Questa bella estate calduccia mi ha messo il cervello in mezze maniche e mi ha appiccicato addosso una gran voglia di guidare senza meta, di chiudere gli occhi e rivangare nei ricordi belli e brutti, di cantare insensatamente. Attività che cerco almeno di non praticare tutte insieme, specialmente per quanto riguarda la parte in cui chiudo gli occhi col volante in mano.
Il giorno in cui mi troverò seriamente senza nient'altro da fare o da pensare, dovrò stilare una lista di tutte le canzoni che è assai imprudente ascoltare quando si è alla guida, quelle Red Bull di energia in formato sonoro che possono trasformare la più mansueta delle conducenti in un pericolo pubblico armato di volante e arroganza, una bizzarra dea Kalì con quattro piedi sull'acceleratore.
Questa ipotetica lista ha ancora contorni opachi, ma in questo momento mi viene in mente almeno una canzone che si farebbe strada senza problemi sino alla Top 10 e che, nei giorni passati, potrebbe anche aver innescato una catena di eventi che tra un paio di mesi vedrà me protagonista, con una raccomandata del Comune di Genova in mano e amare lacrime di coccodrillo negli occhi.
Userò questo spunto come pretesto per l'ennesima favoletta rock'n'roll che mi appresto ad ammannirvi.

Se dico "
Lynyrd Skynyrd" un sacco di voi strabuzzeranno gli occhi, almeno sino al momento in cui non si renderanno conto che sì, il nome della band è pronunciabile (il titolo del loro primo album spiega appunto come farlo) e che almeno una canzone loro la conoscete anche voi ed è sicuramente Sweet Home Alabama. Sì,
i Lynyrd Skynyrd sono "quelli di Sweet Home Alabama". Vedo già le espressioni facciali che mutano dal perplesso al divertito sulle prime note di chitarra. Fermi lì però, non è di lei che intendo parlarvi.
Giusto per inquadrarli in una corrente di riferimento, gli Skynyrd sono considerati i dinosauri del cosiddetto Southern Rock. Qui da noi potrà essere un concetto alquanto nebuloso e lontano, ma nelle pianure del Tennessee e stati limitrofi, dove la gente ama esporre le bandiere sudiste forse anche più delle onnipresenti stelle e strisce, è qualcosa di simile a un'istituzione ed è una forza aggregante per vaste fette di popolazione statunitense: in questo caso più che mai, invito caldamente a non giudicare una band dal suo pubblico medio, che - in effetti - è davvero composto anche da redneck paonazzi e da quel genere di persone che sei lieto di evitare quando non ti rechi negli Stati del Sud.
Come saprete, la storia canonica del rock ama i botta e risposta e le traversate transoceaniche: nasce in America, emigra in Inghilterra e dopo poco ritorna in patria sotto forma di tsunami. Per non rimanere annientato da quella che storicamente amiamo ricordare come la British Invasion, il rock americano organizza la resistenza e il Southern Rock crebbe di popolarità anche come forma di revanche autoctona che attinge a piene mani dal blues e dal country.
Si possono fiutare facilmente tutte queste correnti, nella musica degli Skynyrd, ma non pensate di trovarvi di fronte a colonne sonore da saloon o festa di paese, perchè la vena principale è indubbiamente hard-rock ed è appetibile per molti palati, forse anche per il vostro.
"Long live Southern Rock" è un motto che non è difficile udire in molti Stati del Sud e l'amore per i Lynyrd Skynyrd è così pervasivo e assodato che, per farvi un esempio triviale, ho visto in molti department store - come dire l'Upim da noi - non solo magliette e pigiamini, ma persino biancheria sexy a loro dedicata.
La storia degli Skynyrd comincia nella seconda metà degli anni '60 ed è lunga e complessa: è dura anche solo stare dietro alle numerose variazioni nella loro formazione, numericamente paragonabile più a un reggimento dell'esercito che a un'ensemble rock. A segnare le vicissitudini della band è soprattutto un clamoroso e tragico evento, che de facto ne ha determinato la fine: le formazioni successive, inclusa quella che ancora oggi se ne va in tour con lo stesso nome, hanno ben poco del nucleo originale. I cosiddetti Lynyrd Skynyrd di oggi mantengono un valore soprattutto di omaggio e tributo, a mio avviso con esagerazioni un po' pacchiane di orgoglio sudista e generica tamarraggine, ma sempre con immacolato rispetto per il passato storico.
Ma che cosa è successo mai alla band, vi chiederete voi? Se, come me, cadete facilmente vittime di affascinata malinconia nel leggere del rock e delle sue tragedie, credo che saperne di più sulla storia degli Skynyrd potrà interessarvi e commuovervi, trattandosi - penso indiscutibilmente - della band più sfigata al mondo.
