About me, more or less

Utente: Shulypoo
Cromosoma XX, personalità indecisa e dubbiosa, amante dell'autoerotismo mentale, della musica rock, del sushi, degli anfibi e degli orsetti del cuore.

L'erotismo mi piace e lo vedo in tante cose. Forse ve ne accorgerete, ma non scambiatemi per ammiccante, ve ne prego.

Ripresami dalle mie brume esistenziali post laurea e dai vaneggiamenti matrimoniali, sono ora un'improbabile business woman con parecchi issues. Ma che questo non mi identifichi in alcun modo, vi prego. Aspirante groupie, passerei volentieri la vita a sperarla diversa.
Odio mordermi le guance. Ma proprio tantissimo.

Handle with care, perchè mi affeziono anche al cartone del latte e sono permalosissima.

Geeky, nerdy, plastic fantastic, the one you'll never need.
Amen.

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Mi rallegrano e compiacciono cose tipo...

svegliarmi e ricordarmi che posso dormire
le chitarre elettriche
il junk food, il sushi e il cibo indiano. Ma anche tutto il resto.
il piumino calduccio
l'umorismo surreale
le culotte
non reggermi in bus e far finta di fare surf
leggere i libri in una botta sola
i cavalieri dello zodiaco
la musicalità
le t-shirt buffe e witty
i calzini a strisce
chi è colto e non lo fa pesare
il ponte di chiatte al Porto Antico di Genova
il mio albero di natale
chi capisce al volo
i regali inattesi
le coccole sotto il piumino
questa faccina ":3" e questa ">.>;"
Londra
la lingua inglese
l'eccitazione
capire improvvisamente qualcosa
la novità
le pernacchie sulla pancia
la varietà linguistica
le cose pucciose e superdeformed
il cambiamento
ascoltare musica di notte
la sottigliezza
le opinioni decise ma non ostinate
comportarmi in modo inappropriato
sapere le cose senza Google
la gente easy going
le seghe mentali un po' costruttive
fare pace
i vecchi vinili
chi non serba rancore
forzare i miei limiti
ballare, da sola
la gentilezza a prescindere
gli anni '60 e '70 e la loro musica
la pulizia
non dover spiegare ciò che dico, specialmente le battute
la capacità di modularsi
apparentemente, anche saltare di palo in frasca :3

Mi rattristano e un po' irritano cose tipo...

i pallini sui maglioni
chi entra dall'uscita dei bus
la banalità, in tutto
i calendari coi culi
i peli incarniti
chi dice di non aver mai tempo e non fa un tubo
la polvere sulle dita, e i gatti impolverati
il vento e la pioggia insieme
le abitudini noiose, i loop, i pattern
i furbi, i Furby e i furry
le cose banalmente sexy
la mancanza di autocritica, di ironia, di curiosità
gli errori di grammatica e ortografia
la volgarità a sproposito (ma non le parolacce!)
il pitonato, lo zebrato, il leopardato e gli altri mali accessori alla menopausa
la gente che scrive "Hei!" invece di "Ehi!"
la pornografia camuffata da erotismo
la risata "Hihihihihi". Ha un che di satanico e idiota, usate le faccine piuttosto
le battutine a sfondo sessuale fatte a sproposito
chi racconta i casi suoi al telefono in bus, magari urlando
l'indefinitezza
le mode imbecilli, e le sedicenti modelle
la puzza di fumo
la poesia cheap
l’associazione soldi/mignotte/belle macchine
chi sputacchia quando parla
la “bella gente†e la "bella vita"
chi fa lo strano, l'incompreso, l'unico, l'originale a tutti i costi
sentirmi invisibile e a disagio
chi è più pigro di me
chi non si fa mai problemi e dovrebbe
il frastuono e la musica merdosa
chi parla addosso alla gente
chi non ascolta e pensa di aver capito
la sveglia
l'ignoranza compiaciuta
i consigli non richiesti, ma anche i conigli
gli egocentrici molesti
gli inappetenti cronici e chi fa tremila storie sul cibo
le donne fissate con le minchiate che non compensano con altre doti
gli uomini che pensano di far colpo coi soldi
le "k" al posto delle "c"
chi non sorride mai
smagliare i collant nuovi
chi non capisce, chi non coglie, chi non si sa adattare
le suonerie dei cellulari, la maggior parte
i deliri religiosi
il buonismo dettato da idiozia
rompere con qualcuno, causare tristezza
chi mi dice "cresci" senza poterselo permettere
i canditi

Solo un numero, e probabilmente sbagliato

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  • mercoledì, 08 aprile 2009

    Morning Glory

    Non posso proprio spiegarvi il perchè di tutto quello che devo fare per lavoro, non in termini ragionevoli, ma a volte esso mi porta a situazioni paradossali e - perchè no - anche a qualche occasionale figura barbina.
    Ad esempio, non ho desiderio di spiegarvi la mia presenza saltellante, ieri mattina, in una corsia di supermercato a prelevare 6 confezioni di pannolini. Sappiate solo che era un motivo di lavoro. Serio. Già.
     
    Acchiappo l'ultimo pacco con le mani già piene, me lo ficco sotto un braccio e mi giro: dietro di me una mamma sulla quarantina, molto in carne, mi guarda ferma a bocca spalancata. Mille domande stampate sul faccione rubicondo e tutte indirizzate a me. 
     
    Non è la prima volta che devo svolgere un incarico simile e, in effetti, avere dei pacchi di pannolini mi conferisce sempre quella sinistra aria da ragazza madre single e disperata. Mi pare già di sentire il pianto di un bambino malnutrito in lontananza, con quei maledetti cosi in mano. Mi sento obbligata a schernirmi e borbotto "Oh io non ho bambini, è per lavoro!", mentre già sgambetto verso un'altra corsia a fare fotografie alla carta igienica (altra peculiare performance richiesta dalle mie mansioni).
    Di rimando quella mi urlacchia da lontano che lei ne ha quattro di bimbi, poverina, e le dico qualcosa di imbarazzante tipo "Caspita, la Pampers dovrebbe farle un monumento!" - me ne stavo già pentendo mentre le parole mi rotolavano dalla lingua. Quando provo a fare la disinvolta-spiritosa-accessibile-che-non-usa-parole-complicate sono sempre un penoso fallimento.
     
