caso il soggetto si farà carico anche del ruolo di avversario e punitore) provvederà a stabilizzare tagliando a sua volta un’altra fettina.
    Oltre alla versione base, quella “in compresenza”, c’è la linea della vergogna furtiva, in cui diversi soggetti – credendosi l’uno all’insaputa dell’altro – riescono ad erodere la linea di svariati centimetri nel corso di brevi incursioni segrete.
     
    Di solito è un processo ricorsivo e autoalimentato: all’urlo di “e mi lasci quella fetta lì da sola” possono scomparire intere distese di cibo. Un caso speciale è quello dei salumi affettati, in cui qualcuno di solito si sobbarca il dovere di terminare uno strato di fettine di Parma, per lasciare libero accesso agli strati sottostanti.
     
    La linea della vergogna è additata tra le cause della crescente obesità nei paesi occidentali.
     
    Altre varianti:
    - Un pattern “linea della vergogna” di tipo furtivo, se sbilanciato a favore di un soggetto solo, diventa invece il più irritante “e che cacchio hai lasciato il pacco con DUE biscotti dentro”, certo più dietetico ma potenzialmente foriero di litigi, recriminazioni e in certi casi divorzi.
    Corollario: l’incarto della tavoletta di cioccolato nella credenza di solito contiene, sempre a tua insaputa, nemmeno un blocchetto, ma mezzo (tagliato con un coltello o direttamente morsicato), rigorosamente rincartato per creare illusione di pienezza.
    - Sottotipo distruttivo: per perseguire i propri insani propositi (mangiare facendolo sembrare un “dovere”) si arriva a far assumere ai cibi forme lontane da quella originaria. Ho visto formaggi limati sino a diventare sfere che avrebbero reso Giotto invidioso e torte sacher diminuire di raggio e spessore sino a sembrare gli avanzi di una festa di compleanno per gnomi.
     
     
    Insomma è con l’augurio che la tenera metà non abbia fatto incursioni notturne sulle mie lasagne che mi preparo a una serata di svacco mangiante, calzini morbidi e elezioni americane a manetta sino allo svenimento.
     
    Life can’t get much better than this.
    mercoledì, 08 ottobre 2008

    It's a girl!

    E per la serie "motivi per cui stare su di morale" e "gli affarazzi miei", oltre a lietissime notizie che riguardano il mio amico Dave, aggiungo che da qualche ora sono diventata zia acquisita di una bella bimba che finalmente ha deciso di sbucare fuori dall'evidentemente comodo pancino della mamma :)

    Buona giornata da Zia Shuly :p

    martedì, 07 ottobre 2008

    Dannata festa delle medi(u)e...

    La settimana scorsa ha accarezzato senza tregua il confine con l’agghiacciante.
    Si arranca gente, ma si sopravvive. Come fate tutti.

    Ero al punto in cui nemmeno la musica riusciva a defibrillarmi verso un umore migliore, ma laddove i Pink Floyd non sono riusciti, Facebook è stato alla base di un successone.

    Ci sono poche inalienabili verità che riguardano Facebook:
    1. nessuno ammette di aver creato un account di propria sponte, ma sempre e solo se trascinato in catene da qualche amico entusiasta, che a sua volta nega.
    2. è più carino di My Space e in qualche strano senso più maturo (anche se spesso solo anagraficamente)
    3. è più reale e più personale; mentre da un lato puoi postare foto imbarazzanti, vecchie, assurde, dall’altro puoi decidere più o meno esattamente chi le vedrà.

    Credo che FB sia nato soprattutto per rimettere in contatto vecchi amici (e far loro dimenticare, nella gioia del ritrovamento, perché non si era più amici) e vecchi compagni di scuola, oltre che come bacheca di frustrazioni lavorative, dubbi esistenziali, commenti un po’ witty e un po’ perky sulla giornata in corso.

    Il fine più simpatico per cui ho usato Facebook sinora è stato di farmi ritrovare i miei compagni delle medie, una buona porzione di loro, e di iniziare un processo delirante di riesumazione di ricordi collettiva, alimentato da fotografie che continuano a fare la loro comparsa, scan dei giornalini di classe, pagine di diario e bigliettini.

