About me, more or less

Utente: Shulypoo
Cromosoma XX, personalità indecisa e dubbiosa, amante dell'autoerotismo mentale, della musica rock, del sushi, degli anfibi e degli orsetti del cuore.

L'erotismo mi piace e lo vedo in tante cose. Forse ve ne accorgerete, ma non scambiatemi per ammiccante, ve ne prego.

Ripresami dalle mie brume esistenziali post laurea e dai vaneggiamenti matrimoniali, sono ora un'improbabile business woman con parecchi issues. Ma che questo non mi identifichi in alcun modo, vi prego. Aspirante groupie, passerei volentieri la vita a sperarla diversa.
Odio mordermi le guance. Ma proprio tantissimo.

Handle with care, perchè mi affeziono anche al cartone del latte e sono permalosissima.

Geeky, nerdy, plastic fantastic, the one you'll never need.
Amen.

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Mi rallegrano e compiacciono cose tipo...

svegliarmi e ricordarmi che posso dormire
le chitarre elettriche
il junk food, il sushi e il cibo indiano. Ma anche tutto il resto.
il piumino calduccio
l'umorismo surreale
le culotte
non reggermi in bus e far finta di fare surf
leggere i libri in una botta sola
i cavalieri dello zodiaco
la musicalità
le t-shirt buffe e witty
i calzini a strisce
chi è colto e non lo fa pesare
il ponte di chiatte al Porto Antico di Genova
il mio albero di natale
chi capisce al volo
i regali inattesi
le coccole sotto il piumino
questa faccina ":3" e questa ">.>;"
Londra
la lingua inglese
l'eccitazione
capire improvvisamente qualcosa
la novità
le pernacchie sulla pancia
la varietà linguistica
le cose pucciose e superdeformed
il cambiamento
ascoltare musica di notte
la sottigliezza
le opinioni decise ma non ostinate
comportarmi in modo inappropriato
sapere le cose senza Google
la gente easy going
le seghe mentali un po' costruttive
fare pace
i vecchi vinili
chi non serba rancore
forzare i miei limiti
ballare, da sola
la gentilezza a prescindere
gli anni '60 e '70 e la loro musica
la pulizia
non dover spiegare ciò che dico, specialmente le battute
la capacità di modularsi
apparentemente, anche saltare di palo in frasca :3

Mi rattristano e un po' irritano cose tipo...

i pallini sui maglioni
chi entra dall'uscita dei bus
la banalità, in tutto
i calendari coi culi
i peli incarniti
chi dice di non aver mai tempo e non fa un tubo
la polvere sulle dita, e i gatti impolverati
il vento e la pioggia insieme
le abitudini noiose, i loop, i pattern
i furbi, i Furby e i furry
le cose banalmente sexy
la mancanza di autocritica, di ironia, di curiosità
gli errori di grammatica e ortografia
la volgarità a sproposito (ma non le parolacce!)
il pitonato, lo zebrato, il leopardato e gli altri mali accessori alla menopausa
la gente che scrive "Hei!" invece di "Ehi!"
la pornografia camuffata da erotismo
la risata "Hihihihihi". Ha un che di satanico e idiota, usate le faccine piuttosto
le battutine a sfondo sessuale fatte a sproposito
chi racconta i casi suoi al telefono in bus, magari urlando
l'indefinitezza
le mode imbecilli, e le sedicenti modelle
la puzza di fumo
la poesia cheap
l’associazione soldi/mignotte/belle macchine
chi sputacchia quando parla
la “bella gente†e la "bella vita"
chi fa lo strano, l'incompreso, l'unico, l'originale a tutti i costi
sentirmi invisibile e a disagio
chi è più pigro di me
chi non si fa mai problemi e dovrebbe
il frastuono e la musica merdosa
chi parla addosso alla gente
chi non ascolta e pensa di aver capito
la sveglia
l'ignoranza compiaciuta
i consigli non richiesti, ma anche i conigli
gli egocentrici molesti
gli inappetenti cronici e chi fa tremila storie sul cibo
le donne fissate con le minchiate che non compensano con altre doti
gli uomini che pensano di far colpo coi soldi
le "k" al posto delle "c"
chi non sorride mai
smagliare i collant nuovi
chi non capisce, chi non coglie, chi non si sa adattare
le suonerie dei cellulari, la maggior parte
i deliri religiosi
il buonismo dettato da idiozia
rompere con qualcuno, causare tristezza
chi mi dice "cresci" senza poterselo permettere
i canditi

Solo un numero, e probabilmente sbagliato

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  • martedì, 30 settembre 2008

    Potrebbe piovere!

