About me, more or less

Utente: Shulypoo
Cromosoma XX, personalità indecisa e dubbiosa, amante dell'autoerotismo mentale, della musica rock, del sushi, degli anfibi e degli orsetti del cuore.

L'erotismo mi piace e lo vedo in tante cose. Forse ve ne accorgerete, ma non scambiatemi per ammiccante, ve ne prego.

Ripresami dalle mie brume esistenziali post laurea e dai vaneggiamenti matrimoniali, sono ora un'improbabile business woman con parecchi issues. Ma che questo non mi identifichi in alcun modo, vi prego. Aspirante groupie, passerei volentieri la vita a sperarla diversa.
Odio mordermi le guance. Ma proprio tantissimo.

Handle with care, perchè mi affeziono anche al cartone del latte e sono permalosissima.

Geeky, nerdy, plastic fantastic, the one you'll never need.
Amen.

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Mi rallegrano e compiacciono cose tipo...

svegliarmi e ricordarmi che posso dormire
le chitarre elettriche
il junk food, il sushi e il cibo indiano. Ma anche tutto il resto.
il piumino calduccio
l'umorismo surreale
le culotte
non reggermi in bus e far finta di fare surf
leggere i libri in una botta sola
i cavalieri dello zodiaco
la musicalità
le t-shirt buffe e witty
i calzini a strisce
chi è colto e non lo fa pesare
il ponte di chiatte al Porto Antico di Genova
il mio albero di natale
chi capisce al volo
i regali inattesi
le coccole sotto il piumino
questa faccina ":3" e questa ">.>;"
Londra
la lingua inglese
l'eccitazione
capire improvvisamente qualcosa
la novità
le pernacchie sulla pancia
la varietà linguistica
le cose pucciose e superdeformed
il cambiamento
ascoltare musica di notte
la sottigliezza
le opinioni decise ma non ostinate
comportarmi in modo inappropriato
sapere le cose senza Google
la gente easy going
le seghe mentali un po' costruttive
fare pace
i vecchi vinili
chi non serba rancore
forzare i miei limiti
ballare, da sola
la gentilezza a prescindere
gli anni '60 e '70 e la loro musica
la pulizia
non dover spiegare ciò che dico, specialmente le battute
la capacità di modularsi
apparentemente, anche saltare di palo in frasca :3

Mi rattristano e un po' irritano cose tipo...

i pallini sui maglioni
chi entra dall'uscita dei bus
la banalità, in tutto
i calendari coi culi
i peli incarniti
chi dice di non aver mai tempo e non fa un tubo
la polvere sulle dita, e i gatti impolverati
il vento e la pioggia insieme
le abitudini noiose, i loop, i pattern
i furbi, i Furby e i furry
le cose banalmente sexy
la mancanza di autocritica, di ironia, di curiosità
gli errori di grammatica e ortografia
la volgarità a sproposito (ma non le parolacce!)
il pitonato, lo zebrato, il leopardato e gli altri mali accessori alla menopausa
la gente che scrive "Hei!" invece di "Ehi!"
la pornografia camuffata da erotismo
la risata "Hihihihihi". Ha un che di satanico e idiota, usate le faccine piuttosto
le battutine a sfondo sessuale fatte a sproposito
chi racconta i casi suoi al telefono in bus, magari urlando
l'indefinitezza
le mode imbecilli, e le sedicenti modelle
la puzza di fumo
la poesia cheap
l’associazione soldi/mignotte/belle macchine
chi sputacchia quando parla
la “bella gente†e la "bella vita"
chi fa lo strano, l'incompreso, l'unico, l'originale a tutti i costi
sentirmi invisibile e a disagio
chi è più pigro di me
chi non si fa mai problemi e dovrebbe
il frastuono e la musica merdosa
chi parla addosso alla gente
chi non ascolta e pensa di aver capito
la sveglia
l'ignoranza compiaciuta
i consigli non richiesti, ma anche i conigli
gli egocentrici molesti
gli inappetenti cronici e chi fa tremila storie sul cibo
le donne fissate con le minchiate che non compensano con altre doti
gli uomini che pensano di far colpo coi soldi
le "k" al posto delle "c"
chi non sorride mai
smagliare i collant nuovi
chi non capisce, chi non coglie, chi non si sa adattare
le suonerie dei cellulari, la maggior parte
i deliri religiosi
il buonismo dettato da idiozia
rompere con qualcuno, causare tristezza
chi mi dice "cresci" senza poterselo permettere
i canditi

