About me, more or less

Utente: Shulypoo
Cromosoma XX, personalità indecisa e dubbiosa, amante dell'autoerotismo mentale, della musica rock, del sushi, degli anfibi e degli orsetti del cuore.

L'erotismo mi piace e lo vedo in tante cose. Forse ve ne accorgerete, ma non scambiatemi per ammiccante, ve ne prego.

Ripresami dalle mie brume esistenziali post laurea e dai vaneggiamenti matrimoniali, sono ora un'improbabile business woman con parecchi issues. Ma che questo non mi identifichi in alcun modo, vi prego. Aspirante groupie, passerei volentieri la vita a sperarla diversa.
Odio mordermi le guance. Ma proprio tantissimo.

Handle with care, perchè mi affeziono anche al cartone del latte e sono permalosissima.

Geeky, nerdy, plastic fantastic, the one you'll never need.
Amen.

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Mi rallegrano e compiacciono cose tipo...

svegliarmi e ricordarmi che posso dormire
le chitarre elettriche
il junk food, il sushi e il cibo indiano. Ma anche tutto il resto.
il piumino calduccio
l'umorismo surreale
le culotte
non reggermi in bus e far finta di fare surf
leggere i libri in una botta sola
i cavalieri dello zodiaco
la musicalità
le t-shirt buffe e witty
i calzini a strisce
chi è colto e non lo fa pesare
il ponte di chiatte al Porto Antico di Genova
il mio albero di natale
chi capisce al volo
i regali inattesi
le coccole sotto il piumino
questa faccina ":3" e questa ">.>;"
Londra
la lingua inglese
l'eccitazione
capire improvvisamente qualcosa
la novità
le pernacchie sulla pancia
la varietà linguistica
le cose pucciose e superdeformed
il cambiamento
ascoltare musica di notte
la sottigliezza
le opinioni decise ma non ostinate
comportarmi in modo inappropriato
sapere le cose senza Google
la gente easy going
le seghe mentali un po' costruttive
fare pace
i vecchi vinili
chi non serba rancore
forzare i miei limiti
ballare, da sola
la gentilezza a prescindere
gli anni '60 e '70 e la loro musica
la pulizia
non dover spiegare ciò che dico, specialmente le battute
la capacità di modularsi
apparentemente, anche saltare di palo in frasca :3

Mi rattristano e un po' irritano cose tipo...

i pallini sui maglioni
chi entra dall'uscita dei bus
la banalità, in tutto
i calendari coi culi
i peli incarniti
chi dice di non aver mai tempo e non fa un tubo
la polvere sulle dita, e i gatti impolverati
il vento e la pioggia insieme
le abitudini noiose, i loop, i pattern
i furbi, i Furby e i furry
le cose banalmente sexy
la mancanza di autocritica, di ironia, di curiosità
gli errori di grammatica e ortografia
la volgarità a sproposito (ma non le parolacce!)
il pitonato, lo zebrato, il leopardato e gli altri mali accessori alla menopausa
la gente che scrive "Hei!" invece di "Ehi!"
la pornografia camuffata da erotismo
la risata "Hihihihihi". Ha un che di satanico e idiota, usate le faccine piuttosto
le battutine a sfondo sessuale fatte a sproposito
chi racconta i casi suoi al telefono in bus, magari urlando
l'indefinitezza
le mode imbecilli, e le sedicenti modelle
la puzza di fumo
la poesia cheap
l’associazione soldi/mignotte/belle macchine
chi sputacchia quando parla
la “bella gente†e la "bella vita"
chi fa lo strano, l'incompreso, l'unico, l'originale a tutti i costi
sentirmi invisibile e a disagio
chi è più pigro di me
chi non si fa mai problemi e dovrebbe
il frastuono e la musica merdosa
chi parla addosso alla gente
chi non ascolta e pensa di aver capito
la sveglia
l'ignoranza compiaciuta
i consigli non richiesti, ma anche i conigli
gli egocentrici molesti
gli inappetenti cronici e chi fa tremila storie sul cibo
le donne fissate con le minchiate che non compensano con altre doti
gli uomini che pensano di far colpo coi soldi
le "k" al posto delle "c"
chi non sorride mai
smagliare i collant nuovi
chi non capisce, chi non coglie, chi non si sa adattare
le suonerie dei cellulari, la maggior parte
i deliri religiosi
il buonismo dettato da idiozia
rompere con qualcuno, causare tristezza
chi mi dice "cresci" senza poterselo permettere
i canditi

Solo un numero, e probabilmente sbagliato

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  • mercoledì, 10 giugno 2009

    Delfini e contabilità morale

    Lo ammetto: con l'arrivo della calura pre-estiva, anche le mie sinapsi hanno iniziato a sudare e, si sa, con le sinapsi appiccicaticce si pensa male e si scrive peggio.
    La maggior parte delle mie frequentazioni internettare e non si è buttata a pesce sulle elezioni europee e sull'intero ghiotto carrozzone politico che di questi tempi presta il fianco a una satira mai così facile.
    Sul sex-gate all'amatriciana con cui ci deliziano le cronache quotidiane, credo di aver raggiunto quel livello di reale disgusto oltre al quale non desidero sentire una parola di più in merito.
    La mia convinzione a continuare indefessa ad adempiere ai miei doveri civici è come un avanzo di spaghetti sul fondo di una pentola: esigua, scivolosa e difficile da prendere. Sono riuscita ad acchiapparla domenica sera, a un'ora dalla chiusura delle urne, e ho trovato la forza di fare quei due passi fuori casa per andare a votare. 
     
