About me, more or less

Utente: Shulypoo
Cromosoma XX, personalità indecisa e dubbiosa, amante dell'autoerotismo mentale, della musica rock, del sushi, degli anfibi e degli orsetti del cuore.

L'erotismo mi piace e lo vedo in tante cose. Forse ve ne accorgerete, ma non scambiatemi per ammiccante, ve ne prego.

Ripresami dalle mie brume esistenziali post laurea e dai vaneggiamenti matrimoniali, sono ora un'improbabile business woman con parecchi issues. Ma che questo non mi identifichi in alcun modo, vi prego. Aspirante groupie, passerei volentieri la vita a sperarla diversa.
Odio mordermi le guance. Ma proprio tantissimo.

Handle with care, perchè mi affeziono anche al cartone del latte e sono permalosissima.

Geeky, nerdy, plastic fantastic, the one you'll never need.
Amen.

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Mi rallegrano e compiacciono cose tipo...

svegliarmi e ricordarmi che posso dormire
le chitarre elettriche
il junk food, il sushi e il cibo indiano. Ma anche tutto il resto.
il piumino calduccio
l'umorismo surreale
le culotte
non reggermi in bus e far finta di fare surf
leggere i libri in una botta sola
i cavalieri dello zodiaco
la musicalità
le t-shirt buffe e witty
i calzini a strisce
chi è colto e non lo fa pesare
il ponte di chiatte al Porto Antico di Genova
il mio albero di natale
chi capisce al volo
i regali inattesi
le coccole sotto il piumino
questa faccina ":3" e questa ">.>;"
Londra
la lingua inglese
l'eccitazione
capire improvvisamente qualcosa
la novità
le pernacchie sulla pancia
la varietà linguistica
le cose pucciose e superdeformed
il cambiamento
ascoltare musica di notte
la sottigliezza
le opinioni decise ma non ostinate
comportarmi in modo inappropriato
sapere le cose senza Google
la gente easy going
le seghe mentali un po' costruttive
fare pace
i vecchi vinili
chi non serba rancore
forzare i miei limiti
ballare, da sola
la gentilezza a prescindere
gli anni '60 e '70 e la loro musica
la pulizia
non dover spiegare ciò che dico, specialmente le battute
la capacità di modularsi
apparentemente, anche saltare di palo in frasca :3

Mi rattristano e un po' irritano cose tipo...

i pallini sui maglioni
chi entra dall'uscita dei bus
la banalità, in tutto
i calendari coi culi
i peli incarniti
chi dice di non aver mai tempo e non fa un tubo
la polvere sulle dita, e i gatti impolverati
il vento e la pioggia insieme
le abitudini noiose, i loop, i pattern
i furbi, i Furby e i furry
le cose banalmente sexy
la mancanza di autocritica, di ironia, di curiosità
gli errori di grammatica e ortografia
la volgarità a sproposito (ma non le parolacce!)
il pitonato, lo zebrato, il leopardato e gli altri mali accessori alla menopausa
la gente che scrive "Hei!" invece di "Ehi!"
la pornografia camuffata da erotismo
la risata "Hihihihihi". Ha un che di satanico e idiota, usate le faccine piuttosto
le battutine a sfondo sessuale fatte a sproposito
chi racconta i casi suoi al telefono in bus, magari urlando
l'indefinitezza
le mode imbecilli, e le sedicenti modelle
la puzza di fumo
la poesia cheap
l’associazione soldi/mignotte/belle macchine
chi sputacchia quando parla
la “bella gente†e la "bella vita"
chi fa lo strano, l'incompreso, l'unico, l'originale a tutti i costi
sentirmi invisibile e a disagio
chi è più pigro di me
chi non si fa mai problemi e dovrebbe
il frastuono e la musica merdosa
chi parla addosso alla gente
chi non ascolta e pensa di aver capito
la sveglia
l'ignoranza compiaciuta
i consigli non richiesti, ma anche i conigli
gli egocentrici molesti
gli inappetenti cronici e chi fa tremila storie sul cibo
le donne fissate con le minchiate che non compensano con altre doti
gli uomini che pensano di far colpo coi soldi
le "k" al posto delle "c"
chi non sorride mai
smagliare i collant nuovi
chi non capisce, chi non coglie, chi non si sa adattare
le suonerie dei cellulari, la maggior parte
i deliri religiosi
il buonismo dettato da idiozia
rompere con qualcuno, causare tristezza
chi mi dice "cresci" senza poterselo permettere
i canditi