    L'involontario momento orrendo, però, è stato cinque minuti dopo alla cassa. Il cassiere è amico della mamma cicciottella. Si vede che lei fa la spesa lì spesso. Lei è prima di me, dopo avermi superata con mossa insospettabilmente felina: le madri con figli e le persone grasse sentono una specie di credito verso il mondo, e il diritto a speciali indulgenze. Come se il fato si fosse già abbastanza accanito su di loro. Potete immaginare il grado di self-assertion di una mamma grassa con bambino che le infila caramelle nel carrello quando non guarda.
     
    Sempre con la stessa aria da "Abbiamo già dato", sprona il figlio piccolo a svuotare il carrello - sin qui nulla di male - mentre a ogni gelato o sofficino o bottiglia di estathé che emerge dal medesimo scarica sul pupo un alito di affetto colpevolizzante ("Tutto per voi compro e io nulla". Già, poteva almeno regalarsi una spirale. Vent'anni fa).
    La mami si racconta due affari suoi col cassiere amico (i rapporti gioviali con i commercianti per qualche ragione mi irritano, specie quando si tiene salotto davanti a una coda che aspetta con l'auto in doppia fila e dei pannolini Junior sotto un'ascella) e poi sedereggia lentamente via con il pupo a rimorchio.
    Nel frattempo, i miei pannolini vengono battuti alla cassa, li guardo con il consueto imbarazzo ed esclamo - per prendere le distanze anche col cassiere - "Accidenti, sembra che abbia partorito una squadra di basket" facendo attenzione a scandire bene le parole, sempre preda del mio scarso talento alla disinvoltura.
     
    Il cassiere è girato altrove e, avendo mancato di cogliere il riferimento della frase, mi lancia un'occhiata ferina piena di odio stupito, e risentimento.
    Postulava naturalmente che parlassi della matronesca signora, dopo aver occhieggiato il suo immenso sederone. A nulla è servito puntare timidamente ai pannolini col ditino indice tremulo. Ormai ero catalogata come la "skinny bitch che non sa che sacrifici deve fare una mamma porcatroiaunpodirispetto". Il club della spesa delle 10 del mattino mi aveva messa alla gogna ed espulsa senza appello. Sentivo già una piccola ondata di indignazione borbottante alzarsi dalla coda di pensionati e mamme sfatte coi capelli unti. Non è questa la sede per dilungarsi in considerazioni su quanto indigeste siano le persone che prima di capire qualunque cosa, a scanso di equivoci, si offendono per partito preso.
     
    Il punto della faccenda è che così imparo ad usare un congiuntivo senza soggetto.
    Anzi, così imparo ad usare un congiuntivo in un supermercato. O un congiuntivo e basta.
    Anzi anzi, così imparo a non mandarci il mio capo a fare compere in quel Purgatorio mattutino.
    lunedì, 30 marzo 2009

    Blog più figo del 40%!

    Qualche anno fa mi sono laureata in scienze della comunicazione. L'eventuale utilità di questa mia impresa ai fini di una carriera ha ancora contorni sfuocati, in compenso sembra che tutti siano convinti che avrò un parere intelligente ed illuminante su qualunque cosa riguardi, appunto, la comunicazione. Intesa qui in senso esteso-estesissimo, pali del telefono e programmi della De Filippi inclusi.
    Il mio capo, sempre per fare esempi stupidi, sembra convinto che la mia laurea mi renda automaticamente una venditrice, cosa lontana in pari misura dai miei talenti e dai miei interessi.
    Si dà anche largamente per scontato che la pubblicità sia per “noi di comunicazione” una specie di seconda lingua, e che soprattutto ci piaccia da morire. La cosiddetta funzione “conativa” del linguaggio (cioè, in soldoni, comunicare per farti fare qualcosa) però, applicata al marketing mi provoca appunto dei violenti conati.

    Comincia sempre così: “Tu che hai fatto comunicazione...” e boom: il domandone da un milione di dollari. Quasi sempre un domandone completamente casuale a cui è impossibile rispondere intelligentemente o facendo una bella figura, peraltro. Domande, nel peggiore dei casi, che sarebbero meglio indirizzate a chi ha fatto economia o ha un battitore di cassa al posto del cuore, ammesso che le categorie siano distinte.

    Pur non avendomi donato specifiche competenze di facile monetizzazione, a Scienze della Comunicazione hanno di fatto aggravato – e munito di nuovi strumenti! - una mia tendenza naturale, quella ad analizzare oziosamente e spassionatamente le cose. Detto più delicatamente: non so fare un tubo, in compenso faccio molti pensieri inutili atti a sviluppare, talvolta, livelli di acuita consapevolezza, spesso dannosa per la mia pace mentale.

    E' buffo, ad esempio, il mio rapporto con la pubblicità: da un lato non posso più essere uno spettatore naif neanche se mi sforzo. Dall'altro, scelgo volontariamente – a volte – di farmi abbindolare, di voler credere in qualche promessa o almeno non postularne dall'inizio la malafede, anche quando buon senso e istruzione mi dicono chiaramente che sto pagando più il marketing del prodotto che il prodotto stesso, e che in effetti i contorni tra le due cose sono in qualche misura confusi.
    Sgamare questi trucchetti è spesso facile in modo disarmante: l'industria cosmetica, solo per fare un esempio che casualmente corrisponde anche con il mio lavoro, ne straripa.

    Quando ti compri un prodotto cosmetico, una cremina, uno shampino, quello che ti pare, insegui fondamentalmente due valori tanto ambiti quanto fondamentalmente impalpabili: bellezza e, secondariamente, giovinezza (sapete, quell'innaturale giovinezza che si pretende che le donne mantengano sino all'ospizio). Essendo entrambi concetti di difficile misurazione in senso assoluto (la giovinezza infatti è stata viscidamente svincolata dall'età anagrafica), è facile giocarci.

