About me, more or less

Utente: Shulypoo
Cromosoma XX, personalità indecisa e dubbiosa, amante dell'autoerotismo mentale, della musica rock, del sushi, degli anfibi e degli orsetti del cuore.

L'erotismo mi piace e lo vedo in tante cose. Forse ve ne accorgerete, ma non scambiatemi per ammiccante, ve ne prego.

Ripresami dalle mie brume esistenziali post laurea e dai vaneggiamenti matrimoniali, sono ora un'improbabile business woman con parecchi issues. Ma che questo non mi identifichi in alcun modo, vi prego. Aspirante groupie, passerei volentieri la vita a sperarla diversa.
Odio mordermi le guance. Ma proprio tantissimo.

Handle with care, perchè mi affeziono anche al cartone del latte e sono permalosissima.

Geeky, nerdy, plastic fantastic, the one you'll never need.
Amen.

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Mi rallegrano e compiacciono cose tipo...

svegliarmi e ricordarmi che posso dormire
le chitarre elettriche
il junk food, il sushi e il cibo indiano. Ma anche tutto il resto.
il piumino calduccio
l'umorismo surreale
le culotte
non reggermi in bus e far finta di fare surf
leggere i libri in una botta sola
i cavalieri dello zodiaco
la musicalità
le t-shirt buffe e witty
i calzini a strisce
chi è colto e non lo fa pesare
il ponte di chiatte al Porto Antico di Genova
il mio albero di natale
chi capisce al volo
i regali inattesi
le coccole sotto il piumino
questa faccina ":3" e questa ">.>;"
Londra
la lingua inglese
l'eccitazione
capire improvvisamente qualcosa
la novità
le pernacchie sulla pancia
la varietà linguistica
le cose pucciose e superdeformed
il cambiamento
ascoltare musica di notte
la sottigliezza
le opinioni decise ma non ostinate
comportarmi in modo inappropriato
sapere le cose senza Google
la gente easy going
le seghe mentali un po' costruttive
fare pace
i vecchi vinili
chi non serba rancore
forzare i miei limiti
ballare, da sola
la gentilezza a prescindere
gli anni '60 e '70 e la loro musica
la pulizia
non dover spiegare ciò che dico, specialmente le battute
la capacità di modularsi
apparentemente, anche saltare di palo in frasca :3

Mi rattristano e un po' irritano cose tipo...

i pallini sui maglioni
chi entra dall'uscita dei bus
la banalità, in tutto
i calendari coi culi
i peli incarniti
chi dice di non aver mai tempo e non fa un tubo
la polvere sulle dita, e i gatti impolverati
il vento e la pioggia insieme
le abitudini noiose, i loop, i pattern
i furbi, i Furby e i furry
le cose banalmente sexy
la mancanza di autocritica, di ironia, di curiosità
gli errori di grammatica e ortografia
la volgarità a sproposito (ma non le parolacce!)
il pitonato, lo zebrato, il leopardato e gli altri mali accessori alla menopausa
la gente che scrive "Hei!" invece di "Ehi!"
la pornografia camuffata da erotismo
la risata "Hihihihihi". Ha un che di satanico e idiota, usate le faccine piuttosto
le battutine a sfondo sessuale fatte a sproposito
chi racconta i casi suoi al telefono in bus, magari urlando
l'indefinitezza
le mode imbecilli, e le sedicenti modelle
la puzza di fumo
la poesia cheap
l’associazione soldi/mignotte/belle macchine
chi sputacchia quando parla
la “bella gente†e la "bella vita"
chi fa lo strano, l'incompreso, l'unico, l'originale a tutti i costi
sentirmi invisibile e a disagio
chi è più pigro di me
chi non si fa mai problemi e dovrebbe
il frastuono e la musica merdosa
chi parla addosso alla gente
chi non ascolta e pensa di aver capito
la sveglia
l'ignoranza compiaciuta
i consigli non richiesti, ma anche i conigli
gli egocentrici molesti
gli inappetenti cronici e chi fa tremila storie sul cibo
le donne fissate con le minchiate che non compensano con altre doti
gli uomini che pensano di far colpo coi soldi
le "k" al posto delle "c"
chi non sorride mai
smagliare i collant nuovi
chi non capisce, chi non coglie, chi non si sa adattare
le suonerie dei cellulari, la maggior parte
i deliri religiosi
il buonismo dettato da idiozia
rompere con qualcuno, causare tristezza
chi mi dice "cresci" senza poterselo permettere
i canditi

Solo un numero, e probabilmente sbagliato

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  • lunedì, 30 marzo 2009

    Blog più figo del 40%!

