About me, more or less

Utente: Shulypoo
Cromosoma XX, personalità indecisa e dubbiosa, amante dell'autoerotismo mentale, della musica rock, del sushi, degli anfibi e degli orsetti del cuore.

L'erotismo mi piace e lo vedo in tante cose. Forse ve ne accorgerete, ma non scambiatemi per ammiccante, ve ne prego.

Ripresami dalle mie brume esistenziali post laurea e dai vaneggiamenti matrimoniali, sono ora un'improbabile business woman con parecchi issues. Ma che questo non mi identifichi in alcun modo, vi prego. Aspirante groupie, passerei volentieri la vita a sperarla diversa.
Odio mordermi le guance. Ma proprio tantissimo.

Handle with care, perchè mi affeziono anche al cartone del latte e sono permalosissima.

Geeky, nerdy, plastic fantastic, the one you'll never need.
Amen.

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Mi rallegrano e compiacciono cose tipo...

svegliarmi e ricordarmi che posso dormire
le chitarre elettriche
il junk food, il sushi e il cibo indiano. Ma anche tutto il resto.
il piumino calduccio
l'umorismo surreale
le culotte
non reggermi in bus e far finta di fare surf
leggere i libri in una botta sola
i cavalieri dello zodiaco
la musicalità
le t-shirt buffe e witty
i calzini a strisce
chi è colto e non lo fa pesare
il ponte di chiatte al Porto Antico di Genova
il mio albero di natale
chi capisce al volo
i regali inattesi
le coccole sotto il piumino
questa faccina ":3" e questa ">.>;"
Londra
la lingua inglese
l'eccitazione
capire improvvisamente qualcosa
la novità
le pernacchie sulla pancia
la varietà linguistica
le cose pucciose e superdeformed
il cambiamento
ascoltare musica di notte
la sottigliezza
le opinioni decise ma non ostinate
comportarmi in modo inappropriato
sapere le cose senza Google
la gente easy going
le seghe mentali un po' costruttive
fare pace
i vecchi vinili
chi non serba rancore
forzare i miei limiti
ballare, da sola
la gentilezza a prescindere
gli anni '60 e '70 e la loro musica
la pulizia
non dover spiegare ciò che dico, specialmente le battute
la capacità di modularsi
apparentemente, anche saltare di palo in frasca :3

Mi rattristano e un po' irritano cose tipo...

i pallini sui maglioni
chi entra dall'uscita dei bus
la banalità, in tutto
i calendari coi culi
i peli incarniti
chi dice di non aver mai tempo e non fa un tubo
la polvere sulle dita, e i gatti impolverati
il vento e la pioggia insieme
le abitudini noiose, i loop, i pattern
i furbi, i Furby e i furry
le cose banalmente sexy
la mancanza di autocritica, di ironia, di curiosità
gli errori di grammatica e ortografia
la volgarità a sproposito (ma non le parolacce!)
il pitonato, lo zebrato, il leopardato e gli altri mali accessori alla menopausa
la gente che scrive "Hei!" invece di "Ehi!"
la pornografia camuffata da erotismo
la risata "Hihihihihi". Ha un che di satanico e idiota, usate le faccine piuttosto
le battutine a sfondo sessuale fatte a sproposito
chi racconta i casi suoi al telefono in bus, magari urlando
l'indefinitezza
le mode imbecilli, e le sedicenti modelle
la puzza di fumo
la poesia cheap
l’associazione soldi/mignotte/belle macchine
chi sputacchia quando parla
la “bella gente†e la "bella vita"
chi fa lo strano, l'incompreso, l'unico, l'originale a tutti i costi
sentirmi invisibile e a disagio
chi è più pigro di me
chi non si fa mai problemi e dovrebbe
il frastuono e la musica merdosa
chi parla addosso alla gente
chi non ascolta e pensa di aver capito
la sveglia
l'ignoranza compiaciuta
i consigli non richiesti, ma anche i conigli
gli egocentrici molesti
gli inappetenti cronici e chi fa tremila storie sul cibo
le donne fissate con le minchiate che non compensano con altre doti
gli uomini che pensano di far colpo coi soldi
le "k" al posto delle "c"
chi non sorride mai
smagliare i collant nuovi
chi non capisce, chi non coglie, chi non si sa adattare
le suonerie dei cellulari, la maggior parte
i deliri religiosi
il buonismo dettato da idiozia
rompere con qualcuno, causare tristezza
chi mi dice "cresci" senza poterselo permettere
i canditi

Solo un numero, e probabilmente sbagliato

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  • giovedì, 21 maggio 2009

    Dottò, dottò

    Oggi sono due anni esatti che lavoro in questa fogna di imbecilli.
    L'unica conclusione che posso trarne, sillogisticamente, è che sono un'imbecille anche io. Non consolante.
     
    Per celebrare l'infausta ricorrenza, vi lascio con uno sketch del mio rientro in ufficio.
     