Solo un numero, e probabilmente sbagliato

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  • mercoledì, 29 aprile 2009

    The pros & cons

    La funzione delle ferie non è quella di farci riposare. Almeno, non è mai stato così per me. Al massimo, le ferie ti fanno il peeling alla scorzetta di smog che metti su cuore e sinapsi al lavoro, in modo da renderti al ritorno ancora più morbida e sensibile alle vessazioni d'ufficio.
    Sono ancora così rintronata che la mattina credo di svegliarmi nel cuore della notte (e improvvisamente mi riprendo in prima serata) e l'effetto benefico delle ferie è già bello che archiviato.
     
    Quello che le ferie fanno per me, piuttosto, è ricordarmi delle mie altre vite possibili, che talvolta fallisco di vedere nella quotidiana narcosi del binario lunedì-venerdì.
    La facilità con cui si scivola nella routine è allarmante.
    La disinvoltura con cui la mattina ti dici allo specchio "Questa non è la mia vita" e vai puntualmente a non-viverla ogni giorno è il vero pericolo.
    Andare via per un po' mi ricorda insomma sia quanto la mia situazione attuale sia per me intimamente poco accettabile, sia quanto girare il timone verso nuove rotte sia molto - e crescentemente - difficile.
    Posso solo augurarmi che qualcuno si trovi in una situazione analoga, in modo da non sentirmi la solita post-post-post-adolescente lagnona.
     
    Come sempre nei primi giorni successivi al rientro, progetto attivamente futuri diversi. So, per statistica, che probabilmente non se ne farà nulla neanche questa volta, ma non mi impedisco di sognare. Tra i futuri possibili che la mia attuale situazione rende quasi attuabili e desiderabili c'è senz'altro una almeno temporanea permanenza in Canada. Mentre l'insofferenza verso il paese natale si fa fastidiosa come un prurito cronico (ormai non leggo con molto interesse neanche i pezzi più riusciti di critica politica e satira), l'appeal di un paese diverso e lontano si fa particolarmente allettante.
    Non cerco la perfezione o la pace dei sensi, ma sarei pronta a tollerare fastidi diversi, che mi pungolino in punti diversi. Che il logorio della vita moderna si concentri su altre aree, diciamo. Basta che ci sia un qualche cambiamento, meglio se drastico.
     
    Sono ovviamente consapevole del fatto che trovare invitante un paese che visiti in vacanza sia sin troppo facile, e lo metto in conto. 
    In Canada fa più freddo che qui, non c'è la focaccia, non c'è l'Estathé.
    La valuta locale ha un valore assimilabile ai pesos.
    A Vancouver, in particolare, è pieno di cinesi impazziti che guidano inopinatamente SUV che non sono in grado di governare.
    Le regole della strada sono oltremodo curiose. I parcheggi costano un botto, la polizia stradale è particolarmente anale e gli autobus non sono sempre d'aiuto.
    Le distanze da coprire sono notevoli e, Seattle a parte, tutto intorno sono orsi, alberi e neve sin dove lo sguardo si perde. Orsi o Sarah Palin che guarda la Russia, che è peggio.
    In generale, Vancouver è - poeticamente parlando - in culo al mondo, a variabilmente due o tre voli di distanza da casa - non il massimo per una che ha paura di volare. A nove ore di fuso dal resto della mia vita, dalla maggior parte delle persone a cui tengo.
     