    Qualche anno fa mi sono laureata in scienze della comunicazione. L'eventuale utilità di questa mia impresa ai fini di una carriera ha ancora contorni sfuocati, in compenso sembra che tutti siano convinti che avrò un parere intelligente ed illuminante su qualunque cosa riguardi, appunto, la comunicazione. Intesa qui in senso esteso-estesissimo, pali del telefono e programmi della De Filippi inclusi.
    Il mio capo, sempre per fare esempi stupidi, sembra convinto che la mia laurea mi renda automaticamente una venditrice, cosa lontana in pari misura dai miei talenti e dai miei interessi.
    Si dà anche largamente per scontato che la pubblicità sia per “noi di comunicazione” una specie di seconda lingua, e che soprattutto ci piaccia da morire. La cosiddetta funzione “conativa” del linguaggio (cioè, in soldoni, comunicare per farti fare qualcosa) però, applicata al marketing mi provoca appunto dei violenti conati.

    Comincia sempre così: “Tu che hai fatto comunicazione...” e boom: il domandone da un milione di dollari. Quasi sempre un domandone completamente casuale a cui è impossibile rispondere intelligentemente o facendo una bella figura, peraltro. Domande, nel peggiore dei casi, che sarebbero meglio indirizzate a chi ha fatto economia o ha un battitore di cassa al posto del cuore, ammesso che le categorie siano distinte.

    Pur non avendomi donato specifiche competenze di facile monetizzazione, a Scienze della Comunicazione hanno di fatto aggravato – e munito di nuovi strumenti! - una mia tendenza naturale, quella ad analizzare oziosamente e spassionatamente le cose. Detto più delicatamente: non so fare un tubo, in compenso faccio molti pensieri inutili atti a sviluppare, talvolta, livelli di acuita consapevolezza, spesso dannosa per la mia pace mentale.

    E' buffo, ad esempio, il mio rapporto con la pubblicità: da un lato non posso più essere uno spettatore naif neanche se mi sforzo. Dall'altro, scelgo volontariamente – a volte – di farmi abbindolare, di voler credere in qualche promessa o almeno non postularne dall'inizio la malafede, anche quando buon senso e istruzione mi dicono chiaramente che sto pagando più il marketing del prodotto che il prodotto stesso, e che in effetti i contorni tra le due cose sono in qualche misura confusi.
    Sgamare questi trucchetti è spesso facile in modo disarmante: l'industria cosmetica, solo per fare un esempio che casualmente corrisponde anche con il mio lavoro, ne straripa.

    Quando ti compri un prodotto cosmetico, una cremina, uno shampino, quello che ti pare, insegui fondamentalmente due valori tanto ambiti quanto fondamentalmente impalpabili: bellezza e, secondariamente, giovinezza (sapete, quell'innaturale giovinezza che si pretende che le donne mantengano sino all'ospizio). Essendo entrambi concetti di difficile misurazione in senso assoluto (la giovinezza infatti è stata viscidamente svincolata dall'età anagrafica), è facile giocarci.

    Ne vedrete almeno 10 al giorno: lo shampoo che promette capelli “sino a 7 volte più lisci e sino a 10 volte più brillanti”.
    La crema viso simil-stucco che ti assicura “rughe attenuate e riempite sino al 40%” e “pelle più idratata sino all'80%”.
    Il miscuglione anti-cellulite che ti giura che avrai “sino a 3 cm in meno sul giro coscia”. La pillola prodigiosa che ti dà il 20% di ricrescita di capelli in più.

    E certo che li vogliamo i capelli più luminosi, la pelle meno rugosa, le cosce più snelle, ma sono io o manca praticamente sempre il termine logico di comparazione? Più luminosi di cosa? Più idratata rispetto a cosa? Non certo di un altro specifico prodotto.

    Quasi nessuno osa dire cose tipo “Nivea idrata 10 volte più di Dove”. In effetti non sono nemmeno sicura che sia legale in Italia, anche se all’estero è una strategia piuttosto comune.

    Il più a cui ogni tanto ci si spinge è presentare l’alternativa cheap al prodotto - di solito un prodotto di quindici anni fa e di sapore vagamente da Germania dell’Est – e ridicolizzarne le prestazioni in una prova comparata simulata. Sino a poco tempo fa, ad esempio, le pubblicità di assorbenti e pannolini ci marciavano. Quanti pranzi e cene abbiamo avuto rovinati dalla visione di flussi mestruali bluastri che si diffondevano a macchia d’olio su materassini di polimero superassorbente? Roba da rimpiangere le paracadutiste mestruate della Nuvenia.

