About me, more or less

Utente: Shulypoo
Cromosoma XX, personalità indecisa e dubbiosa, amante dell'autoerotismo mentale, della musica rock, del sushi, degli anfibi e degli orsetti del cuore.

L'erotismo mi piace e lo vedo in tante cose. Forse ve ne accorgerete, ma non scambiatemi per ammiccante, ve ne prego.

Ripresami dalle mie brume esistenziali post laurea e dai vaneggiamenti matrimoniali, sono ora un'improbabile business woman con parecchi issues. Ma che questo non mi identifichi in alcun modo, vi prego. Aspirante groupie, passerei volentieri la vita a sperarla diversa.
Odio mordermi le guance. Ma proprio tantissimo.

Handle with care, perchè mi affeziono anche al cartone del latte e sono permalosissima.

Geeky, nerdy, plastic fantastic, the one you'll never need.
Amen.

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Mi rallegrano e compiacciono cose tipo...

svegliarmi e ricordarmi che posso dormire
le chitarre elettriche
il junk food, il sushi e il cibo indiano. Ma anche tutto il resto.
il piumino calduccio
l'umorismo surreale
le culotte
non reggermi in bus e far finta di fare surf
leggere i libri in una botta sola
i cavalieri dello zodiaco
la musicalità
le t-shirt buffe e witty
i calzini a strisce
chi è colto e non lo fa pesare
il ponte di chiatte al Porto Antico di Genova
il mio albero di natale
chi capisce al volo
i regali inattesi
le coccole sotto il piumino
questa faccina ":3" e questa ">.>;"
Londra
la lingua inglese
l'eccitazione
capire improvvisamente qualcosa
la novità
le pernacchie sulla pancia
la varietà linguistica
le cose pucciose e superdeformed
il cambiamento
ascoltare musica di notte
la sottigliezza
le opinioni decise ma non ostinate
comportarmi in modo inappropriato
sapere le cose senza Google
la gente easy going
le seghe mentali un po' costruttive
fare pace
i vecchi vinili
chi non serba rancore
forzare i miei limiti
ballare, da sola
la gentilezza a prescindere
gli anni '60 e '70 e la loro musica
la pulizia
non dover spiegare ciò che dico, specialmente le battute
la capacità di modularsi
apparentemente, anche saltare di palo in frasca :3

Mi rattristano e un po' irritano cose tipo...

i pallini sui maglioni
chi entra dall'uscita dei bus
la banalità, in tutto
i calendari coi culi
i peli incarniti
chi dice di non aver mai tempo e non fa un tubo
la polvere sulle dita, e i gatti impolverati
il vento e la pioggia insieme
le abitudini noiose, i loop, i pattern
i furbi, i Furby e i furry
le cose banalmente sexy
la mancanza di autocritica, di ironia, di curiosità
gli errori di grammatica e ortografia
la volgarità a sproposito (ma non le parolacce!)
il pitonato, lo zebrato, il leopardato e gli altri mali accessori alla menopausa
la gente che scrive "Hei!" invece di "Ehi!"
la pornografia camuffata da erotismo
la risata "Hihihihihi". Ha un che di satanico e idiota, usate le faccine piuttosto
le battutine a sfondo sessuale fatte a sproposito
chi racconta i casi suoi al telefono in bus, magari urlando
l'indefinitezza
le mode imbecilli, e le sedicenti modelle
la puzza di fumo
la poesia cheap
l’associazione soldi/mignotte/belle macchine
chi sputacchia quando parla
la “bella gente†e la "bella vita"
chi fa lo strano, l'incompreso, l'unico, l'originale a tutti i costi
sentirmi invisibile e a disagio
chi è più pigro di me
chi non si fa mai problemi e dovrebbe
il frastuono e la musica merdosa
chi parla addosso alla gente
chi non ascolta e pensa di aver capito
la sveglia
l'ignoranza compiaciuta
i consigli non richiesti, ma anche i conigli
gli egocentrici molesti
gli inappetenti cronici e chi fa tremila storie sul cibo
le donne fissate con le minchiate che non compensano con altre doti
gli uomini che pensano di far colpo coi soldi
le "k" al posto delle "c"
chi non sorride mai
smagliare i collant nuovi
chi non capisce, chi non coglie, chi non si sa adattare
le suonerie dei cellulari, la maggior parte
i deliri religiosi
il buonismo dettato da idiozia
rompere con qualcuno, causare tristezza
chi mi dice "cresci" senza poterselo permettere
i canditi

