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e lascio a voi la formulazione di ipotesi su come si possa arrivare a un momento del genere in un film serio. Ricordo solo che stavamo ridendo così forte (di quelle risate con un lungo "snort" vagamente suino) che persino un tamarro si è girato a guardarci male.




Il passaggio dall'adolescenza e post-adolescenza all'età adulta (o a una sua approssimazione) ha senza dubbio segnato la morte per soffocamento della mia capacità di struggermi per le impossibili storie d'amore dei film e dei libri, per le eroine, le scene madre e via dicendo.
Non che non mi piacerebbe tornare ai facili entusiasmi di prima e all'immedesimazione, ma il mio cervello ha preso a rielaborare i nove decimi delle suddette storie come "gesta di stronzette mantenute che dormono sino a tardi e, nella totale tranquillità finanziaria, vivono storielle d'amore insulse che le intrattengano da quella viziata noia da privilegiate che ammanta le loro vite, relazioni il cui unico sale è per lo più costituito dal fatto di far loro pensare di essere trasgressive".
E a questo punto ho smesso di trovare appigli e punti di contatto, così dalla commossa empatia sono passata alla distaccata presa per il culo.
Purtroppo è con questo spirito che ho guardato le mossette di Keira Knightley nei panni della Duchessa del Devonshire, lontana ava di Lady Diana. Di lei, Keira, devo ancora capire se penso sia una brava attrice o un'intollerabile divetta, visto che ancora più che nei film la si vede sui red carpet che occhieggia (lei non sorride: occhieggia) avvolta in mirabolanti abiti firmati.

La storia, seppure largamente basata sulla vita di un personaggio realmente esistito, è la classica storia di femmina ardimentosa e passionale incatenata nelle convenzioni dell'epoca e soffocata da maledetti maschi bastardi. Cosa che cominciava a destarmi un vago sbadiglio già quando, quindicenne, guardavo Titanic per la decima volta (mai cessando di stupirmi di come quella vacca della Winslet disarcionasse DiCaprio da quell'ampia porta su cui sarebbero stati tutti e due) e che invece ora è capace di causarmi attacchi di narcolessia istantanea.
Ormai il concetto è assimilato: c'è stato un lungo, lunghissimo periodo di storia in cui la vita delle donne ha fatto sufficientemente schifo, specie a livello di libertà di autodeterminarsi e anche al giorno d'oggi tale condizione non è ancora migliorata poi così tanto, pur avendo fatto notevoli passi avanti. Di altre storielle di femminismo ante-litteram comincio ad avere le tasche piene.
Se aggiungiamo al tutto una non troppo celata vena agiografica nei confronti di Lady Diana, dati i molti parallelismi tra la vita della principessa e quella dell'ava messi in bella mostra e lo smaccato tentativo di far apparire la protagonista priva di difetti e completamente vittima della sua triste gabbia dorata, la noia assurge a livelli stellari, tanto più che la Duchessa Georgiana non pensò nemmeno di fare una tragica e spettacolare morte come la Principessa, ma - poveretta lei - finì tutto sommato col soccombere senza grande eroismo a quel sistema sociale che la voleva prigioniera nei suoi molti e sontuosi palazzi.
Non nego di aver versato qualche lacrimuccia sulle scene più struggenti, tipo la povera Duchessa costretta da Quel Porco Fedifrago di Suo Marito il Duca™ (Voldemort cioè) a dar via la figlia dell'ammmmore clandestino con il bel fusto dagli occhi che luccicano. Non nego neppure di aver perso una minima quantità di bavetta e aver fatto un occhio porcino di invidia durante l'ennesima Scena di Sesso Proibito, Liberatorio, Sudaticcio e a Lume di Candela™. A parte queste mie défaillance, però, non ci si innalza granchè.
Che cosa ho fatto dunque per ammazzare il tempo? Ho fatto esattamente quello che ho fatto quando ho visto Marie Antoinette della Coppola: ho steso un velo sulla trama già nota e scontata (la Coppola era convinta che mettere i Cure nella colonna sonora ci distraesse) e mi sono messa a osservare in estasi i bellissimi vestiti, le acconciature da capogiro, gli accessori e il trucco. Visto che in entrambi i film si è sopperito alla pochezza di sostanza con attrici giovani e bellocce fasciate in un corsetto diverso e con una parrucca sempre più alta ad ogni scena, vi assicuro che se vi concentrerete su quello avrete di che saziare gli occhi.