Solo un numero, e probabilmente sbagliato

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  • lunedì, 15 giugno 2009

    Into the wild

    "E così ti sei trasferita eh? Come si sta sulla Sunshine Coast?"
    "Il trasloco è stato stancante, ma c'è un clima bellissimo e si sta davvero bene. Oh, in giardino hanno avvistato degli orsi, giorni fa"
    "Cosa?"
    "Si si ma sono black bears, mica grizzly!"
    "Quand'è così..."
    "Poi abbiamo fatto mettere la recinzione, solo che i piccoli potrebbero passare sotto"
    "Ah, quindi potreste ufficialmente rubare dei cuccioli d'orso alla mamma. Bene."
    "E poi terremo la spazzatura sigillata così non attiriamo né gli orsi né i puma."
    "I che??"
    "I cougar, sai, li chiamano in tanti modi..."
    "Si si, le pantere. Quelle che mangiano i ciclisti di Orange County, per intenderci"
    "Dicono che sono abbastanza innocui"
    "Si, si immagino"
    "Dicono anche che magari è meglio non lasciare bambini incustoditi a giocare, just in case"
    "Aaaaa-ha" (rumore di tasti) "Tu comunque non accucciarti, cerca di sembrare grossa e molla calci sul muso. Dicono funzioni. Ben assestati eh, hai capito?"
    "Poi non riusciamo a metterci d'accordo sul cancello. Lui lo vuole aperto, io lo voglio sempre chiuso. Ho i fiori, non voglio che i cervi me li vengano a mangiare"
    "Ah è vero che lì i cervi ve li trovate anche in coda da Safeway. Tra l'altro sono più tenaci delle vecchie, ho sentito. Se li superi son capaci di prenderti a cornate."
    "..e poi tra un po' vengono gli alci, quindi figurati"
    "Mi pare giusto, che si mangino i bulbi dei vicini!"
    "...e in inverno può pure capitare qualche lupo, ma non sempre"
    "Sarà un incantevole bed and breakfast, mamma"
    "Penso anch'io!"
    "Con le chiavi della stanza fornite anche un fucile a pompa?"

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (4)
    categorie: cose buffe, vancouver, wtf
    sabato, 25 aprile 2009

    Finale col bottino

    Oh si, lo ammetto: sono stata parecchio assente ultimamente. E' abbastanza spiacevole a dirsi e a pensarsi, ma tendo ad associare lo scrivere sul blog con il trovarmi in ufficio bored out of my mind, come si suol dire, e incapace di esprimere la mia frustrazione in altri modi che non disturbino il codice penale.

    Sono state due divine settimane di ferie, passate come sempre in fretta. Tra gli highlights della vacanza citerei senz'altro una bella visita a Seattle - città meritevolissima anche se non strombazzata molto all'estero (se non per il grunge ovviamente) - e la gita, ieri, in quello che potrei definire senza dubbio il primo real estate heaven che abbia mai visitato con al seguito uno stuolo di agenti immobiliari estremamente gay.
    Sul serio, non capita tutti i giorni di partecipare alla scelta di una casa nuova sulla favolosa Sunshine Coast a Nord di Vancouver. E devo dire che di queste piccole quotidianità (cambiare casa qui è molto più frequente e nella norma di quanto lo sia in Italia) io mi nutro avidamente.
    In generale sono il tipo di persona che, appena sbarcata in una città nuova, cerca sempre di intrufolarsi in un supermercato, in una caffetteria, in qualche luogo non bazzicato dai turisti insomma, per cercare di capire come vive effettivamente la gente del luogo, che cosa mangia, a che ora, di cosa parla, che cosa è ritenuto normale e cosa stravagante. Posso perdermi anche solo a guardare il banco dei medicinali di un department store, o il menu di un ristorantino per famiglie.
    La mia incessante attività di osservatrice mi porta di solito all'acquisto di cose curiose, come condimenti per pollo arrosto, piccoli elettrodomestici, lozioni per capelli dai nomi accattivanti e dalle funzioni a dir poco minacciose. Quest'anno sono andata molto vicina all'acquisto di un tubetto di lubrificante chiamato Sexy Ganja con tanto di fogliolina sul tubetto, ma mi sono limitata a una piastra per fare gli waffles.
    Questa forma di spionaggio camaleontico è la mia forma prediletta di turismo e, almeno qui nel Nord America, porta sempre grandi soddisfazioni.

    Mentre preparo le valigie al volo di domani, vengo colta dal quotidiano magone, dalla rassegnata consapevolezza che la mia vita sarà stabilmente caratterizzata dall'avere le persone a me care sparse per il globo, dalla perenne indecisione su dove intendo stare io stessa e dai soliti vincoli - parzialmente auto-imposti - che mi trattengono dal venire a vivere qui. Sarò affetta da esterofilia congenita, ma il familiare senso di nausea al rientro in patria non ha mai tralasciato di farmi visita, persino quando anni fa tornavo in Italia dalle tenebre della Bible Belt statiunitense e tanto più ora, al rientro dal mio quarto soggiorno nella Beautiful British Columbia, un posto di cui scommetto che molti di voi si innamorerebbero, avendone ogni ragione.