    Dicevo che lamentarsi del lavoro è un’attività a cui se ne possono preferire molte altre.
    Beh, è vero, niente da rettificare. Solo che sono genovese e noi genovesi, a parte infilare “belin” nelle frasi, amiamo lamentarci e il nostro incessante, logorante martellio è detto localmente “mugugno”.
     
    Aggiungiamo al tutto il fatto che oggi è una di quelle giornate piovose e tristi in cui un carabiniere dovrebbe multarti se osi alzarti dal letto prima delle 10 e un piccolo sclero lavorativo ve lo beccate.
     
    Quante volte ho enumerato le mie mansioni qui? Sono tante e complesse, visto che sono una responsabile marketing senza nessuno sotto. Responsabile significa che non sono responsabile dell’operato di terzi, ma proprio di tutto quello che può riguardare marketing, packaging, prodotti nuovi, fiere, siti web, cagate. Non pago di questo, il mio capo mi ritiene account per praticamente tutti i clienti esteri e gli farebbe tanto piacere se ogni tanto estraessi clienti nuovi (e prodotti nuovi, certo!) dal cappello. Nota per i lettori: questo senza intaccare il mio apprendistato di quinto livello e annessa paga subumana.
     
    Mentre tento di svolgere tutte queste mansioni, c’è una sorta di tacito impegno da parte dei più a rompermi i coglioni in qualunque modo lecito o illecito, per lo più causato da precipua deficienza in ambito computeristico-inglesistico-buonsensistico e varie paraplegie mentali come l’impossibilità di (voler) scendere di sotto a controllare la posta.
    Devo occuparmi in continuazione di queste piccole e grandi scocciature a cui, in quanto schiava, devo obbedire senza fiatare, e mentre vengo già interrotta a sufficienza in questo modo, sommiamoci il mio capo – l’unico che alla fine ne ha un qualche diritto – che mi chiama ogni cinque minuti.
     
    L’ultimo colpo di genio del suddetto boss è qualcosa che mi ha fatto sentire i cavalli che nitrivano in lontananza, alla Frau Blücher.
    Questa bella pensata è il frutto di una concezione evidentemente warcraftiana del lavoro altrui: clicchi e un’unità si upgrada, clicchi e migliorano le prestazioni, clicchi e l’unità costruisce delle cose, senza fiatare e senza incentivi. Possiedi le unità e tutto il loro tempo.
     
    Il mio capo ha assunto me e un mio amico (casualmente ex ragazzo) a fare rispettivamente marketing e logistica e ultimamente, riguardando i nostri CV, deve essersi ricordato che siamo entrambi laureati in scienze della comunicazione, uno dei modi più comuni in cui la nostra generazione è stata truffata dopo il liceo.
    Ciò deve avergli acceso una lampadina (di quelle a basso consumo, così spende poco) in testa che gli ha fatto pensare: “Ma certo, ora so come spremerli di più di così!”.
    Vuole fare una mini-agenzia di comunicazione.
    Risparmiare i soldi che dà all’agenzia che utilizziamo abitualmente.
    Fare prezzi stracciati. Perché tanto il nostro stipendio resta lo stesso. Tutto grasso che cola!
    E metterci a inventarci completamente le competenze per un lavoro per cui – solitamente – è indicato qualche genere di training extra, magari sotto qualcuno che ti possa insegnare qualcosa, a prescindere dalla mia laurea, che potrebbe anche essere in egittologia in questo frangente.
     
    Tutto questo senza interrompere neanche per scherzo il nostro lavoro abituale, ma ricavandoci piccoli interstizi di tempo per sviluppare questa nuova professione. Tipo 3 minuti e mezzo per volta prima del prossimo “Silvia vai a controllare la posta” o “Silvia mi spieghi cosa c’è scritto qui?”.
    Lui di base ci metterebbe, forse, i soldi di Illustrator o Photoshop (lol) anche se riuscire ad averlo gratis sarebbe già ottimo.
    Per le competenze in ambito grafico – qui i nitriti in lontananza sono saliti di volume – possiamo anche, LA SERA, metterci un po’ a imparare Photoshop mentre siamo a casa, o a un corso, basta che sia gratuito e ce lo troviamo noi.
     
    Ci volevano quattro facce per avere abbastanza sopracciglia da alzare, e più braccia della dea Kalì per avere un sufficiente numero di dita medie da esibire.
     