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Aggiungo una postilla irritata, pensata mentre mi godevo il mio panino dopo il film e faticavo per riacquisire sensibilità alla punta delle dita ghiacciate.
Sapete, io tendo ad ascoltare le conversazioni dei tavoli altrui. Senza malizia o altro, ogni tanto mi cade l'orecchio e presto attenzione ai frammenti delle conversazioni degli altri.
Non avete idea di quanto mi caschino le palle sotto il tavolo (questo per esprimermi da Duchessa) quando finalmente capto che il motivo di un acceso dibattito tra due ragazzi è il calcio.
Non credo esistano molti argomenti al mondo in grado di scatenarmi un encefalogramma piatto come il calcio e un'altrettanto totale mancanza di interesse. Uno di quei pochi argomenti, è il parlare del calcio. Fatemi presenziare a un dibattito calcistico e, se mettete anche un disco di Vasco di sottofondo, potrei regalarvi un mio rene sanguinante pur di riuscire a scappare.
Se il calcio riuscisse a interessarmi un minimo, sarei davvero curiosa di farmi spiegare da chi lo sa il perchè i tifosi si infervorino come se
1. fossero esperti sportivi e non solo tizi che leggono la Gazzetta con il cappuccio la mattina
2. i meriti della propria squadra dipendessero da qualche loro scelta e dunque potessero farne un qualche vanto personale
3. il loro dibattere, valutare e riesaminare influenzasse in qualunque modo l'andamento della squadra o del campionato.
Detto questo, posso capire che gran parte di queste domande potrebbero essere riformulate e rivolte a me quando mi infervoro parlando di musica o di libri o di film. Lungi dall'aver voglia di spiegare come ritenga le due cose alquanto diverse, mi rassegno. Insomma, ognuno ha il diritto di interessarsi a qualunque cosa sia in grado di farlo sognare un po'. Certo, se questo qualcosa è l'ultima partita del Genoa, permettetemi di alzare un sopracciglio e occhieggiare aristocraticamente altrove come Keira Knightley. Tsè.
Devono inventare l'Oscar per le migliori acconciature.
Solo per poterlo negare a Twilight.

Voglio dire gente, lui è quello con l'hair style *migliore* del film....
Ok gente.
It's not like me to freak out but....
Ogni tanto IMDB spara fuori delle notizie che mi scuotono nel profondo.
A questo link.
Oddiotipregofachesiaveroechescelganogliattorigiustiiiiiiiiiii......
".. penso mi scofanerò un altro paio di pagine di quell'orrenda minchiata che sto leggendo e che è una bislacca saga di vampiri per adolescenti. "
Ipsa dixit, una settimana fa, o giù di lì.
Il punto è che sono una maledettissima ipocrita.
Peggio, una ragazzina.
Una ragazzina abbandonata dalla sua vampirista preferita, Anne Rice, e bisognosa di conforto.
Un po' come quando, a 8 anni, vidi finire i Cavalieri dello Zodiaco e, incapace di processare il lutto, mi tuffai tra le braccia dei Cinque Samurai, anche se la storia era più brutta e le loro armature molto meno suggestive (ma oh quante fanfiction yaoi scoprii 10 anni dopo).
Ma torniamo ai vampiri.
In qualche momento dei miei very early 20s, mi impallai sui vampiri della Rice. Interview with the Vampire, The Vampire Lestat, the Queen of the Damned... praticamente li sbafai. E visto che in Italia non circolava ancora altro mi presi da Amazon anche tutto il resto: in totale, credo di ricordare, lessi 11 libri della sua saga dei vampiri, dai primi più ispirati sino all'ultimo insipidino, Blood Canticle, che era appena appena uscito.
Ero completamente drogata: cominciavo a sognare come una deficiente che i vampiri esistessero davvero, ci speravo persino. Ero invaghita di Lestat. L'idea di bere sangue cominciava quasi a sembrarmi normale (salvo tagliarmi per sbaglio e riconoscere che sanguinare non era assolutamente cool o piacevole). Ebbi insomma un ritorno di fiamma dell'appena trascorsa adolescenza, quella in cui di solito si ama coltivare sogni completamente folli per il gusto di farlo.