    Il paragone più azzeccato sugli ultimi tempi ci ha accostati a un'atmosfera decadente da basso impero. Che cosa si fa in una simile atmosfera? Ci si adagia mollemente e ci si culla in attività moralmente dubbie. In questo, sto facendo del mio meglio per seguire l'eccelso esempio di chi ci governa.
     
    Mentre cercavo con ogni sforzo di sottrarmi al generale squallore per cercare distrazioni - e peraltro ci riuscivo assai bene - mi è arrivata la classica catena via mail in ufficio. Di solito le catene finiscono nel cestino ancora prima dell'apertura, tuttavia questo particolare messaggio l'ho letto sino in fondo. Fondamentalmente perchè era ragionevolmente corto e pensavo fosse una barzelletta. Invece no, il messaggio non si chiudeva con un'ultima riga rivelatrice, ma con un invito in un italiano vagamente nebbioso:
     
    "Fate sapere a tutti che in Danimarca massacrano ogni anno i delfini extra-intelligenti e socievoli per una festa così come fosse un carnevale. *Solo le persone inutili **pensano che tanto non cambia nulla e per questo rifiutano di inviare questo messaggio a tutti*. "
     
    e con una ridda di immagini come quella qui sopra, degne di un film dell'orrore e piene di delfini sbudellati. Mi sono incuriosita ed informata.
     
    Che le balene siano ancora cacciate contro ogni effettiva necessità e generale norma di buon gusto (e buona creanza) non è un fatto nuovo. Le balene hanno la sfortuna di essere lenti e paciosi giacimenti di materie prime utilissime e tonnelate di carne, e non tutti si sono persuasi del fatto che ammazzarle resta comunque un gesto molto poco carino e ormai superfluo. Questo senza neanche considerare il fatto che la carne di balena ha un discreto grado di tossicità per gli esseri umani e che "ricca di cadmio e mercurio" è un claim che difficilmente convincerebbe un ufficio marketing.
    Quello che più o meno ignoravo completamente era che anche cetacei più piccoli, come delfini e focene, fossero oggetto di orride attività di caccia. Questo fenomeno non incontra molta attenzione mediatica, quindi vorrei dargli visiblità almeno qui. Più che un riflettore è una lampadina a basso consumo, ma si fa quel che si può.
     
    Non so se accrescere la consapevolezza intorno a un fenomeno serva a preparare la strada a una risoluzione. Venire a conoscenza delle turpitudini del bel mondo di Villa Certosa non pare intaccare la reputazione e la credibilità del principale soggetto coinvolto, ma mi auguro che, allontanandoci dall'ambito politico, il giudizio sugli avvenimenti possa essere un tantino più sensato.
     
    Insomma, amici e vicini, forse nemmeno voi sapevate che in più di un paesello del mondo, e neanche solo in repubbliche delle banane, è pratica diffusa ed accettata intercettare branchi di delfini e costringerli a spiaggiarsi per poi pugnalarli alla gola a terra e lasciarli a dissanguarsi. Oppure acchiapparli con uncini e corde, o trascinarli per lo sfiatatoio, oppure fare il lavoro in acqua sinchè il mare non diventa rosso rubino. Non parliamo neanche del Giappone, per cui la caccia al delfino è solo un sotto-ramo aziendale della sempre prospera e internazionalmente criticata caccia alla balena, che spesso scivola anche nella bracconeria di specie a rischio di estinzione.
     
    La caccia al delfino è ancora diffusa, ad esempio, nelle Isole Faroe, una lontana provincia danese. I villici si difendono dicendo che la caccia al delfino è stata praticata dai trisavoli dei loro trisavoli per secoli e secoli. Quando cioè non esistevano il mass market e la generale prosperità di cui gode il mondo occidentale adesso isole incluse, e quei poveri vichinghi (o quello che erano) erano costretti a farsi piacere persino il grasso sottocutaneo dei delfini. Ma son dettagli, e la gioventù faroense rivendica questa pratica come parte integrante della cultura isolana ( e al che io dico: ma queste isole sono così pallose che non hanno neanche una discoteca per tenere questi ragazzi occupati? )
     
    In generale, è sempre la carta della tradizione quella che viene giocata per prima da chi difende il proprio diritto a cacciare certe specie, anche quando il resto del mondo guarda a suddette tradizioni con un'espressione di vago orrore.
     