    Ciononostante, ho dovuto annuire, tenendo a cuccia l’espressione di sconcerto che minacciava di affiorare in superficie, tradendomi.
     
    Ci ha detto, con la consueta ipocrisia di chi ti ordina qualcosa ma è troppo vile per farlo esplicitamente, che possiamo pensarci con comodo a come procedere, che c’è tutto il tempo (nota: lui mi vede ancora a lavorare lì per molto tempo), anche tutta la nostra vita e il nostro tempo libero, si è scordato di aggiungere.
     
     
    Mentre cerco di pensare a come diventare una grafica solo schiacciando un bottone, vengo interrotta dalla contabile che mi chiede di chiamare un servizio informazioni per capire come mai la mamma del capo, che non lavora per noi, ha preso una multa.
    “No” non è una risposta accettata qui, è come la Diners.
    “Cazzi suoi” nemmeno.
    “Non rientra nelle mie mansioni” ? No.
    “Lo faccio dopo” autorizza una serie indefinita di solleciti e recriminazioni che possono durare settimane. Non resta che interrompere qualunque cosa si stia facendo e farlo. E possibilmente senza smettere di pensare a come diventare una one-man-agenzia-di-comunicazione. E seguire il marketing. E i clienti. E i prodotti.
     
    Sono conscia di avere un’indole lamentosa e di vedere molto meglio i lati irritanti di quelli positivi, ma sono anche conscia dell'esistenza di parecchie ragioni per cui anche una persona normale potrebbe risentirsi.
     
    E quando mi sento triste, oberata di cose che non sarei tenuta a fare, poco speranzosa e sfiduciata, trovo un modo per alleviare la pressione e ristabilire un po’ di senso.
     
    Sapete come reagisco?
    Beh, questo post è un indizio.
    lunedì, 29 settembre 2008

    Se son rose appassiranno

    Chi mi legge forse noterà un fastidioso pattern ripetitivo nella mia ultima produzione, ma il punto è che scrivere di musica al momento mi diverte molto di più di appuntare con sarcasmo le vicende dell’Alitalia, di lamentarmi del mio lavoro e in generale di seguire un altro po’ il mondo nel suo lungo e complesso cammino verso stadi di caos sempre più articolato.

     

    Signori, io sono preoccupata. E non della compagna di bandiera o del mio futuro incerto. Non si può certo essere preoccupati e rassegnati insieme.

     

    Vi siete mai chiesti se la fonte da cui vengono le vostre emozioni più gratificanti si prosciugherà mai, un giorno?

     

    Io me lo chiedo spesso con l’amore, specie negli esigui periodi in cui sono single. Sarò ancora in grado di ignorare i rapporti finiti alle mie spalle (che crescono), mettere da parte ogni senso comune e tuffarmi in un’amena ingenuità, riattraversando un’altra volta tutte le fasi dell’innamoramento, della creazione di un rapporto, delle cose belle, brutte e tutte inevitabili che capitano?

    Sarò in grado di sviluppare le adorabili cretinità da fidanzatini in modo nuovo ed inedito, senza riciclarmi neanche un nomignolo?

    Riuscirò a smettere di vedere un rapporto a due come una parabola di inevitabile fallimento più o meno duratura o dovrò rivivere lo stesso iter dall’inizio alla fine?

    Avrò ancora un pochino di amore e speranza da portare in dote o qualcosa in me avrà deciso di non elargirne più?

     

    Sono tutte domandine abbastanza sciocche alla fine, specie quando ti accorgi effettivamente che né la tua mente né il tuo corpo sono stati troppi guastati dal cinismo, vecchie cicatrici a parte. Tiri un respiro di sollievo e ti congratuli con te stessa per non essere ancora morta dentro.

     

    Con la musica, il secondo grande amore della mia vita dopo l’imbarcarmi in relazioni allucinanti senza tregua, comincio a temere che possa essere diverso.

    Il mio rapporto para-erotico con la musica è una cosa un tantino imbarazzante, se vogliamo, ma tralasciamo questo dettaglio e proseguiamo.

     

    E’ sin troppo ovvio che in questi giorni sono nel pieno di una cotta totalizzante, formalmente simile a un tipo sentimento che di solito si prova per altri esseri umani. Una cosa proprio “alla Silvia”, un topos della mia esistenza.

     

    Non ho voglia di ascoltare altro.

    Se ascolto altro mi sembra di tradire (ascoltare i miei adorati Zeppelin in questi giorni mi fa sentire come una moglie fedifraga che ha una scappatella con la sua fiamma del liceo.).

