Come ogni brava nerd lasciata raminga per la rete, ho la tendenza a finire in quelli che chiamo lunghissimi Wikitrip che mi portano di solito, dopo due o tre ore di trance e cliccamenti, a sapere un sacco di informazioni dettagliate su argomenti delle più improbabili fogge, dalle statistiche di incidenti del CRJ700 (zero!) ai rituali di corteggiamento dei lamantini, senza dimenticare il terraforming nelle sue varie forme ipotizzabili. Di tutte queste informazioni, circa il 90% lascerà il mio cervello entro pochi giorni, mentre il resto verrà rigirato tra le mie meningi come in una betoniera per diventare quel pastone confuso e variopinto con cui amo rompere il ghiaccio e intrattenere i miei pochi e coraggiosi interlocutori. Sono come Google in carne ed ossa, se Google funzionasse pessimamente e si scordasse le cose a metà discorso.
Per Wikitrip, in senso esteso, intendo anche le lunghe permanenze su IMDB, saltellando come una Tarzan ritardata di film in film. Una feature affascinante di IMDB, anche se spesso trascurata, sono le plot keywords, spesso occultate per chi non gradisce gli spoiler (c'è anche la favolosa keyword autoreferenziale "Spoiler in keywords", tipo "Twist in the end"), che praticamente scompongono e destrutturano un film ai minimi termini, in dettagliate micro-unità narrative. Praticamente, IMDB tagga i film come i blogger più diligenti taggano i loro post. Io con i tag non sono mai stata particolarmente brava, ma mi è venuto in mente che, nel raccontarvi questi ultimi giorni, potrei anche io taggarmi le vacanze.
Direi che i tag più grossi del soggiorno olandese potrebbero così riassumersi: #mancanza di sonno, #paura di volare, #albergo microscopico e più lontano dal centro di quanto non sembrasse online, #lunghissime camminate logora-suole, #caldo, #vento, #cucine internazionali, #musei, #biciclette, #allucinogeni, #trip lunghissimi.
Premessa banale: Amsterdam è una città meravigliosa, quel genere di luogo in cui probabilmente, anche se ci vivi e lavori ogni giorno, puoi ancora percepire il lato bello, rilassato e vacanziero della vita. Lo senti per strada e lo vedi nelle persone del posto, che sembrano quasi invariabilmente gente che a tutte le età se la vive proprio bene.
Non è perfetta: le case alte, strette e profonde tendono al claustrofobico spinto, aleggia una certa lordura e molta incuria dilagante, anche se spesso mista a dettagli graziosi. Mi ha ricordato alla lontana alcuni catafalchi da trailer park che ho visitato in America, capacissimi di avere chiodi arrugginiti in bella vista nel prato grigiastro, rottami d'auto dimenticati ma anche bellissime fioriere cariche di piantine e romantiche lucine decorative montate ovunque.
Anche Amsterdam l'ho trovata alquanto carica di angoli squallidi e sporchi, data anche l'apparente assenza di cassoni della spazzatura, ma è uno squallore subito addolcito da tanti piccoli tocchi gentili che hanno un che di personale, dato anche che gli olandesi vivono l'intimità casalinga in modo alquanto espanso e spesso, costeggiando un canale, puoi imbatterti in famigliole locali che mangiano tranquillamente per strada con il tavolo portato da dentro casa. Questo per non parlare delle finestre degli appartamenti, che ridefiniscono il concetto di privacy come l'ho conosciuto sinora e di cui le famose donnine in vetrina nel Red Light District non sono che la prosecuzione naturale.
Un accorgimento particolare, di cui chiunque sia in visita può rendersi conto immediatamente, è che i pedoni ad Amsterdam devono subito adattarsi a sentirsi l'equivalente degli insetti, laddove le biciclette si credono persone, e i motorini biciclette. Quasi nessuno ha la bici fica e si vedono soprattutto sgangheratissime e anzianotte biciclettone da passeggio, che sfrecciano rumorosamente a velocità allarmanti nelle loro corsie, spesso più facili da individuare delle aree calpestabli.
Sentire un campanello da bicicletta mi indurrà pavloviani riflessi di panico ancora a lungo, credo, e se dovessi sentire l'intermezzo di Bicycle Race in questo momento probabilmente mi stenderei a terra fingendomi morta come un opossum.
La città è anche infestata dai gatti, e molti vengono lasciati nelle vetrine dei negozi durante la notte a fare la guardia. Vi giuro.