    Non mi ritengo una persona dallo sdegno facile, e in effetti ci terrei a ridimensionare anche in questo caso le mie affermazioni.
     
    Siamo tutti d'accordo sul fatto che vedere Flipper che si contorce con la gola aperta sia uno spettacolo da far passare l'appetito a chiunque abbia un cuore, così come sul fatto che vedere una balenottera che schiaffeggia pigramente la superficie marina con la coda sia molto meglio che vederla trascinata senza vita sul ponte di una baleniera. Credo però che il ruolo giocato dalla cultura sia qualcosa di più di una paraculata detta per tutelare i propri porci comodi.
     
    Anni fa ero nella zona carni di un WalMart sperduto, e chiesi al mio allora fidanzato dove fossero il coniglio e le bistecche di cavallo. Mi guardò come se fossi un mostro venuto dallo spazio, specie quando dissi "cavallo" e lasciò cadere la mascella tra le ali di pollo.
    Con questo non intendo dire che io sia ghiotta dell'una o dell'altra carne, ma sono certo abituata a vederli nei supermercati. E se io qualche scrupolo a mangiarle magari me lo faccio (c'è un'inversa proporzionalità tra il grado di pucciosità di un animale e la voglia che si può avere di mangiarlo), riconoscerete che qui da noi simili bestie fanno parte della dieta di un buon numero di individui, che non ci trovano nulla di male. Qui il cavallo, ad esempio, te lo raccomandano quando hai il ferro bassino. Gli stessi americani, poi, trovano non troppo orripilante uno stufatino di scoiattolo, c'è chi si sbafa i cani e anche - indovinate dove - gente che non sa dire di no a una sugosa bistecchina di canguro. Che tra l'altro pare sia buonissima e povera di grassi, altro che la carne semi-tossica delle balene.
    Non sto invitandovi a desiderare un carpaccio di pechinese col limone, ma quantomeno a guardare la cosa da una prospettiva meno assoluta e a tenere da conto il fatto che non esistono realtà incontestabili, ma solo sensibilità diverse in tempi e luoghi diversi.
     
    Se per esempio dobbiamo condannare la caccia ai delfini, mi sembrerebbe abbastanza ipocrita non estendere certe considerazioni alla caccia in genere, sempre restando sul piano di attività permesse per legge e su specie che non sono in estinzione. L'attività venatoria nostrana, al contrario, è per lo più difesa come una nobile disciplina sportiva da svolgere all'aria aperta, pur qualificandosi allo stesso modo come "assassinio di animali non dettato da stretta necessità".
     
    Certamente, va detto che fatico a provare più pena per un - mettiamo - cinghiale che per un qualunque cetaceo, fosse anche solo per tutti quei tratti - intelligenza, socievolezza, giocosità - che ci fanno di solito amare i delfini, ma forse è un ragionamento impervio. Non si può essere " un po' " animalisti, perchè come tiri un filo ti viene dietro tutta la matassa: puoi tagliare il filo dopo la caccia ai delfini e i cuccioli di foca presi a randellate, ma a quella lenza, a seconda di quanto tiri, potresti trovare attaccate osservazioni sensate per essere contro la caccia, la pesca, la pelletteria tutta e, tira che ti tira, arrivare persino all'allevamento. Tutto sta nei livelli di soglia che scegliamo di applicare.
     
    Il presunto QI di un animale, il fatto che sappia far giocare una palla sul naso o sia capace di comportamenti "simpatici" sono criteri parziali, come lo sono l'eventuale legalità di cacciarlo o l'abbondanza di esemplari. E' facile essere tentati a tracciare linee del tipo "se è carino e ha gli occhioni buoni non si mangia" o "se non è in via d'estinzione allora va bene" o "se lo fanno già tutti va bene", ma sono distinzioni arbitrarie, personali o culturali e in ultima analisi di comodo, per poter sventolare un po' di indignazione a pochi centesimi al chilo, cosa che a tutti piace molto fare.
    Se vogliamo invece applicare il principio più generale, cioè il rispetto rigoroso delle vite che possono essere risparmiate, dovremmo cambiare parecchio le nostre abitudini (e se avessero pensato così i primi homo sapiens, naturalmente non saremmo dove siamo adesso), cosa che ai più piace molto meno fare.
    Per me tutto si blocca insomma quando vedo un grazioso vitellino e penso che sì, l'idea che venga al mondo per essere macellato mi nausea abbastanza e mi fa sentire male, ma che se tengo una simile idea sufficientemente lontana dalla mia testa posso, contro ogni alta opinione che posso avere di me stessa e della mia coerenza, vivere in pace godendomi i miei bistecchini. Un po' colpevolmente, ma in pace. Lo sdegno che posso provare quando vedo la caccia ai delfini, pur essendo a mio avviso giusto e ben riposto, deriva comunque da una scelta più o meno consapevole di contarsi solo metà della storia, quella che torna bene, quella che "oh dio i delfini no, sono troppo intelligenti!". A voler abbassare il livello di soglia, invece, ci sarebbe quasi letteralmente da impazzire.
     