    Un altro paradigma di presunta efficacia di un prodotto cosmetico sono i famosi “test di autovalutazione condotti su otto donne di cui una era mia sorella”. Buttateci un occhio, alcuni sono piuttosto ilari, abbastanza convincenti da farti rimettere sullo scaffale il prodotto che stavi quasi per comprare.

    Un trucchetto tanto palese da non poter essere neanche definito tale, ovviamente, è l'uso di immagini fuorvianti e non correlate, come distese di chiappe vergini che mai hanno visto un grammo di cellulite in tutta la loro esistenza e visi perfetti che genetica, impegno, data di nascita, Photoshop e a volte molti soldi hanno contribuito a creare. Questo però era così ovvio che lo sappiamo tutti, spero di non avervi offesi nel ricordarvelo.

    Ma torniamo al presente. In mancanza di termini di paragone ragionevolmente obiettivi e quantificabili, è praticamente possibile dire qualunque cosa senza che nessuno possa contraddirti, possibile per chiunque che ne abbia il desiderio e il denaro, produttori di qualità così come farlocconi con un budget pubblicitario indecente.Il competitor naturale del Pantene

    E’ chiaro che i tuoi capelli, se usi il Pantene, saranno visibilmente più lisci e pettinabili in una settimana, come ama ricordarci uno spot che spammano spesso (oh che allitterazione!) ultimamente. Certo signorina Surina che saranno più lisci. Un miracolo rispetto a quando mi lavavo i capelli con il Nesquik Syrup, ad esempio, o a quando lo facevo con la sabbia. O col nero di seppia.

    La pelle più idratata? Si, rispetto a quando non usi nessuna crema e vivi nel Gobi. Più tirata rispetto alla tua faccia in condizioni normali o a quel mascherone pietoso che hai il lunedì mattina? E non iniziamo neanche a parlare di come peso corporeo e centimetri di cosce e chiappe possano fluttuare amabilmente nel corso anche di una sola giornata, diventando di fatto misure abbastanza aleatorie.

    Non sto escludendo sistematicamente la possibilità che esistano prodotti cosmetici di qualità e – di fatto – in 26 anni e rotti di consumi sfrenati mi è anche capitato di trovarne. Non escludo neanche la possibilità, certo più remota, che i suddetti prodotti siano a volte anche quelli che riescono ad comprare/attirare l’attenzione dei media e del grande pubblico. Ma se la pubblicità può essere più spesso che no involgarita a Grande Reame dell’Aria Fritta, il settore cosmetico è il suo Friol ideale. E non ditemi che non ricordate il Friol.
    Poi certo, le pubblicità più brutte e assurde sono quasi sempre quelle delle automobili, ma questa è un'altra storia.

    Di tutto questo che cosa penso io? Distinguere i valori reali da quelli presunti, la realtà dalla pubblicità, la qualità dalla visibilità sono operazioni dannatamente complesse e probabilmente relativamente degne della nostra attenzione, a meno che ignorarne la distinzione non sia pericoloso per la salute come - citiamo un esempio correlato - lo strisciante e laido sdoganamento di molta chirurgia estetica, spacciata ormai per pratica quotidiana e innocua da aggiungere al carrello e comprare con un clic. E nemmeno a livello strettamente pubblicitario, ma - fatto più sinistro - culturale e sociale.
     
    Per il resto, suggerisco dal mio modesto punto di vista di fare il possibile per ignorare la maggior parte dei tentativi più smaccati dell'industria di farci consumare come hanno stabilito loro e decidere le nostre preferenze senza tenere in eccessiva considerazione gli investimenti pubblicitari che stanno dietro ai prodotti di consumo. Godersi quelle poche pubblicità ben riuscite che ogni tanto circolano e che raramente includono donne intente a misurarsi lo splendore tricologico o a verificarsi a vicenda l'idratazione cutanea o la tenuta degli assorbenti interni. Dopo tutto, se l'agenzia di comunicazione ha fatto un buon lavoro, il messaggio strettamente "pubblicitario" può essere tralasciato come una lisca fastidiosa e, più spesso all'estero che in Italia, circolano spot anche molto ben fatti.
     
