La funzione delle ferie non è quella di farci riposare. Almeno, non è mai stato così per me. Al massimo, le ferie ti fanno il peeling alla scorzetta di smog che metti su cuore e sinapsi al lavoro, in modo da renderti al ritorno ancora più morbida e sensibile alle vessazioni d'ufficio.
Sono ancora così rintronata che la mattina credo di svegliarmi nel cuore della notte (e improvvisamente mi riprendo in prima serata) e l'effetto benefico delle ferie è già bello che archiviato.
Quello che le ferie fanno per me, piuttosto, è ricordarmi delle mie altre vite possibili, che talvolta fallisco di vedere nella quotidiana narcosi del binario lunedì-venerdì.
La facilità con cui si scivola nella routine è allarmante.
La disinvoltura con cui la mattina ti dici allo specchio "Questa non è la mia vita" e vai puntualmente a non-viverla ogni giorno è il vero pericolo.
Andare via per un po' mi ricorda insomma sia quanto la mia situazione attuale sia per me intimamente poco accettabile, sia quanto girare il timone verso nuove rotte sia molto - e crescentemente - difficile.
Posso solo augurarmi che qualcuno si trovi in una situazione analoga, in modo da non sentirmi la solita post-post-post-adolescente lagnona.
Come sempre nei primi giorni successivi al rientro, progetto attivamente futuri diversi. So, per statistica, che probabilmente non se ne farà nulla neanche questa volta, ma non mi impedisco di sognare. Tra i futuri possibili che la mia attuale situazione rende quasi attuabili e desiderabili c'è senz'altro una almeno temporanea permanenza in Canada. Mentre l'insofferenza verso il paese natale si fa fastidiosa come un prurito cronico (ormai non leggo con molto interesse neanche i pezzi più riusciti di critica politica e satira), l'appeal di un paese diverso e lontano si fa particolarmente allettante.
Non cerco la perfezione o la pace dei sensi, ma sarei pronta a tollerare fastidi diversi, che mi pungolino in punti diversi. Che il logorio della vita moderna si concentri su altre aree, diciamo. Basta che ci sia un qualche cambiamento, meglio se drastico.
Sono ovviamente consapevole del fatto che trovare invitante un paese che visiti in vacanza sia sin troppo facile, e lo metto in conto.
In Canada fa più freddo che qui, non c'è la focaccia, non c'è l'Estathé.
La valuta locale ha un valore assimilabile ai pesos.
A Vancouver, in particolare, è pieno di cinesi impazziti che guidano inopinatamente SUV che non sono in grado di governare.
Le regole della strada sono oltremodo curiose. I parcheggi costano un botto, la polizia stradale è particolarmente anale e gli autobus non sono sempre d'aiuto.
Le distanze da coprire sono notevoli e, Seattle a parte, tutto intorno sono orsi, alberi e neve sin dove lo sguardo si perde. Orsi o Sarah Palin che guarda la Russia, che è peggio.
In generale, Vancouver è - poeticamente parlando - in culo al mondo, a variabilmente due o tre voli di distanza da casa - non il massimo per una che ha paura di volare. A nove ore di fuso dal resto della mia vita, dalla maggior parte delle persone a cui tengo.
C'è da dire che è a relativamente poche ore di volo da qualunque punto degli Stati Uniti. E' più vicina al Giappone. Ha regole sull'immigrazione sufficientemente selettive da rendere il melting pot culturale più del tipo "interessante e stimolante" che del tipo "criminalità & degrado".
C'è aria pulita, alberi, prati e fiori a non finire. La gente è sinceramente gentile e cordiale (per chi vive a Genova, questo risulta particolarmente stupefacente). Fare della sana vita all'aria aperta sembra un'opzione non suicida.
Ci girano un sacco di film e ho pure qualche aggancio nel settore. E' una città nuova e rifinita, mentre in Italia siamo circondati da vecchiume mal conservato.
La tecnologia è al passo con i tempi, invece di andar loro dietro correndo e ansimando. Anche se è un pensiero precoce, non avrei dubbi su quale sarebbe il posto in cui preferirei crescere dei bambini - che è comunque indicativo di qualcosa.
La lista dei pros & cons potrebbe continuare a lungo, e resterebbe di fondo sempre quel braccio di ferro emotivo di me stessa contro me stessa, la bilancia di affetti, valori e progetti che non riesce mai ad assestarsi. Non ho idea di che cosa finirò col fare. Davvero. Impasse totale.
Sfogo i miei disordini interiori progettando almeno il mio prossimo viaggio estivo e sfogliando le mie miglia aeree come se fossero banconote fruscianti. Senza sapere bene ancora se avrò i soldi per farlo, ho fatto un piano di volo di quelli favolosi, con tappa a NYC (il mio immeritato culo mi garantirebbe un soggiorno gratis) e a San Francisco (le mie meritate miglia mi garantirebbero un volo gratis), e viaggi su fantastici aeromobili di cui so già a memoria le statistiche degli incidenti. Il viaggio mi lascerebbe anche qualche giorno non in volo.
Solo vedere l'itinerario abbozzato su Expedia mi fa stare un po' meglio e mi rende più bendisposta a tollerare il pugnetto sulla scrivania del capetto impettito che fa i capricci a breve distanza. Per almeno cinque minuti, prima di ricominciare a lavorare alacremente alla mia ulcera gastrica.