    C'è da dire che è a relativamente poche ore di volo da qualunque punto degli Stati Uniti. E' più vicina al Giappone. Ha regole sull'immigrazione sufficientemente selettive da rendere il melting pot culturale più del tipo "interessante e stimolante" che del tipo "criminalità & degrado".
    C'è aria pulita, alberi, prati e fiori a non finire. La gente è sinceramente gentile e cordiale (per chi vive a Genova, questo risulta particolarmente stupefacente). Fare della sana vita all'aria aperta sembra un'opzione non suicida.
    Ci girano un sacco di film e ho pure qualche aggancio nel settore. E' una città nuova e rifinita, mentre in Italia siamo circondati da vecchiume mal conservato.
    La tecnologia è al passo con i tempi, invece di andar loro dietro correndo e ansimando. Anche se è un pensiero precoce, non avrei dubbi su quale sarebbe il posto in cui preferirei crescere dei bambini - che è comunque indicativo di qualcosa.
     
    La lista dei pros & cons potrebbe continuare a lungo, e resterebbe di fondo sempre quel braccio di ferro emotivo di me stessa contro me stessa, la bilancia di affetti, valori e progetti che non riesce mai ad assestarsi. Non ho idea di che cosa finirò col fare. Davvero. Impasse totale.
     
    Sfogo i miei disordini interiori progettando almeno il mio prossimo viaggio estivo e sfogliando le mie miglia aeree come se fossero banconote fruscianti. Senza sapere bene ancora se avrò i soldi per farlo, ho fatto un piano di volo di quelli favolosi, con tappa a NYC (il mio immeritato culo mi garantirebbe un soggiorno gratis) e a San Francisco (le mie meritate miglia mi garantirebbero un volo gratis), e viaggi su fantastici aeromobili di cui so già a memoria le statistiche degli incidenti. Il viaggio mi lascerebbe anche qualche giorno non in volo.
     
    Solo vedere l'itinerario abbozzato su Expedia mi fa stare un po' meglio e mi rende più bendisposta a tollerare il pugnetto sulla scrivania del capetto impettito che fa i capricci a breve distanza. Per almeno cinque minuti, prima di ricominciare a lavorare alacremente alla mia ulcera gastrica.
    sabato, 25 aprile 2009

    Finale col bottino

    Oh si, lo ammetto: sono stata parecchio assente ultimamente. E' abbastanza spiacevole a dirsi e a pensarsi, ma tendo ad associare lo scrivere sul blog con il trovarmi in ufficio bored out of my mind, come si suol dire, e incapace di esprimere la mia frustrazione in altri modi che non disturbino il codice penale.

    Sono state due divine settimane di ferie, passate come sempre in fretta. Tra gli highlights della vacanza citerei senz'altro una bella visita a Seattle - città meritevolissima anche se non strombazzata molto all'estero (se non per il grunge ovviamente) - e la gita, ieri, in quello che potrei definire senza dubbio il primo real estate heaven che abbia mai visitato con al seguito uno stuolo di agenti immobiliari estremamente gay.
    Sul serio, non capita tutti i giorni di partecipare alla scelta di una casa nuova sulla favolosa Sunshine Coast a Nord di Vancouver. E devo dire che di queste piccole quotidianità (cambiare casa qui è molto più frequente e nella norma di quanto lo sia in Italia) io mi nutro avidamente.
    In generale sono il tipo di persona che, appena sbarcata in una città nuova, cerca sempre di intrufolarsi in un supermercato, in una caffetteria, in qualche luogo non bazzicato dai turisti insomma, per cercare di capire come vive effettivamente la gente del luogo, che cosa mangia, a che ora, di cosa parla, che cosa è ritenuto normale e cosa stravagante. Posso perdermi anche solo a guardare il banco dei medicinali di un department store, o il menu di un ristorantino per famiglie.
    La mia incessante attività di osservatrice mi porta di solito all'acquisto di cose curiose, come condimenti per pollo arrosto, piccoli elettrodomestici, lozioni per capelli dai nomi accattivanti e dalle funzioni a dir poco minacciose. Quest'anno sono andata molto vicina all'acquisto di un tubetto di lubrificante chiamato Sexy Ganja con tanto di fogliolina sul tubetto, ma mi sono limitata a una piastra per fare gli waffles.
    Questa forma di spionaggio camaleontico è la mia forma prediletta di turismo e, almeno qui nel Nord America, porta sempre grandi soddisfazioni.