    So che prima o poi finirà e l’idea mi sembra assurda, ma finirà e diventeremo grandi amici.

    Ormai mi conosco.

     

    Come quando ti innamori di una persona dopo averla conosciuta a lungo e sotto un’altra luce, una miriade di piccoli dettagli cliccano al loro posto ed è come se ti avessero dato una vigorosa ripulita alle lenti appannate degli occhiali. Quello che registravi in maniera obiettiva diventa un particolare degno di attenzione, vuoi saperne di più, di tutto.

    Quella piccola scintillina di magia di cui ci è dato godere nella vita si mette a brillare, il nostro cervello secerne sostanze dopanti e stiamo bene.

     

    Sono 14 anni che conosco i Pink Floyd e non hanno mai smesso di piacermi. Sempre “solo amici” però, anche se mai fuori dai vertici dei miei gruppi preferiti, in cui sono notoriamente succinta. Sempre lì mentre avevo crisi ormonali per i Queen, mentre mi schiacciavo le cuffie forte sulle orecchie per assorbire ogni decibel di Beatles possibile, mentre pensavo che sarei stata male se non avessi sentito The Rain Song un’altra volta.

     

    E ora, l’ultimo dei magnifici quattro, quello con cui avrei giurato che saremmo rimasti solo amici, è diventato una specie di amante. So come funziona, vorrò sapere tutto, ascoltare tutto, immagazzinare qualunque informazione disponibile, mi sentirò cretina ma continuerò a farlo, sino a diventare una freak dei Pink Floyd.

     

    Ho avuto la prova definitiva quando ieri ho visto il film di The Wall (che ci crediate o meno, non lo avevo ancora visto) e mi è piaciuto tanto, a me che ho sempre trovato l’album uno dei meno belli e Roger Waters uno dei personaggi più odiosi della storia del rock. Invece, sono rimasta colpita, commossa, turbata, ho persino avuto degli strani incubi dopo (aiutati dalla visione di membra umane pietrificate su Internet, ne sono certa, e senz’altro ben diluiti dallo smalto per termosifoni che aleggia odoroso in casa mia).

     

    E’ un qualcosa che in parte si trova nella musica, in parte nella band, mentre qualcosa risiede nella mia testa soltanto e non saprei come procurarmelo volontariamente, né lo scelgo.

     

    Il problema è che ora non vedo altri candidati per il futuro, avendo esaurito i vertici delle mie preferenze, sempre scelte per un particolare mix di talenti musicali, innovazione, collocazione in un certo periodo storico, appeal dei membri della band, generale aura di magia e anche radicamento con la mia storia personale dall’infanzia in poi, caratteristica, questa, che non posso certo riprodurre artificialmente.

     

    Quindi me la spasso, mi godo quella bellissima musica ancora di più di quanto non abbia mai fatto …e poi? Niente, fonte esaurita. E’ possibile, mi dico, che stia provando questa felice imbecillità per l’ultima volta?

     

    Mentre medito sulla bellezza degli entusiasmi e sulla transitorietà dei sentimenti, credo che l’unica cosa opportuna da fare sia ascoltare ancora Pink Floyd sinché non mi sanguinano le orecchie.

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (5)
    categorie: musica, cose buffe, dubbi
    giovedì, 25 settembre 2008

    A Live for the Dead - La mia ultima cotta musicale

    Disclaimer
    Per leggere questo post, avete due possibilità: essere pazzi dei Pink Floyd o volermi molto bene (un bene direi non platonico, tra l’altro). Non mi assumo responsabilità per altre categorie di lettore.

     
     
    Uno dei miei difetti più efficaci nel rendermi la vita impossibile è il fatto di non essere una persona di facili entusiasmi. Non facili, però quasi fastidiosamente intensi e inclini alla monomania.
    In effetti, vi confesso, sono almeno cinque giorni che sto pensando di scrivere questo post, ma non sono riuscita a trovare le parole adatte e avevo paura di abbandonarmi a una serie di suoni inarticolati di godimento musicale o comunque di sguinzagliare la fan girl in me e perdere ogni serietà e distacco.
    Il compito è complesso almeno quanto fare complimenti a una ragazza che ti piace senza lasciar trasparire troppo palesemente quanto le sbavi dietro.
     
    Oggi, come avrete intuito, si parla di musica.
     
