"E così ti sei trasferita eh? Come si sta sulla Sunshine Coast?"
"Il trasloco è stato stancante, ma c'è un clima bellissimo e si sta davvero bene. Oh, in giardino hanno avvistato degli orsi, giorni fa"
"Cosa?"
"Si si ma sono black bears, mica grizzly!"
"Quand'è così..."
"Poi abbiamo fatto mettere la recinzione, solo che i piccoli potrebbero passare sotto"
"Ah, quindi potreste ufficialmente rubare dei cuccioli d'orso alla mamma. Bene."
"E poi terremo la spazzatura sigillata così non attiriamo né gli orsi né i puma."
"I che??"
"I cougar, sai, li chiamano in tanti modi..."
"Si si, le pantere. Quelle che mangiano i ciclisti di Orange County, per intenderci"
"Dicono che sono abbastanza innocui"
"Si, si immagino"
"Dicono anche che magari è meglio non lasciare bambini incustoditi a giocare, just in case"
"Aaaaa-ha" (rumore di tasti) "Tu comunque non accucciarti, cerca di sembrare grossa e molla calci sul muso. Dicono funzioni. Ben assestati eh, hai capito?"
"Poi non riusciamo a metterci d'accordo sul cancello. Lui lo vuole aperto, io lo voglio sempre chiuso. Ho i fiori, non voglio che i cervi me li vengano a mangiare"
"Ah è vero che lì i cervi ve li trovate anche in coda da Safeway. Tra l'altro sono più tenaci delle vecchie, ho sentito. Se li superi son capaci di prenderti a cornate."
"..e poi tra un po' vengono gli alci, quindi figurati"
"Mi pare giusto, che si mangino i bulbi dei vicini!"
"...e in inverno può pure capitare qualche lupo, ma non sempre"
"Sarà un incantevole bed and breakfast, mamma"
"Penso anch'io!"
"Con le chiavi della stanza fornite anche un fucile a pompa?"
Comincia sempre così: “Tu che hai fatto comunicazione...” e boom: il domandone da un milione di dollari. Quasi sempre un domandone completamente casuale a cui è impossibile rispondere intelligentemente o facendo una bella figura, peraltro. Domande, nel peggiore dei casi, che sarebbero meglio indirizzate a chi ha fatto economia o ha un battitore di cassa al posto del cuore, ammesso che le categorie siano distinte.
Pur non avendomi donato specifiche competenze di facile monetizzazione, a Scienze della Comunicazione hanno di fatto aggravato – e munito di nuovi strumenti! - una mia tendenza naturale, quella ad analizzare oziosamente e spassionatamente le cose. Detto più delicatamente: non so fare un tubo, in compenso faccio molti pensieri inutili atti a sviluppare, talvolta, livelli di acuita consapevolezza, spesso dannosa per la mia pace mentale.
Quando ti compri un prodotto cosmetico, una cremina, uno shampino, quello che ti pare, insegui fondamentalmente due valori tanto ambiti quanto fondamentalmente impalpabili: bellezza e, secondariamente, giovinezza (sapete, quell'innaturale giovinezza che si pretende che le donne mantengano sino all'ospizio). Essendo entrambi concetti di difficile misurazione in senso assoluto (la giovinezza infatti è stata viscidamente svincolata dall'età anagrafica), è facile giocarci.
Ne vedrete almeno 10 al giorno: lo shampoo che promette capelli “sino a 7 volte più lisci e sino a 10 volte più brillanti”.
La crema viso simil-stucco che ti assicura “rughe attenuate e riempite sino al 40%” e “pelle più idratata sino all'80%”.
Il miscuglione anti-cellulite che ti giura che avrai “sino a 3 cm in meno sul giro coscia”. La pillola prodigiosa che ti dà il 20% di ricrescita di capelli in più.
E certo che li vogliamo i capelli più luminosi, la pelle meno rugosa, le cosce più snelle, ma sono io o manca praticamente sempre il termine logico di comparazione? Più luminosi di cosa? Più idratata rispetto a cosa? Non certo di un altro specifico prodotto.