    Forse questa severità è improduttiva, ma previene dall'adottare gli irritanti sintomi dello smug, che in italiano potrebbe tradursi come "immotivato ed eccessivo autocompiacimento di fronte alle proprie azioni o prese di posizione" (concorderete che "smug" è più sintetico e che "snob" non è abbastanza), e che prende corpo in forme di ecologismo e animalismo radical chic in PETA-style, per intenderci, associazioni che partono da idee condivisibili per poi sfociare da una parte in metodi piuttosto violenti, e dall'altra in una forma di pubblicità squalliduccia per attrici e attricette di varia statura, che hanno la ghiotta opportunità sia di posare nude che di far finta di avere un messaggio serio da diffondere.
     
    Lo smug si anima di tutti i moralismi autoindulgenti, dello zittirsi la coscienza con piccoli gesti più simbolici che utili, negoziabili a seconda di come ci viene meglio, ed è decisamente tra noi. Come specie più intelligente ed evoluta sulla faccia del pianeta (oppure la terza più intelligente, secondo alcuni), abbiamo potere di vita e di morte su gran parte delle altre forme di vita ed è una responsabilità che non sempre è amministrata saggiamente: sono piuttosto lontana da qualunque forma di attivismo o critica globale alla specie umana, ma se vogliamo ben guardare, qualcosino sulla coscienza ce lo possiamo ritrovare sempre. Se vogliamo quindi concederci il lusso di inveire e sbottare da un podio, penso che forse sarebbe il caso di analizzare tutte le implicazioni morali del caso, e magari cercare la proverbiale trave nel nostro occhio, prima di condannare in termini assoluti le pagliuzze più o meno spesse in quello altrui. 
     
    Se pensate che sia un compito che richiede troppi sforzi, potete sempre calarvi nella quotidiana schizofrenia un po' ipocrita e un po' buonista in cui cerco di vivere io: guardo i video dei delfini massacrati, scoppio in lacrime e poi mangio il mio hamburger, penso agli sciagurati consumi dei SUV padronali e poi guido anch'io tutti i giorni, cerco di separare vetro e plastica e poi quando sono pigra li caccio tutti nello stesso cassonetto ugualmente, mi rifiuto di gettare una singola cartaccia per terra e poi anch'io, come voi, vivo succhiando energia e risorse come se non ci fosse un domani. Adottando una personale forma di smug, mi consolo pensando che - forse forse - notare la dissonanza può già rappresentare qualcosa, anche se qualcosa di inutile: in ogni caso cerco di conservare caramente un briciolo di salute mentale.
     
    Intanto, comunque, se i benedetti danesi potessero piantarla con quei delfini, l'indignazione che ho espresso in questo post potrebbe farmi anche smarcare dalla coscienza almeno una settimana di macchina, forse persino un chewing gum sputato per terra. E, per uso futuro, magari pure un brasato di wallaby.
    dropped by: Shulypoo | link | commenti (6)
    categorie: riflessioni, cibo, dubbi, wtf
    sabato, 25 aprile 2009

    Finale col bottino

    Oh si, lo ammetto: sono stata parecchio assente ultimamente. E' abbastanza spiacevole a dirsi e a pensarsi, ma tendo ad associare lo scrivere sul blog con il trovarmi in ufficio bored out of my mind, come si suol dire, e incapace di esprimere la mia frustrazione in altri modi che non disturbino il codice penale.

    Sono state due divine settimane di ferie, passate come sempre in fretta. Tra gli highlights della vacanza citerei senz'altro una bella visita a Seattle - città meritevolissima anche se non strombazzata molto all'estero (se non per il grunge ovviamente) - e la gita, ieri, in quello che potrei definire senza dubbio il primo real estate heaven che abbia mai visitato con al seguito uno stuolo di agenti immobiliari estremamente gay.
    Sul serio, non capita tutti i giorni di partecipare alla scelta di una casa nuova sulla favolosa Sunshine Coast a Nord di Vancouver. E devo dire che di queste piccole quotidianità (cambiare casa qui è molto più frequente e nella norma di quanto lo sia in Italia) io mi nutro avidamente.
    In generale sono il tipo di persona che, appena sbarcata in una città nuova, cerca sempre di intrufolarsi in un supermercato, in una caffetteria, in qualche luogo non bazzicato dai turisti insomma, per cercare di capire come vive effettivamente la gente del luogo, che cosa mangia, a che ora, di cosa parla, che cosa è ritenuto normale e cosa stravagante. Posso perdermi anche solo a guardare il banco dei medicinali di un department store, o il menu di un ristorantino per famiglie.
    La mia incessante attività di osservatrice mi porta di solito all'acquisto di cose curiose, come condimenti per pollo arrosto, piccoli elettrodomestici, lozioni per capelli dai nomi accattivanti e dalle funzioni a dir poco minacciose. Quest'anno sono andata molto vicina all'acquisto di un tubetto di lubrificante chiamato Sexy Ganja con tanto di fogliolina sul tubetto, ma mi sono limitata a una piastra per fare gli waffles.
    Questa forma di spionaggio camaleontico è la mia forma prediletta di turismo e, almeno qui nel Nord America, porta sempre grandi soddisfazioni.