Un capitolo senz'altro lieto è quello dedicato al cibo: in certe zone di Amsterdam non hai che da chiudere gli occhi e aprire le narici per farti trasportare in ristoranti che servono piatti da tutto il mondo e, con molta gioia, mi sono coccolata con una cucina diversa ogni sera, mentre di giorno potevo intrattenermi assai piacevolmente con croissant grassocci al prosciutto e formaggio, nel mio piccolo paradiso fatto di Gouda Kaas. Se siete in città, vi consiglio, non fatevi sorprendere dalla sete se non siete in un supermercato, o sarete pelati di tutti i vostri risparmi per la più piccola delle bottigliette di acqua Spa Reine (che apparentemente detiene il 90% del mercato dell'acqua e misteriosamente è imbottigliata in Belgio).
A fare da sfondo a quasi tutte le mie peregrinazioni è stato spesso un soffuso afrore di marijuana, talvolta piacevole e talvolta un po' invadente, ma comunque inevitabile, specie nell'intricato e pittoresco labirinto dell'Oude Zijde, costellato di coffee shop piccoli ed intimi, di luci al neon che illuminano belle ragazzotte intente a vendersi e di sexy shop con allarmanti oggetti esposti in vetrina, come butt plug che darebbero del filo da torcere a una giovenca. In questo peculiare centro storico, quello che conferisce gran parte del colore locale e rende Amsterdam molto popolare tra i gggiovani, bisogna per lo più strisciare nelle intercapedini tra gli altri turisti e tenersi stretti per mano se non si vuole perdersi/cadere in un canale/trovarsi in una vetrina.
Devo ancora capire se la maggior parte dei turisti di Amsterdam sia costituita davvero da italiani o se non sia una mia curiosa bias di giudizio, frutto della combo settimana di ferragosto + vicinanza della passera. Certo fa un curioso effetto vedere anche le occasionali comitive di turiste e turisti più anzianotti che occhieggiano per il quartiere a luci rosse con l'espressione di chi non c'entra assolutamente nulla ma si sta divertendo lo stesso, mentre più di una signora lascia il cuore sul super vibratore pivottante col coniglietto che fa capolino praticamente da ogni pornovetrina (e che non ho potuto esimermi dall'acquistare, naturalmente).
Per riassumere quanto detto sinora, il solo trovarsi ad Amsterdam - il respirarla, mangiarla, camminarla - è un'esperienza per molti versi inebriante, e un tramonto passato a sbocconcellare dolcetti seduti coi piedi penzoloni su un canale può costituire un momento pericolosamente vicino alla felicità eterna.
Amsterdam, però, è anche musei e cultura, e qualche passo in quella direzione l'ho fatto.
Se non vai al Van Gogh Museum, del resto, sei un pirla, e persino una ruspante capretta come me è riuscita ad apprezzare quella paurosa esposizione di opere che seguono ogni aspirazione, ogni tappa, ogni mania e complesso vissuto dal sig. Vincent e da quella povera vittima di suo fratello Theo.
Sono anche riuscita a godermi a sbafo una selezione del museo di Arte Moderna, al momento chiuso per ambiziosissimi lavori di ristrutturazione, da cui nonostante la mia sommaria avversione al genere ho tratto qualche spunto interessante, come quando mi sono trovata davanti a oggetti di design che sembravano sfornati dall'Ikea l'altro ieri e che in realtà erano vecchi di quasi cent'anni.
Ho saltato il Rijksmuseum, quello dove è esposto Rembrandt per intenderci, e soltanto perchè mi serve un bel pretesto per tornare al più presto.

In circostanze mentali su cui non voglio soffermarmi ora, ho visitato il museo Coster dei diamanti - esperienza simpatica se si hanno 40-50 minuti da ammazzare, ma le visite più divertenti sono probabilmente state quelle al capitolo olandese del
Museo di Madame Tussaud e ad Artis, il gigantesco complesso verdeggiante che ospita l'antico zoo di Amsterdam, nella talvolta trascurata zona Est della città.
Le statue di cera sono state aggiornate di recente, tanto che all'ingresso ho dovuto schivare con la forza una foto a braccetto con Barack Obama, di quelle che poi te le trovi a fine percorso in vendita a 10€, e - dopo aver di poco evitato di sciogliermi in cacca nella sezione dungeon spaventosa - mi sono trovata faccia a faccia con George W. Bush con valigia e biglietto aereo per destinazioni lontane.
