About me, more or less

Utente: Shulypoo
Cromosoma XX, personalità indecisa e dubbiosa, amante dell'autoerotismo mentale, della musica rock, del sushi, degli anfibi e degli orsetti del cuore.

L'erotismo mi piace e lo vedo in tante cose. Forse ve ne accorgerete, ma non scambiatemi per ammiccante, ve ne prego.

Ripresami dalle mie brume esistenziali post laurea e dai vaneggiamenti matrimoniali, sono ora un'improbabile business woman con parecchi issues. Ma che questo non mi identifichi in alcun modo, vi prego. Aspirante groupie, passerei volentieri la vita a sperarla diversa.
Odio mordermi le guance. Ma proprio tantissimo.

Handle with care, perchè mi affeziono anche al cartone del latte e sono permalosissima.

Geeky, nerdy, plastic fantastic, the one you'll never need.
Amen.

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Mi rallegrano e compiacciono cose tipo...

svegliarmi e ricordarmi che posso dormire
le chitarre elettriche
il junk food, il sushi e il cibo indiano. Ma anche tutto il resto.
il piumino calduccio
l'umorismo surreale
le culotte
non reggermi in bus e far finta di fare surf
leggere i libri in una botta sola
i cavalieri dello zodiaco
la musicalità
le t-shirt buffe e witty
i calzini a strisce
chi è colto e non lo fa pesare
il ponte di chiatte al Porto Antico di Genova
il mio albero di natale
chi capisce al volo
i regali inattesi
le coccole sotto il piumino
questa faccina ":3" e questa ">.>;"
Londra
la lingua inglese
l'eccitazione
capire improvvisamente qualcosa
la novità
le pernacchie sulla pancia
la varietà linguistica
le cose pucciose e superdeformed
il cambiamento
ascoltare musica di notte
la sottigliezza
le opinioni decise ma non ostinate
comportarmi in modo inappropriato
sapere le cose senza Google
la gente easy going
le seghe mentali un po' costruttive
fare pace
i vecchi vinili
chi non serba rancore
forzare i miei limiti
ballare, da sola
la gentilezza a prescindere
gli anni '60 e '70 e la loro musica
la pulizia
non dover spiegare ciò che dico, specialmente le battute
la capacità di modularsi
apparentemente, anche saltare di palo in frasca :3

Mi rattristano e un po' irritano cose tipo...

i pallini sui maglioni
chi entra dall'uscita dei bus
la banalità, in tutto
i calendari coi culi
i peli incarniti
chi dice di non aver mai tempo e non fa un tubo
la polvere sulle dita, e i gatti impolverati
il vento e la pioggia insieme
le abitudini noiose, i loop, i pattern
i furbi, i Furby e i furry
le cose banalmente sexy
la mancanza di autocritica, di ironia, di curiosità
gli errori di grammatica e ortografia
la volgarità a sproposito (ma non le parolacce!)
il pitonato, lo zebrato, il leopardato e gli altri mali accessori alla menopausa
la gente che scrive "Hei!" invece di "Ehi!"
la pornografia camuffata da erotismo
la risata "Hihihihihi". Ha un che di satanico e idiota, usate le faccine piuttosto
le battutine a sfondo sessuale fatte a sproposito
chi racconta i casi suoi al telefono in bus, magari urlando
l'indefinitezza
le mode imbecilli, e le sedicenti modelle
la puzza di fumo
la poesia cheap
l’associazione soldi/mignotte/belle macchine
chi sputacchia quando parla
la “bella gente†e la "bella vita"
chi fa lo strano, l'incompreso, l'unico, l'originale a tutti i costi
sentirmi invisibile e a disagio
chi è più pigro di me
chi non si fa mai problemi e dovrebbe
il frastuono e la musica merdosa
chi parla addosso alla gente
chi non ascolta e pensa di aver capito
la sveglia
l'ignoranza compiaciuta
i consigli non richiesti, ma anche i conigli
gli egocentrici molesti
gli inappetenti cronici e chi fa tremila storie sul cibo
le donne fissate con le minchiate che non compensano con altre doti
gli uomini che pensano di far colpo coi soldi
le "k" al posto delle "c"
chi non sorride mai
smagliare i collant nuovi
chi non capisce, chi non coglie, chi non si sa adattare
le suonerie dei cellulari, la maggior parte
i deliri religiosi
il buonismo dettato da idiozia
rompere con qualcuno, causare tristezza
chi mi dice "cresci" senza poterselo permettere
i canditi

Solo un numero, e probabilmente sbagliato

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  • mercoledì, 27 maggio 2009

    Pseudohistory is Fun!

    Ho una specie di mania, quella di vedere (e/o leggere) la cosa di cui tutti stanno parlando in un dato momento, specialmente se ipotizzo si tratti di una porcata.
     
    Tre anni fa, senza alcuna vergogna, mi sono sia guardata che letta il Da Vinci Code. Giusto per infierire sulla desolazione esistenziale del mio soggiorno americano, infatti, ho sentito il dovere di indulgere in pessima letteratura e coronare il tutto con la visione di Tom Hanks in un taglio di capelli irripetibile. Perchè, nel 2006, se non sapevi di che cosa parlasse il Codice ti potevi davvero annoiare a morte. L'opera che sfida i fondamenti del credo cristiano! Lo scandalo! I dibattiti! La gente che giocava a tagliuzzare l'Ultima Cena con MS Paint! Era veramente il caso di informarsi e di godere della follia collettiva, un'occasione imperdibile.
     
    Una caratteristica di molti grandi successi commerciali che da libri diventano film è di avvicinare alla lettura gente che di solito si affatica anche solo a leggere le istruzioni del proprio dentifricio. Gente che, a lettura affannosamente ultimata, si sentirà entrata di diritto nel mondo degli intellettuali. Ora, io non nutro un'enorme stima per chi non legge libri e non penso che a questa peculiarità - salvo qualche caso notevole - si associ di solito grande perspicacia o senso critico. In parole povere, i libri brutti che vendono un sacco immettono in circolo una massa spaventosa di cretini ansiosi di parlarne: uno spettacolo spesso divertente, da osservare con i pop corn in mano. Quello da cui si originano tutti i "casi", per intenderci.
     
    A dover essere sinceri, il film del Codice da Vinci* non mi era dispiaciuto. Tom Hanks ha quell'aria dell'attore che ha già dato, e può permettersi di tirare su soldi interpretando un personaggio con lo stesso spessore psicologico di Topolino (di cui non a caso ha l'orologio) senza essere preso per il culo. Con quell'interpretazione nel Soldato Ryan, e solo per citarne una, tanto sa che lo amiamo comunque. Anche a Ron Howard sono disposta a perdonare questo peccatuccio ven(i)ale: con Ricky non ci si può certo arrabbiare.
    La trama, ripeto, ha un che di topolinesco, laddove con questo aggettivo intendo una sorta di parodia del metodo investigativo alla Sherlock Holmes, perso in un turbinio paranoico di simboli-indizi assemblati con lo sputo.
    Nonostante tutto, in qualche modo l'impalcatura del Codice si reggeva in piedi e, con fantasia e colpi di scena, riusciva a tenere viva l'attenzione certo non meno di una puntata iperprodotta della Signora in Giallo.
     
    La lettura si rivelò più ostica, sia perchè sapevo già come andava a finire - e la sorpresa è più o meno tutto quello che ti spinge a proseguire- che per questo triste fatto: Dan Brown scrive come un cane e leggere di questi personaggi monodimensionali, dotati di incerte motivazioni e vaghe psicologie, è stato un dolore.
     
    Quello che un po' mi disturbò, ma soprattutto mi sorprese, fu come il già menzionato flusso di cretini (metti un "+ religione" a un qualunque flusso di cretini e ottieni una crescita esponenziale del coefficiente di cretinaggine) fosse riuscito a fare tutto quel baccano in merito al presunto scandalo sollevato dalla storia. Storiella, quella del Santo Graal visto in chiave biologica, che Brown ha peraltro scopiazzato. Si tratta di una tesi affascinante e naturalmente non priva di suggestioni, ma ormai ritenuta largamente un lavoro di fantastoria, specialmente per le dubbie fonti da cui trae ispirazione.
    Se gli autori originali di Holy Blood, Holy Grail (il libro storiografico-sensazionalista da cui la tesi principale discende) hanno dovuto sostenere l'attacco anche giustificato di critici, detrattori e puritani indignati, non ho mai capito come un lavoro apertamente di fiction e quindi privo di qualunque rivendicazione di verità come il Da Vinci Code abbia potuto sollevare il polverone che ha tirato su qualche anno fa.
     