    Mentre preparo le valigie al volo di domani, vengo colta dal quotidiano magone, dalla rassegnata consapevolezza che la mia vita sarà stabilmente caratterizzata dall'avere le persone a me care sparse per il globo, dalla perenne indecisione su dove intendo stare io stessa e dai soliti vincoli - parzialmente auto-imposti - che mi trattengono dal venire a vivere qui. Sarò affetta da esterofilia congenita, ma il familiare senso di nausea al rientro in patria non ha mai tralasciato di farmi visita, persino quando anni fa tornavo in Italia dalle tenebre della Bible Belt statiunitense e tanto più ora, al rientro dal mio quarto soggiorno nella Beautiful British Columbia, un posto di cui scommetto che molti di voi si innamorerebbero, avendone ogni ragione.

    Malinconia, tristezza e (notevole) angoscia alla prospettiva dell'ufficio lunedì a parte, sono magicamente riuscita a capitare a Vancouver in tempo per fare il bis della Cena Fighetta Al Golf Club del Patrigno, da cui sono in effetti appena tornata.
    Penso, quasi esattamente un anno fa, di essermi già schernita sul mio senso di inadeguatezza in occasione di eventi anche un pelo formali e in compagnia di gente ben più danarosa di me. Non mi ripeterò quindi, ma vi dirò che ho imparato la ricetta per sopravvivere a tutto, persino - appunto - a una cena in un Golf Club senza saper distinguere una mazza da golf da una da baseball e con un reddito da addetto alle pulizie.

    La soluzione è afferrare il primo bicchiere di Sauvignon Blanc della Nuova Zelanda che ti capita a tiro e tracannarlo praticamente alla goccia. Procedere quindi a sorridere esibendo anche i denti del giudizio e, all'occorrenza, zoppicare sino al bar e portarsi al tavolo anche un Cosmopolitan d'emergenza. Vi giuro che ho smesso di sentire l'imbarazzo, il freddo, la timidezza e anche le parole che mi volavano intorno. Sembravo nata per stare in un golf club.

    Al culmine della serata, mentre la riffa da 20 dollari a biglietto animava i tavoli intorno, ho pestato un gamberetto con il tacco e annegato accidentalmente il mio spicchio di lime nel bricco del latte (mentre intrattenevo un rapporto a tre con l'Earl Grey da una parte e la Grey Goose dall'altra). Mentre ancora guardavo inebetita la buccia verde che galleggiava e mi auguravo che nessuno avesse più bisogno del latte, diventavo misteriosamente la vincitrice del Table Prize del mio tavolo, contenente dolciumi assortiti e persino una gift card di Starbucks. Ho squittito di contentezza, realizzando di aver alzato la voce di un paio di ottave nel tentativo di mescolarmi agli strepiti dei donnini locali (un tripudio di Ohmygaaawd). Con il mio bottino, il mio sorriso, i miei tacchi al gamberetto e la mia sbronza, sono sopravvissuta anche a questo evento mondano e - a Dio piacendo - se ne riparlerà il prossimo Aprile.

    Per quanto riguarda invece questa magnifica città, se ne riparlerà molto prima, eccome.
    Auguratemi solo buon volo, perchè ne avrò bisogno: la KLM mi ha infilata nel sedile centrale e spero solo che abbiano cambiato i film rispetto a due settimane fa.

    Ci risentiamo dall'altra parte del globo, spero.
    domenica, 25 gennaio 2009

    Ikea fa rima con Strage

    Quattro ore fa sono entrata all'Ikea pacifista convinta, come sono sempre stata. 
    Come al solito decisa a comprare una cosa da 2€ e dileguarmi, come al solito accortami dopo pochi minuti di avere già roba per un centinaio di euri schiaffata nella busta gialla.

    All'altezza del reparto bagno, ho cominciato a simpatizzare per Erode, mentre miriadi di piccoli criceti bambiniformi mi frullavano tra le gambe.

    Arrivata all'altezza delle luminarie per il salotto, mi è sfuggito un "Però in effetti le guerre limano via la popolazione in eccesso", borbottato a mezza voce mentre cercavo distrattamente di arare un gregge di mamma, pupi, nonni e marito in coma col carrello (pronta poi a dare la colpa a un vecchio di passaggio).

    Mentre, uscita prodigiosamente viva, mi avviavo verso l'auto e cominciavo a capire che genere di traffico mi attendeva fuori (leggi: coda compatta di famiglie isteriche sino al mare e forse oltre), ho capito che ero pronta per arruolarmi nelle SS, devota anima e corpo allo sterminio dell'intero genere umano (perchè limitarsi a una razza?) .
    Solo ora che sono a casa da un po' sto ricominciando a tornare in me.