Sono finita a letto con Robbie Williams, ho sbirciato nella scollatura di Angelina Jolie, ho fatto il carretto a Ronaldinho (la foto accanto ritrae un particolare) e ho fissato perplessa una statua poco somigliante di David Bowie, mentre in mezzo a George Clooney e Johnny Depp mi sono trovata alquanto a mio agio.

Se nel pagare il biglietto per entrare in Artis stavo già avendo qualche genovesissima rimostranza interiore, mi sono dovuta ricredere quando dopo ore e ore di vagabondaggi ho continuato a trovare bestie nuove, tra cui dei favolosi capibara e un branco di nutrie mangione che mi sono rimaste nel cuore. Di base non ho grande affezione per gli zoo, per qualche tenue motivo animalista, ma mi sono trovata di fronte a un complesso che lasciava alla maggior parte degli animali un sacco di spazio e permetteva a tutti di ricordarsi dell'esilerante varietà di forme di vita che condividono il pianeta con noi, senza contare che molte delle specie che si trovano lì sono il frutto di generazioni di animali nati e cresciuti in cattività (lo zoo esisteva già nell'800) e che, nel caso specifico, un'eventuale messa in libertà avrebbe ben poco senso.
E ora vi starete domandando se ho usato qualche droga, sicuramente.
Io e gli stati mentali alterati non andiamo particolarmente d'accordo: le mie prime, e poche, ubriacature risalgono a non molto tempo fa e non sono eventi che mi mancano particolarmente.
L'anno scorso a Maggio sgattaiolai fuori dall'albergo (sempre ad Amsterdam) e "mi godetti" ( = "non smisi di tossire per un'ora") la mia prima e unica canna, in nome dell'anarchia, la notte prima di una fiera di settore. Tra l'altro, senza il minimo effetto.
Mi era rimasto però un certo desiderio di sperimentare, perchè mi piace provare le cose - belle o brutte - e trarre le mie conclusioni da sola. Non è un principio che applicherei proprio ad ogni droga, anzi, ma c'erano certe cose che la piccola hippy mancata in me voleva provare.
Quest'anno ero convinta di essere immune alle droghe, e non avevo nessuna voglia di bere o fumare. Ma avevo fame, e ci siamo trovati qualcosa di interessante da ingollare. Ho inaugurato il soggiorno con un muffin arricchito di hashish in un piccolo ma molto grazioso coffee shop nascosto in una traversa di Kalverstraat (la via dello shopping, ribattezzata "Via XX" per comodità), su precisa raccomandazione. A conferma delle mie previsioni, sono andata a letto sentendomi esattamente come prima, salvo alzarmi nel cuore della notte e trovarmi un po' intontita a fissare il buio in piedi in mezzo alla stanza.
Pensavo che fosse il massimo dell'alterazione a cui potevo arrivare, e con questo spirito, una mattina, io e il concubino ci siamo mangiati 5 grammi di Psilocybe Mexicana a testa, cioè metà di una dose minima per principianti. L'idea era "dai, finisco di truccarmi, vediamo che ci fa 'sto funghetto e poi ce ne andiamo in giro". Non prevedevo che le maledette spore avrebbero impiegato così poco a entrare in circolo. Il tempo di finire di darmi il mascara ed ero entrata in un sub-mondo in cui i miei occhi lacrimavano aperti e sbarrati, in cui sulla mia faccia stava stampato qualcosa di simile a un ghigno a trentadue denti e in cui non mi rendevo davvero conto della forza che mettevo in quello che facevo. In cui le mie dita lasciavano strane scie ottiche, in cui il quadro appeso nella stanza si muoveva in un turbinio di nuvole invitante e sulla porta del bagno si materializzavano facce. In cui gli spazi si piegavano in modi surreali e il display del mio cellulare - da cui mandavo messaggi un po' spaventati e un po' allucinati alle amiche - mi sembrava estremamente affascinante. Ho capito in quelle sei ore di trance che i video che passano su MTV sono tutti concepiti da gente sotto effetto di allucinogeni, e in quel momento mi sentivo in strana sintonia con tutte le immagini colorate e frenetiche che passavano sullo schermo. Il fidanzato sostiene di aver visto il Cosmo, beato lui.