Avendo avuto un'adolescenza troppo tranquilla e priva di impeti, la sto scontando a rate adesso.
Stiamo parlando di una vena un po' sui generis dei miei gusti letterari, forse meno socialmente accettabile di altre, per una che cerca ogni tanto di farsi passare per una signorina di intelletto (fallendo, tra l'altro) e devo ammettere che ogni tanto un po' me ne vergogno.
D'altra parte però non posso negare di avere la tendenza ad appassionarmi parecchio di storie di vampiri, mostri, creature immortali e compagnia bella (mai menzionato che sono anche un'avida lettrice di King?)
Nel fantasy in definitiva ci sguazzo, mio malgrado: non vorreste sapere quante volte ho letto/visto il Signore degli Anelli, quanto ho giocato a Dungeons&Dragons, quanti libri sull'argomento ho letto, dai più elevati tipo Tolkien ai più tendenti al trash.
I vampiri stanno proprio al crocevia tra la mia passione per il fantasy e quella per il genere un po' più dark/horror, senza trascurare il quasi sempre presente elemento sensuo/sessuale, che ha sempre un certo appeal su di me (leggi: versioni socialmente decenti degli Harmony).
E quindi, si diceva.
E quindi.
E quindi in meno di due settimane sono alla fine del terzo libro della saga di quella gran stronza di Stephenie Meyer, mannaggia a lei. Ve l'ho detto che assomiglia a Cristina D'Avena vero? Solo che invece di cantare "Puffi qua puffi là" questa ha deciso di proiettare tutte le attenzioni che non ha ricevuto in adolescenza nella storia, di cui vi ho già accennato, di questa ragazza banalotta, goffa e completamente odiosa che fa innamorare tutti di sé e ovviamente accederà anche lei - ormai posso prevederlo con certezza - all'ormai sdoganato dono dell'immortalità. Circondata da grandissimi fighi che si battono per lei. Un Harry Potter senza fantasia o simpatia intrinseca, destinato a diciassettenni con l'apparecchio esterno, un sacco di sogni e un account su DeviantArt..
Si è mai sentita una cosa più odiosa?
E allora perchè continuo a leggerlo? Con avidità per giunta! Dio santo io SPERO che sia perchè so che prima o poi ci sarà una scena di sesso, perchè l'alternativa grottesca è che effettivamente questa "bislacca saga di vampiri per adolescenti" (cit.) mi stia piacendo.
Come ciliegina sulla torta, ora ho una voglia matta di andare a vedere il film del primo libro, Twilight, che in America esce per Natale. Lo strafico vampiro protagonista è interpretato dallo strafico attore che faceva Cedric Diggory nel quarto film di Harry Potter (è quasi un'ironia). Lei ha il faccino stronzo e insulso che ho sempre attribuito a Bella. Perfetti.
Fosse anche solo per smontarlo dal primo all'ultimo minuto (o per farvelo credere), vi assicurò che ci sarò.
Damn.
Amo poter andare oltreoceano con una certa regolarità, perchè mi permette di fare scorte di abiti, moltissimi calzini, salsa teriyaki e 1000 islands, nonchè coccole materne e prime visioni al cinema. Per esempio sono andata a vedere Hancock, con Will Smith, che avremo nelle sale a settembre e che, lasciatemelo dire tanto non è uno spoiler, da premesse simpatiche e piuttosto originali diventa uno strano magma indefinibilmente tragicomico da circa metà proiezione. Bisognerebbe dare un voto ai film potendo dare voti diversi al primo e al secondo tempo, a volte.
Un'altra cosa di cui sono ghiotta sono i libri in inglese.
Direte che esiste Amazon, e si grazie lo so anche io, però la sensazione di vedere un libro sullo scaffale, invaghirsene e acchiapparlo è una di quelle cose del mondo reale che voglio continuare a coltivare.
Ho letto 3-4 libri nelle ultime settimane, di cui uno di Diablo Cody molto carino (delle memoirs di una normale ragazza un po' in carne e patologicamente per bene che decide di darsi alla carriera della spogliarellista - questo prima di partorire accidentalmente la sceneggiatura di Juno).
Leggere la storia vera di una che ne aveva davvero le palle piene della sua vita ben definita, responsabile e piantata su precisi binari e che si è data praticamente per ripicca a una carriera folle e socialmente inaccettabile mi gonfia, anche se debolmente, le afflosciate vele della Nave della Ribellione, il cui varo era previsto in epoca adolescenziale e che invece per qualche motivo è stato in effetti posticipato a data mai definita.