    Malinconia, tristezza e (notevole) angoscia alla prospettiva dell'ufficio lunedì a parte, sono magicamente riuscita a capitare a Vancouver in tempo per fare il bis della Cena Fighetta Al Golf Club del Patrigno, da cui sono in effetti appena tornata.
    Penso, quasi esattamente un anno fa, di essermi già schernita sul mio senso di inadeguatezza in occasione di eventi anche un pelo formali e in compagnia di gente ben più danarosa di me. Non mi ripeterò quindi, ma vi dirò che ho imparato la ricetta per sopravvivere a tutto, persino - appunto - a una cena in un Golf Club senza saper distinguere una mazza da golf da una da baseball e con un reddito da addetto alle pulizie.

    La soluzione è afferrare il primo bicchiere di Sauvignon Blanc della Nuova Zelanda che ti capita a tiro e tracannarlo praticamente alla goccia. Procedere quindi a sorridere esibendo anche i denti del giudizio e, all'occorrenza, zoppicare sino al bar e portarsi al tavolo anche un Cosmopolitan d'emergenza. Vi giuro che ho smesso di sentire l'imbarazzo, il freddo, la timidezza e anche le parole che mi volavano intorno. Sembravo nata per stare in un golf club.

    Al culmine della serata, mentre la riffa da 20 dollari a biglietto animava i tavoli intorno, ho pestato un gamberetto con il tacco e annegato accidentalmente il mio spicchio di lime nel bricco del latte (mentre intrattenevo un rapporto a tre con l'Earl Grey da una parte e la Grey Goose dall'altra). Mentre ancora guardavo inebetita la buccia verde che galleggiava e mi auguravo che nessuno avesse più bisogno del latte, diventavo misteriosamente la vincitrice del Table Prize del mio tavolo, contenente dolciumi assortiti e persino una gift card di Starbucks. Ho squittito di contentezza, realizzando di aver alzato la voce di un paio di ottave nel tentativo di mescolarmi agli strepiti dei donnini locali (un tripudio di Ohmygaaawd). Con il mio bottino, il mio sorriso, i miei tacchi al gamberetto e la mia sbronza, sono sopravvissuta anche a questo evento mondano e - a Dio piacendo - se ne riparlerà il prossimo Aprile.

    Per quanto riguarda invece questa magnifica città, se ne riparlerà molto prima, eccome.
    Auguratemi solo buon volo, perchè ne avrò bisogno: la KLM mi ha infilata nel sedile centrale e spero solo che abbiano cambiato i film rispetto a due settimane fa.

    Ci risentiamo dall'altra parte del globo, spero.
    mercoledì, 08 aprile 2009

    Morning Glory

    Non posso proprio spiegarvi il perchè di tutto quello che devo fare per lavoro, non in termini ragionevoli, ma a volte esso mi porta a situazioni paradossali e - perchè no - anche a qualche occasionale figura barbina.
    Ad esempio, non ho desiderio di spiegarvi la mia presenza saltellante, ieri mattina, in una corsia di supermercato a prelevare 6 confezioni di pannolini. Sappiate solo che era un motivo di lavoro. Serio. Già.
     
    Acchiappo l'ultimo pacco con le mani già piene, me lo ficco sotto un braccio e mi giro: dietro di me una mamma sulla quarantina, molto in carne, mi guarda ferma a bocca spalancata. Mille domande stampate sul faccione rubicondo e tutte indirizzate a me. 
     
    Non è la prima volta che devo svolgere un incarico simile e, in effetti, avere dei pacchi di pannolini mi conferisce sempre quella sinistra aria da ragazza madre single e disperata. Mi pare già di sentire il pianto di un bambino malnutrito in lontananza, con quei maledetti cosi in mano. Mi sento obbligata a schernirmi e borbotto "Oh io non ho bambini, è per lavoro!", mentre già sgambetto verso un'altra corsia a fare fotografie alla carta igienica (altra peculiare performance richiesta dalle mie mansioni).
    Di rimando quella mi urlacchia da lontano che lei ne ha quattro di bimbi, poverina, e le dico qualcosa di imbarazzante tipo "Caspita, la Pampers dovrebbe farle un monumento!" - me ne stavo già pentendo mentre le parole mi rotolavano dalla lingua. Quando provo a fare la disinvolta-spiritosa-accessibile-che-non-usa-parole-complicate sono sempre un penoso fallimento.
     
    L'involontario momento orrendo, però, è stato cinque minuti dopo alla cassa. Il cassiere è amico della mamma cicciottella. Si vede che lei fa la spesa lì spesso. Lei è prima di me, dopo avermi superata con mossa insospettabilmente felina: le madri con figli e le persone grasse sentono una specie di credito verso il mondo, e il diritto a speciali indulgenze. Come se il fato si fosse già abbastanza accanito su di loro. Potete immaginare il grado di self-assertion di una mamma grassa con bambino che le infila caramelle nel carrello quando non guarda.
     