    Premessa:
    Un paio di mesi fa, ho fatto rifare i biglietti da visita della losca ditta per cui lavoro.
    Dei due capi, la capa femmina mi dice che vuole assolutamente che tolga "Dott.ssa" prima del suo nome perchè la imbarazza. E' la prima cosa intelligente che le abbia sentito dire ed obbedisco volentieri. Il dott.ing.lup.mann, invece, quando gli chiedo se vuole per simmetria lo stesso trattamento, ha un momento di ritegno e dice "Oh fai come vuoi". Penso di fargli un favore e tolgo l'imbarazzante "Dott.". Tra le decine di biglietti da visita che ho in ufficio, faccio una rapida scansione a scopi statistici e scopro che a recare il titoletto è solo un buyer di scarso acume.
    I biglietti arrivano e li consegno. Tutti contenti, il dott.ing. guarda il suo e istantaneamente gli si forma il broncetto contrariato del bimbo a cui hanno messo il parmigiano sui bucatini quando non lo voleva. "Eh ma la prossima volta mettilo il titolo. Mi serve. Per.. per l'estero." (l'estero, dove la gente si dà del tu e non bada a questo genere di cazzate, appunto). Sua sorella e la contabile, appena esce, gli ridono dietro in coro.
     
    Il caso vuole che debba fare una ristampa d'urgenza per risolvere un errore così clamoroso da essere sfuggito a me, ai colleghi, al grafico e allo stampatore. Mi procuro una gastrite per far fare la stampa a tempo record, oggi la porto tutta contenta e mi allontano. Dopo pochi secondi arriva il TUD of Doom. Il pugnetto stizzito. Il-pugnetto-del-capetto-sul-banchetto. Si alza e mi viene davanti con una faccia da tragedia imminente. "IL TITOLO! IL TITOLO, TE L'AVEVO DETTO!". Segue sbattimento di porta e, presumo, un'altra piccola ridda di pugnetti e calcetti al mobilio. E' vero: tra tutte le cose più urgenti e rilevanti di cui mi occupo per 6 euro all'ora, avevo tralasciato questa aggiuntella di ostentazione burina di studi universitari svolti senza alcun giovamento per il cervello. E, come sua responsabile marketing all'amatriciana, l'avrei fatto comunque: per cercare di attenuare la figura da coglione che riesce a fare già senza sforzo quando si presenta e apre bocca.
     
    Alla scenata ho comunque risposto con un silenzio costernato.
    L'unico modo che ho trovato per evitare che quel "Ma vaffanculo, me ne vado" che mi titillava le corde vocali esplodesse fragorosamente.
    sabato, 16 maggio 2009

    Panda incattivita in cattività

    Qualcuno diceva che Dio non c'è, e che - se ci fosse - ci dovrebbe delle spiegazioni.
    In effetti, di un paio di delucidazioni oggi avrei bisogno, perchè credo di essere stata punita per la mia hybris automobilistica, per l'eccessivo compiacimento di prendere l'auto tutti i giorni per andare al lavoro e risparmiarmi quantità sinora impensate di tempo ogni giorno.
    Oggi la mia auto è rimasta intrappolata nel suo box. Nella sua celletta di alveare a cui non esiste altro accesso oltre a una massiccia anta di ferro basculante. Sua Basculanza non bascula a dovere. Si alza di un paio cm, giusto sufficienti per farci scivolare sotto un alluce (a quale scopo poi, non si sa). A impedirle di aprirsi, il sederone traditore della Panda.

    La tragedia si è consumata al rientro in ufficio quando, con una strafottenza che mi è nuova ma a cui mi sono abituata subito, sono uscita a un'ora vergognosa di casa già sapendo che l'auto mi avrebbe permesso di arrivare forse persino in anticipo.
    Afferro la maniglia, la tiro dando la consueta bella spinta (è assai pesante) e sento un inequivocabile rumore di lunotto che colpisce un portone di ferro con violenza. Un clangore sinistro, a cui per fortuna non è seguito l'altrettanto inequivocabile suono di lunotto che si frantuma in mille piccoli pezzi. Il garage ha però risuonato di imprecazioni e maledizioni così sconce e crasse da far arrossire un portuale.
    La Panda ha fatto moon walking. Ha fatto due o tre passetti all'indietro, nell'unica occasione in cui - ormai è evidente che si tratta di questo - ho scordato inserire il freno a mano. Non ha camminato tanto, ma abbastanza da ostruire l'apertura della porta e rendere impossibile ogni tentativo di forzatura.
    Il problema mi ha assillata tutto il giorno e, dopo aver fatto un passo veloce in garage nel cuore della notte per studiare meglio la situazione, ho elaborato il mio piano d'azione che - seguendo l'ipotesi più ottimista - potrebbe risultare nella mia istantanea decapitazione.
     