Le mie letture recenti, tuttavia, mantengono un filo conduttore musicale abbastanza coerente: ad Aprile ho letto Hammer of the Gods, biografia molto poco autorizzata dei Led Zeppelin, il mese dopo ho curiosato tra i ricordi della groupie storica Pamela des Barres e adesso sono alle ultime pagine di Wonderful Tonight, di Pattie Boyd, che nella vita ebbe apparentemente la "fortuna" di essere sposata a due icone del rock come George Harrison e Eric Clapton e condurre una vita alquanto unica in compagnia dei mariti e di una pletora di amicizie rock'n'roll. Bell'ultimo acquisto un paio d'ore prima di volare di nuovo a casa, e ho anche un nuovo Burroughs in saccoccia.
Pattie Boyd si può contemplare in tutto il suo splendore giovanile nel film A Hard Day's Night dei Beatles, dove conobbe il futuro maritino mentre interpretava una fan studentella in uniforme e in quella specie di video di Something (peraltro scritta per lei, si dice) che fu girato alla fine della carriera dei Beatles, in cui ognuno cammina immerso nell'idillio matrimoniale, inclusi John e Yoko in lunghi mantelli teatrali.
Quando il matrimonio con Harrison cominciò a tirare il gambino, Eric Clapton – e questo è uno dei gossip del rock più arcinoti – cominciò a tartassare la signora di messaggi struggenti, non potendo averla si mise con la sua sorellina sedicenne e infine compose Layla, LA Layla che tutti conosciamo e non possiamo evitare di amare, per cacciare fuori tutto il suo sentimento frustrato, casualmente allegando in calce un riff di chitarra mostruosamente bello.
Quando lei si negò, lui si diede all'eroina e solo qualche anno più tardi lei decise di lasciare il tiepido George per cedere alle àvances del talentuoso collega. Fast forward di qualche anno di tour, alcolismo, droghe e viaggi di ogni genere e tipo e poi lascia anche il fido Clapton che intanto ha avuto un figlio con una tizia che ha vinto l'Isola dei Famosi, ma questo è un capitolo di scarsissimo interesse.
Ora, se c'è una cosa alquanto palese è che io amo la musica e che sguazzo nel classic rock come un'anatra nello stagno. Ma leggere questi ritratti più ravvicinati di artisti che adoro, che con tutto il beneficio del dubbio devono comunque avere più di un tratto di verità, mi lascia uno strano sapore amaro.
Sono attaccata alla mia immagine mitologica della rock star: un animale spedito dai cieli per entrare in comunione spirituale con le grandi folle e farle godere, dominandole. Una figura eccitante, creativa, superiore, sexy. Un dio dorato, per citare Robert Plant (e Almost Famous). Un personaggio certo decadente e dedito ai vizi, uno che vive entro schemi tutti suoi.
Ma c'è poco di questo nelle cronache matrimoniali della signora Boyd.
George Harrison, la rock star taciturna e orientaleggiante, diventa pian piano un marito distante e bipolare, dedito a meditazioni ossessive alternate a grandi dosi di marijuana e flirt. Un maniaco del controllo che sa essere paurosamente freddo.
Eric Clapton, il dio della chitarra, diventa un patetico alcolista e cocainomane in denial rispetto alla sua stessa dipendenza, geloso e totalizzante, socialmente inetto se non nutrito a limonata e whiskey per colazione ogni mattina. Un manipolatore dei sentimenti, una sanguisuga emotiva.
E lo stesso vale ad esempio anche per Jimmmy Page, ritratto da chi lo conobbe all'epoca come un eroinomane perso, maschilista, egocentrico e ossessivo.
Uno non si aspetta certo dei bravi ragazzi con la riga da un lato, ma nemmeno di sentire storie che affondano così in basso nell'abiezione e nella miseria, anche se sempre costellata da montagne di soldi, manager premurosi, aerei privati, tour e vacanze d'elite.
Uno non si aspetta nemmeno di vedere una rock star in coda alle poste (Max Pezzali invece me lo vedrei benissimo), ma neanche gente che non ha seriamente idea di come si gestisce una vita senza un manager che pensi a tutto, dal tuo mobilio all'assicurazione alla tua licenza di matrimonio. Delle specie di strani bambini drogati e viziati, circondati da gente che dice solo si e li adora.