    Sempre con la stessa aria da "Abbiamo già dato", sprona il figlio piccolo a svuotare il carrello - sin qui nulla di male - mentre a ogni gelato o sofficino o bottiglia di estathé che emerge dal medesimo scarica sul pupo un alito di affetto colpevolizzante ("Tutto per voi compro e io nulla". Già, poteva almeno regalarsi una spirale. Vent'anni fa).
    La mami si racconta due affari suoi col cassiere amico (i rapporti gioviali con i commercianti per qualche ragione mi irritano, specie quando si tiene salotto davanti a una coda che aspetta con l'auto in doppia fila e dei pannolini Junior sotto un'ascella) e poi sedereggia lentamente via con il pupo a rimorchio.
    Nel frattempo, i miei pannolini vengono battuti alla cassa, li guardo con il consueto imbarazzo ed esclamo - per prendere le distanze anche col cassiere - "Accidenti, sembra che abbia partorito una squadra di basket" facendo attenzione a scandire bene le parole, sempre preda del mio scarso talento alla disinvoltura.
     
    Il cassiere è girato altrove e, avendo mancato di cogliere il riferimento della frase, mi lancia un'occhiata ferina piena di odio stupito, e risentimento.
    Postulava naturalmente che parlassi della matronesca signora, dopo aver occhieggiato il suo immenso sederone. A nulla è servito puntare timidamente ai pannolini col ditino indice tremulo. Ormai ero catalogata come la "skinny bitch che non sa che sacrifici deve fare una mamma porcatroiaunpodirispetto". Il club della spesa delle 10 del mattino mi aveva messa alla gogna ed espulsa senza appello. Sentivo già una piccola ondata di indignazione borbottante alzarsi dalla coda di pensionati e mamme sfatte coi capelli unti. Non è questa la sede per dilungarsi in considerazioni su quanto indigeste siano le persone che prima di capire qualunque cosa, a scanso di equivoci, si offendono per partito preso.
     
    Il punto della faccenda è che così imparo ad usare un congiuntivo senza soggetto.
    Anzi, così imparo ad usare un congiuntivo in un supermercato. O un congiuntivo e basta.
    Anzi anzi, così imparo a non mandarci il mio capo a fare compere in quel Purgatorio mattutino.
    lunedì, 30 marzo 2009

    Blog più figo del 40%!

    Qualche anno fa mi sono laureata in scienze della comunicazione. L'eventuale utilità di questa mia impresa ai fini di una carriera ha ancora contorni sfuocati, in compenso sembra che tutti siano convinti che avrò un parere intelligente ed illuminante su qualunque cosa riguardi, appunto, la comunicazione. Intesa qui in senso esteso-estesissimo, pali del telefono e programmi della De Filippi inclusi.
    Il mio capo, sempre per fare esempi stupidi, sembra convinto che la mia laurea mi renda automaticamente una venditrice, cosa lontana in pari misura dai miei talenti e dai miei interessi.
    Si dà anche largamente per scontato che la pubblicità sia per “noi di comunicazione” una specie di seconda lingua, e che soprattutto ci piaccia da morire. La cosiddetta funzione “conativa” del linguaggio (cioè, in soldoni, comunicare per farti fare qualcosa) però, applicata al marketing mi provoca appunto dei violenti conati.

    Comincia sempre così: “Tu che hai fatto comunicazione...” e boom: il domandone da un milione di dollari. Quasi sempre un domandone completamente casuale a cui è impossibile rispondere intelligentemente o facendo una bella figura, peraltro. Domande, nel peggiore dei casi, che sarebbero meglio indirizzate a chi ha fatto economia o ha un battitore di cassa al posto del cuore, ammesso che le categorie siano distinte.

    Pur non avendomi donato specifiche competenze di facile monetizzazione, a Scienze della Comunicazione hanno di fatto aggravato – e munito di nuovi strumenti! - una mia tendenza naturale, quella ad analizzare oziosamente e spassionatamente le cose. Detto più delicatamente: non so fare un tubo, in compenso faccio molti pensieri inutili atti a sviluppare, talvolta, livelli di acuita consapevolezza, spesso dannosa per la mia pace mentale.

    E' buffo, ad esempio, il mio rapporto con la pubblicità: da un lato non posso più essere uno spettatore naif neanche se mi sforzo. Dall'altro, scelgo volontariamente – a volte – di farmi abbindolare, di voler credere in qualche promessa o almeno non postularne dall'inizio la malafede, anche quando buon senso e istruzione mi dicono chiaramente che sto pagando più il marketing del prodotto che il prodotto stesso, e che in effetti i contorni tra le due cose sono in qualche misura confusi.
    Sgamare questi trucchetti è spesso facile in modo disarmante: l'industria cosmetica, solo per fare un esempio che casualmente corrisponde anche con il mio lavoro, ne straripa.