    Non so che cosa mi abbia fatta innamorare del film di cui sto per parlare così istantaneamente, non so se voi ci vorrete vedere la stessa bellezza che ci ho visto io, non so se vi porrò davanti ad argomenti razionali o se voi ci vedrete solo quattro inglesi spocchiosi con dei pessimi denti che suonano cose impossibili mentre un regista pazzo ci fa vedere gli shuttle.
    Non lo so e non posso saperlo. Gli argomenti razionali, del resto, si possono anche fottere quando si tratta di gusti e sensazioni.
     
    Il fatto è questo: se io, io la freak,  ero arrivata a 26 anni senza avere mai visto una cosa che è andata a infilarsi con tale naturalezza tra le mie visioni preferite e più emozionanti, chissà che anche voi non vi siate persi il vostro potenziale film musicale preferito? Potevo forse tenermelo per me e conservare questo dubbio?


    Long story short: come sapete sono in pieno e commosso revival floydiano e mi è stato consigliato caldamente il loro Live at Pompeii. Fidandomi dei consigli (se vengono dalle giuste fonti) e dei Pink Floyd ovviamente, non ho frapposto indugi e mi sono subito procurata il Director’s Cut, una versione un po’ più lunga e articolata dell’edizione originale del ’72. L’ho vista una, due, tre, quattro… direi cinque volte sinora, di cui una da brilla in cui non smettevo di dire “Oddio è stupendo”. E non aggiungo altri dettagli…


    Come preambolo, una parolina sui live: di solito non ne vado pazza perché, in generale, molta della musica che amo è il frutto di lunghi e maniacali lavori di studio, il che a volte può risultare in un impoverimento dell’esperienza live. Pensate solo ai Queen che lasciavano il palco durante "la" parte intricata di Bohemian Rhapsody, come caso limite...
    Nei live poi non si vedono bene i musicisti, a parte chitarristi e cantanti. Se sei nella folla vedi poco ma almeno ti emozioni come una belva, se sei a casa che ti guardi il dvd... vedi la folla e le inquadrature che sceglie il regista ... in ultima analisi, comprarsi un live può non essere sempre un'idea favolosa.

    Una parolina invece sui Pink Floyd dal vivo: purtroppo non ho avuto occasione di godermeli faccia a faccia e ormai (che cosa tristissima) questa possibilità non esiste più, però qualche video me lo sono visto. E li ho sempre beccati per lo più ultra-quarantenni con un accenno di panciottella, assistiti da una ciurma di coriste e musicisti di supporto, mentre snocciolavano spettacoli astrali e costosissimi, accompagnati da versioni impeccabili dei loro successi, così perfette che dovevi fare attenzione al rumore della folla per ricordarti che stavi ascoltando un live.

    E invece, giusto per smentire ogni mio preconcetto, questo particolarissimo live mi ha spiazzata su tutti i fronti.
    Live at Pompeii è un film a tutti gli effetti e uscì in effetti anche nelle sale, analogamente, per esempio, a The Song Remains the Same degli Zep.
     
    Il dettaglio che salta subito all'occhio è quello più curioso, per un live: manca il pubblico, se non un gruppetto di tecnici di fronte alla band e i cameraman che scivolano a pochi centimetri da Gilmour e Waters.
    Ci sono i Pink Floyd, l'anfiteatro deserto di Pompei, una catena montuosa di ampli alle loro spalle e i mosaici a osservare in silenzio. L'anfiteatro di Pompei
    Non mi piace usare alla leggera l'aggettivo “magico”, ma la magia è la prima cosa che mi viene in mente lì per lì, nel guardare quello scenario vagamente surreale, un po' mistico, che mi ricorda in qualche modo il film di Jesus Christ Superstar.

    La band è giovane, ed è da sola uno spettacolo per gli occhi.
    Un fatto particolare che ho sempre associato ai Floyd è il ruolo tutto sommato marginale giocato dall'immagine di sé. Provate a mostrare una foto dei Pink Floyd all’uomo della strada, anche a gente con discrete conoscenze musicali. Secondo voi li riconoscono, gli autori di album famosissimi e stravenduti in giro per il mondo? Come prova del nove, osservate i risultati con una foto dei Beatles, o di Elvis. Anche le nonne sanno dirti chi sono.
     
    I Pink Floyd sono responsabili della creazione di atmosfere evocative e immaginifiche, di sonorità surreali e quasi ultraterrene … e spesso, negli anni, ho quasi finto che i quattro (cinque..) uomini che avevano concepito tutto questo ci fossero scivolati dentro, in un calderone più grosso di loro e composto da suoni, visioni e suggestioni. In altre parole li ho sempre visti come musica pura e senza volto, proveniente nella migliore delle ipotesi dallo spazio interstellare o forse da un sogno.
     