Solo un numero, e probabilmente sbagliato

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  • sabato, 28 febbraio 2009

    Aftermath

    E insomma, nella serata di ieri mi sono trovata a fare alcune cose che non avevo mai fatto:

    1. trasformare l'assenzio in amaro Averna, in un'impresa paracristologica da B movie
    2. bere una birra, precisamente una Du Demon da 12 gradi (ci voleva solo una bella ragazza a convincermi a bere una birra)
    3. imbelinarmi (trad. ruzzolare) per terra dando una consistente botta con lo stinco sinistro e appendendomi a due passanti. Il livido, ora di un bel color vinaccia prima di procedere verso l'intero spettro cromatico, saluta i lettori
    4. toccare un bel paio di tette che non appartenevano a me, causando la sosta interessata di una camionetta dell'Amiu genovese
    5. misteriosamente, mi sono trovata una Lucky Strike in bocca. E poi pure un'altra. E sono la persona che odia più il fumo al mondo. Ma da brilli si diventa solidali e ancor meglio disposti verso il mondo
    6. svegliarmi con installata nelle sinapsi l'Imperatrice di tutte le emicranie, detronizzata a botte di Advil, la droga d'oltreoceano che fa tanto bene e placa ogni dolore
    7. sollevare per un po' dalla mia testa quella fitta coltre di nubi esistenziali che mi attanaglia da un bel po'

    Che mi ero persa in 23 anni da astemia, eh?
    Ammetto il mio autentico stupore nell'assaporare certi piccoli e concessi divertimenti per la prima volta, pochi mesi prima del mio ventisettesimo genetliaco.


    P.s. ai miei pochi stakeholders, ovvero amici e parenti preoccupati: no, non sto diventando un'alcolizzata e no, è ancora più campato in aria pensare che ora inizierò a fumare. It's just (relatively) healthy and much needed fun. :-)
    mercoledì, 25 febbraio 2009

    Spero non mi abbiate pensato, ma è caduto un altro aereo.

    A Schiphol, dove sono atterrata 8 volte negli ultimi 10 mesi.

    Sospiro, mi mangiucchio le mani, e mi intristisco parecchio.

    E noto che i Boeing 737-800 sono quelli che usa la Ryan, anche se l'aereo era della Turkish Airlines.
    Sono temporaneamente paralizzata dalla caga.

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (8)
    categorie: attualità, wtf
    mercoledì, 18 febbraio 2009

    Nel blu dipinto di blu

    Ho un nome piuttosto comune, Silvia, anche se in effetti mi piace molto.
    Se mi presento a una festa affollata, però, sono alte le chance che il mio nome finisca dimenticato, o comunque non rimanga ben associato alla mia persona.

    Dicono che un ottimo metodo per superare questo problema sia associare il proprio nome e la propria persona a strani dettagli che rimangono impressi. Hobby, tic, parafilie inconsuete. Malformazioni affascinanti, precedenti criminali. Cose così.

    Facciamo una prova.
    "Molto piacere, sono Silvia e trascorro interi pomeriggi a leggere di incidenti aerei su Wikipedia. Il tuo freak alert ti sta già suonando in testa? Sappi anche che volo di frequente e ne sono terrorizzata, e questa informazione ti permetterà di trarre le dovute conclusioni sulla bassa quota a cui vola il mio Q.I.".
    Piuttosto convincente, no? Per combinazione, è anche del tutto vero.