    Il piano richiederà un giorno di digiuno, due uomini robusti coattati tra gli amici, una scala e forse del lubrificante. Non c'è spazio per entrare da sotto la porta senza usare un incantesimo di Dungeons & Dragons. Persino una blatta avrebbe difficoltà, ma sopra, oh sì, in alto c'è spazio a sufficienza perchè un essere umano minuto possa passare dall'altra parte. Parliamo di una fessura di trenta centimetri a circa due metri d'altezza, di dimensioni variabili perchè collegate alla posizione di una porta estremamente instabile.
    Ho già pensato a tutto: gli omaccioni terranno ferma la porta per permettere alla fessura di restare aperta, io mi arrampicherò sulla porta, lascerò due costole sullo spigolo superiore, pregherò che la porta in questione non si sposti all'improvviso (tranciandomi di netto in due) e atterrerò aggraziata sul tetto della Panda. Una volta passata, sarà un gioco da ragazzi riportare l'infida quattroruote in una posizione consona e salvare la situazione.
    Tutto facilissimo, vero? Voglio dire, Ocean's Eleven mi fa - metaforicamente parlando - delle gran pippe, no?
     
    Spero solo che ricomporranno le mie spoglie in modo che sembrino ancora intere, perchè più che a un film con George Clooney sto pensando a una partita a Prince of Persia giocata da un ritardato.
    mercoledì, 08 aprile 2009

    Morning Glory

    Non posso proprio spiegarvi il perchè di tutto quello che devo fare per lavoro, non in termini ragionevoli, ma a volte esso mi porta a situazioni paradossali e - perchè no - anche a qualche occasionale figura barbina.
    Ad esempio, non ho desiderio di spiegarvi la mia presenza saltellante, ieri mattina, in una corsia di supermercato a prelevare 6 confezioni di pannolini. Sappiate solo che era un motivo di lavoro. Serio. Già.
     
    Acchiappo l'ultimo pacco con le mani già piene, me lo ficco sotto un braccio e mi giro: dietro di me una mamma sulla quarantina, molto in carne, mi guarda ferma a bocca spalancata. Mille domande stampate sul faccione rubicondo e tutte indirizzate a me. 
     
    Non è la prima volta che devo svolgere un incarico simile e, in effetti, avere dei pacchi di pannolini mi conferisce sempre quella sinistra aria da ragazza madre single e disperata. Mi pare già di sentire il pianto di un bambino malnutrito in lontananza, con quei maledetti cosi in mano. Mi sento obbligata a schernirmi e borbotto "Oh io non ho bambini, è per lavoro!", mentre già sgambetto verso un'altra corsia a fare fotografie alla carta igienica (altra peculiare performance richiesta dalle mie mansioni).
    Di rimando quella mi urlacchia da lontano che lei ne ha quattro di bimbi, poverina, e le dico qualcosa di imbarazzante tipo "Caspita, la Pampers dovrebbe farle un monumento!" - me ne stavo già pentendo mentre le parole mi rotolavano dalla lingua. Quando provo a fare la disinvolta-spiritosa-accessibile-che-non-usa-parole-complicate sono sempre un penoso fallimento.
     
    L'involontario momento orrendo, però, è stato cinque minuti dopo alla cassa. Il cassiere è amico della mamma cicciottella. Si vede che lei fa la spesa lì spesso. Lei è prima di me, dopo avermi superata con mossa insospettabilmente felina: le madri con figli e le persone grasse sentono una specie di credito verso il mondo, e il diritto a speciali indulgenze. Come se il fato si fosse già abbastanza accanito su di loro. Potete immaginare il grado di self-assertion di una mamma grassa con bambino che le infila caramelle nel carrello quando non guarda.
     
    Sempre con la stessa aria da "Abbiamo già dato", sprona il figlio piccolo a svuotare il carrello - sin qui nulla di male - mentre a ogni gelato o sofficino o bottiglia di estathé che emerge dal medesimo scarica sul pupo un alito di affetto colpevolizzante ("Tutto per voi compro e io nulla". Già, poteva almeno regalarsi una spirale. Vent'anni fa).
    La mami si racconta due affari suoi col cassiere amico (i rapporti gioviali con i commercianti per qualche ragione mi irritano, specie quando si tiene salotto davanti a una coda che aspetta con l'auto in doppia fila e dei pannolini Junior sotto un'ascella) e poi sedereggia lentamente via con il pupo a rimorchio.
    Nel frattempo, i miei pannolini vengono battuti alla cassa, li guardo con il consueto imbarazzo ed esclamo - per prendere le distanze anche col cassiere - "Accidenti, sembra che abbia partorito una squadra di basket" facendo attenzione a scandire bene le parole, sempre preda del mio scarso talento alla disinvoltura.
     