    Quando ti compri un prodotto cosmetico, una cremina, uno shampino, quello che ti pare, insegui fondamentalmente due valori tanto ambiti quanto fondamentalmente impalpabili: bellezza e, secondariamente, giovinezza (sapete, quell'innaturale giovinezza che si pretende che le donne mantengano sino all'ospizio). Essendo entrambi concetti di difficile misurazione in senso assoluto (la giovinezza infatti è stata viscidamente svincolata dall'età anagrafica), è facile giocarci.

    Ne vedrete almeno 10 al giorno: lo shampoo che promette capelli “sino a 7 volte più lisci e sino a 10 volte più brillanti”.
    La crema viso simil-stucco che ti assicura “rughe attenuate e riempite sino al 40%” e “pelle più idratata sino all'80%”.
    Il miscuglione anti-cellulite che ti giura che avrai “sino a 3 cm in meno sul giro coscia”. La pillola prodigiosa che ti dà il 20% di ricrescita di capelli in più.

    E certo che li vogliamo i capelli più luminosi, la pelle meno rugosa, le cosce più snelle, ma sono io o manca praticamente sempre il termine logico di comparazione? Più luminosi di cosa? Più idratata rispetto a cosa? Non certo di un altro specifico prodotto.

    Quasi nessuno osa dire cose tipo “Nivea idrata 10 volte più di Dove”. In effetti non sono nemmeno sicura che sia legale in Italia, anche se all’estero è una strategia piuttosto comune.

    Il più a cui ogni tanto ci si spinge è presentare l’alternativa cheap al prodotto - di solito un prodotto di quindici anni fa e di sapore vagamente da Germania dell’Est – e ridicolizzarne le prestazioni in una prova comparata simulata. Sino a poco tempo fa, ad esempio, le pubblicità di assorbenti e pannolini ci marciavano. Quanti pranzi e cene abbiamo avuto rovinati dalla visione di flussi mestruali bluastri che si diffondevano a macchia d’olio su materassini di polimero superassorbente? Roba da rimpiangere le paracadutiste mestruate della Nuvenia.

    Un altro paradigma di presunta efficacia di un prodotto cosmetico sono i famosi “test di autovalutazione condotti su otto donne di cui una era mia sorella”. Buttateci un occhio, alcuni sono piuttosto ilari, abbastanza convincenti da farti rimettere sullo scaffale il prodotto che stavi quasi per comprare.

    Un trucchetto tanto palese da non poter essere neanche definito tale, ovviamente, è l'uso di immagini fuorvianti e non correlate, come distese di chiappe vergini che mai hanno visto un grammo di cellulite in tutta la loro esistenza e visi perfetti che genetica, impegno, data di nascita, Photoshop e a volte molti soldi hanno contribuito a creare. Questo però era così ovvio che lo sappiamo tutti, spero di non avervi offesi nel ricordarvelo.

    Ma torniamo al presente. In mancanza di termini di paragone ragionevolmente obiettivi e quantificabili, è praticamente possibile dire qualunque cosa senza che nessuno possa contraddirti, possibile per chiunque che ne abbia il desiderio e il denaro, produttori di qualità così come farlocconi con un budget pubblicitario indecente.Il competitor naturale del Pantene

    E’ chiaro che i tuoi capelli, se usi il Pantene, saranno visibilmente più lisci e pettinabili in una settimana, come ama ricordarci uno spot che spammano spesso (oh che allitterazione!) ultimamente. Certo signorina Surina che saranno più lisci. Un miracolo rispetto a quando mi lavavo i capelli con il Nesquik Syrup, ad esempio, o a quando lo facevo con la sabbia. O col nero di seppia.

    La pelle più idratata? Si, rispetto a quando non usi nessuna crema e vivi nel Gobi. Più tirata rispetto alla tua faccia in condizioni normali o a quel mascherone pietoso che hai il lunedì mattina? E non iniziamo neanche a parlare di come peso corporeo e centimetri di cosce e chiappe possano fluttuare amabilmente nel corso anche di una sola giornata, diventando di fatto misure abbastanza aleatorie.

    Non sto escludendo sistematicamente la possibilità che esistano prodotti cosmetici di qualità e – di fatto – in 26 anni e rotti di consumi sfrenati mi è anche capitato di trovarne. Non escludo neanche la possibilità, certo più remota, che i suddetti prodotti siano a volte anche quelli che riescono ad comprare/attirare l’attenzione dei media e del grande pubblico. Ma se la pubblicità può essere più spesso che no involgarita a Grande Reame dell’Aria Fritta, il settore cosmetico è il suo Friol ideale. E non ditemi che non ricordate il Friol.
    Poi certo, le pubblicità più brutte e assurde sono quasi sempre quelle delle automobili, ma questa è un'altra storia.