    Sono emerse preziose chicche del passato, tra cui brilla una maldestra lezione di educazione sessuale della nostra insegnante ipertiroidea di mate che spiego a noi pargoli esterrefatti che alle donne, quando provano piacere, si contraggono gli alluci. In poche parole e senza saperlo, marchiò un'intera classe a vita.

    Il risultato, in queste ultime settimane, sono stati piacevoli momenti passati con il sorriso sulle labbra (abusivamente in ufficio) a ridere e commentare insieme quei lontani tempi un po’ sfigatini di mezza vita fa, in anni in cui a 13 anni si era davvero ancora bambini, in cui i fidanzatini non osavano neanche tenersi per mano e in cui anche il più “hot” dei rapporti era un’amicizia puramente platonica.

    Sabato abbiamo deciso di incontrarci alla spicciolata, una manciatella di noi, ed è stata una delle serate più simpatiche dell’anno, superato il trauma di vedersi per la prima volta dopo 13 anni di licei, università, lavori, relazioni ed esperienze di vita assortite.

    Non avrei riconosciuto la metà di loro neanche sforzandomi e, mi auguro, non sarei stata riconosciuta a mia volta, dopo aver imparato negli anni a tenere i miei capelli sotto controllo, a sfoltire le sopracciglia, a truccarmi senza tracciare righe da Nefertiti ai lati degli occhi e a evitare tutto un range di capi di abbigliamento che spazia dalle tute di felpa alle minigonne che si aprono con una zip, passando per ogni sorta di nequizia anni ’90.

    E’ incredibile come il contesto abbia permesso a noi ventiseienni di piegare la nostra età in due come un foglio e regredire istantaneamente ai tredici anni: a parte qualche pausa per prendere fiato, non ho praticamente mai smesso di ridere.

    E di ridere come una bambina cretina per giunta, mentre scoprivamo insieme rivelazioni sconvolgenti, come il fatto che nessuno di noi ha mai davvero limonato prima del liceo (nonostante circolassero le voci e le congetture più sfrenate) e mentre venivano alla luce le tante tenere ingenuità delle nostre vite pre-teen, commentate con la malizia accumulata negli anni successivi (specie la mia, che già all’epoca era sopra le righe…).

    Che dire, è una settimana che mi alzo la mattina e vado in ufficio con l’idea di usare specifiche cervella altrui come Mocio per pavimenti, una settimana che mi sento nervosa e nevrotica e maledico la mia incrollabile sanità mentale perché, a volte, impazzire sarebbe un ottimo modo per far passare i periodi cupi.

    In mancanza dell’ambito attacco psicotico che ancora si fa attendere, ho intanto scoperto che tirare sino alle 4 senza accorgersene, in preda a un riso convulso, incontrollabile e infantile, è un ottimo rimedio casalingo.


    Un piccolo lusso che puoi sempre permetterti.


    Se hai Facebook :p


    Nota: l’ultima riga del post era sponsorizzata dal comitato “Porta anche tu una Ale lurkatrice su Facebook”.

    giovedì, 25 settembre 2008

    A Live for the Dead - La mia ultima cotta musicale

    Disclaimer
    Per leggere questo post, avete due possibilità: essere pazzi dei Pink Floyd o volermi molto bene (un bene direi non platonico, tra l’altro). Non mi assumo responsabilità per altre categorie di lettore.

     
     
    Uno dei miei difetti più efficaci nel rendermi la vita impossibile è il fatto di non essere una persona di facili entusiasmi. Non facili, però quasi fastidiosamente intensi e inclini alla monomania.
    In effetti, vi confesso, sono almeno cinque giorni che sto pensando di scrivere questo post, ma non sono riuscita a trovare le parole adatte e avevo paura di abbandonarmi a una serie di suoni inarticolati di godimento musicale o comunque di sguinzagliare la fan girl in me e perdere ogni serietà e distacco.
    Il compito è complesso almeno quanto fare complimenti a una ragazza che ti piace senza lasciar trasparire troppo palesemente quanto le sbavi dietro.
     
    Oggi, come avrete intuito, si parla di musica.
     