    Hanks nella sua migliore espressione "Che cosa ci faccio in questo film?"
    La verità, sospetto, è che quando si dà in pasto a una massa di stupidi un libro - oggetto con cui già non sono familiari - che sembra vagamente realistico perchè riesce a mescolare insieme elementi noti a tutti e ipotesi nuove, è facile che la poco allenata sospensione di incredulità dei suddetti stupidi vacilli parecchio e li convinca di avere in mano qualcosa di simile al Verbo. Un po' quello che è successo alla Bibbia, diciamo.
     
    Digressioni a parte, non sono riuscita a sottrarmi al richiamo cinematografico di Angeli e Demoni e sono andata a vederlo. Confesso, visto che le motivazioni di base già non erano tra le più nobili, che avevo un desiderio impuro di rivedere Ewan McGregor al cinema senza una spada laser in mano. Non avendo approcciato la visione con nulla che assomigliasse a un religioso rispetto, depositerò qui e lì degli spoiler di cui vi avverto ora. Credo di aver sviluppato una particolare immunità alle controversie a tema religioso, quindi su questo aspetto non mi dilungherò.
     
    La sparata più grossa del film la fanno all'inizio, per togliersi il pensiero, con una gigantesca e spettacolare supercazzolona sci-fi che porta alla produzione di tre malloppotti di anti-materia al Cern di Ginevra. Malloppotti che, naturalmente, possiedono la forza di distruggere un'intera città (con l'antimateria "prodotta" sinora, dicono al Cern reale che potrebbero al massimo tenere una lampadina accesa per il tempo di leggere questo post, e solo se leggete veloci). Ogni volta che in un film appare un identificatore retinico, sai che a qualcuno verrà staccato un occhio per forzare il sistema di sicurezza: come volevasi dimostrare, il misterioso ladro penetra nel laboratorio con un occhio rubato e si appropria di uno dei tre tubi. Facile facile.
     
    La scena quindi si sposta a Roma, dove i quattro cardinali in pole position per il Soglio Pontificio vacante vengono rapiti e il Conclave prevedibilmente fatica ad arrivare a una scelta. Il rapimento è rivendicato dall'Ordine degli Illuminati (il Priorato di Sion del caso, in questo contesto: gruppo segreto di cospiratori fantastorici nelle cui fila Brown ficca a forza tutti gli artisti famosi che ha trovato su Wikipedia, o tra le Tartarughe Ninja), acerrimi nemici della Chiesa e intenzionati a sconfiggerla con la luce della ragione e della scienza, qualunque cosa questo significhi.
     
    Il giuovine Camerlengo (McGregor, qui negli ingloriosi panni del Commissario Basettoni) fa chiamare in tutta fretta il nostro Robert Langdon, esimio simbolista ed esegeta di Harvard (più stereotipo di così si muore) che, guarda caso, sa tutto ma proprio tutto quello che c'è da sapere sugli Illuminati. Il professore si distingue subito dalla prima scena, capendo che l'uomo mandato a chiamarlo viene dal Vaticano, perchè riconosce lo Stemma Pontificio sulla valigetta. Che lenza, il professor Langdon!
    Segue un breve vuoto di trama in cui mi sono distratta a pensare a me e Ewan McGregor vestito da prete soli su un altare sconsacrato, con me nei panni della pecorella smarrita.Un'ottima scusa per vedere Angeli e Demoni e avere fantasie sessuali di tipo clericale
     
    I cardinali rapiti vengono gradualmente marchiati a fuoco con misteriosi ambigrammi ed eliminati in modo fantasioso con lo scandire delle ore, in un conto alla rovescia alla fine del quale la Chiesa - e con essa parte di Roma - salterà in aria grazie alla malvagia anti-materia rubata. Questo lo sappiamo perchè, come ogni bravo cattivo dei film, il rapitore ha lasciato un messaggio intricato e cosparso di simboli, che però permettevano a un qualunque simbolista di Harvard ferrato sugli Illuminati di capire con chiarezza ogni dettaglio del losco piano. Dimenticavo di dirvi che Robert Langdon è un caso da manuale di Mary Sue maschile.
     
    Quando Dan Brown ha scritto il libro, credo abbia preso una guida turistica di Roma e si sia segnato con la matita tutti i posti conosciuti anche del più bieco e yankee dei turisti suoi connazionali, per costruire il perfetto affresco romano da americano vacanziero. A mezz'ora dalla fine, avevo paura avesse dimenticato Piazza Navona, ma c'è pure quella, e il tutto senza scordare i carretti di souvenir coi David di Michelangelo fermacarte, ché altrimenti il quadretto non era abbastanza tipico. Passiamo praticamente tutto il film a sgambettere dietro a Tom Hanks che interpreta simboli a casaccio come un chiaroveggente e ci conduce qua e là a caccia di cardinali morti accanto alle opere più celebri del Bernini (altro big scomodato per l'occasione) sparse per la Capitale.
    Stavo quasi per dimenticare un inutile personaggio femminile, la fisica del Cern, che per ragioni non esplicitate si unisce all'indagine e funge da arguto consulente scientifico a 360°, dai segreti dell'anti-materia ai rimedi per le unghie incarnite. Degno di nota anche il dialogo tra il professore di Harvard e la fisica pluridottorata che, tutti eccitati di fronte ai segreti degli archivi Vaticani, si sentono in dovere di spiegarsi a vicenda che cosa sia il modello geocentrico (ma ok, il film è destinato a gente che Galileo al massimo lo ha sentito nominare in falsetto insieme a "Figaro, Magnificooo")Robert Langdon mentre grufola per terra a caccia di simboli, e soprattutto di un senso al film tutto.
     
    Uno dei tratti salienti del film, almeno dalla prospettiva italiana, è l'affresco di Piazza San Pietro come sede di quotidiani dibattiti notturni sulle cellule staminali: incredibile il passaggio random in cui Tom Hanks grufola per terra a caccia di simboli e sopra di lui un manifestante di sinistra con una bandiera della Pace e una vecchia - col fazzoletto in testa ovviamente - si urlano in faccia "Via alla ricerca sulle staminali!" e in risposta: "Credi di essere Dio?" e vengono praticamente alle mani, circondati da un manipolo di Suor Manubrie armate di fiaccole.
     
    Le autorità non ci fanno una figura migliore, e nemmeno le forze dell'Ordine: da una parte uno stuolo di guardie svizzere fanatiche ma un po' fesse e dall'altra un mezzo esercito di Carabinieri che riesce a farsi annientare da un singolo uomo in un'unica memorabile sequenza che lascia una dozzina di uomini a terra senza neanche bisogno di cambiare un caricatore.
    A questo proposito, vale senz'altro la pena di spendere due parole sul rapitore e assassino, praticamente un McGyver passato al Lato Oscuro, capace di annientare decine di persone con il solo uso di una fionda e una pallina rimbalzina. Circa l'improbabilità delle sue gesta, mi sarei senz'altro dilungata maggiormente se pochi minuti dopo, a un passo dalla fine, non fossi stata galvanizzata dal vero momento "Nuke the fridge!" (cliccate il link e colmate questa lacuna, se la avete). Non so se e quanto rovinarvi quel poco di sorpresa che potrebbe essere rimasto ma, per rendere l'idea, mi rifaccio alle parole usate dalla mia metà per descrivere la scena:
     
    "...e su tutto questo il Camerlengo si tuffava in paracadute da un elicottero mentre un'aurora boreale di FOTTUTA ANTIMATERIA rovinava la ricezione dei telefonini di mezza Roma"
    L'unica espressione da esibire quando alti membri della Curia ti planano davanti in paracadutee lascio a voi la formulazione di ipotesi su come si possa arrivare a un momento del genere in un film serio. Ricordo solo che stavamo ridendo così forte (di quelle risate con un lungo "snort" vagamente suino) che persino un tamarro si è girato a guardarci male.
     