Quasi nessuno osa dire cose tipo “Nivea idrata 10 volte più di Dove”. In effetti non sono nemmeno sicura che sia legale in Italia, anche se all’estero è una strategia piuttosto comune.
Il più a cui ogni tanto ci si spinge è presentare l’alternativa cheap al prodotto - di solito un prodotto di quindici anni fa e di sapore vagamente da Germania dell’Est – e ridicolizzarne le prestazioni in una prova comparata simulata. Sino a poco tempo fa, ad esempio, le pubblicità di assorbenti e pannolini ci marciavano. Quanti pranzi e cene abbiamo avuto rovinati dalla visione di flussi mestruali bluastri che si diffondevano a macchia d’olio su materassini di polimero superassorbente? Roba da rimpiangere le paracadutiste mestruate della Nuvenia.
Un altro paradigma di presunta efficacia di un prodotto cosmetico sono i famosi “test di autovalutazione condotti su otto donne di cui una era mia sorella”. Buttateci un occhio, alcuni sono piuttosto ilari, abbastanza convincenti da farti rimettere sullo scaffale il prodotto che stavi quasi per comprare.
Un trucchetto tanto palese da non poter essere neanche definito tale, ovviamente, è l'uso di immagini fuorvianti e non correlate, come distese di chiappe vergini che mai hanno visto un grammo di cellulite in tutta la loro esistenza e visi perfetti che genetica, impegno, data di nascita, Photoshop e a volte molti soldi hanno contribuito a creare. Questo però era così ovvio che lo sappiamo tutti, spero di non avervi offesi nel ricordarvelo.

La pelle più idratata? Si, rispetto a quando non usi nessuna crema e vivi nel Gobi. Più tirata rispetto alla tua faccia in condizioni normali o a quel mascherone pietoso che hai il lunedì mattina? E non iniziamo neanche a parlare di come peso corporeo e centimetri di cosce e chiappe possano fluttuare amabilmente nel corso anche di una sola giornata, diventando di fatto misure abbastanza aleatorie.
Non sto escludendo sistematicamente la possibilità che esistano prodotti cosmetici di qualità e – di fatto – in 26 anni e rotti di consumi sfrenati mi è anche capitato di trovarne. Non escludo neanche la possibilità, certo più remota, che i suddetti prodotti siano a volte anche quelli che riescono ad comprare/attirare l’attenzione dei media e del grande pubblico. Ma se la pubblicità può essere più spesso che no involgarita a Grande Reame dell’Aria Fritta, il settore cosmetico è il suo Friol ideale. E non ditemi che non ricordate il Friol.
Poi certo, le pubblicità più brutte e assurde sono quasi sempre quelle delle automobili, ma questa è un'altra storia.
Pensate di trovarvi con questo affare ad altezza naso, così dal nulla.
Ed eccolo il retro, ed ecco spiegato a cosa serve Pubella, con un efficace story board semplificato di come andranno le cose a casa, tra te e Pubella. L'unico modo di sopravvivere alla prima e come sempre inutile riunione del 2009 è pensare di essere incastrati in una vignetta di Dilbert.
In questa prospettiva, l'impellente bisogno di fare fisicamente del male a colleghi e capi e la vaga voglia di piangere vengono sostituiti da una sardonica risatella, e soprattutto da una completa - e assai gradita - sordità a qualunque parola/balla/promessa/minaccia verrà proferita dal manager.
Provate anche voi!


Un ottimo, davvero infallibile metodo per staccarsi un paio di falangi e abbandonare ogni buon proposito dopo meno di un quarto d'ora di tentativi, è riprendere il basso in mano dopo mesi e dire "ooook ora provo Let There Be More Light".
Va bene che io sono un'incapace, va bene che ci sono pezzi peggiori, ma Roger Waters quando la faceva live si portava le dita di ricambio?
Prima di andare ad assicurarmi che l'unghia del mio indice sinistro sia ancora saldamente dove dovrebbe essere, vi ricordo che probabilmente il giro di basso di Let There Be More light lo conoscete anche senza saperlo. Questo se per caso avete sentito Taste in Men dei Placebo, dove il confine tra omaggio e plagio viene titillato senza posa, come spesso accade.
Ow quanto mi brucia il dito -_- ....