    Sul serio gente, non posso certo dire che come argomento "mi piaccia". Mi orripila. Mi sconcerta. Mi spaventa. E ne sono attratta come una falena.
    Vi dirò di più, mi garantisce una scorta di aneddoti interessanti a cui pensare al decollo o - a scelta - condividere con qualcuno che è turbato dalla sola idea di volare. Per rassicurarlo, capite. Per fargli capire, chessò, che è improbabile che il pilota intenda far condurre l'aereo al suo figliolo quindicenne, in modo che questo inavvertitamente disattivi il pilota automatico facendo virare l'aereo di 90° rendendolo incontrollabile (Volo Aeroflot 593, A.D. 1994).
    Che difficilmente ci troveremo i motori intasati dalle ceneri di un'eruzione di un vulcano indonesiano (Volo British Airways 9, A.D.1982).
    Che è ormai scontato che nessuno pensi di aver fatto il pieno in galloni invece di litri, e realizzi di non avere più carburante a 11.000 metri di quota nel mezzo del Canada (Volo Air Canada143, A.D.1983).
    Che l'aereo si scoperchi nei cieli delle Hawai (Volo Aloha Airlines 243, A.D.1988).
    Che un genio che sta per essere licenziato dalla compagnia aerea progetti di uccidere i piloti a martellate prima di far schiantare l'aereo e far intascare ai suoi i soldi dell'assicurazione (Volo Fed-Ex 705, A.D.1994).

    Che avere un incidente resta possibile, perchè la sfiga esiste, motivo per cui non sarò mai interamente a mio agio su un aereo (almeno quanto non lo sono su un'auto, peraltro). Resta però una ragionevole, ragionevolissima speranza di farcela, ragion per cui - pur pronta a sobbalzare di terrore a ogni scossa inaspettata - tutto sommato non lascio che la mia paura diventi una fobia e so anzi simulare grande sicumera a bordo.
    Insomma, la freak che consulta Wikipedia in fondo ha le sue motivazioni. Spera vi ricorderete il suo nome. Magari non la prossima volta che cade un aereo (che dio ce ne scampi, tiè), ma almeno quando vi delizierò con i miei aneddoti alla prossima festa.

    mercoledì, 11 febbraio 2009

    O tempora...

    Pensavo fosse già un segno dei tempi bizzarri la gioia che dovrei provare, stando a più o meno qualunque interlocutore, nel conservare un lavoro che non mi piace e non mi paga a sufficienza.
    Perchè almeno c'è, e almeno è stabile.

    Ma, a un livello diverso, quanto sono balordi i tempi per farti provare una specie di emozione paragonabile al sollievo* nel momento in cui una povera donna costretta a una vita da vegetale per quasi 20 anni finalmente viene rilasciata da questa pietosa condizione?
    Perchè almeno quella massa di stronzi ora, forse, fosse anche solo per rispetto ai defunti, starà zitta.
    Starà zitta vero?

    * in effetti per definire questa sensazione ci vorrebbe una parola nuova, se Douglas Adams non l'ha infilata a suo tempo in The Meaning of Liff

    giovedì, 05 febbraio 2009

    *coglione*coglione*coglione*

    L'idea di un'invenzione simile un po' mi diverte e un po' mi raccapriccia.
    Pensateci: un impianto sotto pelle che ti proietta sulla fronte quello che stai pensando, in simpatiche scritte scorrevoli.

    Sapere che qualcosa del genere non esiste ancora e - sperabilmente - non esisterà mai, mi dispiace un po'.
    Se tutti in ufficio ne avessimo uno installato, infatti, il nostro capo avrebbe potuto leggere con chiarezza una fila di "Coglione" scorrevoli sulle nostre fronti quando, qualche ora fa, ha dichiarato sbattendo i pugni sul tavolo che "Io ho sempre ragione". Oh si, lo ha detto davvero! E l'unanimità sarebbe stata tale che, forse, per un solo attimo prima di incazzarsi, avrebbe quasi sospettato che ragione l'avessimo noi. Per una volta eh, così non si annoia ad averla sempre lui.