    Purtroppo il buon umore di vedere un prete con la camicia aperta planare dal cielo sulla folla è stato rovinato dalla fine quasi anticlimatica (il colpo di scena con rovesciamento delle parti ce lo aspettavamo tutti), in cui ci viene rivelato che dietro al complotto non c'è manco un Illuminato a pagarlo, ma si tratta prevedibilmente della solita congiurona interna guidata dal solito mezzo psicopatico-però-animato-da-buone-intenzioni e astuto come un cobra.
    Ci viene inoltre palesato come, con un Camerlengo in grado di pilotare elicotteri (sono da ascoltare le gabole narrative con cui questa abilità viene spiegata dal personaggio) e un McGyver prestato alla carneficina come unico dipendente sia possibile non solo scuotere letteralmente la Chiesa dalle fondamenta, ma anche sfilarti sette euro di tasca e tenerti seduto al buio per due ore e venti.
    Una vera ispirazione per la piccola e media impresa, in questi tempi di crisi.
    L'autore! Abbattetelo! 
     
    *un conciso ma efficace riassunto lo si trova qui, nella fattispecie:
    "He meets some girl, who's a pagan, but also a Christian, but also Jesus's daughter, or some shit. There's also another guy, and a guy who's into BDSM. Then they find the Holy Grail because two guys in Da Vinci's 'The Last Supper' are leaning in opposite directions. No, really. And then he sticks his sword in her chalice, and they all live happily ever after." 
    dropped by: Shulypoo | link | commenti (8)
    categorie: fun , libri, film
    giovedì, 05 marzo 2009

    Eternal reader of a revolutionary Kate

    Quando avevo 15 anni Kate Winslet mi stava sulle balle.
    Era tettona, era grande, e uccideva Leonardo Di Caprio costringendolo a farsi il bagnetto nell’Atlantico a temperature artiche.
    Quella gran vacca, non paga, ne lasciava anche andare il corpo (ormai della consistenza di un Calippo), che ho visto allontanarsi come un piombo verso le profondità marine infinite volte, spesso in lacrime. Questo non prima di averci costretti a guardarla sbaciucchiare l’implume DiCaprio per tre ore di film, inclusa la turpe scena nella macchina, quella con la manata sul vetro pieno di condensa.
    Insomma, per me Kate Winslet rappresentava il male, l’odiosa rivale, e quando non vinse l’Oscar per Titanic sogghignai compiaciuta, da brava nana rancorosa che ero.
     
    Un sacco di mali hanno una cura e dall’adolescenza sono per fortuna guarita, malgrado occasionali ricadute.
    La mia prospettiva è cambiata più o meno su tutto e il concetto include anche la brava Kate, che negli anni ha accumulato un numero cospicuo non tanto di riconoscimenti e premi (parecchi anche quelli, comunque) ma soprattutto di ruoli interessanti, di scelte discontinue e a volte bizzarre.
     
    Non ho visto proprio tutti i film con la Winslet, lo ammetto, ma ovunque l’abbia vista fare capolino, non ne sono rimasta delusa
    Se vogliamo risalire alla preistoria del 1994, l’ho amata ad esempio nei panni dell’adolescente psicotica di Heavenly Creatures, filmetto parecchio originale di Peter Jackson pre-LOTR assolutamente non esente da abbondanti pennellate saffiche.
    Mi ha commossa nei numerosi film in costume che ha girato (tra cui Sense and Sensibility, che mi ha fatto scoprire che le storie della Austen mi deliziano nella stessa misura in cui non tollero i loro personaggi), senza contare che gli abiti d’epoca le stanno da dio perché dalla sua ha quel visetto un po’ pieno e tondeggiante che la distingue abbastanza bene dalla media da Barbie di Hollywood e che un po’ la fa sembrare un’attrice di altri tempi.
    Se vogliamo aggiungerlo, la Winslet muore benissimo. L’ho vista schiattare con grazia nei panni dell’Ofelia shakespeariana, vessata dai folli vaneggiamenti di Kenneth Branagh che interpreta se stesso che interpreta Amleto. Muore niente male in Quills, film di otto o nove anni fa che mi aprì alla lettura del Marchese De Sade (a cui mi chiusi poco dopo peraltro) e mi fece anche stare un po’ male di stomaco.
     
    Più di recente, è stata protagonista di almeno tre film che valgono decisamente la visione e in cui sono riuscita a immedesimarmi con intensità patologica. Sapete no, quei film che vi cambiano la vita per almeno almeno un’ora, come sanno fare – nel bene e nel male – anche certi sogni?

    Scommetto che molti di voi avranno sentito parlare di – arrossisco – Se Mi Lasci Ti Cancello, ennesima improponibile traduzione di un titolo ben più poetico (citazione da Alexander Pope) ed esplicativo. Non credo di essere la prima o l’unica a voler infliggere torture esotiche a chiunque si occupi di tradurre i titoli dei film in Italia, in quel modo tipico nostrano atto ad eliminare qualunque traccia di poesia, brevità, indefinitezza e volto a cercare l’immediata comprensione di un pubblico modello di cercopitechi.
     
    Eternal Sunshine of a Spotless Mind postula l’esistenza di pratiche mediche fantascientifiche, come la cancellazione selettiva della memoria, per un effetto complessivo che però è tutt’altro che surreale e anzi, sa di dejavu su ogni storia finita che ci siamo lasciati alle spalle, con magari il dubbio che – chissà – in circostanze diverse sarebbe potuta andare meglio.
    Quello che ho trovato particolarmente realistico, in effetti, non sono tanto la rabbia e il desiderio di dimenticare l’altro – alquanto umani e condivisibili, peraltro - quanto il realizzare che in ogni caso ne è valsa la pena e che conviene tenersi stretti tutti i propri ricordi, sia quelli più teneri che quelli legati ai periodi peggiori.
    Il tutto ovviamente non è raccontato nel modo sonnifero che sto usando io per sintetizzarvi la trama, ma con un intreccio che gioca con lo spazio e il tempo, con la realtà e il sogno e che ha come sola marca temporale il colore cangiante dei capelli di Kate Winslet.
    Detto in altre parole, Eternal Sunshine appartiene a quel filone poco nutrito ma molto amato di film che non ti hanno detto tutto dopo cinque minuti e non ti permettono di fare vere previsioni su come andranno a finire, film strutturati come puzzle che richiedono una visione completa sino all’ultimo minuto, possibilmente senza perdersi un secondo.
    Il finale, tenero e amaro senza essere negativo, ha come ultima battuta l’ “Ok” meglio piazzato che abbia mai sentito. Non tralasciamo poi l’ottimo cast, con Jim Carrey che più passa il tempo e più lo stimo  la mutevole Kate insieme nei panni di un'ex-coppia disfunzionale, il precisino un po’ rigido e la ribelle spirito libero. Se non lo avete ancora visto e se il mio parere ancora non fosse chiaro, io penso proprio che dovreste. A raccontare il classico boy-meets-girl e lo sbocciare di grandi amori è bravo un qualunque pirla, ma per inventarsi una storia come questa e raccontarla senza mai cadere nel patetico o nel melenso ci vuole gente in gamba, perizia che in effetti è stata premiata con l'Oscar alla Sceneggiatura, a suo tempo. Se avete uno straccio di storia finita alle spalle, poi, scommetto che Eternal Sunshine potrebbe anche commuovervi senza grandi sforzi.
     
    Non del tutto a caso, si parla di problemi di coppia e di identità anche nel recentissimo Revolutionary Road, che ha il merito immediato di rimettere insieme Di Caprio e la Winslet dopo più di 10 anni da Il Transatlantico più Pazzo del Mondo* (chissà com’è sfuggito ai nostri traduttori?).

    Il secondo merito è quello di darci una storia sinistramente attuale, che trascende l’ambientazione statunitense da anni ’50: illudersi di essere speciali e diversi dagli altri, credere di aver trovato qualcuno di speciale come noi, invischiarsi esattamente nel tipo di vita che si è sempre disprezzato e non riuscire a sfuggire al loop desolante di ipnotica mediocrità quotidiana.
    Quindi o diventare un altro bravo asinello perso dietro alla carota che gli penzola davanti al muso o non reggere più e soccombere. Il crollo delle illusioni, la perdita dell’innocenza, la società che ammazza l’individualità, il sistema che te lo mette in quel posto: chiamatelo come vi pare, ma Revolutionary Road declina tutto questo e nient’altro che questo, prendendo spunto dal microcontesto di una coppia risucchiata nella vita borghese di provincia.
     