    Non so che cosa mi abbia fatta innamorare del film di cui sto per parlare così istantaneamente, non so se voi ci vorrete vedere la stessa bellezza che ci ho visto io, non so se vi porrò davanti ad argomenti razionali o se voi ci vedrete solo quattro inglesi spocchiosi con dei pessimi denti che suonano cose impossibili mentre un regista pazzo ci fa vedere gli shuttle.
    Non lo so e non posso saperlo. Gli argomenti razionali, del resto, si possono anche fottere quando si tratta di gusti e sensazioni.
     
    Il fatto è questo: se io, io la freak,  ero arrivata a 26 anni senza avere mai visto una cosa che è andata a infilarsi con tale naturalezza tra le mie visioni preferite e più emozionanti, chissà che anche voi non vi siate persi il vostro potenziale film musicale preferito? Potevo forse tenermelo per me e conservare questo dubbio?


    Long story short: come sapete sono in pieno e commosso revival floydiano e mi è stato consigliato caldamente il loro Live at Pompeii. Fidandomi dei consigli (se vengono dalle giuste fonti) e dei Pink Floyd ovviamente, non ho frapposto indugi e mi sono subito procurata il Director’s Cut, una versione un po’ più lunga e articolata dell’edizione originale del ’72. L’ho vista una, due, tre, quattro… direi cinque volte sinora, di cui una da brilla in cui non smettevo di dire “Oddio è stupendo”. E non aggiungo altri dettagli…


    Come preambolo, una parolina sui live: di solito non ne vado pazza perché, in generale, molta della musica che amo è il frutto di lunghi e maniacali lavori di studio, il che a volte può risultare in un impoverimento dell’esperienza live. Pensate solo ai Queen che lasciavano il palco durante "la" parte intricata di Bohemian Rhapsody, come caso limite...
    Nei live poi non si vedono bene i musicisti, a parte chitarristi e cantanti. Se sei nella folla vedi poco ma almeno ti emozioni come una belva, se sei a casa che ti guardi il dvd... vedi la folla e le inquadrature che sceglie il regista ... in ultima analisi, comprarsi un live può non essere sempre un'idea favolosa.

    Una parolina invece sui Pink Floyd dal vivo: purtroppo non ho avuto occasione di godermeli faccia a faccia e ormai (che cosa tristissima) questa possibilità non esiste più, però qualche video me lo sono visto. E li ho sempre beccati per lo più ultra-quarantenni con un accenno di panciottella, assistiti da una ciurma di coriste e musicisti di supporto, mentre snocciolavano spettacoli astrali e costosissimi, accompagnati da versioni impeccabili dei loro successi, così perfette che dovevi fare attenzione al rumore della folla per ricordarti che stavi ascoltando un live.

    E invece, giusto per smentire ogni mio preconcetto, questo particolarissimo live mi ha spiazzata su tutti i fronti.
    Live at Pompeii è un film a tutti gli effetti e uscì in effetti anche nelle sale, analogamente, per esempio, a The Song Remains the Same degli Zep.
     
    Il dettaglio che salta subito all'occhio è quello più curioso, per un live: manca il pubblico, se non un gruppetto di tecnici di fronte alla band e i cameraman che scivolano a pochi centimetri da Gilmour e Waters.
    Ci sono i Pink Floyd, l'anfiteatro deserto di Pompei, una catena montuosa di ampli alle loro spalle e i mosaici a osservare in silenzio. L'anfiteatro di Pompei
    Non mi piace usare alla leggera l'aggettivo “magico”, ma la magia è la prima cosa che mi viene in mente lì per lì, nel guardare quello scenario vagamente surreale, un po' mistico, che mi ricorda in qualche modo il film di Jesus Christ Superstar.

    La band è giovane, ed è da sola uno spettacolo per gli occhi.
    Un fatto particolare che ho sempre associato ai Floyd è il ruolo tutto sommato marginale giocato dall'immagine di sé. Provate a mostrare una foto dei Pink Floyd all’uomo della strada, anche a gente con discrete conoscenze musicali. Secondo voi li riconoscono, gli autori di album famosissimi e stravenduti in giro per il mondo? Come prova del nove, osservate i risultati con una foto dei Beatles, o di Elvis. Anche le nonne sanno dirti chi sono.
     