    Ne vedrete almeno 10 al giorno: lo shampoo che promette capelli “sino a 7 volte più lisci e sino a 10 volte più brillanti”.
    La crema viso simil-stucco che ti assicura “rughe attenuate e riempite sino al 40%” e “pelle più idratata sino all'80%”.
    Il miscuglione anti-cellulite che ti giura che avrai “sino a 3 cm in meno sul giro coscia”. La pillola prodigiosa che ti dà il 20% di ricrescita di capelli in più.

    E certo che li vogliamo i capelli più luminosi, la pelle meno rugosa, le cosce più snelle, ma sono io o manca praticamente sempre il termine logico di comparazione? Più luminosi di cosa? Più idratata rispetto a cosa? Non certo di un altro specifico prodotto.

    Quasi nessuno osa dire cose tipo “Nivea idrata 10 volte più di Dove”. In effetti non sono nemmeno sicura che sia legale in Italia, anche se all’estero è una strategia piuttosto comune.

    Il più a cui ogni tanto ci si spinge è presentare l’alternativa cheap al prodotto - di solito un prodotto di quindici anni fa e di sapore vagamente da Germania dell’Est – e ridicolizzarne le prestazioni in una prova comparata simulata. Sino a poco tempo fa, ad esempio, le pubblicità di assorbenti e pannolini ci marciavano. Quanti pranzi e cene abbiamo avuto rovinati dalla visione di flussi mestruali bluastri che si diffondevano a macchia d’olio su materassini di polimero superassorbente? Roba da rimpiangere le paracadutiste mestruate della Nuvenia.

    Un altro paradigma di presunta efficacia di un prodotto cosmetico sono i famosi “test di autovalutazione condotti su otto donne di cui una era mia sorella”. Buttateci un occhio, alcuni sono piuttosto ilari, abbastanza convincenti da farti rimettere sullo scaffale il prodotto che stavi quasi per comprare.

    Un trucchetto tanto palese da non poter essere neanche definito tale, ovviamente, è l'uso di immagini fuorvianti e non correlate, come distese di chiappe vergini che mai hanno visto un grammo di cellulite in tutta la loro esistenza e visi perfetti che genetica, impegno, data di nascita, Photoshop e a volte molti soldi hanno contribuito a creare. Questo però era così ovvio che lo sappiamo tutti, spero di non avervi offesi nel ricordarvelo.

    Ma torniamo al presente. In mancanza di termini di paragone ragionevolmente obiettivi e quantificabili, è praticamente possibile dire qualunque cosa senza che nessuno possa contraddirti, possibile per chiunque che ne abbia il desiderio e il denaro, produttori di qualità così come farlocconi con un budget pubblicitario indecente.Il competitor naturale del Pantene

    E’ chiaro che i tuoi capelli, se usi il Pantene, saranno visibilmente più lisci e pettinabili in una settimana, come ama ricordarci uno spot che spammano spesso (oh che allitterazione!) ultimamente. Certo signorina Surina che saranno più lisci. Un miracolo rispetto a quando mi lavavo i capelli con il Nesquik Syrup, ad esempio, o a quando lo facevo con la sabbia. O col nero di seppia.

    La pelle più idratata? Si, rispetto a quando non usi nessuna crema e vivi nel Gobi. Più tirata rispetto alla tua faccia in condizioni normali o a quel mascherone pietoso che hai il lunedì mattina? E non iniziamo neanche a parlare di come peso corporeo e centimetri di cosce e chiappe possano fluttuare amabilmente nel corso anche di una sola giornata, diventando di fatto misure abbastanza aleatorie.

    Non sto escludendo sistematicamente la possibilità che esistano prodotti cosmetici di qualità e – di fatto – in 26 anni e rotti di consumi sfrenati mi è anche capitato di trovarne. Non escludo neanche la possibilità, certo più remota, che i suddetti prodotti siano a volte anche quelli che riescono ad comprare/attirare l’attenzione dei media e del grande pubblico. Ma se la pubblicità può essere più spesso che no involgarita a Grande Reame dell’Aria Fritta, il settore cosmetico è il suo Friol ideale. E non ditemi che non ricordate il Friol.
    Poi certo, le pubblicità più brutte e assurde sono quasi sempre quelle delle automobili, ma questa è un'altra storia.

    Di tutto questo che cosa penso io? Distinguere i valori reali da quelli presunti, la realtà dalla pubblicità, la qualità dalla visibilità sono operazioni dannatamente complesse e probabilmente relativamente degne della nostra attenzione, a meno che ignorarne la distinzione non sia pericoloso per la salute come - citiamo un esempio correlato - lo strisciante e laido sdoganamento di molta chirurgia estetica, spacciata ormai per pratica quotidiana e innocua da aggiungere al carrello e comprare con un clic. E nemmeno a livello strettamente pubblicitario, ma - fatto più sinistro - culturale e sociale.
     
    Per il resto, suggerisco dal mio modesto punto di vista di fare il possibile per ignorare la maggior parte dei tentativi più smaccati dell'industria di farci consumare come hanno stabilito loro e decidere le nostre preferenze senza tenere in eccessiva considerazione gli investimenti pubblicitari che stanno dietro ai prodotti di consumo. Godersi quelle poche pubblicità ben riuscite che ogni tanto circolano e che raramente includono donne intente a misurarsi lo splendore tricologico o a verificarsi a vicenda l'idratazione cutanea o la tenuta degli assorbenti interni. Dopo tutto, se l'agenzia di comunicazione ha fatto un buon lavoro, il messaggio strettamente "pubblicitario" può essere tralasciato come una lisca fastidiosa e, più spesso all'estero che in Italia, circolano spot anche molto ben fatti.
     