    Ve lo dico non perchè mi ritenga un'esperta con un astuto sguardo professionale, o perchè io sia in grado di operare tale discernimento con naturalezza. Ve lo dico perchè temo che a guardare la pubblicità credendo davvero in quello che dice ci si rincoglionisca. E di brutto.
    Potrei raccontarvi, per edificarvi, la storia di quel Presidente del Consiglio che vide la pubblicità della Vodafone che mostra pizze, autobus, valigie e cazzi (i cazzi no, aspetta) ingranditi del 20% per promuovere una nuova ricarica e poi, dopo averci buttato sopra una pepata di cozze avariate, il mattino dopo se ne venne fuori con un piano casa esilerante dai connotati orribilmente simili...
    sabato, 28 marzo 2009

    United States of Shuly

    Circa un paio di mesi fa è iniziata una nuova serie, che vi raccomando di tenere d’occhio, chiamata The United States of Tara, con Toni Collette nei panni di una madre amorevole afflitta da personalità multiple. Bei personaggetti ben studiati, dialoghi scorrevoli e buon assortimento di comedy-come-piace-a-me con qualche stereotipo-un-po'-atipico-grazie-a-dio e drama-non-strappalacrime. Ad averlo ideato e in gran parte scritto è la simpatica sceneggiatrice ed ex stripper Diablo Cody-quella-di-Juno e, per buona pace di tutti, Tara è prodotto da Stephen Spielberg.
     
    Non è proprio di Tara che intendo parlarvi, o del suo volteggiare disinvolto tra la sua vera identità e quella di inquietante casalinga anni ’50 con una torta sempre in forno e le pantofoline di pelo col tacco, quella di sedicenne un po’ zoccola che saccheggia l’armadio della figlia adolescente e si fa tatuare “Slut” sul pube a caratteri cubitali, o quella di motociclista rozzo (maschio pure), sbevazzante e tabagista, convinto di aver perso il pisello in Vietnam.
    Non intendo parlarvene nel dettaglio, no. Quello che invece mi ha ispirata è l’espediente che questa serie adopera ogni volta che Tara cambia personalità, di solito a seguito di percosse emotive di varia entità, e lascia che sia un’altra se stessa a gestire la situazione – o a sabotarla con esiti disastrosi. Nei momenti di transizione, il sonoro diventa confuso e incomprensibile, quasi come se ci trovassimo sott’acqua. Qualche attimo di offuscamento e poi reset, via con una personalità nuova.
    Quello delle personalità multiple non è un tema particolarmente inedito – anzi è sdoganato spesso nella fiction e con contorni di realismo (anche in quest serie) sempre piuttosto sfumati – e quello della confusione rappresentata con rumori ovattati e sfocatura delle immagini non è un espediente audio-visivo troppo originale, ne convengo. Pensate che sono lo stesso riusciti a farne una gran bella serie, quindi, e meravigliatevi una volta di più.

    Soprattutto, e qui giungo al punto, penso a Tara che cambia personalità ed è il primo esempio che mi viene in mente per descrivere il mio stato d’animo di questi ultimi tempi. I momenti subacquei e sfuocati si fanno spiacevolmente frequenti e, non avendo la consolazione di una psicopatologia affascinante e rara, mi riaggrappo a quella boa inutile e ostinata che è la mia salute mentale.

    Avere un cervello più o meno funzionante e “sano” a volte è di consolazione quanto il sedile galleggiante degli aerei di linea. Pratico e utile, d’accordo, un gadget davvero rimarchevole… ma galleggiare nell’Atlantico a migliaia di chilometri da riva alla fine non ti aiuta granché.

    Sarebbe bello se, quando sento i suoni dell’ufficio farsi ovattati e confusi per l’ennesima volta nella surrealtà lavorativa quotidiana, potessi finalmente sbroccare del tutto e indossare una personalità nuova di zecca. Magari una passivo-aggressiva in grado di inculcare sensi di colpa in chi cerca di abusare di me. Magari un'arrivista motivata all'iperlavoro da qualche strana rotella fuori posto. Una remissiva e docile, che ne so. Una stronza deliberata e consapevole. Anche tutte queste personalità a rotazione.