    I Pink Floyd sono responsabili della creazione di atmosfere evocative e immaginifiche, di sonorità surreali e quasi ultraterrene … e spesso, negli anni, ho quasi finto che i quattro (cinque..) uomini che avevano concepito tutto questo ci fossero scivolati dentro, in un calderone più grosso di loro e composto da suoni, visioni e suggestioni. In altre parole li ho sempre visti come musica pura e senza volto, proveniente nella migliore delle ipotesi dallo spazio interstellare o forse da un sogno.
     
    Forse è per questo che questo live mi ha colpita tanto, perché invece eccoli lì i quattro inglesi capelloni, un po' sudati e unticci, magri magri e con le magliette attillate.
    Ancora non ti capaciti di come quella musica stia effettivamente venendo da loro, ma è proprio quello che stanno facendo. Tranquilli, composti, senza le pose tipiche dei concerti, preoccupati solo dalla musica.
     
    E giovani.
    Giovani e splendidi.
     
    Li ammiro ad occhi spalancati e successivamente prendo a cercare maniacalmente su YouTube qualunque altro video della band in quel periodo, arricchendo le mie impressioni con informazioni più precise.
     
    C'è Waters, un metro e novanta di bassista isterico e geniale, con il suo faccione troppo grosso e lungo, gli occhi piccoli e saccenti, l'aria concentrata. Non sono abituata a bassisti così giganteschi, è la prima volta che osservo che la punta del suo naso e la punta del basso sono equidistanti dai pickup, anche se il Fender Precision riesce lo stesso a sembrare enorme. La zazzera gli oscilla intorno agli zigomi. Scuote i piatti e il gong di Mason con la foga di un orango impazzito (A Saucerful of Secrets) e pare un invasato quando lascia andare nel microfono urla ferine e agghiaccianti (Careful with that Axe Eugene). Nelle interviste trasuda un'arroganza odiosa, dalle sopracciglia alla punta del mento, e non si riesce comunque a detestare completamente.
     
    Mason ha quell'aria un po' animalesca che ha più di un batterista rock dell'epoca, da Keith Moon a Bonzo. Mi lascia impressionata la sua agilità. In canotta e fascia intorno ai capelli, pesta la batteria come un mastro ferraio, mantenendo un'aria impassibile anche di fronte al volo improvviso di una bacchetta, che rimpiazza nell'arco di mezza battuta. Non sembra sudare nemmeno i ritmi più sostenuti, gli intrecci di mani più complessi... e la telecamera lascia che ne godiamo un po' anche noi, rimanendo piantata su di lui e i suoi riccetti oscillanti per un'intera canzone (One of these Days). Nelle interviste è il più loquace e ottimista, fa molta simpatia.
     
    David Gilmour, accanto al profilo quasi da primate di Waters, risulta piccolino e composto, con il suo viso quasi perfettamente rotondo e gli occhi azzurri distanziati e un po' incassati sotto le sopracciglia, completati da due occhiaie perenni. Ha un'abilità innata a sembrare mortalmente annoiato quando suona.
     David Gilmour quando era gnocco
    Lo vediamo titillare la sua Strato a piedi nudi nella polvere dell'anfiteatro, sporco lui e sporca la chitarra, i capelli cacciati dietro le orecchie con noncuranza e il suo broncio caratteristico che gli sta quasi tatuato sulle labbra. Nelle interviste che sono intervallate al concerto ogni tanto lascia scappare un bellissimo sorriso un po' imbarazzato. Leggo che prima di rivelarsi un talentuoso chitarrista ha fatto anche il modello, e non ho alcuna difficoltà a crederlo. Avrei cavato più di un occhio per un ragazzo simile.
     
    C'è anche Rick Wright e per la prima volta noto che era anche un bel ragazzo: anche se sino a qualche giorno fa avevo ricordato solo l'aria mansueta e quasi timida, ora noto dei grandi occhi con delle ciglia lunghe e folte, quasi da ragazza, che cozzano stranamente con l'impossibile dentatura da inglese di cui tutti loro fanno mostra. Fa una curiosa tenerezza nascosto dietro alle tastiere.
    Canta anche e canta tanto: mi vergogno di aver sempre confuso la sua voce con quella di Gilmour e giusto ora inizio a distinguere meglio la maggiore dolcezza e rotondità del suo timbro vocale. Vederlo all'opera può far passare qualunque pregiudizio a chiunque possa ritenere le tastiere uno strumento noioso.
    Sotto le dita di Wright, a mio avviso, si gioca una parte fondamentale dell'identità sonora della band, quella dei grandi album che piacciono a me. Spero non suoni troppo agiografico in questo contesto.
     