    Se non fosse una tesi difficilmente credibile dal punto di vista storico, io sarei pronta a sostenere che il vero problema di Hitler con l'umanità è che era stato troppe volte all'Ikea di domenica. Impresa con cui, per inciso, non mi cimenterò mai più nella vita, fossi anche in piena crisi d'astinenza da biscottini d'avena.
    dropped by: Shulypoo | link | commenti (30)
    categorie: cibo, ikea, in giro, cose irritanti
    sabato, 24 gennaio 2009

    I grandi problemi

    Credo che la data di scadenza della Nutella sia una grandezza teorica dimostrata solo dagli studi e, forse, ottenibile empiricamente in laboratorio, seppur con qualche difficoltà.

    Seriamente, chi ha mai fatto durare la Nutella sino a farla scadere? Secondo me sull'etichetta dovrebbero scrivere "non pervenuto", alla voce sulla scadenza. E parlo anche dei barattoli da 5kg.
    No kidding.
    dropped by: Shulypoo | link | commenti (1)
    categorie: fun , cibo, dubbi
    martedì, 04 novembre 2008

    Disquisizioni forbite su lasagne finite

    Il mio modo di reagire ai prodromi dell’inverno (qualcuno li chiamerebbe semplicemente “autunno”) è mettere lo scaldaletto sul materasso, tirare fuori i cappotti caldi (e sentire ogni anno, inspiegabilmente, il bisogno di comprarne uno nuovo) e, finalmente, riaccendere i fornelli di casa.
     
    Ogni tarda primavera, il calore mi porta ad archiviare il ferro da stiro e la cucina: mi accontento di razzolare in magliette spiegazzate a caccia di gelati nel freezer per qualche mese, almeno sinché la malnutrizione e i bucati a valanga non mi persuadono a più equilibrate abitudini. Oltre ad aver stirato più di quanto molta gente faccia in tutta la vita, nell’ultima settimana mi sono messa a produrre lasagne a nastro.
    Cosa ispira calduccio domestico meglio di un litro di besciamella cremosa, in cui annegare strati e strati di lasagne, pesto e parmigiano? Cosa ti fa capire meglio quanto sei felice che la giornata sia finita del “Ding!” del forno, mentre il profumino già si diffonde per casa?
    Qualcuno potrebbe rabbrividire, nello scoprire la mia casalinga di Voghera interiore, io invece sono sorpresa e deliziata che delle piccole scemenze del genere possano fare tanto per l’umore.
     
    Avere teglie di lasagne per casa implica però sempre l’annoso problema detto “la linea del tabù” o “la linea della vergogna” e che credo sia un concetto generalmente riconoscibile in tutto il mondo occidentale.
     
    La linea della vergogna è il principio su cui si basa un processo di lenta e implacabile erosione di ogni cibo affettabile o “porzionabile” e che è causato dalla compulsione, senz’altro ascrivibile a doveri morali, a livellare il cibo in questione, qualora il bordo risultasse deprecabilmente asimmetrico.
     
    Cioè quando qualcuno si taglia una piccola, nana fettina ipocrita di lasagne/torta/formaggio stagionato e crea un’antiestetica situazione di instabilità che qualcun altro (il processo può essere antagonistico e collettivo) o il soggetto stesso (in questo caso il soggetto si farà carico anche del ruolo di avversario e punitore) provvederà a stabilizzare tagliando a sua volta un’altra fettina.
    Oltre alla versione base, quella “in compresenza”, c’è la linea della vergogna furtiva, in cui diversi soggetti – credendosi l’uno all’insaputa dell’altro – riescono ad erodere la linea di svariati centimetri nel corso di brevi incursioni segrete.
     
    Di solito è un processo ricorsivo e autoalimentato: all’urlo di “e mi lasci quella fetta lì da sola” possono scomparire intere distese di cibo. Un caso speciale è quello dei salumi affettati, in cui qualcuno di solito si sobbarca il dovere di terminare uno strato di fettine di Parma, per lasciare libero accesso agli strati sottostanti.
     
    La linea della vergogna è additata tra le cause della crescente obesità nei paesi occidentali.
     
    Altre varianti:
    - Un pattern “linea della vergogna” di tipo furtivo, se sbilanciato a favore di un soggetto solo, diventa invece il più irritante “e che cacchio hai lasciato il pacco con DUE biscotti dentro”, certo più dietetico ma potenzialmente foriero di litigi, recriminazioni e in certi casi divorzi.
    Corollario: l’incarto della tavoletta di cioccolato nella credenza di solito contiene, sempre a tua insaputa, nemmeno un blocchetto, ma mezzo (tagliato con un coltello o direttamente morsicato), rigorosamente rincartato per creare illusione di pienezza.
    - Sottotipo distruttivo: per perseguire i propri insani propositi (mangiare facendolo sembrare un “dovere”) si arriva a far assumere ai cibi forme lontane da quella originaria. Ho visto formaggi limati sino a diventare sfere che avrebbero reso Giotto invidioso e torte sacher diminuire di raggio e spessore sino a sembrare gli avanzi di una festa di compleanno per gnomi.
     