    Mentre preparo le valigie al volo di domani, vengo colta dal quotidiano magone, dalla rassegnata consapevolezza che la mia vita sarà stabilmente caratterizzata dall'avere le persone a me care sparse per il globo, dalla perenne indecisione su dove intendo stare io stessa e dai soliti vincoli - parzialmente auto-imposti - che mi trattengono dal venire a vivere qui. Sarò affetta da esterofilia congenita, ma il familiare senso di nausea al rientro in patria non ha mai tralasciato di farmi visita, persino quando anni fa tornavo in Italia dalle tenebre della Bible Belt statiunitense e tanto più ora, al rientro dal mio quarto soggiorno nella Beautiful British Columbia, un posto di cui scommetto che molti di voi si innamorerebbero, avendone ogni ragione.

    Malinconia, tristezza e (notevole) angoscia alla prospettiva dell'ufficio lunedì a parte, sono magicamente riuscita a capitare a Vancouver in tempo per fare il bis della Cena Fighetta Al Golf Club del Patrigno, da cui sono in effetti appena tornata.
    Penso, quasi esattamente un anno fa, di essermi già schernita sul mio senso di inadeguatezza in occasione di eventi anche un pelo formali e in compagnia di gente ben più danarosa di me. Non mi ripeterò quindi, ma vi dirò che ho imparato la ricetta per sopravvivere a tutto, persino - appunto - a una cena in un Golf Club senza saper distinguere una mazza da golf da una da baseball e con un reddito da addetto alle pulizie.

    La soluzione è afferrare il primo bicchiere di Sauvignon Blanc della Nuova Zelanda che ti capita a tiro e tracannarlo praticamente alla goccia. Procedere quindi a sorridere esibendo anche i denti del giudizio e, all'occorrenza, zoppicare sino al bar e portarsi al tavolo anche un Cosmopolitan d'emergenza. Vi giuro che ho smesso di sentire l'imbarazzo, il freddo, la timidezza e anche le parole che mi volavano intorno. Sembravo nata per stare in un golf club.

    Al culmine della serata, mentre la riffa da 20 dollari a biglietto animava i tavoli intorno, ho pestato un gamberetto con il tacco e annegato accidentalmente il mio spicchio di lime nel bricco del latte (mentre intrattenevo un rapporto a tre con l'Earl Grey da una parte e la Grey Goose dall'altra). Mentre ancora guardavo inebetita la buccia verde che galleggiava e mi auguravo che nessuno avesse più bisogno del latte, diventavo misteriosamente la vincitrice del Table Prize del mio tavolo, contenente dolciumi assortiti e persino una gift card di Starbucks. Ho squittito di contentezza, realizzando di aver alzato la voce di un paio di ottave nel tentativo di mescolarmi agli strepiti dei donnini locali (un tripudio di Ohmygaaawd). Con il mio bottino, il mio sorriso, i miei tacchi al gamberetto e la mia sbronza, sono sopravvissuta anche a questo evento mondano e - a Dio piacendo - se ne riparlerà il prossimo Aprile.

    Per quanto riguarda invece questa magnifica città, se ne riparlerà molto prima, eccome.
    Auguratemi solo buon volo, perchè ne avrò bisogno: la KLM mi ha infilata nel sedile centrale e spero solo che abbiano cambiato i film rispetto a due settimane fa.

    Ci risentiamo dall'altra parte del globo, spero.
    lunedì, 13 aprile 2009

    Ma va-a-vancouver...