    Il cassiere è girato altrove e, avendo mancato di cogliere il riferimento della frase, mi lancia un'occhiata ferina piena di odio stupito, e risentimento.
    Postulava naturalmente che parlassi della matronesca signora, dopo aver occhieggiato il suo immenso sederone. A nulla è servito puntare timidamente ai pannolini col ditino indice tremulo. Ormai ero catalogata come la "skinny bitch che non sa che sacrifici deve fare una mamma porcatroiaunpodirispetto". Il club della spesa delle 10 del mattino mi aveva messa alla gogna ed espulsa senza appello. Sentivo già una piccola ondata di indignazione borbottante alzarsi dalla coda di pensionati e mamme sfatte coi capelli unti. Non è questa la sede per dilungarsi in considerazioni su quanto indigeste siano le persone che prima di capire qualunque cosa, a scanso di equivoci, si offendono per partito preso.
     
    Il punto della faccenda è che così imparo ad usare un congiuntivo senza soggetto.
    Anzi, così imparo ad usare un congiuntivo in un supermercato. O un congiuntivo e basta.
    Anzi anzi, così imparo a non mandarci il mio capo a fare compere in quel Purgatorio mattutino.
    lunedì, 30 marzo 2009

    Blog più figo del 40%!

    Qualche anno fa mi sono laureata in scienze della comunicazione. L'eventuale utilità di questa mia impresa ai fini di una carriera ha ancora contorni sfuocati, in compenso sembra che tutti siano convinti che avrò un parere intelligente ed illuminante su qualunque cosa riguardi, appunto, la comunicazione. Intesa qui in senso esteso-estesissimo, pali del telefono e programmi della De Filippi inclusi.
    Il mio capo, sempre per fare esempi stupidi, sembra convinto che la mia laurea mi renda automaticamente una venditrice, cosa lontana in pari misura dai miei talenti e dai miei interessi.
    Si dà anche largamente per scontato che la pubblicità sia per “noi di comunicazione” una specie di seconda lingua, e che soprattutto ci piaccia da morire. La cosiddetta funzione “conativa” del linguaggio (cioè, in soldoni, comunicare per farti fare qualcosa) però, applicata al marketing mi provoca appunto dei violenti conati.

    Comincia sempre così: “Tu che hai fatto comunicazione...” e boom: il domandone da un milione di dollari. Quasi sempre un domandone completamente casuale a cui è impossibile rispondere intelligentemente o facendo una bella figura, peraltro. Domande, nel peggiore dei casi, che sarebbero meglio indirizzate a chi ha fatto economia o ha un battitore di cassa al posto del cuore, ammesso che le categorie siano distinte.

    Pur non avendomi donato specifiche competenze di facile monetizzazione, a Scienze della Comunicazione hanno di fatto aggravato – e munito di nuovi strumenti! - una mia tendenza naturale, quella ad analizzare oziosamente e spassionatamente le cose. Detto più delicatamente: non so fare un tubo, in compenso faccio molti pensieri inutili atti a sviluppare, talvolta, livelli di acuita consapevolezza, spesso dannosa per la mia pace mentale.

    E' buffo, ad esempio, il mio rapporto con la pubblicità: da un lato non posso più essere uno spettatore naif neanche se mi sforzo. Dall'altro, scelgo volontariamente – a volte – di farmi abbindolare, di voler credere in qualche promessa o almeno non postularne dall'inizio la malafede, anche quando buon senso e istruzione mi dicono chiaramente che sto pagando più il marketing del prodotto che il prodotto stesso, e che in effetti i contorni tra le due cose sono in qualche misura confusi.
    Sgamare questi trucchetti è spesso facile in modo disarmante: l'industria cosmetica, solo per fare un esempio che casualmente corrisponde anche con il mio lavoro, ne straripa.

    Quando ti compri un prodotto cosmetico, una cremina, uno shampino, quello che ti pare, insegui fondamentalmente due valori tanto ambiti quanto fondamentalmente impalpabili: bellezza e, secondariamente, giovinezza (sapete, quell'innaturale giovinezza che si pretende che le donne mantengano sino all'ospizio). Essendo entrambi concetti di difficile misurazione in senso assoluto (la giovinezza infatti è stata viscidamente svincolata dall'età anagrafica), è facile giocarci.

    Ne vedrete almeno 10 al giorno: lo shampoo che promette capelli “sino a 7 volte più lisci e sino a 10 volte più brillanti”.
    La crema viso simil-stucco che ti assicura “rughe attenuate e riempite sino al 40%” e “pelle più idratata sino all'80%”.
    Il miscuglione anti-cellulite che ti giura che avrai “sino a 3 cm in meno sul giro coscia”. La pillola prodigiosa che ti dà il 20% di ricrescita di capelli in più.

    E certo che li vogliamo i capelli più luminosi, la pelle meno rugosa, le cosce più snelle, ma sono io o manca praticamente sempre il termine logico di comparazione? Più luminosi di cosa? Più idratata rispetto a cosa? Non certo di un altro specifico prodotto.

    Quasi nessuno osa dire cose tipo “Nivea idrata 10 volte più di Dove”. In effetti non sono nemmeno sicura che sia legale in Italia, anche se all’estero è una strategia piuttosto comune.