    Lei coltiva grandi sogni di gloria tristemente non supportati da vero talento (Kate Winslet interpreta un’aspirante attrice che non sa recitare, tortuoso vero?) e pensa che scappare tutti all’estero in cerca di imprecisata fortuna in qualche modo risolverà i suoi problemi e quelli del marito che, ormai quasi trentenne, non ha ancora capito che vuol fare da grande, e intanto si spegne ogni giorno di più dietro a una scrivania, a declamare inutili lettere commerciali a un dittafono, vicino a dimenticarsi di quanto speciale doveva essere la sua vita, quando la sognava da più giovane con lei.
    La moglie riesce a scuoterlo dalla sua indolenza per un breve e folle periodo, si fanno progetti di nuovo, volano dichiarazioni di amore e stima, grandi scopate sul ripiano della cucina, sembra di essere finalmente vivi. Ma la gabbia si richiude: la promozione inattesa di lui ci mette un bel lucchetto, la terza gravidanza di lei butta via la chiave. Iniziano i litigi, le accuse, i tradimenti. Lui decide di riassopirsi nella rat race del lavoro e dei bisogni materiali, lei fa un’altra scelta.
     
    Insomma, non è così che pensavamo che sarebbe andata tra Jack e Rose se avessero potuto stare insieme, eh?
     
    Attribuitemi pure qualche schizofrenia, ma mi è difficile non trovare punti in comune sia con lui che con lei. Molti si vedranno nei panni del sognatore insofferente per cui la normalità non è abbastanza, perché è meglio degli altri o almeno ne è convinto; molti si metteranno nei panni di chi pensa che dopo tutto un po’ di insoddisfazione esistenziale sia la condizione media e cerca di scavarsi una nicchia comoda nella vita di ogni giorno, per tirare avanti e rispondere a bisogni più concreti, con cui ci si può distrarre tanto bene.
    Personalmente, oscillo tra l’una e l’altra cosa con grande rapidità, perché - anche se distribuiti nella narrazione su due personaggi - credo che i malesseri di cui si parla siano tipici dell’individuo e forse, azzardo, più acuti nella fascia d’età dei late 20s in cui mi trovo io con tanti amici, amori ed ex-amori, col "bimbo interiore" non ancora pugnalato a morte dalla tossicodipendenza da stipendio di fine mese, ma lo stesso pesantemente intossicato dal veleno della vita da schiavo/lavoratore e schiacciato da nuove responsabilità a lungo ignorate.
    Il film propone una soluzione? Nemmeno per scherzo. Se l’avesse trovata, del resto, gran parte del ceto medio di tutto il mondo occidentale potrebbe mettersi l’anima in pace, invece di lasciare la sala con il sopracciglio corrugato e un improvviso spasmo di disgusto per la propria vita.
    Direte che vedo un po’ nero? Abbiate pazienza, oggi sono più Kate che Leo.
     
    Per ricongiungerci al tema iniziale, ovvero le multiformi imprese della bella britannica Kate, vi ricordo che l’Oscar che ha vinto qualche giorno fa - il vero pretesto con cui ho scritto questo post - non l’ha vinto né come Clementine che come April, le due dubbie eroine dei due film che vi ho raccontato.
    Cosa dirvi di The Reader, che si cimenta con le complesse sfumature che segnano il limite tra buono e cattivo, colpevole e innocente, storia personale e storia del genere umano?
    In primissimo luogo, che qualunque cosa sia successa al seno di quella povera donna, spero non accada mai a me (il gap col nudo frontale di Titanic era desolante).
    In secondo luogo: è vero, all’Academy piaci soprattutto se fai un ruolo che avvilisce la tua bellezza e giovinezza.
    In terzo luogo, Oscar meritatissimo in ogni caso e su tutta la linea.
    Le storie davvero interessanti sono probabilmente quelle che esplorano le tante zone grigie dell’animo umano e in The Reader siamo portati a simpatizzare per una carnefice di Auschwitz, una ligia sorvegliante spogliata di ogni forma di empatia verso le sue vittime da un’ottusa obbedienza alle regole, un mostro inconsapevole e stranamente innocente. Perché, come il giovane protagonista, l’abbiamo conosciuta prima come donna misteriosa, capace di cure ed affetto, in grado di commuoversi ascoltando un coro di voci bianche e affascinata come una bambina – una bambina adulta e sensuale però – ascoltando le storie che le vengono lette a voce alta.
     La faccia della Winslet mentre si fa leggere la mia recensione
    I più realistici costrutti sociologici elaborati per spiegare il male e chi lo compie, specialmente in relazione all’Olocausto, ci portano tutti all’allarmante conclusione che non esiste praticamente nessuno che sia totalmente incapace di compiere gesti abominevoli, date certe circostanze. Lontano dall’essere un discorso assolutorio per chi si è macchiato di crimini orrendi, dona maggiore profondità a molta storia recente e probabilmente ci arricchisce della consapevolezza che il Diavolo non ci sarà pure, ma tutti possono comportarsi in modo diabolico, noi inclusi, anche senza averne l’aria, la consapevolezza o l’intenzione.
    Su questo tema, per combinazione, sono finita anche a dare un esame all’università qualche era fa ma, oscuri librazzi a parte, The Reader ne è un’ottima sintesi.
    Il bello, e il tragico, di questo film è che non c’è redenzione, non c’è catarsi, non ci sono personaggi che non abbiano qualche colpa e che escano puliti dalla storia. Particolare, almeno per un film da Academy Awards, l’idea di abbozzare una tematica poco esplorata, cioè la difficoltà di essere tedeschi dopo le guerre mondiali, con quell’eredità pesante ed impegnativa con cui fare i conti.
     
    Sarebbe bello poter sempre classificare i film in base alla prima faccia che fai quando iniziano i titoli di coda. The Reader è una di quelle pellicole che ti fanno aprire la bocca un paio di volte pensando di stare per dire qualcosa che ne sintetizzi l’essenza. Ma dopo che hai aperto la bocca quel paio di volte e sei solo riuscito a sembrare convincentemente una carpa, ti viene solo da tamponare l’umidiccio dell’ultima lacrima versata al buio e dire “E’ maledettamente triste”.
     
    Va bene: volevo celebrare la meritata vittoria di Kate Winslet agli Oscar e magari darvi un paio di consigli per una serata o due di pop corn & giggles. In realtà, sono riuscita a mettere un certo numero di personali turbe in relazione con tre belle storie che quest’ottima attrice ha avuto la fortuna, l’accortezza e l’abilità di interpretare. Poco male, non so quanti di voi siano arrivati vivi sin qui in ogni caso.
    Se comunque volete un filmetto idiota, la Winslet ha fatto anche quello: The Holiday, toh, in cui si scambia la casa con Cameron Diaz e, mentre quella si fa Jude Law, a lei capita di farsi Jack Black. Quindi in effetti ha poco della commedia anche questo. Fate finta che non ve l’abbia accennato. Suvvia, riuscirete a farvi una bella serata anche senza ridere come imbecilli.
     
     
     
     
     
    *grazie per lo spunto, tu-sai-chi J
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    categorie: donne, film
    giovedì, 08 gennaio 2009

    Non aprite quella cazzo di porta...

    Certo che se la nostra specie si comportasse in media con l'accortezza e l'acume dimostrati dai protagonisti dei thriller e degli horror, la selezione naturale avrebbe provveduto pietosamente a estinguerci prima che scendessimo dagli alberi.

    Quando non mi sto coprendo gli occhi per paura di vedere budella, l'unica cosa che riesco a fare è pensare/esternare ad alta voce cose come quelle che la visione di The Strangers (oh attenzione, potrebbero esserci spoiler) mi ha ispirato proprio ora:

    - Bravi, lasciate la porta aperta. Anzi, volendo risalire a monte: GENIONI a vivere in culo ai lupi in una casa tutta vetri senza un cazzo di catenaccio alla porta e un cane da guardia, un allarme, degli scuri alle finestre....

    - Mettete in giro armi come coltellacci da macellaio e disfatevene subito, magari lasciandole in bella vista su un tavolo.

    - Certo, aprite la porta a chi bussa alle 4 del mattino alla vostra casa in culo ai lupi. Non può che avere ottime intenzioni,  probabilmente è il nuovo vicino che vi ha fatto una torta.

    - Ok non è il vicino, è un branco di psicopatici: SEPARATEVI mi raccomando e non sognate di allontanarvi dalla zona. D'ora in poi avrete le capacità di autodifesa di una coppia di pandori.

    - Perdete immediatamente d'occhio i vostri cellulari, non sia mai che riusciate a chiamare aiuto.

    - Lo psicopatico è a un passo da voi e voi avete trovato un nascondiglio: ANSIMATE rumorosamente per segnalare la vostra presenza ugualmente. Non vorrete fargli perdere altro tempo?