    Di tutto questo che cosa penso io? Distinguere i valori reali da quelli presunti, la realtà dalla pubblicità, la qualità dalla visibilità sono operazioni dannatamente complesse e probabilmente relativamente degne della nostra attenzione, a meno che ignorarne la distinzione non sia pericoloso per la salute come - citiamo un esempio correlato - lo strisciante e laido sdoganamento di molta chirurgia estetica, spacciata ormai per pratica quotidiana e innocua da aggiungere al carrello e comprare con un clic. E nemmeno a livello strettamente pubblicitario, ma - fatto più sinistro - culturale e sociale.
     
    Per il resto, suggerisco dal mio modesto punto di vista di fare il possibile per ignorare la maggior parte dei tentativi più smaccati dell'industria di farci consumare come hanno stabilito loro e decidere le nostre preferenze senza tenere in eccessiva considerazione gli investimenti pubblicitari che stanno dietro ai prodotti di consumo. Godersi quelle poche pubblicità ben riuscite che ogni tanto circolano e che raramente includono donne intente a misurarsi lo splendore tricologico o a verificarsi a vicenda l'idratazione cutanea o la tenuta degli assorbenti interni. Dopo tutto, se l'agenzia di comunicazione ha fatto un buon lavoro, il messaggio strettamente "pubblicitario" può essere tralasciato come una lisca fastidiosa e, più spesso all'estero che in Italia, circolano spot anche molto ben fatti.
     
    Ve lo dico non perchè mi ritenga un'esperta con un astuto sguardo professionale, o perchè io sia in grado di operare tale discernimento con naturalezza. Ve lo dico perchè temo che a guardare la pubblicità credendo davvero in quello che dice ci si rincoglionisca. E di brutto.
    Potrei raccontarvi, per edificarvi, la storia di quel Presidente del Consiglio che vide la pubblicità della Vodafone che mostra pizze, autobus, valigie e cazzi (i cazzi no, aspetta) ingranditi del 20% per promuovere una nuova ricarica e poi, dopo averci buttato sopra una pepata di cozze avariate, il mattino dopo se ne venne fuori con un piano casa esilerante dai connotati orribilmente simili...
    lunedì, 12 gennaio 2009

    Puro genio

    Pensate di trovarvi con questo affare ad altezza naso, così dal nulla.
    Il punto, cari amici e vicini, è che una cosa del genere avrebbe potuto tranquillamente lasciarmi così senza parole da poter troneggiare, come foto, tutta sola in un post dedicato.
    SE, un giorno all'Ipercoop mentre facevo la solita indagine di mercato abusiva (leggi: occhiali da sole, macchina fotografica e aria colpevole/autoapologetica) non mi fossi già imbattuta in un capolavoro di marketing, ovvero la tintura per la patafragola.
    Quando il pelo ingrigisce o soltanto ci ha un po' stufate, perchè mai scerettare tutto via causandoci ematomi, dolori, conseguenti imprecazioni e meno chance di andare in paradiso? Proprio lì, a condividere l'angolo vista casse insieme a improbabili dolciumi per pupi, c'era la chiave per rendere il nostro monte di Venere rosso carota, biondo Marilyn o un bel castano cocker.
    Allibii, pensai brevemente a quanto il rosso mi avrebbe donato, e passai oltre.

    Sabato, invece, ho seguito il consiglio di un'amica e mi sono recata in quella che stando a lei doveva essere LA MECCA (maiuscolo) delle profumerie genovesi, e che in effetti si è rivelata all'altezza delle aspettative, regalandomi tra l'altro la prima perla dell'anno: PUBELLA.
    "Che cos'è Pubella?" vi chiederete voi, ingenuamente.

    I geniali individui del marketing, pensando che una - leggendo - avrebbe automaticamente corretto in "Più Bella", si sono premurati di precisare con un sottotiolo che non si trattava di una svista, ma di un atroce gioco di parole, frutto di qualche riunione sudaticcia avvenuta durante la settimana di Ferragosto, una riunione di quelle da tragedia greca.
    Il sottotilo recita "Depilazione Intima Artistica". Ah. "Ah" ho fatto, con le zampe già sul cellulare, ancora ignorando le delizie del retro (e siete liberi di prendere questo scampolo di frase fuori contesto e ridere un pochino).

    come usare pubella!Ed eccolo il retro, ed ecco spiegato a cosa serve Pubella, con un efficace story board semplificato di come andranno le cose a casa, tra te e Pubella.
    Serve a disfarti di quella triste massa informe di pelo ricciuto e trasformarlo nello zerbino ideale per l'unico ortaggio dell'amor. Un cuoricino. Piccolo piccolo. Che ispira felicità, che fa pensare agli Orsetti del Cuore. Basta posizionare il tanghino adesivo, inquadrare l'area da potare, e procedere spietatamente con qualunque mezzo.
    Puro genio. Sai quei bisogni che non sai di avere sinchè non scopri che DEVI avere la patata a forma di cuore?