     
    Insomma è con l’augurio che la tenera metà non abbia fatto incursioni notturne sulle mie lasagne che mi preparo a una serata di svacco mangiante, calzini morbidi e elezioni americane a manetta sino allo svenimento.
     
    Life can’t get much better than this.
    mercoledì, 16 luglio 2008

    Shuly consiglia...

    Questo post è un publiredazionale che faccio gratuitamente per merito e personale convinzione.

    Va bene, i gelati artigianali sono buoni. C'è il gusto pan di stelle, il gusto puffo, la nutella e ogni fantasticheria concepita in sogno dai mastri gelatai. E poi in Italia è una figata, i nostri gelati sono apprezzati da tutti e contribuiscono alla nostra leggendaria fama di buongustai. I più snobbini, all'estero, lo chiamano proprio "Gelatooo" (o allungata da accento americano), per distinguerlo dal loro più triviale ice cream.


    Ma io dico che secondo me potreste anche trascinare le chiappine no-global da McDonald's e dare una chance al nuovo McFlurry crossoverato col Magnum, in tre nefande varianti (cioccolato doppio, cioccolato e mandorle e cioccolato e brownies, come dire tre varianti per prendere lo stesso ammontare di cellulite).
    A parte che se avete un amico noioso potete sempre rifilargli il conetto cheappissimo che di solito i volenterosi cassieri ti ammanniscono sotto forma di torre di Pisa falliforme di gelato alla crema, con un'altezza media di 25cm.
    Ma questa abnorme porcata è assolutamente buonissima. Ci sono proprio dei medaglioni giganti di cioccolato immersi nella crema e nello sciroppo al cacao. E hanno pure la M impressa sopra. Lo mangi e ti senti una versione sbrodolante di Eva Longoria.

    Pensi al peccato. Pensi a quanto cazzo stai bene seduta sotto il sole dalla fontana di piazza de Ferrari, pensi a come è bello scambiarsi un bacio cioccolatoso da macchiarsi tutti. Pensi che per un momento ti sembra estate per davvero e che la tua quotidiana schiavitù d'ufficio ha allentato la sua presa.

    Devo però ancora capire il cofanone sul McFlurry e lo strano cucchiaione a cosa servano, oltre che a sporcarsi. Devo sentire qualcuno all'ufficio marketing della Mac e chiedere spiegazioni.

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    categorie: cibo, genova, genki moments
    giovedì, 19 giugno 2008

    No, davvero, sono molto in imbarazzo.
    E' che vedi ... no, non mi era mai capitato prima e lo so che sembra una di quelle cose che dici tanto per ma ti giuro che è la prima volta.

    Amore su, cerca di calmarti, succede a tutti.

    Ma non a me cazzo.

    ...Anche ai migliori succede, è solo che non lo vengono a dire a te.

    Si ma, non riuscirci, capisci... è una specie di ... di boh, di macchia sulla reputazione. Tu non puoi capire penso.

    Nessuno lo verrà a sapere, certo non da me.

    Uff cavolo. Allora mi aiuti tu? Dai vieni più vicino.

    Dai, let's do this.

    Prendi quel nigiri al tonno gigante. Sotto c'è almeno mezz'etto di riso. Io finisco i maki.

    Lo finiremo questo sushi misto!

    Si però mi vergogno ancora un po', con tutte le menate che il sushi è il mio cibo preferito e non riesco neanche a finire la mia cena di compleanno che è pure buonissima

    Te l'ho detto Silvia, nessuno lo verrà a sapere.

    Domani digiuno eh.

    Sssse.

    A casa ci sono ancora le Gocciole?

     

     

    Grazie per la cena :)

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (14)
    categorie: cibo, genki moments
    giovedì, 12 giugno 2008

    In cucina con la Shuly

    A un certo punto della mia vita il mio peso è stato di 47kg per un bel po' e, a parte la relativa soddisfazione di entrare in taglie minuscole, non stavo granchè bene di aspetto. Per qualche ragione mi scordavo di mangiare, dormivo un sacco, giocavo molte ore a uno stupido mmorpg. 
    Ora navigo sui 50-52 variabilmente e ho uno stile di vita tutto sommato sano e regolare. Nonostante io ami il cibo, è rimasta ad alcuni parenti e qualche amico la fissa che io sia una mezza anoressica. Fissa ingiustificata e assurda, da cui sto cercando di guarirli. La verità è che mangio se ne vale la pena: non mi scofano a prescindere, ma se il cibo è buono sono una gran maiala. Stasera al ristorante indonesiano darò sicuramente prova di questo.