    - Se vi riesce, cercate di farvi del male da soli prima che ci pensino loro, procurandovi ferite e fratture nei vostri tentativi inani di preservarvi in vita. Oltretutto vi aiuta ad ansimare meglio, donandovi piccoli e spontanei guaiti di dolore.

    - Confinatevi in una stanza da cui non si possa uscire, accucciatevi in un angolo e possibilmente continuate ad emettere i rantoli di un malato di tisi.

    - Voi avete un fucile e lo psicopatico vi sta buttando già la porta ad asciate: non sparategli, mica ce l'ha con voi. Piuttosto, spostate i mobili di casa nella sua generica direzione (tanto quella credenza erano anni che volevate spostarla) e ritiratevi ad ansimare nella stanza di cui sopra.

    ... e così via dicendo.
    Ora vi saluto perché hanno bussato alla porta: è tardi, ma sarà sicuramente il mio vicino con una torta. Lascio già il coltellone in vista sul tavolo della cucina. Gnam gnam, speriamo sia una sacher.

    si, riescono a farsi fregare da due ragazzine e un gobbo
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    categorie: fun , film, cose buffe
    domenica, 28 dicembre 2008

    La Duchessa Occhieggiante

    Il passaggio dall'adolescenza e post-adolescenza all'età adulta (o a una sua approssimazione) ha senza dubbio segnato la morte per soffocamento della mia capacità di struggermi per le impossibili storie d'amore dei film e dei libri, per le eroine, le scene madre e via dicendo.
    Non che non mi piacerebbe tornare ai facili entusiasmi di prima e all'immedesimazione, ma il mio cervello ha preso a rielaborare i nove decimi delle suddette storie come "gesta di stronzette mantenute che dormono sino a tardi e, nella totale tranquillità finanziaria, vivono storielle d'amore insulse che le intrattengano da quella viziata noia da privilegiate che ammanta le loro vite, relazioni il cui unico sale è per lo più costituito dal fatto di far loro pensare di essere trasgressive".
    E a questo punto ho smesso di trovare appigli e punti di contatto, così dalla commossa empatia sono passata alla distaccata presa per il culo.

    Purtroppo è con questo spirito che ho guardato le mossette di Keira Knightley nei panni della Duchessa del Devonshire, lontana ava di Lady Diana. Di lei, Keira, devo ancora capire se penso sia una brava attrice o un'intollerabile divetta, visto che ancora più che nei film la si vede sui red carpet che occhieggia (lei non sorride: occhieggia) avvolta in mirabolanti abiti firmati.

    Keira nella sua migliore Faccia Occhieggiante di Sottecchiâ„¢
    La storia, seppure largamente basata sulla vita di un personaggio realmente esistito, è la classica storia di femmina ardimentosa e passionale incatenata nelle convenzioni dell'epoca e soffocata da maledetti maschi bastardi. Cosa che cominciava a destarmi un vago sbadiglio già quando, quindicenne, guardavo Titanic per la decima volta (mai cessando di stupirmi di come quella vacca della Winslet disarcionasse DiCaprio da quell'ampia porta su cui sarebbero stati tutti e due) e che invece ora è capace di causarmi attacchi di narcolessia istantanea.
    Ormai il concetto è assimilato: c'è stato un lungo, lunghissimo periodo di storia in cui la vita delle donne ha fatto sufficientemente schifo, specie a livello di libertà di autodeterminarsi e anche al giorno d'oggi tale condizione non è ancora migliorata poi così tanto, pur avendo fatto notevoli passi avanti. Di altre storielle di femminismo ante-litteram comincio ad avere le tasche piene.
    Se aggiungiamo al tutto una non troppo celata vena agiografica nei confronti di Lady Diana, dati i molti parallelismi tra la vita della principessa e quella dell'ava messi in bella mostra e lo smaccato tentativo di far apparire la protagonista priva di difetti e completamente vittima della sua triste gabbia dorata, la noia assurge a livelli stellari, tanto più che la Duchessa Georgiana non pensò nemmeno di fare una tragica e spettacolare morte come la Principessa, ma - poveretta lei - finì tutto sommato col soccombere senza grande eroismo a quel sistema sociale che la voleva prigioniera nei suoi molti e sontuosi palazzi.

    Non nego di aver versato qualche lacrimuccia sulle scene più struggenti, tipo la povera Duchessa costretta da Quel Porco Fedifrago di Suo Marito il Duca™ (Voldemort cioè) a dar via la figlia dell'ammmmore clandestino con il bel fusto dagli occhi che luccicano. Non nego neppure di aver perso una minima quantità di bavetta e aver fatto un occhio porcino di invidia durante l'ennesima Scena di Sesso Proibito, Liberatorio, Sudaticcio e a Lume di Candela™. A parte queste mie défaillance, però, non ci si innalza granchè.

    Che cosa ho fatto dunque per ammazzare il tempo? Ho fatto esattamente quello che ho fatto quando ho visto Marie Antoinette della Coppola: ho steso un velo sulla trama già nota e scontata (la Coppola era convinta che mettere i Cure nella colonna sonora ci distraesse) e mi sono messa a osservare in estasi i bellissimi vestiti, le acconciature da capogiro, gli accessori e il trucco. Visto che in entrambi i film  si è sopperito alla pochezza di sostanza con attrici giovani e bellocce fasciate in un corsetto diverso e con una parrucca sempre più alta ad ogni scena, vi assicuro che se vi concentrerete su quello avrete di che saziare gli occhi.

    ~~~

    Aggiungo una postilla irritata, pensata mentre mi godevo il mio panino dopo il film e faticavo per riacquisire sensibilità alla punta delle dita ghiacciate.
    Sapete, io tendo ad ascoltare le conversazioni dei tavoli altrui. Senza malizia o altro, ogni tanto mi cade l'orecchio e presto attenzione ai frammenti delle conversazioni degli altri.
    Non avete idea di quanto mi caschino le palle sotto il tavolo (questo per esprimermi da Duchessa) quando finalmente capto che il motivo di un acceso dibattito tra due ragazzi è il calcio.
    Non credo esistano molti argomenti al mondo in grado di scatenarmi un encefalogramma piatto come il calcio e un'altrettanto totale mancanza di interesse. Uno di quei pochi argomenti, è il parlare del calcio. Fatemi presenziare a un dibattito calcistico e, se mettete anche un disco di Vasco di sottofondo, potrei regalarvi un mio rene sanguinante pur di riuscire a scappare.
    Se il calcio riuscisse a interessarmi un minimo, sarei davvero curiosa di farmi spiegare da chi lo sa il perchè i tifosi si infervorino come se
    1. fossero esperti sportivi e non solo tizi che leggono la Gazzetta con il cappuccio la mattina
    2. i meriti della propria squadra dipendessero da qualche loro scelta e dunque potessero farne un qualche vanto personale
    3. il loro dibattere, valutare e riesaminare influenzasse in qualunque modo l'andamento della squadra o del campionato.
    Detto questo, posso capire che gran parte di queste domande potrebbero essere riformulate e rivolte a me quando mi infervoro parlando di musica o di libri o di film. Lungi dall'aver voglia di spiegare come ritenga le due cose alquanto diverse, mi rassegno. Insomma, ognuno ha il diritto di interessarsi a qualunque cosa sia in grado di farlo sognare un po'. Certo, se questo qualcosa è l'ultima partita del Genoa, permettetemi di alzare un sopracciglio e occhieggiare aristocraticamente altrove come Keira Knightley. Tsè.

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (9)
    categorie: riflessioni, donne, film, dubbi, in giro
    sabato, 22 novembre 2008

    Twilight

    Devono inventare l'Oscar per le migliori acconciature.
    Solo per poterlo negare a Twilight.

     

    Voglio dire gente, lui è quello con l'hair style *migliore* del film....

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    categorie: film, cose buffe
    lunedì, 27 ottobre 2008

    One of my turns

    E’ una delle mie fasi maniacali, decisamente. Una di quelle fasi in cui non riesco a prendere in mano un libro, fosse anche il migliore mai scritto, e invece mi fiondo rapacemente sul maggior numero di film possibile.
     