    D'altro canto però, sapere che almeno i miei pensieri - spesso inadatti ad essere esternati con schiettezza, specie in ufficio - saranno sempre custoditi al sicuro nella mia testa mi garantisce ancora quel piccolo quadratino di libertà, almeno interiore, che nessuno potrà toccarmi. Quell'area segreta in cui ritirarsi quando all'esterno piove merda e fa freddo.
    Un po' come quando sei spiaccicato contro un vetro su un autobus pieno, con i piedi in posizione da Twister e le mani di ignoti appoggiate al sedere, ma puoi compiacerti di poter flettere ancora liberamente tutti e due i mignoli. O agitare la lingua dentro la bocca.

    Signori, di questi tempi son consolazioni.
    E per piacere, ditemi che la cosa dell'autobus non la faccio solo io.

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (10)
    categorie: lavoro, invenzioni, wtf
    mercoledì, 04 febbraio 2009

    La macchina del capo

    Ci terrei a precisare ai proprietari di SUV e altri mezzi affini che consumano come Shuttle per portare le loro pigre chiappe in giro, perché non sia mai che le suddette chiappe abbiano a subire i disagi del
    trasporto pubblico su cui viaggia la comune plebaglia, che la vostra vettura forse fallisce nel consegnare alla citata plebaglia il messaggio che le avete affidato e che presumo abbia qualcosa a che fare, al di là di magre giustificazioni di tipo pratico, con concetti affini all’ostentazione di facoltà pecuniarie, allo status symbol da manager or sedicente/aspirante tale e svariate e variopinte forme di compensazione a cui il mio cervello non può nemmeno arrivare.
    Il messaggio che invece comunicate, e peraltro assai bene, è un altro.

    Lasciate subito che vi dica che non capisco nulla di auto, che guido poco e che in teoria sarei la meno indicata per esprimere qualunque considerazione in materia.
    Lasciate anche che aggiunga che me ne frego completamente di questo fatto, dopo che ho trascorso una mattinata a riempire schede benzina per le auto padronali, solo l’ultimo di una serie di incarichi ottusi e fuori mansione che mi vengono appioppati con serenità apollinea regolarmente.
    Lasciate dunque che vi dica che cosa ne penso.

    Voi, conducenti di trattori camuffati da automobili, dimostrate per lo più di essere pessimi investitori del vostro stesso denaro, di non avere alcun interesse per gli sprechi (anche se poi ci urlate di tutto quando dimentichiamo il monitor acceso in ufficio, magari) o per l’inquinamento delle città che infestate (nonostante alcuni giorni incresciosi, vi assicuro che il trasporto pubblico non è mediamente il racconto dell’orrore che si vocifera che sia).
    Dimostrate anche, specie in città patologicamente prive di parcheggi – come Genova, una scarsa comprensione del territorio che vi circonda.
    Possono sembrare osservazioni deboli, a voi padroni di SUV. Se però avete una macchina simile, abbiamo già capito che il vostro giudizio non è davvero dei più illuminati e degni di ascolto.

    E passiamo subito a un excursus personale: qualche anno fa, nella mia sciagurata esperienza americana, mi trovai a guidare uno scassato Chevy Blazer, un suvvone rosso alto e inutilmente gigantesco. Uno specchietto si e uno no, cambio automatico, vetri oscurati e la sete di un'idrovora. Lì si consumarono alcuni eventi di cui sono poco fiera, e anche alcune epiche traversate degli Stati Uniti del Sud. 