     
    Nessuno prova veramente a fare il frontman, se si esclude il naturale egocentrismo di Waters. C'è spazio perché ciascuno possa brillare e, quando succede, più o meno tutti hanno un'aria naturale e seria. Così seria. Sono lì, ma quasi si eclissano.
    C'è solo la musica e tutte quelle facce affrescate nei muri e incastonate nei mosaici. Tutti gli elementi si sposano senza sbavature tra di loro e - Dio vorrei sapere come - si mescolano in qualcosa di cosmico in cui non sai più se sei un un anfiteatro romano o direttamente sulla luna.
    Mentre tu sei un po' vittima di questo incantesimo, loro continuano tenerlo in vita, senza quasi guardarsi tra di loro, ognuno sicuro della sua parte.
     
    Non vorrei usare immagini trite o espressioni di apprezzamento melense, ma in certi punti mi sento letteralmente persa tra l'idea dello spazio, l'idea della morte, la superficie del sole, il Vesuvio minaccioso e l'anfiteatro, mentre in qualche modo le scale orientaleggianti di Set the Controls to the Heart of the Sun tengono insieme tutti questi castelli mentali e – per giunta – i quattro capelloni inglesi sono ancora lì, persone in carne e ossa.
     
    La cosa più paradossale, a questo punto, è l'alternanza (voluta dal Director's Cut) tra questi momenti di trasporto pagano e immagini ben più triviali della band intervistata, che si abboffa alla mensa dello studio di registrazione, che scoperchia un'ostrica dietro l'altra scherzando sulla loro provenienza, che chiacchiera di apparecchiature elettroniche e fuma una sigaretta dietro l'altra. Gilmour si impapera in studio
    Un'altra sezione di digressioni è data da parti più o meno lunghe, dedicate alla registrazione di Dark Side of the Moon (qualunque sequenza da più di 3 secondi che provenga da quel disco, del resto, si annusa da un miglio), momenti comunque che si presume siano stati girati proprio per il film.
     
    Forse il regista ha voluto questi intermezzi per richiamare lo spettatore dall'orbita e concedere un po' di tregua prima dell'assideramento nello spazio siderale. Io mi sono convinta sia così, anche se non escludo in questo l'influenza dalle immagini delle missioni Apollo, del sole, della luna e di nebulose lontanissime che la regia fa scorrere, quanto mai azzeccate.
     
    Ricordo anche che l’etichetta “space rock” ai Floyd non è mai andata tanto giù, quindi mi mangiucchio un po’ le mani per aver lasciato vagare la mia testa proprio in quella direzione, che purtroppo è tanto, tanto facile da imboccare, istigata dalla regia, dalle lyrics, dai suoni...
     
      
    Dopo avervi inflitto i miei 2 cents sui live, la mia visione groupesca della band e le mie allucinazioni stellari, è forse il caso che non trascuri la musica vera e propria.
     
    Il film si apre, e si chiude, su piccole note di piano. Note leggermente distorte che possono passare per lacrime, o goccioline di pioggia, o stelle cadenti. O quello che diavolo va a voi di vederci.
    Si tratta naturalmente di Echoes
     
    Ora gente, se i Pink Floyd dopo aver registrato Meddle avessero deciso di non comporre più altro, io li avrei capiti e mi sarei lo stesso ritenuta felice di avere Echoes. E questo mi prevenga dall'aggiungere ulteriori sviolinate. Anzi no, ne aggiungo un’altra: da giovedì scorso mi sarò sparata l’ascolto di Echoes integrale (23 minuti e rotti bimbi, mica pizza e fichi) almeno una ventina di volte, o comunque tante che oggi non ho nemmeno bisogno dell’iPod, perché Echoes è la nuova colonna ufficiale delle mie sinapsi.
     