    Nelle ultime due settimane, le serate cinematografiche si sono alternate a quelle casalinghe, in un susseguirsi di visioni disparate e non correlate tra di loro:
    • Burn After Reading (qualche scena notevole e abilità soprannaturale nel far sembrare due fighi di Hollywood tristi omini di mezza età)
    • The Happening (una forma di eco-terrorismo su pellicola con memorabili momenti di moon walking suicida. Non guardo più il mio Ficus Benjamin con gli stessi occhi, da allora)
    • The Mist (che in quanto ad angoscia se la batte col raccontone di King, ero quasi in lacrime dalla tensione ma per fortuna c’è l’attrice che faceva la poliziotta gnocca in Silent Hill)
    • The Love Guru (Toh, Mike Myers che fa il cretino – inedito! C’è anche Jessica Alba nella sua miglior interpretazione di “sono gnocca ma anche autoironica”)
    • The Women (i capelli di Meg Ryan, e varie storie di donne. Ma soprattutto i capelli di Meg Ryan. E c’è la principessa Leia sullo step.)
    • Wall-E (che è il film più carino che abbia visto in molto tempo, non lo recensisco solo perché non ha bisogno di un’altra donnina con gli occhi a forma di cuore che ne parli bene, è già bello così)
    • Baby Mama (Tina Fey, la Sarah Palin del SNL, affitta l’utero di un bell’esemplare di white trash statunitense. Bel cameo di Steve Martin come mega boss spiritual-chic e lungo codino. Per la sottoscritta, momenti di dejavu agghiacciante del Tennessee.)
    • Mamma Mia (che in effetti ho visto ad Agosto ma quasi quasi andrei a rivedermelo perché è graziosissimo e trasuda allegria. Il cast over-40 eclissa completamente i giovinastri)
     
    Sono anche riuscita a vedere un film che avevo adocchiato in sala a Vancouver lo scorso Agosto. Il titolo accattivante era stampigliato su uno di quei cartelloni con le lettere mobili in un cinemillo di Granville Street. Non arrivai in tempo perché posseduta dallo shopping, ma ieri ce l’ho fatta.
    Questi canadesi! Pensiamo agli orsi e ai poliziotti vestiti da Gran Mogol, e invece ogni tanto se ne vengono fuori con uscite del genere.
    Con un titolo simile, non so se riuscirà mai a farsi distribuire in Italia, comunque non so se riuscirebbero mai a trattenersi dal
    1. Tradurre interamente il titolo: “Giovani che scopano”
    2. Aggiungere un sottotitolo "contestualizzante" per subnormali (tipo “A prova di spia” per il film dei Coen). Nel caso il titolo non fosse abbastanza esplicativo o il pubblico fosse appunto in convalescenza post-lobotomia.
     
    Comunque arriverà – se arriverà – in Italia, Young People Fucking (Y.P.F. per gli amici) è un film divertente che strappa qualche risata isterica, qualche corrugamento di sopracciglia e una discreta voglia di fare sesso subito dopo, nonostante si veda al massimo qualche tetta sporadica e un paio di chiappe, per giunta maschili (è giusto che *io* dica “per giunta”?).
     
    Breve - meno di un’ora e mezzo - e con attori sì attraenti ma non strafighi, ha una struttura compatta e semplice, quasi boccaccesca se mi perdonate questa comparazione un po' fuori range.
    Ci sono cinque storie parallele che vengono portate avanti insieme in quadri separati secondo la successione logica di una normale serata di sesso (per mio feticcio adoro i film con i personaggi presentati con i nomi in sovrimpressione e i quadri titolati):
    -          gli Amici da 20 anni, entrambi single per una volta e soli in casa di notte con una bottiglia di scotch
    -          la Coppia stabile che vive insieme e fa sempre meno sesso, desiderosa di spezzare la routine con qualcosa di insolito
    -          i Coinquilini, di cui uno sogna di condividere la sua ragazza con l’amico prima di cambiare casa
    -          il Primo Appuntamento tra una svampitella e un abile marpione, in cui non è chiaro chi stia infinocchiando l'altro
    -          gli Ex che non si vedono da un po’ e credono di poter fare sesso senza complicazioni emotive
      
     
    Da bravi guardoni, osserviamo il trascorrere delle cinque serate secondo un percorso a tappe che porta dalle chiacchiere di preludio al dopo orgasmo, con una sorprendente mancanza di eccessivi cliché o esagerazioni, ma soprattutto di autentiche volgarità.
    Certo, la visione è consigliata a gente smaliziata e che non si scandalizza alla vista di uno strap-on, quindi niente proiezioni in famiglia con la nonna (ricordo ancora quando vidi Poeti dall’Inferno con mamma e nonna, e più DiCaprio/Rimbaud se lo prendeva nel didietro e volteggiava gli attributi sui tetti, più io e mamma eravamo felici che la nonna si fosse addormentata).
     
    Si ridacchia alquanto, per la verosimiglianza di certe situazioni e di molti scambi di battute, nonché per il fatto che il sesso può essere una cosa molto buffa e divertente, laddove invece il cinema mainstream di solito sceglie di narcotizzare questo aspetto per esaltarne altri più surreali, finendo poi col regalarci antologie di sesso in slow motion con musiche melense (questo stereotipo è anzi preso in giro), attori con corpi perfetti o noleggiati per farli sembrare tali, posizioni implausibili per cui – in natura – la penetrazione sarebbe possibile solo se avvenisse per via ombelicale.
     
    Non sto dicendo che Y.P.F. sia un film particolarmente realistico, ma ne ho apprezzato la freschezza e la diversità, nonostante sia ben lontano dal poter costituire un manuale di self-help sessuo-amoroso e si abbandoni talvolta a un'eccessiva semplificazione di alcune problematiche. Del resto fa sin troppo per un filmetto a basso budget dal titolo provocatorio e dal cast semi-sconosciuto, ti fa persino pensare un pochino e regala qualche spunto pratico.
     
    Ora il mio ragazzo ha solo da temere che una sera spunti fuori uno strap-on per ravvivare i destini coniugali.
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    categorie: film, sesso
    martedì, 02 settembre 2008

    High expectations

    Seinto Seiya!Ok gente.

    It's not like me to freak out but....

    Ogni tanto IMDB spara fuori delle notizie che mi scuotono nel profondo.

    A questo link.

     

    Oddiotipregofachesiaveroechescelganogliattorigiustiiiiiiiiiii......

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    categorie: film, tv , genki moments
    mercoledì, 27 agosto 2008

    Confessioni di una degenerata

    ".. penso mi scofanerò un altro paio di pagine di quell'orrenda minchiata che sto leggendo e che è una bislacca saga di vampiri per adolescenti. "

    Ipsa dixit, una settimana fa, o giù di lì.

    Il punto è che sono una maledettissima ipocrita.

    Peggio, una ragazzina.

    Una ragazzina abbandonata dalla sua vampirista preferita, Anne Rice, e bisognosa di conforto.

    Un po' come quando, a 8 anni, vidi finire i Cavalieri dello Zodiaco e, incapace di processare il lutto, mi tuffai tra le braccia dei Cinque Samurai, anche se la storia era più brutta e le loro armature molto meno suggestive (ma oh quante fanfiction yaoi scoprii 10 anni dopo).

    Ma torniamo ai vampiri.
    In qualche momento dei miei very early 20s, mi impallai sui vampiri della Rice. Interview with the Vampire, The Vampire Lestat, the Queen of the Damned... praticamente li sbafai. E visto che in Italia non circolava ancora altro mi presi da Amazon anche tutto il resto: in totale, credo di ricordare, lessi 11 libri della sua saga dei vampiri, dai primi più ispirati sino all'ultimo insipidino, Blood Canticle, che era appena appena uscito.

    Ero completamente drogata: cominciavo a sognare come una deficiente che i vampiri esistessero davvero, ci speravo persino. Ero invaghita di Lestat. L'idea di bere sangue cominciava quasi a sembrarmi normale (salvo tagliarmi per sbaglio e riconoscere che sanguinare non era assolutamente cool o piacevole). Ebbi insomma un ritorno di fiamma dell'appena trascorsa adolescenza, quella in cui di solito si ama coltivare sogni completamente folli per il gusto di farlo.
    Avendo avuto un'adolescenza troppo tranquilla e priva di impeti, la sto scontando a rate adesso.

    Stiamo parlando di una vena un po' sui generis dei miei gusti letterari, forse meno socialmente accettabile di altre, per una che cerca ogni tanto di farsi passare per una signorina di intelletto (fallendo, tra l'altro) e devo ammettere che ogni tanto un po' me ne vergogno. 
    D'altra parte però non posso negare di avere la tendenza ad appassionarmi parecchio di storie di vampiri, mostri, creature immortali e compagnia bella (mai menzionato che sono anche un'avida lettrice di King?)