    Ve lo dico non perchè mi ritenga un'esperta con un astuto sguardo professionale, o perchè io sia in grado di operare tale discernimento con naturalezza. Ve lo dico perchè temo che a guardare la pubblicità credendo davvero in quello che dice ci si rincoglionisca. E di brutto.
    Potrei raccontarvi, per edificarvi, la storia di quel Presidente del Consiglio che vide la pubblicità della Vodafone che mostra pizze, autobus, valigie e cazzi (i cazzi no, aspetta) ingranditi del 20% per promuovere una nuova ricarica e poi, dopo averci buttato sopra una pepata di cozze avariate, il mattino dopo se ne venne fuori con un piano casa esilerante dai connotati orribilmente simili...
    giovedì, 05 marzo 2009

    Eternal reader of a revolutionary Kate

    Quando avevo 15 anni Kate Winslet mi stava sulle balle.
    Era tettona, era grande, e uccideva Leonardo Di Caprio costringendolo a farsi il bagnetto nell’Atlantico a temperature artiche.
    Quella gran vacca, non paga, ne lasciava anche andare il corpo (ormai della consistenza di un Calippo), che ho visto allontanarsi come un piombo verso le profondità marine infinite volte, spesso in lacrime. Questo non prima di averci costretti a guardarla sbaciucchiare l’implume DiCaprio per tre ore di film, inclusa la turpe scena nella macchina, quella con la manata sul vetro pieno di condensa.
    Insomma, per me Kate Winslet rappresentava il male, l’odiosa rivale, e quando non vinse l’Oscar per Titanic sogghignai compiaciuta, da brava nana rancorosa che ero.
     
    Un sacco di mali hanno una cura e dall’adolescenza sono per fortuna guarita, malgrado occasionali ricadute.
    La mia prospettiva è cambiata più o meno su tutto e il concetto include anche la brava Kate, che negli anni ha accumulato un numero cospicuo non tanto di riconoscimenti e premi (parecchi anche quelli, comunque) ma soprattutto di ruoli interessanti, di scelte discontinue e a volte bizzarre.
     
    Non ho visto proprio tutti i film con la Winslet, lo ammetto, ma ovunque l’abbia vista fare capolino, non ne sono rimasta delusa
    Se vogliamo risalire alla preistoria del 1994, l’ho amata ad esempio nei panni dell’adolescente psicotica di Heavenly Creatures, filmetto parecchio originale di Peter Jackson pre-LOTR assolutamente non esente da abbondanti pennellate saffiche.
    Mi ha commossa nei numerosi film in costume che ha girato (tra cui Sense and Sensibility, che mi ha fatto scoprire che le storie della Austen mi deliziano nella stessa misura in cui non tollero i loro personaggi), senza contare che gli abiti d’epoca le stanno da dio perché dalla sua ha quel visetto un po’ pieno e tondeggiante che la distingue abbastanza bene dalla media da Barbie di Hollywood e che un po’ la fa sembrare un’attrice di altri tempi.
    Se vogliamo aggiungerlo, la Winslet muore benissimo. L’ho vista schiattare con grazia nei panni dell’Ofelia shakespeariana, vessata dai folli vaneggiamenti di Kenneth Branagh che interpreta se stesso che interpreta Amleto. Muore niente male in Quills, film di otto o nove anni fa che mi aprì alla lettura del Marchese De Sade (a cui mi chiusi poco dopo peraltro) e mi fece anche stare un po’ male di stomaco.
     
    Più di recente, è stata protagonista di almeno tre film che valgono decisamente la visione e in cui sono riuscita a immedesimarmi con intensità patologica. Sapete no, quei film che vi cambiano la vita per almeno almeno un’ora, come sanno fare – nel bene e nel male – anche certi sogni?

    Scommetto che molti di voi avranno sentito parlare di – arrossisco – Se Mi Lasci Ti Cancello, ennesima improponibile traduzione di un titolo ben più poetico (citazione da Alexander Pope) ed esplicativo. Non credo di essere la prima o l’unica a voler infliggere torture esotiche a chiunque si occupi di tradurre i titoli dei film in Italia, in quel modo tipico nostrano atto ad eliminare qualunque traccia di poesia, brevità, indefinitezza e volto a cercare l’immediata comprensione di un pubblico modello di cercopitechi.
     
    Eternal Sunshine of a Spotless Mind postula l’esistenza di pratiche mediche fantascientifiche, come la cancellazione selettiva della memoria, per un effetto complessivo che però è tutt’altro che surreale e anzi, sa di dejavu su ogni storia finita che ci siamo lasciati alle spalle, con magari il dubbio che – chissà – in circostanze diverse sarebbe potuta andare meglio.
    Quello che ho trovato particolarmente realistico, in effetti, non sono tanto la rabbia e il desiderio di dimenticare l’altro – alquanto umani e condivisibili, peraltro - quanto il realizzare che in ogni caso ne è valsa la pena e che conviene tenersi stretti tutti i propri ricordi, sia quelli più teneri che quelli legati ai periodi peggiori.
    Il tutto ovviamente non è raccontato nel modo sonnifero che sto usando io per sintetizzarvi la trama, ma con un intreccio che gioca con lo spazio e il tempo, con la realtà e il sogno e che ha come sola marca temporale il colore cangiante dei capelli di Kate Winslet.
    Detto in altre parole, Eternal Sunshine appartiene a quel filone poco nutrito ma molto amato di film che non ti hanno detto tutto dopo cinque minuti e non ti permettono di fare vere previsioni su come andranno a finire, film strutturati come puzzle che richiedono una visione completa sino all’ultimo minuto, possibilmente senza perdersi un secondo.
    Il finale, tenero e amaro senza essere negativo, ha come ultima battuta l’ “Ok” meglio piazzato che abbia mai sentito. Non tralasciamo poi l’ottimo cast, con Jim Carrey che più passa il tempo e più lo stimo  la mutevole Kate insieme nei panni di un'ex-coppia disfunzionale, il precisino un po’ rigido e la ribelle spirito libero. Se non lo avete ancora visto e se il mio parere ancora non fosse chiaro, io penso proprio che dovreste. A raccontare il classico boy-meets-girl e lo sbocciare di grandi amori è bravo un qualunque pirla, ma per inventarsi una storia come questa e raccontarla senza mai cadere nel patetico o nel melenso ci vuole gente in gamba, perizia che in effetti è stata premiata con l'Oscar alla Sceneggiatura, a suo tempo. Se avete uno straccio di storia finita alle spalle, poi, scommetto che Eternal Sunshine potrebbe anche commuovervi senza grandi sforzi.
     