    Il più a cui ogni tanto ci si spinge è presentare l’alternativa cheap al prodotto - di solito un prodotto di quindici anni fa e di sapore vagamente da Germania dell’Est – e ridicolizzarne le prestazioni in una prova comparata simulata. Sino a poco tempo fa, ad esempio, le pubblicità di assorbenti e pannolini ci marciavano. Quanti pranzi e cene abbiamo avuto rovinati dalla visione di flussi mestruali bluastri che si diffondevano a macchia d’olio su materassini di polimero superassorbente? Roba da rimpiangere le paracadutiste mestruate della Nuvenia.

    Un altro paradigma di presunta efficacia di un prodotto cosmetico sono i famosi “test di autovalutazione condotti su otto donne di cui una era mia sorella”. Buttateci un occhio, alcuni sono piuttosto ilari, abbastanza convincenti da farti rimettere sullo scaffale il prodotto che stavi quasi per comprare.

    Un trucchetto tanto palese da non poter essere neanche definito tale, ovviamente, è l'uso di immagini fuorvianti e non correlate, come distese di chiappe vergini che mai hanno visto un grammo di cellulite in tutta la loro esistenza e visi perfetti che genetica, impegno, data di nascita, Photoshop e a volte molti soldi hanno contribuito a creare. Questo però era così ovvio che lo sappiamo tutti, spero di non avervi offesi nel ricordarvelo.

    Ma torniamo al presente. In mancanza di termini di paragone ragionevolmente obiettivi e quantificabili, è praticamente possibile dire qualunque cosa senza che nessuno possa contraddirti, possibile per chiunque che ne abbia il desiderio e il denaro, produttori di qualità così come farlocconi con un budget pubblicitario indecente.Il competitor naturale del Pantene

    E’ chiaro che i tuoi capelli, se usi il Pantene, saranno visibilmente più lisci e pettinabili in una settimana, come ama ricordarci uno spot che spammano spesso (oh che allitterazione!) ultimamente. Certo signorina Surina che saranno più lisci. Un miracolo rispetto a quando mi lavavo i capelli con il Nesquik Syrup, ad esempio, o a quando lo facevo con la sabbia. O col nero di seppia.

    La pelle più idratata? Si, rispetto a quando non usi nessuna crema e vivi nel Gobi. Più tirata rispetto alla tua faccia in condizioni normali o a quel mascherone pietoso che hai il lunedì mattina? E non iniziamo neanche a parlare di come peso corporeo e centimetri di cosce e chiappe possano fluttuare amabilmente nel corso anche di una sola giornata, diventando di fatto misure abbastanza aleatorie.

    Non sto escludendo sistematicamente la possibilità che esistano prodotti cosmetici di qualità e – di fatto – in 26 anni e rotti di consumi sfrenati mi è anche capitato di trovarne. Non escludo neanche la possibilità, certo più remota, che i suddetti prodotti siano a volte anche quelli che riescono ad comprare/attirare l’attenzione dei media e del grande pubblico. Ma se la pubblicità può essere più spesso che no involgarita a Grande Reame dell’Aria Fritta, il settore cosmetico è il suo Friol ideale. E non ditemi che non ricordate il Friol.
    Poi certo, le pubblicità più brutte e assurde sono quasi sempre quelle delle automobili, ma questa è un'altra storia.

    Di tutto questo che cosa penso io? Distinguere i valori reali da quelli presunti, la realtà dalla pubblicità, la qualità dalla visibilità sono operazioni dannatamente complesse e probabilmente relativamente degne della nostra attenzione, a meno che ignorarne la distinzione non sia pericoloso per la salute come - citiamo un esempio correlato - lo strisciante e laido sdoganamento di molta chirurgia estetica, spacciata ormai per pratica quotidiana e innocua da aggiungere al carrello e comprare con un clic. E nemmeno a livello strettamente pubblicitario, ma - fatto più sinistro - culturale e sociale.
     
    Per il resto, suggerisco dal mio modesto punto di vista di fare il possibile per ignorare la maggior parte dei tentativi più smaccati dell'industria di farci consumare come hanno stabilito loro e decidere le nostre preferenze senza tenere in eccessiva considerazione gli investimenti pubblicitari che stanno dietro ai prodotti di consumo. Godersi quelle poche pubblicità ben riuscite che ogni tanto circolano e che raramente includono donne intente a misurarsi lo splendore tricologico o a verificarsi a vicenda l'idratazione cutanea o la tenuta degli assorbenti interni. Dopo tutto, se l'agenzia di comunicazione ha fatto un buon lavoro, il messaggio strettamente "pubblicitario" può essere tralasciato come una lisca fastidiosa e, più spesso all'estero che in Italia, circolano spot anche molto ben fatti.
     