    Forse avrei potuto menzionare che mi trovo a Vancouver, in questo momento, per un dovuto e spero meritato riposo fisico e spirituale.

    A proposito di spiritualità, stamattina sono stata al battesimo della mia nipotastra sull'isola di Vancouver, a Victoria, e devo dire che qui i preti ci sanno fare. Per Pasqua, infatti, se accettavi il corpo di Cristo ti davano anche un palloncino. Gonfiato a Spirito Santo, presumo. La Chiesa anglicana è diventata presto un panorama degno di una scena di It, infatti.

    Nonostante la proposta allettante di un equo scambio Cristo-palloncino, comunque, ho preferito starmene seduta sulla mia panca di colleghi atei e agnostici trascinati dai parenti, a pensare stupidità e a ringraziare il Signore - se mai dovesse essercene uno che sia anche interessato al mio punto di vista - per avermi portata qui sana e salva nonchè, come sempre, per non avermi fulminata all'ingresso nella sua Casa questa mattina. Grazie mille e, se posso permettermi, siamo stati proprio stronzi a metterti in croce e a ricordarti mangiando cioccolata e inseguendo coniglietti (seriamente, ma questo Easter Bunny era anche lui sul Golgota?).

    P.s. nei paraggi di casa, qui, qualche giorno fa hanno trovato una donna smembrata a cui avevano pure fatto lo scalpo, mentre faceva jogging in un parco alle due del pomeriggio. Ora sì che mi sento tranquilla.

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (4)
    categorie: viaggi, attualità, vancouver
    mercoledì, 08 aprile 2009

    Morning Glory

    Non posso proprio spiegarvi il perchè di tutto quello che devo fare per lavoro, non in termini ragionevoli, ma a volte esso mi porta a situazioni paradossali e - perchè no - anche a qualche occasionale figura barbina.
    Ad esempio, non ho desiderio di spiegarvi la mia presenza saltellante, ieri mattina, in una corsia di supermercato a prelevare 6 confezioni di pannolini. Sappiate solo che era un motivo di lavoro. Serio. Già.
     
    Acchiappo l'ultimo pacco con le mani già piene, me lo ficco sotto un braccio e mi giro: dietro di me una mamma sulla quarantina, molto in carne, mi guarda ferma a bocca spalancata. Mille domande stampate sul faccione rubicondo e tutte indirizzate a me. 
     
    Non è la prima volta che devo svolgere un incarico simile e, in effetti, avere dei pacchi di pannolini mi conferisce sempre quella sinistra aria da ragazza madre single e disperata. Mi pare già di sentire il pianto di un bambino malnutrito in lontananza, con quei maledetti cosi in mano. Mi sento obbligata a schernirmi e borbotto "Oh io non ho bambini, è per lavoro!", mentre già sgambetto verso un'altra corsia a fare fotografie alla carta igienica (altra peculiare performance richiesta dalle mie mansioni).
    Di rimando quella mi urlacchia da lontano che lei ne ha quattro di bimbi, poverina, e le dico qualcosa di imbarazzante tipo "Caspita, la Pampers dovrebbe farle un monumento!" - me ne stavo già pentendo mentre le parole mi rotolavano dalla lingua. Quando provo a fare la disinvolta-spiritosa-accessibile-che-non-usa-parole-complicate sono sempre un penoso fallimento.
     
    L'involontario momento orrendo, però, è stato cinque minuti dopo alla cassa. Il cassiere è amico della mamma cicciottella. Si vede che lei fa la spesa lì spesso. Lei è prima di me, dopo avermi superata con mossa insospettabilmente felina: le madri con figli e le persone grasse sentono una specie di credito verso il mondo, e il diritto a speciali indulgenze. Come se il fato si fosse già abbastanza accanito su di loro. Potete immaginare il grado di self-assertion di una mamma grassa con bambino che le infila caramelle nel carrello quando non guarda.
     