    Nel fantasy in definitiva ci sguazzo, mio malgrado: non vorreste sapere quante volte ho letto/visto il Signore degli Anelli, quanto ho giocato a Dungeons&Dragons, quanti libri sull'argomento ho letto, dai più elevati tipo Tolkien ai più tendenti al trash.
    I vampiri stanno proprio al crocevia tra la mia passione per il fantasy e quella per il genere un po' più dark/horror, senza trascurare il quasi sempre presente elemento sensuo/sessuale, che ha sempre un certo appeal su di me (leggi: versioni socialmente decenti degli Harmony).

    E quindi, si diceva.

    E quindi.

    E quindi in meno di due settimane sono alla fine del terzo libro della saga di quella gran stronza di Stephenie Meyer, mannaggia a lei. Ve l'ho detto che assomiglia a Cristina D'Avena vero? Solo che invece di cantare "Puffi qua puffi là" questa ha deciso di proiettare tutte le attenzioni che non ha ricevuto in adolescenza nella storia, di cui vi ho già accennato, di questa ragazza banalotta, goffa e completamente odiosa che fa innamorare tutti di sé e ovviamente accederà anche lei - ormai posso prevederlo con certezza - all'ormai sdoganato dono dell'immortalità. Circondata da grandissimi fighi che si battono per lei. Un Harry Potter senza fantasia o simpatia intrinseca, destinato a diciassettenni con l'apparecchio esterno, un sacco di sogni e un account su DeviantArt..
    Si è mai sentita una cosa più odiosa?

    E allora perchè continuo a leggerlo? Con avidità per giunta! Dio santo io SPERO che sia perchè so che prima o poi ci sarà una scena di sesso, perchè l'alternativa grottesca è che effettivamente questa "bislacca saga di vampiri per adolescenti" (cit.) mi stia piacendo.

    Come ciliegina sulla torta, ora ho una voglia matta di andare a vedere il film del primo libro, Twilight, che in America esce per Natale. Lo strafico vampiro protagonista è interpretato dallo strafico attore che faceva Cedric Diggory nel quarto film di Harry Potter (è quasi un'ironia). Lei ha il faccino stronzo e insulso che ho sempre attribuito a Bella. Perfetti.
    Fosse anche solo per smontarlo dal primo all'ultimo minuto (o per farvelo credere), vi assicurò che ci sarò.

    Damn.

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    categorie: libri, film, progetti, cose buffe
    venerdì, 18 luglio 2008

    Genio e sregolatezza

    Amo poter andare oltreoceano con una certa regolarità, perchè mi permette di fare scorte di abiti, moltissimi calzini, salsa teriyaki e 1000 islands, nonchè coccole materne e prime visioni al cinema. Per esempio sono andata a vedere Hancock, con Will Smith, che avremo nelle sale a settembre e che, lasciatemelo dire tanto non è uno spoiler, da premesse simpatiche e piuttosto originali diventa uno strano magma indefinibilmente tragicomico da circa metà proiezione. Bisognerebbe dare un voto ai film potendo dare voti diversi al primo e al secondo tempo, a volte.

     Un'altra cosa di cui sono ghiotta sono i libri in inglese.

     Direte che esiste Amazon, e si grazie lo so anche io, però la sensazione di vedere un libro sullo scaffale, invaghirsene e acchiapparlo è una di quelle cose del mondo reale che voglio continuare a coltivare.

     Ho letto 3-4 libri nelle ultime settimane, di cui uno di Diablo Cody molto carino (delle memoirs di una normale ragazza un po' in carne e patologicamente per bene che decide di darsi alla carriera della spogliarellista - questo prima di partorire accidentalmente la sceneggiatura di Juno).

    Leggere la storia vera di una che ne aveva davvero le palle piene della sua vita ben definita, responsabile e piantata su precisi binari e che si è data praticamente per ripicca a una carriera folle e socialmente inaccettabile mi gonfia, anche se debolmente, le afflosciate vele della Nave della Ribellione, il cui varo era previsto in epoca adolescenziale e che invece per qualche motivo è stato in effetti posticipato a data mai definita.

     Le mie letture recenti, tuttavia, mantengono un filo conduttore musicale abbastanza coerente: ad Aprile ho letto Hammer of the Gods, biografia molto poco autorizzata dei Led Zeppelin, il mese dopo ho curiosato tra i ricordi della groupie storica Pamela des Barres e adesso sono alle ultime pagine di Wonderful Tonight, di Pattie Boyd, che nella vita ebbe apparentemente la "fortuna" di essere sposata a due icone del rock come George Harrison e Eric Clapton e condurre una vita alquanto unica in compagnia dei mariti e di una pletora di amicizie rock'n'roll. Bell'ultimo acquisto un paio d'ore prima di volare di nuovo a casa, e ho anche un nuovo Burroughs in saccoccia.

     

    Pattie Boyd si può contemplare in tutto il suo splendore giovanile nel film A Hard Day's Night dei Beatles, dove conobbe il futuro maritino mentre interpretava una fan studentella in uniforme e in quella specie di video di Something (peraltro scritta per lei, si dice) che fu girato alla fine della carriera dei Beatles, in cui ognuno cammina immerso nell'idillio matrimoniale, inclusi John e Yoko in lunghi mantelli teatrali.

    Quando il matrimonio con Harrison cominciò a tirare il gambino, Eric Clapton – e questo è uno dei gossip del rock più arcinoti – cominciò a tartassare la signora di messaggi struggenti, non potendo averla si mise con la sua sorellina sedicenne e infine compose Layla, LA Layla che tutti conosciamo e non possiamo evitare di amare, per cacciare fuori tutto il suo sentimento frustrato, casualmente allegando in calce un riff di chitarra mostruosamente bello.

    Quando lei si negò, lui si diede all'eroina e solo qualche anno più tardi lei decise di lasciare il tiepido George per cedere alle àvances del talentuoso collega. Fast forward di qualche anno di tour, alcolismo, droghe e viaggi di ogni genere e tipo e poi lascia anche il fido Clapton che intanto ha avuto un figlio con una tizia che ha vinto l'Isola dei Famosi, ma questo è un capitolo di scarsissimo interesse.

    Ora, se c'è una cosa alquanto palese è che io amo la musica e che sguazzo nel classic rock come un'anatra nello stagno. Ma leggere questi ritratti più ravvicinati di artisti che adoro, che con tutto il beneficio del dubbio devono comunque avere più di un tratto di verità, mi lascia uno strano sapore amaro.

    Sono attaccata alla mia immagine mitologica della rock star: un animale spedito dai cieli per entrare in comunione spirituale con le grandi folle e farle godere, dominandole. Una figura eccitante, creativa, superiore, sexy. Un dio dorato, per citare Robert Plant (e Almost Famous). Un personaggio certo decadente e dedito ai vizi, uno che vive entro schemi tutti suoi.

    Ma c'è poco di questo nelle cronache matrimoniali della signora Boyd.

    George Harrison, la rock star taciturna e orientaleggiante, diventa pian piano un marito distante e bipolare, dedito a meditazioni ossessive alternate a grandi dosi di marijuana e flirt. Un maniaco del controllo che sa essere paurosamente freddo.

    Eric Clapton, il dio della chitarra, diventa un patetico alcolista e cocainomane in denial rispetto alla sua stessa dipendenza, geloso e totalizzante, socialmente inetto se non nutrito a limonata e whiskey per colazione ogni mattina. Un manipolatore dei sentimenti, una sanguisuga emotiva.

    E lo stesso vale ad esempio anche per Jimmmy Page, ritratto da chi lo conobbe all'epoca come un eroinomane perso, maschilista, egocentrico e ossessivo.

    Uno non si aspetta certo dei bravi ragazzi con la riga da un lato, ma nemmeno di sentire storie che affondano così in basso nell'abiezione e nella miseria, anche se sempre costellata da montagne di soldi, manager premurosi, aerei privati, tour e vacanze d'elite.

    Uno non si aspetta nemmeno di vedere una rock star in coda alle poste (Max Pezzali invece me lo vedrei benissimo), ma neanche gente che non ha seriamente idea di come si gestisce una vita senza un manager che pensi a tutto, dal tuo mobilio all'assicurazione alla tua licenza di matrimonio. Delle specie di strani bambini drogati e viziati, circondati da gente che dice solo si e li adora.