    Qualunque cosa per smettere di essere un relitto umano dissociato dalla propria vita e in stato di semi-perenne disgusto, disperazione e alienazione.
    Sapete che personalità vorrei che sbucasse? Quella di Patrick Bateman.
    Si, Patrick affronterebbe i lunedì mattina molto meglio di me.
    dropped by: Shulypoo | link | commenti (5)
    categorie: tv , pensierini noiosi
    giovedì, 26 marzo 2009

    Nugae

    Non credo che mi spingerò mai al puro orrore di portare una Moleskine sempre con me, gesto alquanto kitsch per il 2009, ma a volte ti imbatti in piccole sciocchezze di cui vorresti portare con te almeno il ricordo. Ideuzze, dettagli, frasi altrui, spunti di varia natura.

    Grazie al cielo, Alzheimer e arteriosclerosi se ne stanno ancora alla larga e conservo qualche ricordo incastrato tra le sinapsi. Tuttavia, per correre ai ripari con un certo anticipo, è bene che inizi a fissare in forma scritta almeno qualcuna di queste briciole.
     
    Per curiose circostanze e combinazioni, ad esempio, ieri è rispuntato come un funghetto il ricordo di questa coppia di sconosciuti accanto a cui mi trovavo circa tre anni fa, al binario 8 della stazione di Genova Brignole.
    Da pendolare del sesso quale ero all'epoca, aspettavo il mio bravo Intercity e scoprivo con disappunto che avevo l'iPod scarico ancora prima di partire. Eppure sentivo lo stesso Paul McCartney. E non nelle cuffie. Forse ero diventata la versione divertente di Giovanna D'Arco? Convenni che la voce nella mia testa stava facendo proposte interessanti. Facciamolo in strada. Nessuno ci guarda. Facciamolo in strada. Giratelo in inglese, e diventa una track piuttosto famosa del White Album, la cui ignoranza sarebbe illegale in un paese governato da me - se posso puntualizzare.
    Dopo qualche istante confuso, alzai lo sguardo dalla punta degli anfibi e vidi che a cantare quella laida e stuzzicante proposta era in effetti un normalissimo ragazzotto della mia età. In pubblico. Alle due del pomeriggio. Ad alta voce. Uguale precisa all'originale. In faccia alla sua bella che stava per partire, come era evidente dal broncetto di entrambi. Totalmente incurante di vecchie, bambini e occhiatacce, questo ragazzo divenne in pochi secondi il fulgido eroe di un sabato pomeriggio qualunque e si scavò un posticino tutto suo nella mia memoria.
     
    Al diavolo i fiori e i gioielli, sarò una testolina bacata ma questo sì che è romantico - pensai e penso tuttora.
    Se il novello Paul avesse continuato a cantare un altro po', probabilmente per strada sarebbe finito a farlo davvero. Ma con me, mentre la sua honey pie andava a Milano.
    dropped by: Shulypoo | link | commenti
    categorie: musica, ricordi
    lunedì, 16 marzo 2009

    Potete convenire con me del fatto che una settimana cominciata ascoltando l'equivalente di 30 minuti di We Are The World messa in loop come musichetta di attesa di un call center, il tutto prima delle 10 del mattino ... beh, non inizia sotto i migliori auspici.

    Non so voi, ma ho sentito "we are the childreeeen" così tante volte che sono tentata di entrare in un asilo e fare una strage con un lanciafiamme. O almeno prendere un bimbo e fargli gli spilli al braccio, ecco.

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (9)
    categorie: cose irritanti
    sabato, 07 marzo 2009

    Take a cha-cha-cha-chance...

    Pssst!  Se dico al mio blog che ha appena compiuto due anni, quello corre allo specchio a controllarsi le rughe e poi mi fa una testa così tutto il giorno.

    Acqua in bocca gente, acqua in bocca...

     

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (11)
    categorie: genki moments
    giovedì, 05 marzo 2009

    Eternal reader of a revolutionary Kate

    Quando avevo 15 anni Kate Winslet mi stava sulle balle.
    Era tettona, era grande, e uccideva Leonardo Di Caprio costringendolo a farsi il bagnetto nell’Atlantico a temperature artiche.
    Quella gran vacca, non paga, ne lasciava anche andare il corpo (ormai della consistenza di un Calippo), che ho visto allontanarsi come un piombo verso le profondità marine infinite volte, spesso in lacrime. Questo non prima di averci costretti a guardarla sbaciucchiare l’implume DiCaprio per tre ore di film, inclusa la turpe scena nella macchina, quella con la manata sul vetro pieno di condensa.
    Insomma, per me Kate Winslet rappresentava il male, l’odiosa rivale, e quando non vinse l’Oscar per Titanic sogghignai compiaciuta, da brava nana rancorosa che ero.
     