Piano piano, lasciandomi un certo mal di stomaco, l'intossicazione è finita, lasciandomi il desiderio di non riprovare più niente del genere. Forse l'ho vissuto in un contesto sbagliato, ma di viaggi simili sento di poter tranquillamente fare a meno, anche se coloro di voi che hanno questa curiosità probabilmente mi crederanno solo dopo averlo provato a loro volta.
Quella che invece ora posso raccontare come una buffa esperienza ma che lì per lì mi ha persino spaventata è stata la space cake cioccolatosa che mi sono concessa per ridere l'ultima sera, fiduciosa che gli effetti sarebbero stati simili a quelli del muffin. Per la precisione, la *mezza* fetta di space cake che mi è stata elargita al Kadinsky (sic), in una traversa di Rokin.
Sono stata due ore tranquillissima e all'improvviso, praticamente da un minuto all'altro, è stato come trovarmi ubriaca fradicia, ma peggio.
Questa tortina mi ha messo ancora più dubbi sul perchè stare in botta possa ritenersi uno stato desiderabile per alcuni.
Al di là della piacevole sensazione di volare quando mi sedevo, non ho mai provato lo stesso completo spaesamento insieme a una perdita quasi totale della mia memoria di lavoro.
Parlavo e mi sembrava che fosse un'altra persona a farlo, rispondevo alle domande con dei tempi di reazione da bradipo. Tutto quello che era accaduto dieci secondi prima mi sembrava un evento lontanissimo e confuso, ogni istante era come un risveglio. La mia percezione del tempo era completamente a puttane e ricordo eventi successi in 20 minuti di orologio come se nel frattempo fossero trascorse ore.
Al di là di questo, avevo le gambe insensibili, gli occhi rosé e le pupille così dilatate che quando mi stavo per addormentare mi sono domandata se non stessero per esplodere. Io sento sempre parlare di fame chimica, ma mi sentivo la bocca secca come una miniera di carbone, l'acqua aveva un sapore disgustoso e potevo sentire ogni briciola di biscotto scendermi per la gola con un fastidioso strascico dolcissimo.
Mentre ero in quello stato penoso, completamente inane e consolata solo dalla sobria presenza della mia metà, continuavo solo a domandarmi e a domandare "Ma passerà? Vero che passa? Finisce eh?" in un tripudio di panico, perchè era l'ultima sera e l'idea di mettermi a fare la valigia - o di iniziare una qualunque attività non completamente meccanica - mi sembrava di una complessità devastante. Direte che forse questo condimento di preoccupazioni ha trasformato una potenziale esperienza interessante in un bad trip, ma non penso avrò il desiderio di fare la prova del nove per un po'.
Il punto è che al risveglio il giorno dopo ero lungi dallo stare meglio, e la percezione del tempo era ancora allegramente andata. Non raccomando a nessuno di fare una valigia e prendere un volo in coincidenza in quelle condizioni, è stata una delle esperienze più ansiogene che abbia vissuto e ho cominciato ad emergere dal mio buco nero quasi 24 ore dopo l'infelice assunzione, mentre mi trovavo a Parigi a imbarcarmi sul piccolo CRJ700 (su cui abbiamo inscenato Escargots on an Airplane in omaggio ai cugini francesi).
Con questo non che voglia predicare mammescamente "stay away from drugs", visto che per prima ho voluto vivere questa cosa sulla mia pelle. Se dovessi però darvi un parere spassionato io direi proprio che non ne vale la pena e che si possono raggiungere stati mentali molto più high senza assumere nessuna sostanza. Come quando si è presi da qualcuno. O si ascolta dell'ottima musica insieme. O ci si lascia andare in danze demenziali sulla spiaggia sotto la proverbiale trapunta di stelle. O come quando si raggiunge una così bella sintonia con una persona che sai di poterle dire tutto senza neanche l'ausilio alcolico di un MonChéri. Diamine, si possono raggiungere stati mentali più interessanti anche a soffrire per qualcuno, paradossalmente.
Ovattare questa ricchezza di sensazioni mettendola a marinare in qualche droga è in ultima analisi del tutto non necessario, ma mi fa piacere poterlo dire a ragion veduta.
Dopo Amsterdam, sono riuscita a infilare un breve soggiorno in terra di Sardegna, molto rilassante, molto piacevole e molto necessario ed è più col ricordo nostalgico della spiaggia assolata di Chia che con i fumosi ricordi della mia breve esperienza con le droghe che mi faccio scudo oggi contro quel persistente bad trip senza fine che mi perseguita otto ore ogni giorno.