    Ecco, giusto a dimostrazione di quanto non sia anoressica, vorrei raccontare la mia ultima prodezza culinaria. Credo che anche i muri sappiano della mia esperienza statiunitense e delle varie perversioni alimentari con cui sono venuta a contatto e da cui sono stata segnata. L'altro giorno ho deciso che era tempo di un revival e ho pensato che se qualunque americano sa fare un french toast, esso era probabilmente alla mia portata. Ed è così. E' una cosa incredibilmente laida e cicciosa, ma al tempo stesso facilissima da fare e buonissima. Potete anche usare il pane a fette un po' raffermo che viene bene lo stesso.

    Il concetto è molto simile a quello della cotoletta, solo che si tratta di fette di pane (il pagnottone pieno di particolati del mulino bianco va bene), tagliate a triangoli e pucciate in un ciotolotto in cui si mischiano latte (un quarto va bene per un sacco di fette), zucchero (poco, non fate i maiali, un cucchiaio basta) e 2-3 uova, dipende dal sedere di chi le ha deposte. Poi a me piace la cannella quindi un cucchiaiozzo abbondante va benissimo e presumo che ci si possa anche mettere il cacao se si vuole.
    Le fette belle morbide e impregnate (non decomposte, mi raccomando) vanno semplicemente messe in padella già calda, al massimo aiutate con un po' di burro per non attaccare e aggiungere colesterolo gratuito. E ce le lasciate sinchè ogni traccia di uovo liquido non è scomparsa e la fetta è bella dorata su entrambi i lati. Zucchero a velo e fragole fresche sono un topping bello porcello, ma se volete superarvi c'è anche il maple syrup. E praticamente avete fatto delle crepes ciccione con la scorciatoia e senza bisogno di abilità.

    In teoria è una colazione, ma io l'ho fatto per cena e non me ne sono pentita.

    Sempre in tema di cose semplicissime e buonissime da fare col pane, gli americani sono anche grandi fan del grilled cheese, che è ancora più semplice. Anche se è salato, credo sia l'equivalente casalingo del pane e nutella nostrano: è la porcheriola da metà pomeriggio, semplice e sempre uguale, una cosa che anche la nonna ti può fare.
    Sempre con l'indigesto pane a fette del mulino, si fanno semplici tramezzini con sottilettona in mezzo (anche 2), si tagliano a triangoli e si rosolano nel burro sino all'avvenuta nascita di un toast unticcio col formaggio che fila. Una cosa divina, che se volete risparmiarvi il burro e farlo nel tostapane non è mica la stessa cosa!

    E insomma, cari bambini, è anche così che gli americani sono diventati la razza più porcina e obesa del pianeta. Ma noi che non siamo dei babbei possiamo anche goderne senza diventare come loro :)

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (18)
    categorie: cibo
    lunedì, 28 aprile 2008

    Sticazzi la mancia...

    Io 45 dollari *di mancia* in un ristorante vi confesso che non li avevo mai visti, quando li ho visti volteggiare sul tavolo ho pensato che fosse il conto e ho pensato "oh certo è costato poco questo sushi!".
    Japanese fusion o meno, questa gente è assolutamente pazza.

    eduardo veràsteguiOggi ho visto un vero spremilacrime al cinema chiamato Bella, un film penso mezzo messicano di quelli che ti fanno trasudare buoni sentimenti oleosi con cui puoi condire i popcorn solitamente già bisunti.

    Visto che mia madre mi rimprovera che guardo più le ragazze dei ragazzi e penso si aspetti un mio coming out da un momento all'altro (come spiegare che a me semplicemente non interessa "il prossimo" in toto e che per lo più scruto le ragazze con un misto di invidia e curiosità?), per farla contenta ammetterò che in questo film figura effettivamente un figo da spavento, bello come un Adone e trasudante un fascino un po' lercio e un po' latino che di solito non mi interessa (preferisco i tipi slavati e allampanati, gli inglesi sono un ottimo esempio) ma che in questo caso ha in effetti attivato almeno un paio di ormoni. Almeno nei panni del cuoco messicano con la casacca sporca, la barba lunga e l'occhio colpevole da martire. Tolto il lerciume e googolato il sig. Verastegui, dopo averlo visto tutto leccato e seminudo in versione attore sciupafemmine ha già perso ai miei occhi tutto il suo ruspante fascino unticcio.

     

     

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    categorie: film, cibo, vancouver, in giro, wtf
    venerdì, 25 aprile 2008

    Verità su Vancouver

    Se dovete darvi un appuntamento a Vancouver, sappiate che dire "davanti al sushi bar" è un riferimento spaziale vago almeno quanto dire "davanti allo Starbucks".

    Penso che in una città come questa FORSE un giorno il sushi, la linfa vitale di tutto ciò che è buono da mangiare al mondo, secondo il mio personale sistema di valori e credenze, potrebbe diventare noioso per le mie papille.

    Il livello di civiltà e vivibilità, e il semplice splendore della sua collocazione, unito alla temperatura mite, anche senza citare altro, rendono questa città una meta MOLTO molto appetibile per vivere e metter su famiglia. Sospiro e penso.

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    categorie: cibo, vancouver