    Un sacco di mali hanno una cura e dall’adolescenza sono per fortuna guarita, malgrado occasionali ricadute.
    La mia prospettiva è cambiata più o meno su tutto e il concetto include anche la brava Kate, che negli anni ha accumulato un numero cospicuo non tanto di riconoscimenti e premi (parecchi anche quelli, comunque) ma soprattutto di ruoli interessanti, di scelte discontinue e a volte bizzarre.
     
    Non ho visto proprio tutti i film con la Winslet, lo ammetto, ma ovunque l’abbia vista fare capolino, non ne sono rimasta delusa
    Se vogliamo risalire alla preistoria del 1994, l’ho amata ad esempio nei panni dell’adolescente psicotica di Heavenly Creatures, filmetto parecchio originale di Peter Jackson pre-LOTR assolutamente non esente da abbondanti pennellate saffiche.
    Mi ha commossa nei numerosi film in costume che ha girato (tra cui Sense and Sensibility, che mi ha fatto scoprire che le storie della Austen mi deliziano nella stessa misura in cui non tollero i loro personaggi), senza contare che gli abiti d’epoca le stanno da dio perché dalla sua ha quel visetto un po’ pieno e tondeggiante che la distingue abbastanza bene dalla media da Barbie di Hollywood e che un po’ la fa sembrare un’attrice di altri tempi.
    Se vogliamo aggiungerlo, la Winslet muore benissimo. L’ho vista schiattare con grazia nei panni dell’Ofelia shakespeariana, vessata dai folli vaneggiamenti di Kenneth Branagh che interpreta se stesso che interpreta Amleto. Muore niente male in Quills, film di otto o nove anni fa che mi aprì alla lettura del Marchese De Sade (a cui mi chiusi poco dopo peraltro) e mi fece anche stare un po’ male di stomaco.
     
    Più di recente, è stata protagonista di almeno tre film che valgono decisamente la visione e in cui sono riuscita a immedesimarmi con intensità patologica. Sapete no, quei film che vi cambiano la vita per almeno almeno un’ora, come sanno fare – nel bene e nel male – anche certi sogni?

    Scommetto che molti di voi avranno sentito parlare di – arrossisco – Se Mi Lasci Ti Cancello, ennesima improponibile traduzione di un titolo ben più poetico (citazione da Alexander Pope) ed esplicativo. Non credo di essere la prima o l’unica a voler infliggere torture esotiche a chiunque si occupi di tradurre i titoli dei film in Italia, in quel modo tipico nostrano atto ad eliminare qualunque traccia di poesia, brevità, indefinitezza e volto a cercare l’immediata comprensione di un pubblico modello di cercopitechi.
     
    Eternal Sunshine of a Spotless Mind postula l’esistenza di pratiche mediche fantascientifiche, come la cancellazione selettiva della memoria, per un effetto complessivo che però è tutt’altro che surreale e anzi, sa di dejavu su ogni storia finita che ci siamo lasciati alle spalle, con magari il dubbio che – chissà – in circostanze diverse sarebbe potuta andare meglio.
    Quello che ho trovato particolarmente realistico, in effetti, non sono tanto la rabbia e il desiderio di dimenticare l’altro – alquanto umani e condivisibili, peraltro - quanto il realizzare che in ogni caso ne è valsa la pena e che conviene tenersi stretti tutti i propri ricordi, sia quelli più teneri che quelli legati ai periodi peggiori.
    Il tutto ovviamente non è raccontato nel modo sonnifero che sto usando io per sintetizzarvi la trama, ma con un intreccio che gioca con lo spazio e il tempo, con la realtà e il sogno e che ha come sola marca temporale il colore cangiante dei capelli di Kate Winslet.
    Detto in altre parole, Eternal Sunshine appartiene a quel filone poco nutrito ma molto amato di film che non ti hanno detto tutto dopo cinque minuti e non ti permettono di fare vere previsioni su come andranno a finire, film strutturati come puzzle che richiedono una visione completa sino all’ultimo minuto, possibilmente senza perdersi un secondo.
    Il finale, tenero e amaro senza essere negativo, ha come ultima battuta l’ “Ok” meglio piazzato che abbia mai sentito. Non tralasciamo poi l’ottimo cast, con Jim Carrey che più passa il tempo e più lo stimo  la mutevole Kate insieme nei panni di un'ex-coppia disfunzionale, il precisino un po’ rigido e la ribelle spirito libero. Se non lo avete ancora visto e se il mio parere ancora non fosse chiaro, io penso proprio che dovreste. A raccontare il classico boy-meets-girl e lo sbocciare di grandi amori è bravo un qualunque pirla, ma per inventarsi una storia come questa e raccontarla senza mai cadere nel patetico o nel melenso ci vuole gente in gamba, perizia che in effetti è stata premiata con l'Oscar alla Sceneggiatura, a suo tempo. Se avete uno straccio di storia finita alle spalle, poi, scommetto che Eternal Sunshine potrebbe anche commuovervi senza grandi sforzi.
     