    Non del tutto a caso, si parla di problemi di coppia e di identità anche nel recentissimo Revolutionary Road, che ha il merito immediato di rimettere insieme Di Caprio e la Winslet dopo più di 10 anni da Il Transatlantico più Pazzo del Mondo* (chissà com’è sfuggito ai nostri traduttori?).

    Il secondo merito è quello di darci una storia sinistramente attuale, che trascende l’ambientazione statunitense da anni ’50: illudersi di essere speciali e diversi dagli altri, credere di aver trovato qualcuno di speciale come noi, invischiarsi esattamente nel tipo di vita che si è sempre disprezzato e non riuscire a sfuggire al loop desolante di ipnotica mediocrità quotidiana.
    Quindi o diventare un altro bravo asinello perso dietro alla carota che gli penzola davanti al muso o non reggere più e soccombere. Il crollo delle illusioni, la perdita dell’innocenza, la società che ammazza l’individualità, il sistema che te lo mette in quel posto: chiamatelo come vi pare, ma Revolutionary Road declina tutto questo e nient’altro che questo, prendendo spunto dal microcontesto di una coppia risucchiata nella vita borghese di provincia.
     
    Lei coltiva grandi sogni di gloria tristemente non supportati da vero talento (Kate Winslet interpreta un’aspirante attrice che non sa recitare, tortuoso vero?) e pensa che scappare tutti all’estero in cerca di imprecisata fortuna in qualche modo risolverà i suoi problemi e quelli del marito che, ormai quasi trentenne, non ha ancora capito che vuol fare da grande, e intanto si spegne ogni giorno di più dietro a una scrivania, a declamare inutili lettere commerciali a un dittafono, vicino a dimenticarsi di quanto speciale doveva essere la sua vita, quando la sognava da più giovane con lei.
    La moglie riesce a scuoterlo dalla sua indolenza per un breve e folle periodo, si fanno progetti di nuovo, volano dichiarazioni di amore e stima, grandi scopate sul ripiano della cucina, sembra di essere finalmente vivi. Ma la gabbia si richiude: la promozione inattesa di lui ci mette un bel lucchetto, la terza gravidanza di lei butta via la chiave. Iniziano i litigi, le accuse, i tradimenti. Lui decide di riassopirsi nella rat race del lavoro e dei bisogni materiali, lei fa un’altra scelta.
     
    Insomma, non è così che pensavamo che sarebbe andata tra Jack e Rose se avessero potuto stare insieme, eh?
     
    Attribuitemi pure qualche schizofrenia, ma mi è difficile non trovare punti in comune sia con lui che con lei. Molti si vedranno nei panni del sognatore insofferente per cui la normalità non è abbastanza, perché è meglio degli altri o almeno ne è convinto; molti si metteranno nei panni di chi pensa che dopo tutto un po’ di insoddisfazione esistenziale sia la condizione media e cerca di scavarsi una nicchia comoda nella vita di ogni giorno, per tirare avanti e rispondere a bisogni più concreti, con cui ci si può distrarre tanto bene.
    Personalmente, oscillo tra l’una e l’altra cosa con grande rapidità, perché - anche se distribuiti nella narrazione su due personaggi - credo che i malesseri di cui si parla siano tipici dell’individuo e forse, azzardo, più acuti nella fascia d’età dei late 20s in cui mi trovo io con tanti amici, amori ed ex-amori, col "bimbo interiore" non ancora pugnalato a morte dalla tossicodipendenza da stipendio di fine mese, ma lo stesso pesantemente intossicato dal veleno della vita da schiavo/lavoratore e schiacciato da nuove responsabilità a lungo ignorate.
    Il film propone una soluzione? Nemmeno per scherzo. Se l’avesse trovata, del resto, gran parte del ceto medio di tutto il mondo occidentale potrebbe mettersi l’anima in pace, invece di lasciare la sala con il sopracciglio corrugato e un improvviso spasmo di disgusto per la propria vita.
    Direte che vedo un po’ nero? Abbiate pazienza, oggi sono più Kate che Leo.
     