Nell'ottobre del '77, al culmine della notorietà, la band aveva noleggiato un piccolo charter privato per spostarsi in tour. L'aereo non dava molto affidamento a nessuno e si era coralmente deciso di servirsene solo per raggiungere una tappa in Louisiana per poi disfarsene. Ironicamente, si trattò in effetti dell'ultimo volo del Convair, che precipitò in una palude del Mississippi, uccidendo sul colpo tre membri del gruppo, oltre ai piloti. Quelli che non rimasero uccisi ci andarono molto vicini. Il loro batterista, Artimus Pyle (che secondo me era in testa al creatore dei Transformers quando ha pensato al nome Optimus Prime), fu uno dei pochi abbastanza in forze da strisciare fuori dai rottami per chiedere subito aiuto, e si vocifera che sia stato accolto da un villico locale a fucilate, un caso poco edificante di ospitalità del Sud.
A leggere di come andò la vita per i membri superstiti negli anni successivi, non c'è da sentirsi meglio:
incidenti stradali, paralisi, carcere, morti misteriose, infarti. L'angelo custode degli Skynyrd sta dormendo sul lavoro da circa trent'anni: guardate uno dei loro live registrati nel '76 e nel '77 (
come questa galoppante Saturday Night Special) e ora pensate che di tutta la ciurma sul palco sono ancora in vita solo due persone. Dopo queste constatazioni incredibilmente deprimenti, forse capisco ancora di più perchè i Lynyrd Skynyrd vantino un seguito di pubblico così devoto e affettuoso.
Ora, io vi parlo da esperta e con la consueta spocchia, ma non fatevi ingannare: la prima volta che sentii gli Skynyrd fu in auto nel 2005 nel parcheggio di un Wal Mart e, quando chiesi al fidanzato che cosa stessimo ascoltando, mi guardò stralunato e disse "Non conosci i Lynyrd Skynyrd?" con la stessa intonazione di chi chiede "Non sai che c'è la gravità?", interrogativo a cui eloquentemente risposi "No, io questo Leonard Skinner non l'ho mai sentito. Ma non è un personaggio dei Simpson?" (senza saperlo, però, azzeccai l'origine del nome: una storpiatura del nome di un professore di educazione fisica che amava vedere nei primi ragazzi con i capelli lunghi i segni dell'Apocalisse). Il fidanzato si diede poi di gomito con la sorella e insieme risero, divertiti dalla povera demente che non conosceva gli Skynyrd.
I temi affrontati dalla band sono una mistura sorprendentemente armoniosa di spirito del Sud e racconti on the road, con afflati di indomito amore per la vita poco sofisticata e la libertà. Ascolti la loro musica e puoi vivere le fatiche quotidiane della classe operaia statiunitense, le scampagnate sul pick-up, i barbeque nel back porch e le birrette serali. Senti quanto di buono può mostrare quella gente, oltre alla tamarraggine ignorantella e autocompiaciuta per cui forse sono più celebri: una disarmante bontà d'animo, grande generosità e un'indefinibile malinconia.
Di tutto questo gli Skynyrd sono un vero distillato sonoro, e alcune loro canzoni sono diventate né più né meno che inni, di cui l'esempio più roccioso, senza nulla togliere alle emozionanti Simple Man e Sweet Home Alabama, è senza dubbio Free Bird.
Spero che nessuno stia facendo "Sciaff" con il palmo della mano sulla fronte, ricordandosi di averla suonata con Guitar Hero II. Nel caso, filate dietro la lavagna.
Free Bird sta agli Skynyrd come Stairway to Heaven sta ai Led Zeppelin: è la canzone che tutti vogliono ascoltare, la più suonata dalle radio, la più scelta persino per funerali e commemorazioni, per il tema - comune alle due canzoni - della partenza, dell'ascesa, del letting go.
Il singolo di Free Bird, circa le cui chance di successo la band stessa nutriva forti dubbi, fu pubblicato nel 1974 e la canzone
viene ancora chiesta a gran voce ai concerti.
Ai concerti di chiunque, secondo uno dei più inveterati tormentoni rock della scena live americana. Un po' si fa sul serio e un po' è per tener viva la tradizione che voleva che i Lynyrd Skynyrd dei bei tempi tornassero in scena a suonare l'amatissima ballad solo al secondo bis, con il pubblico ormai praticamente impazzito e senza più voce.
In Free Bird, come ci si può aspettare dal titolo, si parla della necessità di essere liberi, di non ancorarsi a nulla e andare avanti per la propria strada a tutti i costi, anche contro ogni buon senso. Messaggio struggente, condivisibile tanto dal biker che tracanna Budweiser quanto dalla responsabile marketing maniaco-depressiva, che possono anche abbracciarsi durante il lamentoso giro di slide guitar di Gary Rossington tra sparute note di piano e cantare insieme "Loooord knows I can't change" con tanto di accendino e lucciconi. E la canzone sarebbe già bella sin qui, come lenta ballata all'anarchia spirituale.