    Perchè se questa gente non ha nulla in comune con noi, come è riuscita a creare musica che, come si suol dire, tocca le corde dell'animo umano così bene? Parole in cui tutti possono identificarsi, gioie e dolori universali, melodie che ascolteremmo e riascolteremmo.

    Forse gli artisti sono oppressi dal peso di un'energia creativa così incontenibile e quasi dolorosa che non è loro consentito condurre una regolare esistenza? Forse sono questi i termini del famoso patto col diavolo che viene sempre chiamato in causa da qualcuno quando si parla di grandi artisti?

    Volessimo ampliare il discorso "genio e sregolatezza" alle arti in generale, del resto, troveremmo una caterva di esempi.

    Mah, che dire infine?

    Probabilmente c'era qualche curiosità morbosa nelle mie letture recenti, un qualche bisogno di saperne di più di persone che senza averne intenzione specifica rendono la mia grama vita un po'più tollerabile e devo ancora capire bene che effetto mi fa scoprire che condividere la propria vita di ogni giorno con molti di loro deve probabilmente essere simile a un incubo e che umanamente parlando essi non si collocano al più alto dei gradini (cose che in effetti potevo anche figurarmi da sola, direte).

    E dopo tutto, visto che non progetto di sposare una rock star tanto presto e che anche i miei progetti come potenziale groupie sono debolucci, direi che potrei far finta di non aver letto e continuare a idolatrare i musicisti dal punto di vista migliore: da sotto il palco.

     

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    categorie: viaggi, musica, libri, film, beatles
    martedì, 03 giugno 2008

    Ho fatto ho visto

    Ieri parlottavo con la dolce metà imbalsamata nel piumino e borbottante sporadici grugniti. Il breve scambio di battute era ispirato dal long week end agli sgoccioli.
    A che servono alcuni giorni di vacanza? A che servono un paio di settimane fuori dall'ufficio?
    A farti stare triplamente di merda quando torni, soprattutto, perchè per riposarsi davvero ci vorrebbero alcuni mesetti di pausa, come fanno gli insegnanti ad esempio.

    Ma che dire gente, se lavorate anche voi stiamo tutti sullo stesso barcone di profughi.

    Ecco cosa ho fatto io per (non) riposarmi in questi tre giorni: ho sfaccendato. Quasi full time, perchè la mia casetta, tra trasferte, cazzi e mazzi, stava prendendo derive straccion-chic, col salotto trasformato in lavanderia e camera mia in un campeggio, la sala da pranzo ridotta a laboratorio e la cucina a mensa aziendale.
    Concedendomi, naturalmente, qualche piacevole distrazione, come la serata al femminile davanti a Sex and the City (anche se le nostre Carrie e Charlotte locali hanno tirato pacco all'ultimo). La sala era gremitissima e ho avuto la bella pensata di andare al cinema vestita da donna con tanto di tacchi vertiginosi.
    Adoro guardare le serie TV con tanta gente. Di solito quando guardo un episodio da sola, raramente rido, al massimo sogghigno dentro: avere gente intorno ti sprona a tirar fuori la risata per davvero, a far salotto, a fare commenti. Di questo mi resi conto con certezza quando finii a guardare un episodio dei Simpson con la mia classe del ginnasio in settimana bianca e praticamente piansi dal ridere.
    Su questo presupposto, la visione di venerdì è stata decisamente divertente anche per il solo contesto: una sala piena di donne e occasionali fidanzati sacrificali, tutti pronti a ridere, a darsi di gomito per i costumi, a versare qualche sporadica lacrima (si, ma che nessuno sappia che anche io ho pianto. Ops.)

    Il film di Sex and the City è praticamente un episodio lungo 2 ore, con le nostre 4 single invecchiate di qualche anno ma perfettamente sorrette da Botox, luci e vestiti favolosi. Una prospettiva della vita dopo i 40 decisamente più rosea del consueto che ti mostra come, con molta chirurgia plastica e moltissimissimi soldi, si possa essere più favolose a 40 anni che a 20.
    Metà dei miei commenti all'amica del cuore sono stati del tipo "Ma che cosa DIAVOLO sta indossando?", mentre Sarah Jessica Parker, la bruttina meglio mascherata del jet set, sfoggiava rutilanti abiti da sposa, le solite Manolo Blahnik da mezzo metro di tacco (la Parker cammina sulle punte anche quando è scalza, tipo le Barbie), borsette gioiello a forma di Tour Eiffel e altre varie stravaganze che per qualche imperscrutabile ragione le stanno da dio.

    La trama conclude in modo abbastanza esaustivo le poche cose rimaste in sospeso dalla fine dell'ultima stagione: Carrie che finalmente ha accalappiato Mr. Big, l'origine della cui misteriosa fortuna sembra sempre più rivolta al traffico d'organi di bambini coreani, Miranda che ha un bimbo che cresce sempre peggio e il solito dolce e disastroso marito barista (ogni tanto la TV cerca di convincerci che accoppiate simili, l'avvocatessa e il barista, la dottoressa e il portiere, possano davvero funzionare), Samantha ancora relegata allo stretto ruolo di fidanzatina fedele per il suo modello figone e Charlotte irritantemente felice col maritino calvo e la bimba cinese.

    Un plauso speciale, come sempre, alle battute di Samantha, ma in generale il film è riuscito insieme a mantenere continuità e coerenza con la serie con poche forzature di trama, a mettere insieme una cosa che era sia fine che divertente, commovente e outrageous (ci credereste che si vede un pisello?) allo stesso tempo. O sarò un po' di parte, visto che ho seguito la serie sin dai suoi tenebrosi esordi su La7 in seconda serata, quando a ogni episodio facevano seguire un curioso dibattito.


    Un posto d'onore riservato a scarpe e vestiti, uno al sesso, uno all'ammmore, uno pure alla city ovviamente, ma forse l'ingrediente più grazioso, se ci facciamo una vera pera di sospensione di incredulità, è il tema dell'amicizia tra questi personaggi così diversi (sono una specie di donna sola scissa in 4: la sognatrice, la cinica, la trasgressiva e la tradizionalista), un'amicizia che è sì di fiction, ma fa un po' a tutte desiderare di acchiappare le proprie amichette, abbracciarle strette e andare a cena insieme a parlare di cose da donne, senza conflitti e invidie così tipiche del nostro infelice sesso, ma solo con affetto e comprensione reciproca. Ti fa venire voglia di amiche in parole povere, quel genere di Rapporto Sano col Mio Sesso che tanto ricerco.

    La mia parte Donna con la D maiuscola insomma, quella che per lo più contengo a favore di altri miei aspetti più originali, ma che ogni tanto sgorga fuori gioiosa in occasione delle cene tra amiche, tra crisi sentimentali e consigli per la cellulite, chiacchericcio gossipparo e discorsi sul sesso che farebbero arrossire i muri (mi distinguo come la Samantha della situazione); la mia parte che, pur indossando quasi sempre anfibiacci e calzini, conserva nella scarpiera un'antologia di tacchi alti che si accontenta anche solo di rimirare ogni tanto e che fa shopping in modo quasi compulsivo.

    Il ritorno dal cinema in 2 (dovevamo essere in 4) all'una di notte, scendendo (leggi: precipitando) per Via XX sui maledetti tacchi e chiaccherando di manovre antistupro (che secondo me garantiscono allo stupratore un margine di successo molto ampio) hanno completato la seratina.

    Il resto del long week end è trascorso benone, tra concerti (è iniziata la stagione dei festivalini genovesi), pulizie (ho dato la cera per la prima - e sicuramente l'ultima - volta in vita mia) e visite all'Ikea. Ho comprato un sacco di piante in un raptus casalinguico e poi cosparso la casa di candele, cosa che adoro ma non ho mai tempo di fare. Ho sbranato dolcetti Ikea alla cannella e biscotti all'avena pucciati nel cioccolato, guardato un gazillione di puntate delle mie lesbiche (che bello, dopo tutti questi mesi!) e ho pure visto il nome della mia amica canadese nei titoli di coda. Ho finito Running with Scissors e l'ho adorato, ho guardato Juno e un paio di canzoni della soundtrack mi sono davvero piaciute (la line "a half time lover and a full time friend" mi ha fatta sorridere)

    Camera mia sembra ancora un campo profughi coi parati staccati e non ho manco comprato il bianco, tanta è la voglia.

    Nel complesso riposo 0, cose fatte tante. Dopo tutto non riposarsi è un modo di non darla vinta al lavoro penso. Perchè passare il prezioso tempo fuori dall'ufficio a cercare di recuperare le forze per ritornarci?