    Per ricongiungerci al tema iniziale, ovvero le multiformi imprese della bella britannica Kate, vi ricordo che l’Oscar che ha vinto qualche giorno fa - il vero pretesto con cui ho scritto questo post - non l’ha vinto né come Clementine che come April, le due dubbie eroine dei due film che vi ho raccontato.
    Cosa dirvi di The Reader, che si cimenta con le complesse sfumature che segnano il limite tra buono e cattivo, colpevole e innocente, storia personale e storia del genere umano?
    In primissimo luogo, che qualunque cosa sia successa al seno di quella povera donna, spero non accada mai a me (il gap col nudo frontale di Titanic era desolante).
    In secondo luogo: è vero, all’Academy piaci soprattutto se fai un ruolo che avvilisce la tua bellezza e giovinezza.
    In terzo luogo, Oscar meritatissimo in ogni caso e su tutta la linea.
    Le storie davvero interessanti sono probabilmente quelle che esplorano le tante zone grigie dell’animo umano e in The Reader siamo portati a simpatizzare per una carnefice di Auschwitz, una ligia sorvegliante spogliata di ogni forma di empatia verso le sue vittime da un’ottusa obbedienza alle regole, un mostro inconsapevole e stranamente innocente. Perché, come il giovane protagonista, l’abbiamo conosciuta prima come donna misteriosa, capace di cure ed affetto, in grado di commuoversi ascoltando un coro di voci bianche e affascinata come una bambina – una bambina adulta e sensuale però – ascoltando le storie che le vengono lette a voce alta.
     La faccia della Winslet mentre si fa leggere la mia recensione
    I più realistici costrutti sociologici elaborati per spiegare il male e chi lo compie, specialmente in relazione all’Olocausto, ci portano tutti all’allarmante conclusione che non esiste praticamente nessuno che sia totalmente incapace di compiere gesti abominevoli, date certe circostanze. Lontano dall’essere un discorso assolutorio per chi si è macchiato di crimini orrendi, dona maggiore profondità a molta storia recente e probabilmente ci arricchisce della consapevolezza che il Diavolo non ci sarà pure, ma tutti possono comportarsi in modo diabolico, noi inclusi, anche senza averne l’aria, la consapevolezza o l’intenzione.
    Su questo tema, per combinazione, sono finita anche a dare un esame all’università qualche era fa ma, oscuri librazzi a parte, The Reader ne è un’ottima sintesi.
    Il bello, e il tragico, di questo film è che non c’è redenzione, non c’è catarsi, non ci sono personaggi che non abbiano qualche colpa e che escano puliti dalla storia. Particolare, almeno per un film da Academy Awards, l’idea di abbozzare una tematica poco esplorata, cioè la difficoltà di essere tedeschi dopo le guerre mondiali, con quell’eredità pesante ed impegnativa con cui fare i conti.
     
    Sarebbe bello poter sempre classificare i film in base alla prima faccia che fai quando iniziano i titoli di coda. The Reader è una di quelle pellicole che ti fanno aprire la bocca un paio di volte pensando di stare per dire qualcosa che ne sintetizzi l’essenza. Ma dopo che hai aperto la bocca quel paio di volte e sei solo riuscito a sembrare convincentemente una carpa, ti viene solo da tamponare l’umidiccio dell’ultima lacrima versata al buio e dire “E’ maledettamente triste”.
     
    Va bene: volevo celebrare la meritata vittoria di Kate Winslet agli Oscar e magari darvi un paio di consigli per una serata o due di pop corn & giggles. In realtà, sono riuscita a mettere un certo numero di personali turbe in relazione con tre belle storie che quest’ottima attrice ha avuto la fortuna, l’accortezza e l’abilità di interpretare. Poco male, non so quanti di voi siano arrivati vivi sin qui in ogni caso.
    Se comunque volete un filmetto idiota, la Winslet ha fatto anche quello: The Holiday, toh, in cui si scambia la casa con Cameron Diaz e, mentre quella si fa Jude Law, a lei capita di farsi Jack Black. Quindi in effetti ha poco della commedia anche questo. Fate finta che non ve l’abbia accennato. Suvvia, riuscirete a farvi una bella serata anche senza ridere come imbecilli.
     
     
     
     
     
    *grazie per lo spunto, tu-sai-chi J
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    categorie: donne, film
    sabato, 28 febbraio 2009

    Aftermath

    E insomma, nella serata di ieri mi sono trovata a fare alcune cose che non avevo mai fatto:

    1. trasformare l'assenzio in amaro Averna, in un'impresa paracristologica da B movie
    2. bere una birra, precisamente una Du Demon da 12 gradi (ci voleva solo una bella ragazza a convincermi a bere una birra)
    3. imbelinarmi (trad. ruzzolare) per terra dando una consistente botta con lo stinco sinistro e appendendomi a due passanti. Il livido, ora di un bel color vinaccia prima di procedere verso l'intero spettro cromatico, saluta i lettori
    4. toccare un bel paio di tette che non appartenevano a me, causando la sosta interessata di una camionetta dell'Amiu genovese
    5. misteriosamente, mi sono trovata una Lucky Strike in bocca. E poi pure un'altra. E sono la persona che odia più il fumo al mondo. Ma da brilli si diventa solidali e ancor meglio disposti verso il mondo
    6. svegliarmi con installata nelle sinapsi l'Imperatrice di tutte le emicranie, detronizzata a botte di Advil, la droga d'oltreoceano che fa tanto bene e placa ogni dolore
    7. sollevare per un po' dalla mia testa quella fitta coltre di nubi esistenziali che mi attanaglia da un bel po'

    Che mi ero persa in 23 anni da astemia, eh?
    Ammetto il mio autentico stupore nell'assaporare certi piccoli e concessi divertimenti per la prima volta, pochi mesi prima del mio ventisettesimo genetliaco.


    P.s. ai miei pochi stakeholders, ovvero amici e parenti preoccupati: no, non sto diventando un'alcolizzata e no, è ancora più campato in aria pensare che ora inizierò a fumare. It's just (relatively) healthy and much needed fun. :-)
    sabato, 10 gennaio 2009

    Il Triangolo delle Mutande

    mutande
    A parte che la sola idea di un uso errato o improprio di quella zip mi fa rattrippire la zona interessata dallo spavento, ma questa delizia la trovate in vendita da Yamamay in Via S. Vincenzo, dove un nuovo punto vendita ha appena aperto con una collezione - come potete vedere - improntata a classe e sottigliezza. Quel minimal chic per la donna che non deve chiedere mai, ma darla sempre.
    Vi pregherei di notare il bordo elasticizzato in finta pelle, di quelli che ti fanno sudare la zona fianchi più di una pancerina Monika Sport ed enfatizzano - strizzandolo - qualunque grammo di ciccia anche immaginaria. Spostate ora l'attenzione sul fatto che l'intera mutanda è trasparente con effetto vista pelo erotizzante. La zip termina dopo aver esposto ogni possibile orifizio, salvo incastrarsi in qualche parte delicata. Ma, se l'uso suggerito non risultasse abbastanza esplicito, ci viene in aiuto la scritta SEX in luccicanti lettere fucsia. Se non è abbastanza chiaro così, consultate un vocabolario inglese-italiano.
    A 16 euri può essere vostro, coi saldi pure a meno.