    Come un guscio, le due parti di Echoes racchiudono il resto del concerto: una parte delle immagini ritrae Gilmour e Wright che cantano in studio, con tanto di bloopers e papere varie, mentre il resto della canzone si gioca tra visioni vesuviane di lave in ebollizione e vapori infernali.
    La band, poco vestita e in pieno giorno, esibisce le prime tracce di tipiche ustioni da anglosassone sotto il sole del Sud, e poi il familiare riff di Echoes riempie l’anfiteatro.
    Per qualche motivo, tutto questo messo insieme mi fa pensare ai fiumi degli Inferi, alle rive dello Stige. Mi do una botta in testa per l’allucinazione senza senso e proseguo remando oltre.
     
    La scelta dei brani assomiglia molto alla tracklist della parte live di Ummagumma, con composizioni lunghe ed evanescenti, per lo più strumentali, suonate nel cuore della notte, di giorno, al crepuscolo.
     
    Insieme a Careful with That Axe, Eugene vediamo eruzioni e fiumi di lava fumante... Dietro la band, luci che sembrano tante lune e Waters ci mette del suo: sussurra, miagola, ulula e urla dei rantoli spaventosi, sinché le luci non si spengono e ci lasciano davanti al volto angosciato di un mosaico.
    A Saucerful of Secrets, che segue, lascia spazio a ogni genere di delirio strumentale on stage: Gilmour ringobbito a stropicciare le corde della Fender con un bottleneck, Mason che ripete un tema ossessivo e rapidissimo, Wright prende a pugni il piano producendo suoni spettrali e Waters semplicemente impazzisce sul gong, con un ghigno insano, la maglietta che si solleva ritmicamente. Questa sezione è appropriatamente detta Syncopated Pandemonium, peraltro.

    Qualche altro lamento di chitarra ed entra un tema nuovo, quello chiamato Celestial Voices: quasi religioso, in qualche modo catartico, tutto sull'organo. Il vento soffia e Gilmour, con più di un capello in bocca, vocalizza quel canto disperato che a me continua a sapere, ma proprio sempre di più, di messa per i defunti di quasi duemila anni fa.
     
    Un'eclissi e degli stridii annunciano One of These Days, alla luce dei riflettori. Ho un torbido ricordo di questa canzone infilata come sigla di qualche programma sportivo degli anni '80 e sono felice di poterle associare immagini e sensazioni nuove anche se, come vi ho già raccontato, la scena è praticamente tutta per Mason e il suo prodigioso rimpiazzo della bacchetta volante.
     
    A questo punto, resta l'impossibile: far cantare un cane, e intendo un cane con quattro zampe e la pelliccia, e dare alla cosa una parvenza di serietà, o comunque farne qualcosa che non stoni con tutte le atmosfere mistiche ed aeree evocate sinora.
    La bestiola giace con un microfono puntato al muso, coccolata (e trattenuta) da Wright, mentre si suona un blues bello e buono, Seamus (o Mademoiselle Nobs, che dir si voglia).
     
    Tornano il gong e le luci a forma di luna piena, torna la notte e un tema d'organo ripetitivo, orientaleggiante, un po' morboso. Un fraseggio di batteria sommesso ma intricatissimo Tornano gli affreschi, i fauni, le matrone, i nudi. Waters ci sussurra Set the Controls for the Heart of the Sun e rieccoci in orbita, ad avvicinarci al sole, a osservarne le macchie insieme ai ritratti sui muri.... Dannata regia (non devo pensare “space rock”, non devo pensare “space rock”…)..
     
    Quindi il cerchio si chiude, perfetto e simmetrico. Come un vento che viene da lontano, fanno di nuovo capolino le sonorità spettrali nella città morta, un frullio di piatti e finalmente riecco le goccioline di pianoforte in un crescendo a cui si aggiungono tutti gli strumenti. Rieccoci ad Echoes.
     
    And no one sings me lullabies
    and no one makes me close my eyes
    and so I throw the windows wide
    and call to you across the sky
     
    Glimour e Wright ci salutano cantando così.
    Ci allontaniamo da Pompei un passettino dietro l'altro. Vediamo la terra da lontano, poi siamo già dietro la luna.
    La regia ci spedisce via a gran velocità, dritti su una nebulosa, accompagnati però ancora dall'eco delle ultime, rarefatte gocce del piano di Richard Wright.
     