Questa bimba, però,
è una Layla al contrario. Vi ricordate Layla, quel virtuoso intreccio di chitarristi epici come Eric Clapton e Duane Allman? Scoppietta e garrisce per la prima metà, fluisce malinconica per la seconda, a sospironi. Free Bird fa esattamente l'opposto e, più o meno a metà dei pachidermici nove minuti e rotti di traccia, quando ormai stai facendo ondeggiare la testa piano piano con gli occhi chiusi,
semplicemente esplode in un lungo strumentale tiratissimo, dominato dalle tre chitarre distintive della line up degli Skynyrd.
Non sono un'amante dei live, come penso di aver reso chiaro in più occasioni, ma credo che in questo caso, se volete avere un'idea dell'energia messa in gioco nella seconda parte di Free Bird, dovreste proprio ascoltarvi - o possibilmente guardarvi - un bel live (tipo
questo o
questo), in cui era tipico tirare avanti anche per un quarto d'ora tra salti sincronizzati e vigorosi momenti a tre chitarre + basso.
Vi isolo
in questo link il momento preciso in cui
i Lynyrd Skynyrd rubarono ufficialmente la scena agli Stones a Knebworth nel '76*, mentre l'audience saltava a tempo stracolma di alcool, adrenalina e Dio sa cos'altro.
Sul mio eccitabile immaginario rock'n'roll, per inciso, vedere uomini alti e snelli vestiti da hippy che si fronteggiano brandendo delle chitarre elettriche e sparandosi note addosso ha effetti che meriterebbero il bollino V.M. 18 e mi fa venire da ululare roteando il mio cappello da cowboy immaginario.
Dimenticavo anche che nei live Allen Collins, chitarra solista, deliziava il pubblico facendo cinguettare la sua Gibson Explorer come un uccellino. Ciliegina sulla torta.
E così, specie dopo aver approfondito le mie conoscenze in materia per questo post,
si aggiunge un'altra band al già nutrito gruppo di concerti che non potrò mai vedere. Gli Skynyrd erano una band numerosa, affiatata e instancabile, compatta e
senza un singolo ego a spiccare sugli altri, caratteristica osservabile anche nei live, in cui non spunta mai
il frontman, ma traspare più che altro uno scanzonato spirito di famiglia.
Non riesco a immaginare molti altri gruppi con tre chitarristi in grado di andare d'accordo, a palleggiarsi i
solo con naturalezza (come
in questa Sweet Home Alabama, adorabile) e senza una sola delle psicosi che hanno afflitto la maggior parte delle band che amo (penso ai Pink Floyd, ad esempio, e rido).
Il resto, sul piatto del fascino bitter-sweet della band, ce lo mette la sorte poco generosa, che ha reclamato un ultimo Skynyrd, il loro tastierista, giusto all'inizio del 2009, mentre gli ultimi superstiti - presumo - si toccano vigorosamente gli attributi nascondendo le mani dietro alle chitarre.

Il mio invito all'ascolto, in postilla, serve anche a farvi immaginare meglio la scena di me in Panda, svoltasi la settimana scorsa sulla sopraelevata di Genova. Allo scoccare dei quattro minuti e quaranta di Free Bird, vengo colta da un attacco di euforia serale ingiustificata, scalo di marcia e - sentendomi praticamente a cavallo di una Harley - accelero fragorosamente insieme al ritmo della canzone e procedo a superare una riga di SUV/cassa da morto a velocità illegali, il tutto al grido allucinato di "Yeeeehaw Stronzi!", con il vento nei capelli e un sorriso molto poco sano stampigliato in faccia. In seguito, mi trovo misteriosamente a casa con un quarto d'ora d'anticipo.
A guardare la scena dall'esterno, il tutto si sarà svolto al massimo agli 80km/h e la Panda avrà avuto un'aria pericolosamente provata ma, ehi, grazie a Free Bird e agli Skynyrd i miei cinque minuti di anarchia post-lavorativa sono riuscita a farmeli, anche se forse - per ricongiungerci al tema iniziale - non raccomanderei questa canzone in un manuale di guida sicura. Da cui, del resto, se volessimo essere scrupolosi dovremmo lasciare fuori persino certe cose di Beethoven e in cui - temo - rimarrebbero giusto Gigi D'Alessio e altre funeste forme di "Southern "Rock" " (le virgolette non sono mai abbastanza) nostrano.
Per questo week end, intanto, potrò ritenermi felice se avrò condotto almeno una di voi anime perdute all'ascolto di una delle poche scoperte che, fianco a fianco con i cinnamon rolls, hanno reso la mia lunga permanenza nella Bible Valley ben degna di essere ricordata.
* gli Stones avevano soffiato quella gig ai Queen all'ultimo momento, quindi si meritarono *abbondantemente* di essere surclassati dalla band di supporto