    Quella zona di Genova era già nota come il Triangolo (che ironia) delle Bermuda, o dovrei dire delle Mutande, e sovrabbondava già di ben tre catene di biancheriola spesso allucinante come Intimissimi (quello che si pubblicizza con le puppe della Bellucci e nella cui vetrina ho visto un boxer con Babbo Natale centrato in zona pene), Calzedonia (lanciatissimo sulle autoreggenti con balza in pizzo lunga ormai sino a metà polpaccio) e Golden Lady.
    Adesso dunque all'incrocio tra Via San Vincenzo e Via Colombo è guerra aperta all'ultimo tanghino, e seguirò con ansia e partecipazione gli sviluppi del conflitto.

    Vi ricordo in ogni caso che alla Coin, a pochi passi da lì, ci sono sempre i gatti a nove code, i vibratori e i manichini a cosce aperte.
    domenica, 04 gennaio 2009

    Ma perchè al TG parlano dei saldi?

    Quando iniziano i saldi, per ogni negozio ho già esattamente in mente che cosa comprerò, perchè l'ho già adocchiato e anche provato da settimane, per non dire mesi. Del resto, se qualcosa di mai visto spunta fuori il giorno dei saldi si tratta sicuramente di una sola riciclata da stagioni prima.
    Il mio far compere si riduce quindi a un pragmatico entrare e andare a colpo sicuro in una certa direzione, acchiappare l'oggetto desiderato e impilarmi in coda alla cassa.
    Non sento, per dire, il bisogno di recarmi davanti a una pila di vestiti accuratamente piegati e scaravoltarli come pancakes caldi in ogni direzione; men che mai mi sfiora l'idea di ghermire, in quei giorni, una dozzina di capi e pretendere di occupare un camerino per tre quarti d'ora per provarmeli tutti e poi decidere che "Aspetto ancora un po', ci penso". Non mi viene neanche in mente, ma sarà perchè non fumo, di brasarmi davanti alla porta di un negozio sovraffollato con la mia sigarettina in mano e l'aria trasognata.

    Ma la mia è una tattica tenuta in scarsa considerazione da quelle creature del caos a basso quoziente d'intelligenza che diventano le donne quando, allo scoccare dei saldi, si trasformano in esseri primordiali e scarsamente evoluti che vengono sguinzagliati in strada con qualunque clima, governati solo dai loro più bassi impulsi e dal limite di credito della Visa.

    In altre parole, la prossima volta che faccio due passi in via XX potrei apprezzare l'ausilio di un lanciafiamme.

    P.s. Io vi vedo, voi 7-9 donne su 10. Vi vestite sempre nello stesso modo identico: Hogan Interactiv di mille colori, il cui orrore nessun tipo di outfit riesce a dissimulare, la cui unica alternativa di pari livello di orrore sono le scarpette casual di Gucci, autentiche o meno, jeansetti attillatini anche quando le vostre chiappe ricordano le orecchie di un cocker, maglioncino anonimo, capelli stiratini anonimi anch'essi, come il vostro make up pluriombrettato che anche se avete 14 anni ve ne dona immediatamente 20 di più, piumino firmatino lungo, per motivi misteriosi, sino ai fianchi (ma a sto punto sperate di tenervi il corpo al caldo per media matematica?), inguardabile Louis Vuitton Speedy - tipica espressione del "prendo la cosa firmata meno costosa che esiste per far vedere che ho i soldi e in realtà non li ho" - o altra alternativa firmato-cheap  tenuta saldamente sotto l'ascella.
    Visto e considerato che siete immancabilmente vestite sempre nello stesso modo sin negli accessori, ma perchè andate a fare shopping?
    domenica, 28 dicembre 2008

    La Duchessa Occhieggiante

    Il passaggio dall'adolescenza e post-adolescenza all'età adulta (o a una sua approssimazione) ha senza dubbio segnato la morte per soffocamento della mia capacità di struggermi per le impossibili storie d'amore dei film e dei libri, per le eroine, le scene madre e via dicendo.
    Non che non mi piacerebbe tornare ai facili entusiasmi di prima e all'immedesimazione, ma il mio cervello ha preso a rielaborare i nove decimi delle suddette storie come "gesta di stronzette mantenute che dormono sino a tardi e, nella totale tranquillità finanziaria, vivono storielle d'amore insulse che le intrattengano da quella viziata noia da privilegiate che ammanta le loro vite, relazioni il cui unico sale è per lo più costituito dal fatto di far loro pensare di essere trasgressive".
    E a questo punto ho smesso di trovare appigli e punti di contatto, così dalla commossa empatia sono passata alla distaccata presa per il culo.

    Purtroppo è con questo spirito che ho guardato le mossette di Keira Knightley nei panni della Duchessa del Devonshire, lontana ava di Lady Diana. Di lei, Keira, devo ancora capire se penso sia una brava attrice o un'intollerabile divetta, visto che ancora più che nei film la si vede sui red carpet che occhieggia (lei non sorride: occhieggia) avvolta in mirabolanti abiti firmati.

    Keira nella sua migliore Faccia Occhieggiante di Sottecchiâ„¢
    La storia, seppure largamente basata sulla vita di un personaggio realmente esistito, è la classica storia di femmina ardimentosa e passionale incatenata nelle convenzioni dell'epoca e soffocata da maledetti maschi bastardi. Cosa che cominciava a destarmi un vago sbadiglio già quando, quindicenne, guardavo Titanic per la decima volta (mai cessando di stupirmi di come quella vacca della Winslet disarcionasse DiCaprio da quell'ampia porta su cui sarebbero stati tutti e due) e che invece ora è capace di causarmi attacchi di narcolessia istantanea.
    Ormai il concetto è assimilato: c'è stato un lungo, lunghissimo periodo di storia in cui la vita delle donne ha fatto sufficientemente schifo, specie a livello di libertà di autodeterminarsi e anche al giorno d'oggi tale condizione non è ancora migliorata poi così tanto, pur avendo fatto notevoli passi avanti. Di altre storielle di femminismo ante-litteram comincio ad avere le tasche piene.
    Se aggiungiamo al tutto una non troppo celata vena agiografica nei confronti di Lady Diana, dati i molti parallelismi tra la vita della principessa e quella dell'ava messi in bella mostra e lo smaccato tentativo di far apparire la protagonista priva di difetti e completamente vittima della sua triste gabbia dorata, la noia assurge a livelli stellari, tanto più che la Duchessa Georgiana non pensò nemmeno di fare una tragica e spettacolare morte come la Principessa, ma - poveretta lei - finì tutto sommato col soccombere senza grande eroismo a quel sistema sociale che la voleva prigioniera nei suoi molti e sontuosi palazzi.