    Ve lo dico non perchè mi ritenga un'esperta con un astuto sguardo professionale, o perchè io sia in grado di operare tale discernimento con naturalezza. Ve lo dico perchè temo che a guardare la pubblicità credendo davvero in quello che dice ci si rincoglionisca. E di brutto.
    Potrei raccontarvi, per edificarvi, la storia di quel Presidente del Consiglio che vide la pubblicità della Vodafone che mostra pizze, autobus, valigie e cazzi (i cazzi no, aspetta) ingranditi del 20% per promuovere una nuova ricarica e poi, dopo averci buttato sopra una pepata di cozze avariate, il mattino dopo se ne venne fuori con un piano casa esilerante dai connotati orribilmente simili...
    lunedì, 16 marzo 2009

    Potete convenire con me del fatto che una settimana cominciata ascoltando l'equivalente di 30 minuti di We Are The World messa in loop come musichetta di attesa di un call center, il tutto prima delle 10 del mattino ... beh, non inizia sotto i migliori auspici.

    Non so voi, ma ho sentito "we are the childreeeen" così tante volte che sono tentata di entrare in un asilo e fare una strage con un lanciafiamme. O almeno prendere un bimbo e fargli gli spilli al braccio, ecco.

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (9)
    categorie: cose irritanti
    mercoledì, 11 febbraio 2009

    O tempora...

    Pensavo fosse già un segno dei tempi bizzarri la gioia che dovrei provare, stando a più o meno qualunque interlocutore, nel conservare un lavoro che non mi piace e non mi paga a sufficienza.
    Perchè almeno c'è, e almeno è stabile.

    Ma, a un livello diverso, quanto sono balordi i tempi per farti provare una specie di emozione paragonabile al sollievo* nel momento in cui una povera donna costretta a una vita da vegetale per quasi 20 anni finalmente viene rilasciata da questa pietosa condizione?
    Perchè almeno quella massa di stronzi ora, forse, fosse anche solo per rispetto ai defunti, starà zitta.
    Starà zitta vero?

    * in effetti per definire questa sensazione ci vorrebbe una parola nuova, se Douglas Adams non l'ha infilata a suo tempo in The Meaning of Liff

    mercoledì, 04 febbraio 2009

    La macchina del capo

    Ci terrei a precisare ai proprietari di SUV e altri mezzi affini che consumano come Shuttle per portare le loro pigre chiappe in giro, perché non sia mai che le suddette chiappe abbiano a subire i disagi del
    trasporto pubblico su cui viaggia la comune plebaglia, che la vostra vettura forse fallisce nel consegnare alla citata plebaglia il messaggio che le avete affidato e che presumo abbia qualcosa a che fare, al di là di magre giustificazioni di tipo pratico, con concetti affini all’ostentazione di facoltà pecuniarie, allo status symbol da manager or sedicente/aspirante tale e svariate e variopinte forme di compensazione a cui il mio cervello non può nemmeno arrivare.
    Il messaggio che invece comunicate, e peraltro assai bene, è un altro.

    Lasciate subito che vi dica che non capisco nulla di auto, che guido poco e che in teoria sarei la meno indicata per esprimere qualunque considerazione in materia.
    Lasciate anche che aggiunga che me ne frego completamente di questo fatto, dopo che ho trascorso una mattinata a riempire schede benzina per le auto padronali, solo l’ultimo di una serie di incarichi ottusi e fuori mansione che mi vengono appioppati con serenità apollinea regolarmente.
    Lasciate dunque che vi dica che cosa ne penso.

    Voi, conducenti di trattori camuffati da automobili, dimostrate per lo più di essere pessimi investitori del vostro stesso denaro, di non avere alcun interesse per gli sprechi (anche se poi ci urlate di tutto quando dimentichiamo il monitor acceso in ufficio, magari) o per l’inquinamento delle città che infestate (nonostante alcuni giorni incresciosi, vi assicuro che il trasporto pubblico non è mediamente il racconto dell’orrore che si vocifera che sia).
    Dimostrate anche, specie in città patologicamente prive di parcheggi – come Genova, una scarsa comprensione del territorio che vi circonda.
    Possono sembrare osservazioni deboli, a voi padroni di SUV. Se però avete una macchina simile, abbiamo già capito che il vostro giudizio non è davvero dei più illuminati e degni di ascolto.

    E passiamo subito a un excursus personale: qualche anno fa, nella mia sciagurata esperienza americana, mi trovai a guidare uno scassato Chevy Blazer, un suvvone rosso alto e inutilmente gigantesco. Uno specchietto si e uno no, cambio automatico, vetri oscurati e la sete di un'idrovora. Lì si consumarono alcuni eventi di cui sono poco fiera, e anche alcune epiche traversate degli Stati Uniti del Sud. 

    La sussistenza e la mobilità del mio altrettanto sciagurato fidanzato di allora dipendevano strettamente dalle banconote che teneva spiegazzate nelle tasche dei suoi capienti jeans. Pensavo mezza allegra, durante i nostri numerosissimi pit stop per alimentare l'idrovora, che era una fortuna che la benza venisse qualcosa come un dollaro al gallone, in quel gigantesco paesotto, o avrei anche dovuto starmene chiusa in casa ogni santo giorno a guardare il cielo dalla finestra, oltre a mangiare cibi malsani e di provenienza questionabile e consumarmi il cervello con la tv via cavo.