    O geniali uomini del marketing alla Brenta S.r.l., dolci veneziani a cui l'aria della laguna ha regalato queste visioni, voi che avete anche mandato qualcuno a REGISTRARE all'ufficio marchi questa grandiosa trovata... fatelo anche col fulmine o i pentacoli e rischiate anche che "qualcuno" sborsi gli 8 euro che chiedete e lo compri!
    dropped by: Shulypoo | link | commenti (13)
    categorie: fun , sesso, cose buffe, in giro

    L'unico modo di sopravvivere alla prima e come sempre inutile riunione del 2009 è pensare di essere incastrati in una vignetta di Dilbert.
    In questa prospettiva, l'impellente bisogno di fare fisicamente del male a colleghi e capi e la vaga voglia di piangere vengono sostituiti da una sardonica risatella, e soprattutto da una completa - e assai gradita - sordità a qualunque parola/balla/promessa/minaccia verrà proferita dal manager.

    Provate anche voi!

    sabato, 10 gennaio 2009

    Il Triangolo delle Mutande

    mutande
    A parte che la sola idea di un uso errato o improprio di quella zip mi fa rattrippire la zona interessata dallo spavento, ma questa delizia la trovate in vendita da Yamamay in Via S. Vincenzo, dove un nuovo punto vendita ha appena aperto con una collezione - come potete vedere - improntata a classe e sottigliezza. Quel minimal chic per la donna che non deve chiedere mai, ma darla sempre.
    Vi pregherei di notare il bordo elasticizzato in finta pelle, di quelli che ti fanno sudare la zona fianchi più di una pancerina Monika Sport ed enfatizzano - strizzandolo - qualunque grammo di ciccia anche immaginaria. Spostate ora l'attenzione sul fatto che l'intera mutanda è trasparente con effetto vista pelo erotizzante. La zip termina dopo aver esposto ogni possibile orifizio, salvo incastrarsi in qualche parte delicata. Ma, se l'uso suggerito non risultasse abbastanza esplicito, ci viene in aiuto la scritta SEX in luccicanti lettere fucsia. Se non è abbastanza chiaro così, consultate un vocabolario inglese-italiano.
    A 16 euri può essere vostro, coi saldi pure a meno.


    Quella zona di Genova era già nota come il Triangolo (che ironia) delle Bermuda, o dovrei dire delle Mutande, e sovrabbondava già di ben tre catene di biancheriola spesso allucinante come Intimissimi (quello che si pubblicizza con le puppe della Bellucci e nella cui vetrina ho visto un boxer con Babbo Natale centrato in zona pene), Calzedonia (lanciatissimo sulle autoreggenti con balza in pizzo lunga ormai sino a metà polpaccio) e Golden Lady.
    Adesso dunque all'incrocio tra Via San Vincenzo e Via Colombo è guerra aperta all'ultimo tanghino, e seguirò con ansia e partecipazione gli sviluppi del conflitto.

    Vi ricordo in ogni caso che alla Coin, a pochi passi da lì, ci sono sempre i gatti a nove code, i vibratori e i manichini a cosce aperte.
    giovedì, 08 gennaio 2009

    Non aprite quella cazzo di porta...

    Certo che se la nostra specie si comportasse in media con l'accortezza e l'acume dimostrati dai protagonisti dei thriller e degli horror, la selezione naturale avrebbe provveduto pietosamente a estinguerci prima che scendessimo dagli alberi.

    Quando non mi sto coprendo gli occhi per paura di vedere budella, l'unica cosa che riesco a fare è pensare/esternare ad alta voce cose come quelle che la visione di The Strangers (oh attenzione, potrebbero esserci spoiler) mi ha ispirato proprio ora:

    - Bravi, lasciate la porta aperta. Anzi, volendo risalire a monte: GENIONI a vivere in culo ai lupi in una casa tutta vetri senza un cazzo di catenaccio alla porta e un cane da guardia, un allarme, degli scuri alle finestre....

    - Mettete in giro armi come coltellacci da macellaio e disfatevene subito, magari lasciandole in bella vista su un tavolo.

    - Certo, aprite la porta a chi bussa alle 4 del mattino alla vostra casa in culo ai lupi. Non può che avere ottime intenzioni,  probabilmente è il nuovo vicino che vi ha fatto una torta.

    - Ok non è il vicino, è un branco di psicopatici: SEPARATEVI mi raccomando e non sognate di allontanarvi dalla zona. D'ora in poi avrete le capacità di autodifesa di una coppia di pandori.

    - Perdete immediatamente d'occhio i vostri cellulari, non sia mai che riusciate a chiamare aiuto.

    - Lo psicopatico è a un passo da voi e voi avete trovato un nascondiglio: ANSIMATE rumorosamente per segnalare la vostra presenza ugualmente. Non vorrete fargli perdere altro tempo?