    Sempre con la stessa aria da "Abbiamo già dato", sprona il figlio piccolo a svuotare il carrello - sin qui nulla di male - mentre a ogni gelato o sofficino o bottiglia di estathé che emerge dal medesimo scarica sul pupo un alito di affetto colpevolizzante ("Tutto per voi compro e io nulla". Già, poteva almeno regalarsi una spirale. Vent'anni fa).
    La mami si racconta due affari suoi col cassiere amico (i rapporti gioviali con i commercianti per qualche ragione mi irritano, specie quando si tiene salotto davanti a una coda che aspetta con l'auto in doppia fila e dei pannolini Junior sotto un'ascella) e poi sedereggia lentamente via con il pupo a rimorchio.
    Nel frattempo, i miei pannolini vengono battuti alla cassa, li guardo con il consueto imbarazzo ed esclamo - per prendere le distanze anche col cassiere - "Accidenti, sembra che abbia partorito una squadra di basket" facendo attenzione a scandire bene le parole, sempre preda del mio scarso talento alla disinvoltura.
     
    Il cassiere è girato altrove e, avendo mancato di cogliere il riferimento della frase, mi lancia un'occhiata ferina piena di odio stupito, e risentimento.
    Postulava naturalmente che parlassi della matronesca signora, dopo aver occhieggiato il suo immenso sederone. A nulla è servito puntare timidamente ai pannolini col ditino indice tremulo. Ormai ero catalogata come la "skinny bitch che non sa che sacrifici deve fare una mamma porcatroiaunpodirispetto". Il club della spesa delle 10 del mattino mi aveva messa alla gogna ed espulsa senza appello. Sentivo già una piccola ondata di indignazione borbottante alzarsi dalla coda di pensionati e mamme sfatte coi capelli unti. Non è questa la sede per dilungarsi in considerazioni su quanto indigeste siano le persone che prima di capire qualunque cosa, a scanso di equivoci, si offendono per partito preso.
     
    Il punto della faccenda è che così imparo ad usare un congiuntivo senza soggetto.
    Anzi, così imparo ad usare un congiuntivo in un supermercato. O un congiuntivo e basta.
    Anzi anzi, così imparo a non mandarci il mio capo a fare compere in quel Purgatorio mattutino.
    venerdì, 03 aprile 2009

    Panda in via d'estinzione? Bene!

    In questi giorni, compiendo un atto di inaudita audacia e hybris verso gli dei e i colleghi automobilisti, sono andata in auto al lavoro un paio di volte.
    Se la mia vita di ogni giorno dovesse diventare improvvisamente piatta e servisse mai una botta di movimento, dovrò ricordarmi in futuro di prendere l'auto più spesso.
     
    La mia macchina non ha l'autoradio, ma se l'avesse dovrebbe avere dentro una cassetta che non suona altro che il tema di Benny Hill*.
    La mia macchina, manco a dirlo, è una Panda vecchio tipo.
    La mia macchina può contare su tutti i più moderni comfort, come il motore, i sedili e il volante. Ha anche l'ultimissimo ritrovato: il freno. E i finestrini, anche se quello del guidatore non si apre, originando sempre simpatici balletti ai caselli e ai parcheggi col biglietto.
     
    A bordo del Pandoro, divento automaticamente una barzelletta sulle donne alla guida. E voglio raccontarvi l'ultima.
    Quando ho l'auto, ne approfitto quasi sempre per andare all'Ikea nella pausa, è una specie di imprinting.
    Tralascerò il momento in cui, tornando al parcheggio, ho visto la mia auto orribilmente sfregiata per poi realizzare con un tuffo al cuore che non era la mia. Troppo penoso.
    Tralasciamo per ora anche il fatto che oggi ho isolato due sintomi distinti di intossicazione da Ikea: l'improvviso e vorace bisogno di mensole e il pensare ossessivamente a quanto impiegherebbe il nostro cadavere per essere ritrovato, se nascosto all'Ikea in un armadio appartato dell'esposizione o cementato in un pilastro. Si, è un'idea un po' freak, ne convengo.
     