    Pensavo, però, che dopo tutto fosse profondamente insensato che le persone laggiù, in media, scegliessero di sputare sopra al privilegio di avere la benzina praticamente gratis, almeno secondo i canoni nostrani (80 eurocent per quasi 4 litri -non so se mi spiego- e ancora si lamentava, il dannato ciccione) e annullassero i benefici che ne potevano derivare utilizzando vetture enormi, con cilindrate improbabili e prestazioni mediocri se comparate ai consumi.

    Vetture concepite e presentate come se dovessero affrontare chissà quali terreni, e in realtà non solo incapaci di affrontarli meglio di una Panda 4x4, ma per giunta impiegate mediamente come comuni utilitarie.
    Persino inaffidabili, come notai una notte sulla statale 109. Assonnata, stanca, bisognosa di un bagno e con un enorme tricheco rosso di metallo fermo al lato della strada, col cofano fumante e sinistri scricchiolii provenienti dal motore (o forse questo era dovuto alla priorità del televisore al plasma rispetto alla manutenzione dell’auto, nel budget del già citato fidanzato?).

    Convinsi il proprietario a mollare lo Shuttle e a prendersi un’utilitaria nipponica che lo avrebbe portato sino al Wal Mart più vicino con meno di un pieno. Seppi più avanti, dopo averlo lasciato, che aveva piantato la giapponese per rigettarsi in una storia di amore e consumi con un pick up di proporzioni bibliche.
    Ma già lo avevo archiviato come un caso disperato.

    Dall’esperienza conclusi, forse approssimando troppo, che gli americani – almeno certi americani – sono adorabili sciocchini e che la loro totale miopia verso il mondo al di fuori degli States (ma a volte anche fuori dal loro ZIP code) li aiuta a compiere scelte davvero surreali che vanno a loro totale svantaggio.
    “Ma in Italia non succederà mai!”, pensavo ingenuamente. “Siamo troppo furbi, noi”. E da noi la benzina è cara. E c’è crisi, c’è sempre crisi. E noi italiani di città spesso non abbiamo neanche bisogno di guidare, le distanze sono accessibili, i trasporti pubblici più o meno vanno…

    Fatto sta che mi accorsi, ancora una volta nella mia vita, di essermi sbagliata. Le strette e ostili stradine di Genova, quelle in cui per muoverti devi pregare la Madonna e per parcheggiare devi anche prometterle un rene, pullulavano di SUV. Ognuna guidata dal suo managerino rampante coi soldi o, nei casi peggiori, dalle loro fidanzate in Hogan o dalle loro madri cotonate (il cui altro mezzo di locomozione è, nel 98% dei casi, una Smart. Lo so e basta).
    Visto che il massimo del fuori porta, per costoro, è un’escursione allo stadio o in discoteca, la ridicolaggine di avere un macchinone travestito da fuoristrada risplende più di una medaglia.

    In modo abbastanza buffo, da mezzo di trasporto più amato dai redneck ignari dell’ecologia (favoriti da un mercato dell’usato molto più vivace del nostro, quello è vero), il SUV è diventato il surrogato del pene dirigenziale più amato di questi ultimi tempi.

    Ma torniamo al punto da cui eravamo partiti. Le schede benzina. Della macchina del capo. Che non ha un buco nella gomma, come dice la canzone, ma fa un buco nel bilancio.

    Già in passato mi sono divertita a calcolare il mio valore in pallet di salviettine intime, ottenendo i previsti risultati desolanti. Ma è calcolando il mio valore in consumi SUV che mi sono davvero depressa. Se il SUV del capo esigesse anche la tredicesima, costerebbe annualmente alla ditta più di me. Ammesso che già non lo faccia, in effetti.
    Il bambino si ciuccia dai 700 ai 1000 al mese in poppate di gasolio.
    Si ciuccia quello, la sensatezza di usare la macchina invece dell’aereo per qualunque tratta su territorio nazionale e ogni residuo di mia pazienza e fiducia nell’umanità quando sento il capo lamentarsi di quanto spende in carburante, come se una legge antipatica lo avesse costretto a comprarsi un SUV, e mi sembra di subodorare mentre lo fa anche quel perverso orgoglio della mamma che odia il figlio grasso ma lo stesso si compiace quando questo finisce tutti i bucatini.

    Quindi, la prima grande verità del 2009 è che una vita umana forse non avrà un prezzo, ma la mia in particolare ha un valore inferiore ai consumi dell’auto di un manager viziato. E queste cose è sempre bene saperle chiaramente.

    Posso solo arguire, non senza un certo puntiglio, che io con un litro d’acqua faccio anche più di 7km, e non inquino.
    Che diavolo, quando sono ispirata faccio pure la raccolta differenziata.
     
    domenica, 25 gennaio 2009

    Ikea fa rima con Strage

    Quattro ore fa sono entrata all'Ikea pacifista convinta, come sono sempre stata. 
    Come al solito decisa a comprare una cosa da 2€ e dileguarmi, come al solito accortami dopo pochi minuti di avere già roba per un centinaio di euri schiaffata nella busta gialla.