Perchè se questa gente non ha nulla in comune con noi, come è riuscita a creare musica che, come si suol dire, tocca le corde dell'animo umano così bene? Parole in cui tutti possono identificarsi, gioie e dolori universali, melodie che ascolteremmo e riascolteremmo.
Forse gli artisti sono oppressi dal peso di un'energia creativa così incontenibile e quasi dolorosa che non è loro consentito condurre una regolare esistenza? Forse sono questi i termini del famoso patto col diavolo che viene sempre chiamato in causa da qualcuno quando si parla di grandi artisti?
Volessimo ampliare il discorso "genio e sregolatezza" alle arti in generale, del resto, troveremmo una caterva di esempi.
Mah, che dire infine?
Probabilmente c'era qualche curiosità morbosa nelle mie letture recenti, un qualche bisogno di saperne di più di persone che senza averne intenzione specifica rendono la mia grama vita un po'più tollerabile e devo ancora capire bene che effetto mi fa scoprire che condividere la propria vita di ogni giorno con molti di loro deve probabilmente essere simile a un incubo e che umanamente parlando essi non si collocano al più alto dei gradini (cose che in effetti potevo anche figurarmi da sola, direte).
E dopo tutto, visto che non progetto di sposare una rock star tanto presto e che anche i miei progetti come potenziale groupie sono debolucci, direi che potrei far finta di non aver letto e continuare a idolatrare i musicisti dal punto di vista migliore: da sotto il palco.
Ieri parlottavo con la dolce metà imbalsamata nel piumino e borbottante sporadici grugniti. Il breve scambio di battute era ispirato dal long week end agli sgoccioli.
A che servono alcuni giorni di vacanza? A che servono un paio di settimane fuori dall'ufficio?
A farti stare triplamente di merda quando torni, soprattutto, perchè per riposarsi davvero ci vorrebbero alcuni mesetti di pausa, come fanno gli insegnanti ad esempio.
Ma che dire gente, se lavorate anche voi stiamo tutti sullo stesso barcone di profughi.
Ecco cosa ho fatto io per (non) riposarmi in questi tre giorni: ho sfaccendato. Quasi full time, perchè la mia casetta, tra trasferte, cazzi e mazzi, stava prendendo derive straccion-chic, col salotto trasformato in lavanderia e camera mia in un campeggio, la sala da pranzo ridotta a laboratorio e la cucina a mensa aziendale.
Concedendomi, naturalmente, qualche piacevole distrazione, come la serata al femminile davanti a Sex and the City (anche se le nostre Carrie e Charlotte locali hanno tirato pacco all'ultimo). La sala era gremitissima e ho avuto la bella pensata di andare al cinema vestita da donna con tanto di tacchi vertiginosi.
Adoro guardare le serie TV con tanta gente. Di solito quando guardo un episodio da sola, raramente rido, al massimo sogghigno dentro: avere gente intorno ti sprona a tirar fuori la risata per davvero, a far salotto, a fare commenti. Di questo mi resi conto con certezza quando finii a guardare un episodio dei Simpson con la mia classe del ginnasio in settimana bianca e praticamente piansi dal ridere.
Su questo presupposto, la visione di venerdì è stata decisamente divertente anche per il solo contesto: una sala piena di donne e occasionali fidanzati sacrificali, tutti pronti a ridere, a darsi di gomito per i costumi, a versare qualche sporadica lacrima (si, ma che nessuno sappia che anche io ho pianto. Ops.)
Il film di Sex and the City è praticamente un episodio lungo 2 ore, con le nostre 4 single invecchiate di qualche anno ma perfettamente sorrette da Botox, luci e vestiti favolosi. Una prospettiva della vita dopo i 40 decisamente più rosea del consueto che ti mostra come, con molta chirurgia plastica e moltissimissimi soldi, si possa essere più favolose a 40 anni che a 20.
Metà dei miei commenti all'amica del cuore sono stati del tipo "Ma che cosa DIAVOLO sta indossando?", mentre Sarah Jessica Parker, la bruttina meglio mascherata del jet set, sfoggiava rutilanti abiti da sposa, le solite Manolo Blahnik da mezzo metro di tacco (la Parker cammina sulle punte anche quando è scalza, tipo le Barbie), borsette gioiello a forma di Tour Eiffel e altre varie stravaganze che per qualche imperscrutabile ragione le stanno da dio.