    Poi, vi ripeto, che siano davvero gocce di pioggia, lacrime o stelle cadenti in una notte buia, quello dovete deciderlo sempre voi.
    Io dico che vanno tutte bene.
     
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    categorie: musica, genki moments
    venerdì, 19 settembre 2008

    La devono smettere di rifilarmi vodka alle 18.00 in questo ufficio ._.
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    categorie: genki moments
    martedì, 02 settembre 2008

    High expectations

    Seinto Seiya!Ok gente.

    It's not like me to freak out but....

    Ogni tanto IMDB spara fuori delle notizie che mi scuotono nel profondo.

    A questo link.

     

    Oddiotipregofachesiaveroechescelganogliattorigiustiiiiiiiiiii......

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (1)
    categorie: film, tv , genki moments
    venerdì, 01 agosto 2008

    Ho fatto vergognosamente tardi, sarà quest'aria pre-ferie che hanno assunto i giorni prima della mia partenza.

    E' che non pensavo di divertirmi tanto a spasso con una persona che dichiara di perdonarmi per amare la musica rock.
    E che ascolta - mi pervade un brivido - Vasco.

    E' che diciamocelo, ogni tanto la compagnia di una donna fa alquanto bene.

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (2)
    categorie: amicizia, in giro, genki moments
    venerdì, 25 luglio 2008

    Good times, bad times per davvero

    "Rock music has always been a reaction against accepted standards.
    And homosexuality has been going on for centuries.
    At the moment having a gay image is the thing, just like a few years ago it was trendy to wear a long grey coat with a Led Zeppelin record under your arm"

     
    Questa è una quote abbastanza random dal mio film preferito, Velvet Goldmine.
    Questo titolo emerge qui e lì dai miei post ma è un film che mi piace tanto che non penso ne scriverò mai un post esteso.
    Non saprei riassumere che cosa penso. Contiene una percentuale concentrata di cose che amo o di cui amo parlare e vederlo è stata una rivelazione musicale, una pioggia di lustrini per gli occhi e una sferzata di emozioni indefinite collocabili da qualche parte sotto la mia cintola di sedicenne.
    Musica rock, glam, Oscar Wilde, battute pronte e citazioni argute, costumi decadenti, puro eccesso, misteri e storie d'amore portate al parossismo, con angoli smussati e inconcludenti.
    Una scena che mi era sembrata semplicemente magica in cui due attori molto bravi e molto giovani si guardano negli occhi su una giostra immersa nel buio, con le luci da luna park riflesse negli occhi e Satellite of Love di Lou Reed nel sottofondo (ora uno dei due gigioneggia come Enrico VIII nella più improbabile serie Tv, mentre l'altro migliora in modo apparentemente illimitato con l'età).
    Un lungo lunghissimo bacio in primo piano che mi turbò quanto turbava il protagonista, l'allora segaligno Christian Bale.

    Ecco ne ho già parlato troppo.
    In realtà quello che volevo dire in apparenza c'entra poco con questo, ma quando conosci bene una cosa tanto da poterla citare a memoria, come in questo caso, trovare collegamenti con le trame e gli orditi della tua vita diventa un'operazione semiautomatica.

    Oggi ho ricevuto un regalo veramente gradito e totalmente immeritato. L'autore credo abbia detto che è un'edizione italiana cercando di sminuire il tutto, ma questo bimbo sopra ha scritto "Made in Gt. Britain" e "1969" e non vedo tracce di lingua italiana o subodoro residui di pizza. Poi naturalmente avrò modo di guardarmelo meglio quando sarò lontana da questo mefitico ufficio, ma tutti gli indizi per ora suggeriscono che io abbia sulla mia scrivania un 33 giri originale di Led Zeppelin I.
    Gli Zep non rientravano nei gusti genitoriali al punto da comprare dischi, all'epoca, quindi questa è una new entry totale tra i vinili di casa e ne sono così sornionamente contenta che mi sento praticamente in colpa per averlo accettato.

    E quindi, per chiudere il cerchio del post in questo breve attimo di gioia che apre uno squarcio in un noioso venerdì di lavoro e dolori dentali, ora mi manca solo il long grey coat, perchè l'album degli Zeppelin sotto il braccio - magari solo per oggi - l'ho già.

    *inserire rapida risatina*