    Non del tutto a caso, si parla di problemi di coppia e di identità anche nel recentissimo Revolutionary Road, che ha il merito immediato di rimettere insieme Di Caprio e la Winslet dopo più di 10 anni da Il Transatlantico più Pazzo del Mondo* (chissà com’è sfuggito ai nostri traduttori?).

    Il secondo merito è quello di darci una storia sinistramente attuale, che trascende l’ambientazione statunitense da anni ’50: illudersi di essere speciali e diversi dagli altri, credere di aver trovato qualcuno di speciale come noi, invischiarsi esattamente nel tipo di vita che si è sempre disprezzato e non riuscire a sfuggire al loop desolante di ipnotica mediocrità quotidiana.
    Quindi o diventare un altro bravo asinello perso dietro alla carota che gli penzola davanti al muso o non reggere più e soccombere. Il crollo delle illusioni, la perdita dell’innocenza, la società che ammazza l’individualità, il sistema che te lo mette in quel posto: chiamatelo come vi pare, ma Revolutionary Road declina tutto questo e nient’altro che questo, prendendo spunto dal microcontesto di una coppia risucchiata nella vita borghese di provincia.
     
    Lei coltiva grandi sogni di gloria tristemente non supportati da vero talento (Kate Winslet interpreta un’aspirante attrice che non sa recitare, tortuoso vero?) e pensa che scappare tutti all’estero in cerca di imprecisata fortuna in qualche modo risolverà i suoi problemi e quelli del marito che, ormai quasi trentenne, non ha ancora capito che vuol fare da grande, e intanto si spegne ogni giorno di più dietro a una scrivania, a declamare inutili lettere commerciali a un dittafono, vicino a dimenticarsi di quanto speciale doveva essere la sua vita, quando la sognava da più giovane con lei.
    La moglie riesce a scuoterlo dalla sua indolenza per un breve e folle periodo, si fanno progetti di nuovo, volano dichiarazioni di amore e stima, grandi scopate sul ripiano della cucina, sembra di essere finalmente vivi. Ma la gabbia si richiude: la promozione inattesa di lui ci mette un bel lucchetto, la terza gravidanza di lei butta via la chiave. Iniziano i litigi, le accuse, i tradimenti. Lui decide di riassopirsi nella rat race del lavoro e dei bisogni materiali, lei fa un’altra scelta.
     
    Insomma, non è così che pensavamo che sarebbe andata tra Jack e Rose se avessero potuto stare insieme, eh?
     
    Attribuitemi pure qualche schizofrenia, ma mi è difficile non trovare punti in comune sia con lui che con lei. Molti si vedranno nei panni del sognatore insofferente per cui la normalità non è abbastanza, perché è meglio degli altri o almeno ne è convinto; molti si metteranno nei panni di chi pensa che dopo tutto un po’ di insoddisfazione esistenziale sia la condizione media e cerca di scavarsi una nicchia comoda nella vita di ogni giorno, per tirare avanti e rispondere a bisogni più concreti, con cui ci si può distrarre tanto bene.
    Personalmente, oscillo tra l’una e l’altra cosa con grande rapidità, perché - anche se distribuiti nella narrazione su due personaggi - credo che i malesseri di cui si parla siano tipici dell’individuo e forse, azzardo, più acuti nella fascia d’età dei late 20s in cui mi trovo io con tanti amici, amori ed ex-amori, col "bimbo interiore" non ancora pugnalato a morte dalla tossicodipendenza da stipendio di fine mese, ma lo stesso pesantemente intossicato dal veleno della vita da schiavo/lavoratore e schiacciato da nuove responsabilità a lungo ignorate.
    Il film propone una soluzione? Nemmeno per scherzo. Se l’avesse trovata, del resto, gran parte del ceto medio di tutto il mondo occidentale potrebbe mettersi l’anima in pace, invece di lasciare la sala con il sopracciglio corrugato e un improvviso spasmo di disgusto per la propria vita.
    Direte che vedo un po’ nero? Abbiate pazienza, oggi sono più Kate che Leo.
     