La trama conclude in modo abbastanza esaustivo le poche cose rimaste in sospeso dalla fine dell'ultima stagione: Carrie che finalmente ha accalappiato Mr. Big, l'origine della cui misteriosa fortuna sembra sempre più rivolta al traffico d'organi di bambini coreani, Miranda che ha un bimbo che cresce sempre peggio e il solito dolce e disastroso marito barista (ogni tanto la TV cerca di convincerci che accoppiate simili, l'avvocatessa e il barista, la dottoressa e il portiere, possano davvero funzionare), Samantha ancora relegata allo stretto ruolo di fidanzatina fedele per il suo modello figone e Charlotte irritantemente felice col maritino calvo e la bimba cinese.
Un plauso speciale, come sempre, alle battute di Samantha, ma in generale il film è riuscito insieme a mantenere continuità e coerenza con la serie con poche forzature di trama, a mettere insieme una cosa che era sia fine che divertente, commovente e outrageous (ci credereste che si vede un pisello?) allo stesso tempo. O sarò un po' di parte, visto che ho seguito la serie sin dai suoi tenebrosi esordi su La7 in seconda serata, quando a ogni episodio facevano seguire un curioso dibattito.

Un posto d'onore riservato a scarpe e vestiti, uno al sesso, uno all'ammmore, uno pure alla city ovviamente, ma forse l'ingrediente più grazioso, se ci facciamo una vera pera di sospensione di incredulità, è il tema dell'amicizia tra questi personaggi così diversi (sono una specie di donna sola scissa in 4: la sognatrice, la cinica, la trasgressiva e la tradizionalista), un'amicizia che è sì di fiction, ma fa un po' a tutte desiderare di acchiappare le proprie amichette, abbracciarle strette e andare a cena insieme a parlare di cose da donne, senza conflitti e invidie così tipiche del nostro infelice sesso, ma solo con affetto e comprensione reciproca. Ti fa venire voglia di amiche in parole povere, quel genere di Rapporto Sano col Mio Sesso™ che tanto ricerco.
La mia parte Donna con la D maiuscola insomma, quella che per lo più contengo a favore di altri miei aspetti più originali, ma che ogni tanto sgorga fuori gioiosa in occasione delle cene tra amiche, tra crisi sentimentali e consigli per la cellulite, chiacchericcio gossipparo e discorsi sul sesso che farebbero arrossire i muri (mi distinguo come la Samantha della situazione); la mia parte che, pur indossando quasi sempre anfibiacci e calzini, conserva nella scarpiera un'antologia di tacchi alti che si accontenta anche solo di rimirare ogni tanto e che fa shopping in modo quasi compulsivo.
Il ritorno dal cinema in 2 (dovevamo essere in 4) all'una di notte, scendendo (leggi: precipitando) per Via XX sui maledetti tacchi e chiaccherando di manovre antistupro (che secondo me garantiscono allo stupratore un margine di successo molto ampio) hanno completato la seratina.
Il resto del long week end è trascorso benone, tra concerti (è iniziata la stagione dei festivalini genovesi), pulizie (ho dato la cera per la prima - e sicuramente l'ultima - volta in vita mia) e visite all'Ikea. Ho comprato un sacco di piante in un raptus casalinguico e poi cosparso la casa di candele, cosa che adoro ma non ho mai tempo di fare. Ho sbranato dolcetti Ikea alla cannella e biscotti all'avena pucciati nel cioccolato, guardato un gazillione di puntate delle mie lesbiche (che bello, dopo tutti questi mesi!) e ho pure visto il nome della mia amica canadese nei titoli di coda. Ho finito Running with Scissors e l'ho adorato, ho guardato Juno e un paio di canzoni della soundtrack mi sono davvero piaciute (la line "a half time lover and a full time friend" mi ha fatta sorridere)
Camera mia sembra ancora un campo profughi coi parati staccati e non ho manco comprato il bianco, tanta è la voglia.
Nel complesso riposo 0, cose fatte tante. Dopo tutto non riposarsi è un modo di non darla vinta al lavoro penso. Perchè passare il prezioso tempo fuori dall'ufficio a cercare di recuperare le forze per ritornarci?