    All'altezza del reparto bagno, ho cominciato a simpatizzare per Erode, mentre miriadi di piccoli criceti bambiniformi mi frullavano tra le gambe.

    Arrivata all'altezza delle luminarie per il salotto, mi è sfuggito un "Però in effetti le guerre limano via la popolazione in eccesso", borbottato a mezza voce mentre cercavo distrattamente di arare un gregge di mamma, pupi, nonni e marito in coma col carrello (pronta poi a dare la colpa a un vecchio di passaggio).

    Mentre, uscita prodigiosamente viva, mi avviavo verso l'auto e cominciavo a capire che genere di traffico mi attendeva fuori (leggi: coda compatta di famiglie isteriche sino al mare e forse oltre), ho capito che ero pronta per arruolarmi nelle SS, devota anima e corpo allo sterminio dell'intero genere umano (perchè limitarsi a una razza?) .
    Solo ora che sono a casa da un po' sto ricominciando a tornare in me.

    Se non fosse una tesi difficilmente credibile dal punto di vista storico, io sarei pronta a sostenere che il vero problema di Hitler con l'umanità è che era stato troppe volte all'Ikea di domenica. Impresa con cui, per inciso, non mi cimenterò mai più nella vita, fossi anche in piena crisi d'astinenza da biscottini d'avena.
    dropped by: Shulypoo | link | commenti (30)
    categorie: cibo, ikea, in giro, cose irritanti
    lunedì, 12 gennaio 2009

    L'unico modo di sopravvivere alla prima e come sempre inutile riunione del 2009 è pensare di essere incastrati in una vignetta di Dilbert.
    In questa prospettiva, l'impellente bisogno di fare fisicamente del male a colleghi e capi e la vaga voglia di piangere vengono sostituiti da una sardonica risatella, e soprattutto da una completa - e assai gradita - sordità a qualunque parola/balla/promessa/minaccia verrà proferita dal manager.

    Provate anche voi!

    domenica, 04 gennaio 2009

    Ma perchè al TG parlano dei saldi?

    Quando iniziano i saldi, per ogni negozio ho già esattamente in mente che cosa comprerò, perchè l'ho già adocchiato e anche provato da settimane, per non dire mesi. Del resto, se qualcosa di mai visto spunta fuori il giorno dei saldi si tratta sicuramente di una sola riciclata da stagioni prima.
    Il mio far compere si riduce quindi a un pragmatico entrare e andare a colpo sicuro in una certa direzione, acchiappare l'oggetto desiderato e impilarmi in coda alla cassa.
    Non sento, per dire, il bisogno di recarmi davanti a una pila di vestiti accuratamente piegati e scaravoltarli come pancakes caldi in ogni direzione; men che mai mi sfiora l'idea di ghermire, in quei giorni, una dozzina di capi e pretendere di occupare un camerino per tre quarti d'ora per provarmeli tutti e poi decidere che "Aspetto ancora un po', ci penso". Non mi viene neanche in mente, ma sarà perchè non fumo, di brasarmi davanti alla porta di un negozio sovraffollato con la mia sigarettina in mano e l'aria trasognata.

    Ma la mia è una tattica tenuta in scarsa considerazione da quelle creature del caos a basso quoziente d'intelligenza che diventano le donne quando, allo scoccare dei saldi, si trasformano in esseri primordiali e scarsamente evoluti che vengono sguinzagliati in strada con qualunque clima, governati solo dai loro più bassi impulsi e dal limite di credito della Visa.

    In altre parole, la prossima volta che faccio due passi in via XX potrei apprezzare l'ausilio di un lanciafiamme.

    P.s. Io vi vedo, voi 7-9 donne su 10. Vi vestite sempre nello stesso modo identico: Hogan Interactiv di mille colori, il cui orrore nessun tipo di outfit riesce a dissimulare, la cui unica alternativa di pari livello di orrore sono le scarpette casual di Gucci, autentiche o meno, jeansetti attillatini anche quando le vostre chiappe ricordano le orecchie di un cocker, maglioncino anonimo, capelli stiratini anonimi anch'essi, come il vostro make up pluriombrettato che anche se avete 14 anni ve ne dona immediatamente 20 di più, piumino firmatino lungo, per motivi misteriosi, sino ai fianchi (ma a sto punto sperate di tenervi il corpo al caldo per media matematica?), inguardabile Louis Vuitton Speedy - tipica espressione del "prendo la cosa firmata meno costosa che esiste per far vedere che ho i soldi e in realtà non li ho" - o altra alternativa firmato-cheap  tenuta saldamente sotto l'ascella.
    Visto e considerato che siete immancabilmente vestite sempre nello stesso modo sin negli accessori, ma perchè andate a fare shopping?