    La sussistenza e la mobilità del mio altrettanto sciagurato fidanzato di allora dipendevano strettamente dalle banconote che teneva spiegazzate nelle tasche dei suoi capienti jeans. Pensavo mezza allegra, durante i nostri numerosissimi pit stop per alimentare l'idrovora, che era una fortuna che la benza venisse qualcosa come un dollaro al gallone, in quel gigantesco paesotto, o avrei anche dovuto starmene chiusa in casa ogni santo giorno a guardare il cielo dalla finestra, oltre a mangiare cibi malsani e di provenienza questionabile e consumarmi il cervello con la tv via cavo.

    Pensavo, però, che dopo tutto fosse profondamente insensato che le persone laggiù, in media, scegliessero di sputare sopra al privilegio di avere la benzina praticamente gratis, almeno secondo i canoni nostrani (80 eurocent per quasi 4 litri -non so se mi spiego- e ancora si lamentava, il dannato ciccione) e annullassero i benefici che ne potevano derivare utilizzando vetture enormi, con cilindrate improbabili e prestazioni mediocri se comparate ai consumi.

    Vetture concepite e presentate come se dovessero affrontare chissà quali terreni, e in realtà non solo incapaci di affrontarli meglio di una Panda 4x4, ma per giunta impiegate mediamente come comuni utilitarie.
    Persino inaffidabili, come notai una notte sulla statale 109. Assonnata, stanca, bisognosa di un bagno e con un enorme tricheco rosso di metallo fermo al lato della strada, col cofano fumante e sinistri scricchiolii provenienti dal motore (o forse questo era dovuto alla priorità del televisore al plasma rispetto alla manutenzione dell’auto, nel budget del già citato fidanzato?).

    Convinsi il proprietario a mollare lo Shuttle e a prendersi un’utilitaria nipponica che lo avrebbe portato sino al Wal Mart più vicino con meno di un pieno. Seppi più avanti, dopo averlo lasciato, che aveva piantato la giapponese per rigettarsi in una storia di amore e consumi con un pick up di proporzioni bibliche.
    Ma già lo avevo archiviato come un caso disperato.

    Dall’esperienza conclusi, forse approssimando troppo, che gli americani – almeno certi americani – sono adorabili sciocchini e che la loro totale miopia verso il mondo al di fuori degli States (ma a volte anche fuori dal loro ZIP code) li aiuta a compiere scelte davvero surreali che vanno a loro totale svantaggio.
    “Ma in Italia non succederà mai!”, pensavo ingenuamente. “Siamo troppo furbi, noi”. E da noi la benzina è cara. E c’è crisi, c’è sempre crisi. E noi italiani di città spesso non abbiamo neanche bisogno di guidare, le distanze sono accessibili, i trasporti pubblici più o meno vanno…

    Fatto sta che mi accorsi, ancora una volta nella mia vita, di essermi sbagliata. Le strette e ostili stradine di Genova, quelle in cui per muoverti devi pregare la Madonna e per parcheggiare devi anche prometterle un rene, pullulavano di SUV. Ognuna guidata dal suo managerino rampante coi soldi o, nei casi peggiori, dalle loro fidanzate in Hogan o dalle loro madri cotonate (il cui altro mezzo di locomozione è, nel 98% dei casi, una Smart. Lo so e basta).
    Visto che il massimo del fuori porta, per costoro, è un’escursione allo stadio o in discoteca, la ridicolaggine di avere un macchinone travestito da fuoristrada risplende più di una medaglia.

    In modo abbastanza buffo, da mezzo di trasporto più amato dai redneck ignari dell’ecologia (favoriti da un mercato dell’usato molto più vivace del nostro, quello è vero), il SUV è diventato il surrogato del pene dirigenziale più amato di questi ultimi tempi.

    Ma torniamo al punto da cui eravamo partiti. Le schede benzina. Della macchina del capo. Che non ha un buco nella gomma, come dice la canzone, ma fa un buco nel bilancio.