    Andare in auto mi piace, mi fa assaporare un'indipendenza nei movimenti di cui godo molto di rado, complice il fatto di aver preso la patente con grande comodo due anni fa.
    Complice l'inebriante senso di onnipotenza, mi sono avventurata a comprare un enorme specchio da un metro e sessanta per settanta centimetri. Praticamente una nana cicciona in pieno rigor mortis.
    Al parcheggio, faccio per ribaltare i sedili e staccare la cappelliera. Ma quest'ultima sembra fissata per legge di natura e non si schioda. I sedili restano come crocifissi, appesi alla cappelliera.
    Ora, dovete immaginare una tizia in un parcheggio deserto con una Panda con tutte le porte aperte e porzioni di specchio Ikea che sbucano da ogni orifizio; dovete anche immaginare che manchino 10 minuti alla fine della pausa. Ho avvicinato i primi passanti, una coppia, con un sorriso imbarazzato e gli occhi grandi da Bambi. Sono quindi rimasta a guardare i due, signore e signora, che mi trafficavano con l'auto, mi spostavano lo specchio su e giù, iniziavano persino a litigare tra loro su cosa fare con l'osceno catafalco. Il tutto mentre mi schernivo a cadenze regolari con "Vi ringrazio molto, mi sento così idiota". Nel frattempo una ventata di caldo subtropicale mi pezzava le ascelle e l'orologio avanzava implacabile ben oltre le 14.30.
     
    La morale della favola è che, in tre, non siamo riusciti a staccare la maledetta cappelliera e che, avessi avuto un'accetta o un coltellino Opinel, a quel punto avrei reciso le cordicelle che la tenevano su con mossa piratesca.
    Quello che invece ho fatto è stato annegare nell'umiliazione e tornare indietro, sfoderare un sorriso da Barbie Sbadata al banco dei resi e dire "Ooops ho sbagliato colore", per poi strisciare in ufficio con mezz'ora di ritardo.
     
    La vera morale della favola, però, si è svelata dieci minuti fa. Ho parcheggiato e, nello svuotare il bagagliaio, ho notato che la stronza cappelliera si era staccata da sola.
    Il meccanismo che la teneva in piedi ha ceduto con uno scossone, rivelando la sua natura malvagia e contro-intuitiva. Dopo brevi attimi di attonito silenzio nella quiete del mio box, ho tirato un calcio a una ruota posteriore. E mi sono pure fatta male.
     
    Il mio consiglio zen per oggi è dunque questo: leggete le istruzioni della vostra Panda, perchè - anche se vi sembra molto simile a un triciclo motorizzato privo di segreti di qualunque sorta - riuscirà ad escogitare abbastanza malizie per farvi fare tardi in ufficio, molestare le coppie nei parcheggi, rendere indietro i mobili all'Ikea dieci minuti dopo l'acquisto e, se va tutto secondo i suoi piani, riuscirà anche a fratturarvi un alluce. Parola mia. 
     
    *anche se dopo due settimane muterebbe in una nota raccolta di un celebre complesso britannico, e dovrei cambiarla
    dropped by: Shulypoo | link | commenti (4)
    categorie: guida, ikea, in giro, wtf
    giovedì, 02 aprile 2009

    Ammetto di avere un po' corso per le scale per fare quadrare bene le cose, ma ho avuto la sorprendente rivelazione di vivere a esattamente una Stairway to Heaven dalla stazione, dal momento in cui scendo dal vagone al momento in cui mi chiudo dietro la porta di casa.
    La cosa in un certo senso rende più interessante il mio tragitto quotidiano, mentre a colmarmi di raccapriccio, per estensione, è la nozione che venerdì prossimo sarò nei cieli dell'emisfero boreale per circa 90 Stairway to Heaven.
    Che è pur sempre meglio di 205 Macarene, ma resta lo stesso un'idea spaventosa.