    Non nego di aver versato qualche lacrimuccia sulle scene più struggenti, tipo la povera Duchessa costretta da Quel Porco Fedifrago di Suo Marito il Duca™ (Voldemort cioè) a dar via la figlia dell'ammmmore clandestino con il bel fusto dagli occhi che luccicano. Non nego neppure di aver perso una minima quantità di bavetta e aver fatto un occhio porcino di invidia durante l'ennesima Scena di Sesso Proibito, Liberatorio, Sudaticcio e a Lume di Candela™. A parte queste mie défaillance, però, non ci si innalza granchè.

    Che cosa ho fatto dunque per ammazzare il tempo? Ho fatto esattamente quello che ho fatto quando ho visto Marie Antoinette della Coppola: ho steso un velo sulla trama già nota e scontata (la Coppola era convinta che mettere i Cure nella colonna sonora ci distraesse) e mi sono messa a osservare in estasi i bellissimi vestiti, le acconciature da capogiro, gli accessori e il trucco. Visto che in entrambi i film  si è sopperito alla pochezza di sostanza con attrici giovani e bellocce fasciate in un corsetto diverso e con una parrucca sempre più alta ad ogni scena, vi assicuro che se vi concentrerete su quello avrete di che saziare gli occhi.

    ~~~

    Aggiungo una postilla irritata, pensata mentre mi godevo il mio panino dopo il film e faticavo per riacquisire sensibilità alla punta delle dita ghiacciate.
    Sapete, io tendo ad ascoltare le conversazioni dei tavoli altrui. Senza malizia o altro, ogni tanto mi cade l'orecchio e presto attenzione ai frammenti delle conversazioni degli altri.
    Non avete idea di quanto mi caschino le palle sotto il tavolo (questo per esprimermi da Duchessa) quando finalmente capto che il motivo di un acceso dibattito tra due ragazzi è il calcio.
    Non credo esistano molti argomenti al mondo in grado di scatenarmi un encefalogramma piatto come il calcio e un'altrettanto totale mancanza di interesse. Uno di quei pochi argomenti, è il parlare del calcio. Fatemi presenziare a un dibattito calcistico e, se mettete anche un disco di Vasco di sottofondo, potrei regalarvi un mio rene sanguinante pur di riuscire a scappare.
    Se il calcio riuscisse a interessarmi un minimo, sarei davvero curiosa di farmi spiegare da chi lo sa il perchè i tifosi si infervorino come se
    1. fossero esperti sportivi e non solo tizi che leggono la Gazzetta con il cappuccio la mattina
    2. i meriti della propria squadra dipendessero da qualche loro scelta e dunque potessero farne un qualche vanto personale
    3. il loro dibattere, valutare e riesaminare influenzasse in qualunque modo l'andamento della squadra o del campionato.
    Detto questo, posso capire che gran parte di queste domande potrebbero essere riformulate e rivolte a me quando mi infervoro parlando di musica o di libri o di film. Lungi dall'aver voglia di spiegare come ritenga le due cose alquanto diverse, mi rassegno. Insomma, ognuno ha il diritto di interessarsi a qualunque cosa sia in grado di farlo sognare un po'. Certo, se questo qualcosa è l'ultima partita del Genoa, permettetemi di alzare un sopracciglio e occhieggiare aristocraticamente altrove come Keira Knightley. Tsè.

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (9)
    categorie: riflessioni, donne, film, dubbi, in giro
    martedì, 16 dicembre 2008

    Ieri è successo un fatto piuttosto grave.

    Ieri, alle 19.27 circa, Shulypoo è entrata in possesso di non uno, ma due capi con una stampa che un osservatore esterno potrebbe definire senza esitazione come "leopardata" e, benchè siano capi in fondo alquanto discreti, la neo-proprietaria si domanda che cosa diavolo le stia succedendo.

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (11)
    categorie: donne, cose buffe, mode
    venerdì, 12 dicembre 2008

    So long Bettie

    Aveva la sua bella età Miss Page quando se n'è andata, ma per quanto mi riguarda resterà sempre giovane, bellissima, maliziosa in quel suo modo innocente e mai volgare. Uno di quei rari esempi di femminilità che mettono d'accordo uomini e donne, i primi intenti a sbavare e le seconde intente a prendere appunti.

    Anche se la sua immagine più iconica e riconoscibile prevede di solito molti meno vestiti, trovo questa foto molto graziosa.

    Bettie Page

    Ciao Bettie, ci mancherai :(

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (6)
    categorie: donne
    giovedì, 11 settembre 2008

    La Carfagna ha fatto cosa..?

    Ormai mi informo più o meno attraverso la prima pagina di Google News e ogni tanto ne ricavo miraggi di notizie strambe.

    La Carfagna ha reso la prostituzione un reato? Pardon? Mi spiegate meglio?

    ....dai, avrò capito male. Ho capito male vero?

    Spero per lei che riesca a tracciare un cerchio preciso intorno al concetto di prostituzione, in modo più netto del "vendere il proprio corpo per denaro". Altrimenti ammanettatela. Le prove sono sparse per tutta la rete...

    Sarà pure illegale ora, ma il Governo a puttane c'è andato lo stesso.

     

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (18)
    categorie: donne, dubbi, attualitÃ