    Già in passato mi sono divertita a calcolare il mio valore in pallet di salviettine intime, ottenendo i previsti risultati desolanti. Ma è calcolando il mio valore in consumi SUV che mi sono davvero depressa. Se il SUV del capo esigesse anche la tredicesima, costerebbe annualmente alla ditta più di me. Ammesso che già non lo faccia, in effetti.
    Il bambino si ciuccia dai 700 ai 1000 al mese in poppate di gasolio.
    Si ciuccia quello, la sensatezza di usare la macchina invece dell’aereo per qualunque tratta su territorio nazionale e ogni residuo di mia pazienza e fiducia nell’umanità quando sento il capo lamentarsi di quanto spende in carburante, come se una legge antipatica lo avesse costretto a comprarsi un SUV, e mi sembra di subodorare mentre lo fa anche quel perverso orgoglio della mamma che odia il figlio grasso ma lo stesso si compiace quando questo finisce tutti i bucatini.

    Quindi, la prima grande verità del 2009 è che una vita umana forse non avrà un prezzo, ma la mia in particolare ha un valore inferiore ai consumi dell’auto di un manager viziato. E queste cose è sempre bene saperle chiaramente.

    Posso solo arguire, non senza un certo puntiglio, che io con un litro d’acqua faccio anche più di 7km, e non inquino.
    Che diavolo, quando sono ispirata faccio pure la raccolta differenziata.
     
    martedì, 03 febbraio 2009

    Toccata e fuga

    Sfuggo da Londra nonostante mi sia imbattuta nella peggior nevicata degli ultimi 18 anni, anche se il verbo "sfuggire" non si applicava neanche lontanamente alla visione di me incagliata nella neve alle 4 del mattino mentre tentavo pateticamente di trascinare chiappe e valigia sino a Liverpool Street, con la città ancora bianca, silenziosa e addormentata.

    A Stansted trascorro un'oretta a guardare il personale di terra che ci sbrina il Boeing e gli fa pure la toeletta, alternando la procedura a violente battaglie a palle di neve e grasse risate: il volo è in ritardo ma - apprendo in seguito - uno dei pochi riusciti a decollare, forse a causa del pilota Ryan psicopatico che ci ha portati su nei cieli con un angolo di attacco degno di uno Shuttle e ci ha risbattuti a terra a Genova con una fine manovra di break dance applicata al 737, detta "Mossa #51 con fusoliera inclinata a sinistra".

    Facendo un rapido calcolo, era la settima volta che me ne andavo a Londra, ma sono lo stesso riuscita a trovarci ancora qualcosa di nuovo e non visto. Magari quando non sarò in ufficio e in profondo debito di sonno mi dilungherò meglio al riguardo.

    ~

    Come postilla sul triste quotidiano nostrano, apprendo che l'ultima moda è dar fuoco alla gente e poi mettere le mani avanti dicendo che "non siamo mica razzisti". Mi riferisco naturalmente ai nefandi giovinastri di Nettuno,
    Ora, consentitemi una similitudine un po' maldestra (alle 7 del mattino non potevo concepire tante raffinatezze), ma se qualcuno, di fronte a un gruppo di ragazzini che appiccano fuoco a un altro essere umano, si mette a notare che non l'hanno fatto per razzismo (perchè poteva essere un indiano come una qualunque altra persona indifesa disponibile al momento, che diamine), credo sia come rientrare a casa e rivolgersi distrattamente all'elefante in tailleur che sorseggia té nel nostro salotto, dicendogli "Quel tailleur è davvero fuori moda".

    Sono l'unica che in primo luogo direbbe "Oh mio Dio, c'è un fottuto ELEFANTE in salotto, e non credo si sia nemmeno lavato le zampe prima di entrare!"?
    Sarei l'unica che troverebbe la presunta assenza di razzismo un dettaglio tutto sommato di poco conto e forse anche un tantino inquietante?
    What a wonderful world.

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (5)
    categorie: viaggi, londra, attualitÃ