    Per ricongiungerci al tema iniziale, ovvero le multiformi imprese della bella britannica Kate, vi ricordo che l’Oscar che ha vinto qualche giorno fa - il vero pretesto con cui ho scritto questo post - non l’ha vinto né come Clementine che come April, le due dubbie eroine dei due film che vi ho raccontato.
    Cosa dirvi di The Reader, che si cimenta con le complesse sfumature che segnano il limite tra buono e cattivo, colpevole e innocente, storia personale e storia del genere umano?
    In primissimo luogo, che qualunque cosa sia successa al seno di quella povera donna, spero non accada mai a me (il gap col nudo frontale di Titanic era desolante).
    In secondo luogo: è vero, all’Academy piaci soprattutto se fai un ruolo che avvilisce la tua bellezza e giovinezza.
    In terzo luogo, Oscar meritatissimo in ogni caso e su tutta la linea.
    Le storie davvero interessanti sono probabilmente quelle che esplorano le tante zone grigie dell’animo umano e in The Reader siamo portati a simpatizzare per una carnefice di Auschwitz, una ligia sorvegliante spogliata di ogni forma di empatia verso le sue vittime da un’ottusa obbedienza alle regole, un mostro inconsapevole e stranamente innocente. Perché, come il giovane protagonista, l’abbiamo conosciuta prima come donna misteriosa, capace di cure ed affetto, in grado di commuoversi ascoltando un coro di voci bianche e affascinata come una bambina – una bambina adulta e sensuale però – ascoltando le storie che le vengono lette a voce alta.
     La faccia della Winslet mentre si fa leggere la mia recensione
    I più realistici costrutti sociologici elaborati per spiegare il male e chi lo compie, specialmente in relazione all’Olocausto, ci portano tutti all’allarmante conclusione che non esiste praticamente nessuno che sia totalmente incapace di compiere gesti abominevoli, date certe circostanze. Lontano dall’essere un discorso assolutorio per chi si è macchiato di crimini orrendi, dona maggiore profondità a molta storia recente e probabilmente ci arricchisce della consapevolezza che il Diavolo non ci sarà pure, ma tutti possono comportarsi in modo diabolico, noi inclusi, anche senza averne l’aria, la consapevolezza o l’intenzione.
    Su questo tema, per combinazione, sono finita anche a dare un esame all’università qualche era fa ma, oscuri librazzi a parte, The Reader ne è un’ottima sintesi.
    Il bello, e il tragico, di questo film è che non c’è redenzione, non c’è catarsi, non ci sono personaggi che non abbiano qualche colpa e che escano puliti dalla storia. Particolare, almeno per un film da Academy Awards, l’idea di abbozzare una tematica poco esplorata, cioè la difficoltà di essere tedeschi dopo le guerre mondiali, con quell’eredità pesante ed impegnativa con cui fare i conti.
     
    Sarebbe bello poter sempre classificare i film in base alla prima faccia che fai quando iniziano i titoli di coda. The Reader è una di quelle pellicole che ti fanno aprire la bocca un paio di volte pensando di stare per dire qualcosa che ne sintetizzi l’essenza. Ma dopo che hai aperto la bocca quel paio di volte e sei solo riuscito a sembrare convincentemente una carpa, ti viene solo da tamponare l’umidiccio dell’ultima lacrima versata al buio e dire “E’ maledettamente triste”.
     
    Va bene: volevo celebrare la meritata vittoria di Kate Winslet agli Oscar e magari darvi un paio di consigli per una serata o due di pop corn & giggles. In realtà, sono riuscita a mettere un certo numero di personali turbe in relazione con tre belle storie che quest’ottima attrice ha avuto la fortuna, l’accortezza e l’abilità di interpretare. Poco male, non so quanti di voi siano arrivati vivi sin qui in ogni caso.
    Se comunque volete un filmetto idiota, la Winslet ha fatto anche quello: The Holiday, toh, in cui si scambia la casa con Cameron Diaz e, mentre quella si fa Jude Law, a lei capita di farsi Jack Black. Quindi in effetti ha poco della commedia anche questo. Fate finta che non ve l’abbia accennato. Suvvia, riuscirete a farvi una bella serata anche senza ridere come imbecilli.
     
     
     
     
     
    *grazie per lo spunto, tu-sai-chi J
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    categorie: donne, film