    - Se vi riesce, cercate di farvi del male da soli prima che ci pensino loro, procurandovi ferite e fratture nei vostri tentativi inani di preservarvi in vita. Oltretutto vi aiuta ad ansimare meglio, donandovi piccoli e spontanei guaiti di dolore.

    - Confinatevi in una stanza da cui non si possa uscire, accucciatevi in un angolo e possibilmente continuate ad emettere i rantoli di un malato di tisi.

    - Voi avete un fucile e lo psicopatico vi sta buttando già la porta ad asciate: non sparategli, mica ce l'ha con voi. Piuttosto, spostate i mobili di casa nella sua generica direzione (tanto quella credenza erano anni che volevate spostarla) e ritiratevi ad ansimare nella stanza di cui sopra.

    ... e così via dicendo.
    Ora vi saluto perché hanno bussato alla porta: è tardi, ma sarà sicuramente il mio vicino con una torta. Lascio già il coltellone in vista sul tavolo della cucina. Gnam gnam, speriamo sia una sacher.

    si, riescono a farsi fregare da due ragazzine e un gobbo
    dropped by: Shulypoo | link | commenti (8)
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    domenica, 04 gennaio 2009

    Ma perchè al TG parlano dei saldi?

    Quando iniziano i saldi, per ogni negozio ho già esattamente in mente che cosa comprerò, perchè l'ho già adocchiato e anche provato da settimane, per non dire mesi. Del resto, se qualcosa di mai visto spunta fuori il giorno dei saldi si tratta sicuramente di una sola riciclata da stagioni prima.
    Il mio far compere si riduce quindi a un pragmatico entrare e andare a colpo sicuro in una certa direzione, acchiappare l'oggetto desiderato e impilarmi in coda alla cassa.
    Non sento, per dire, il bisogno di recarmi davanti a una pila di vestiti accuratamente piegati e scaravoltarli come pancakes caldi in ogni direzione; men che mai mi sfiora l'idea di ghermire, in quei giorni, una dozzina di capi e pretendere di occupare un camerino per tre quarti d'ora per provarmeli tutti e poi decidere che "Aspetto ancora un po', ci penso". Non mi viene neanche in mente, ma sarà perchè non fumo, di brasarmi davanti alla porta di un negozio sovraffollato con la mia sigarettina in mano e l'aria trasognata.

    Ma la mia è una tattica tenuta in scarsa considerazione da quelle creature del caos a basso quoziente d'intelligenza che diventano le donne quando, allo scoccare dei saldi, si trasformano in esseri primordiali e scarsamente evoluti che vengono sguinzagliati in strada con qualunque clima, governati solo dai loro più bassi impulsi e dal limite di credito della Visa.

    In altre parole, la prossima volta che faccio due passi in via XX potrei apprezzare l'ausilio di un lanciafiamme.

    P.s. Io vi vedo, voi 7-9 donne su 10. Vi vestite sempre nello stesso modo identico: Hogan Interactiv di mille colori, il cui orrore nessun tipo di outfit riesce a dissimulare, la cui unica alternativa di pari livello di orrore sono le scarpette casual di Gucci, autentiche o meno, jeansetti attillatini anche quando le vostre chiappe ricordano le orecchie di un cocker, maglioncino anonimo, capelli stiratini anonimi anch'essi, come il vostro make up pluriombrettato che anche se avete 14 anni ve ne dona immediatamente 20 di più, piumino firmatino lungo, per motivi misteriosi, sino ai fianchi (ma a sto punto sperate di tenervi il corpo al caldo per media matematica?), inguardabile Louis Vuitton Speedy - tipica espressione del "prendo la cosa firmata meno costosa che esiste per far vedere che ho i soldi e in realtà non li ho" - o altra alternativa firmato-cheap  tenuta saldamente sotto l'ascella.
    Visto e considerato che siete immancabilmente vestite sempre nello stesso modo sin negli accessori, ma perchè andate a fare shopping?
    lunedì, 29 dicembre 2008

    Let there be more pain....

    Un ottimo, davvero infallibile metodo per staccarsi un paio di falangi e abbandonare ogni buon proposito dopo meno di un quarto d'ora di tentativi, è riprendere il basso in mano dopo mesi e dire "ooook ora provo Let There Be More Light".

    Va bene che io sono un'incapace, va bene che ci sono pezzi peggiori, ma Roger Waters quando la faceva live si portava le dita di ricambio?

    Prima di andare ad assicurarmi che l'unghia del mio indice sinistro sia ancora saldamente dove dovrebbe essere, vi ricordo che probabilmente il giro di basso di Let There Be More light lo conoscete anche senza saperlo. Questo se per caso avete sentito Taste in Men dei Placebo, dove il confine tra omaggio e plagio viene titillato senza posa, come spesso accade.

    Ow quanto mi brucia il dito -_- ....

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (3)
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