    Forse è per questo che questo live mi ha colpita tanto, perché invece eccoli lì i quattro inglesi capelloni, un po' sudati e unticci, magri magri e con le magliette attillate.
    Ancora non ti capaciti di come quella musica stia effettivamente venendo da loro, ma è proprio quello che stanno facendo. Tranquilli, composti, senza le pose tipiche dei concerti, preoccupati solo dalla musica.
     
    E giovani.
    Giovani e splendidi.
     
    Li ammiro ad occhi spalancati e successivamente prendo a cercare maniacalmente su YouTube qualunque altro video della band in quel periodo, arricchendo le mie impressioni con informazioni più precise.
     
    C'è Waters, un metro e novanta di bassista isterico e geniale, con il suo faccione troppo grosso e lungo, gli occhi piccoli e saccenti, l'aria concentrata. Non sono abituata a bassisti così giganteschi, è la prima volta che osservo che la punta del suo naso e la punta del basso sono equidistanti dai pickup, anche se il Fender Precision riesce lo stesso a sembrare enorme. La zazzera gli oscilla intorno agli zigomi. Scuote i piatti e il gong di Mason con la foga di un orango impazzito (A Saucerful of Secrets) e pare un invasato quando lascia andare nel microfono urla ferine e agghiaccianti (Careful with that Axe Eugene). Nelle interviste trasuda un'arroganza odiosa, dalle sopracciglia alla punta del mento, e non si riesce comunque a detestare completamente.
     
    Mason ha quell'aria un po' animalesca che ha più di un batterista rock dell'epoca, da Keith Moon a Bonzo. Mi lascia impressionata la sua agilità. In canotta e fascia intorno ai capelli, pesta la batteria come un mastro ferraio, mantenendo un'aria impassibile anche di fronte al volo improvviso di una bacchetta, che rimpiazza nell'arco di mezza battuta. Non sembra sudare nemmeno i ritmi più sostenuti, gli intrecci di mani più complessi... e la telecamera lascia che ne godiamo un po' anche noi, rimanendo piantata su di lui e i suoi riccetti oscillanti per un'intera canzone (One of these Days). Nelle interviste è il più loquace e ottimista, fa molta simpatia.
     
    David Gilmour, accanto al profilo quasi da primate di Waters, risulta piccolino e composto, con il suo viso quasi perfettamente rotondo e gli occhi azzurri distanziati e un po' incassati sotto le sopracciglia, completati da due occhiaie perenni. Ha un'abilità innata a sembrare mortalmente annoiato quando suona.
     David Gilmour quando era gnocco
    Lo vediamo titillare la sua Strato a piedi nudi nella polvere dell'anfiteatro, sporco lui e sporca la chitarra, i capelli cacciati dietro le orecchie con noncuranza e il suo broncio caratteristico che gli sta quasi tatuato sulle labbra. Nelle interviste che sono intervallate al concerto ogni tanto lascia scappare un bellissimo sorriso un po' imbarazzato. Leggo che prima di rivelarsi un talentuoso chitarrista ha fatto anche il modello, e non ho alcuna difficoltà a crederlo. Avrei cavato più di un occhio per un ragazzo simile.
     
    C'è anche Rick Wright e per la prima volta noto che era anche un bel ragazzo: anche se sino a qualche giorno fa avevo ricordato solo l'aria mansueta e quasi timida, ora noto dei grandi occhi con delle ciglia lunghe e folte, quasi da ragazza, che cozzano stranamente con l'impossibile dentatura da inglese di cui tutti loro fanno mostra. Fa una curiosa tenerezza nascosto dietro alle tastiere.
    Canta anche e canta tanto: mi vergogno di aver sempre confuso la sua voce con quella di Gilmour e giusto ora inizio a distinguere meglio la maggiore dolcezza e rotondità del suo timbro vocale. Vederlo all'opera può far passare qualunque pregiudizio a chiunque possa ritenere le tastiere uno strumento noioso.
    Sotto le dita di Wright, a mio avviso, si gioca una parte fondamentale dell'identità sonora della band, quella dei grandi album che piacciono a me. Spero non suoni troppo agiografico in questo contesto.
     
     
    Nessuno prova veramente a fare il frontman, se si esclude il naturale egocentrismo di Waters. C'è spazio perché ciascuno possa brillare e, quando succede, più o meno tutti hanno un'aria naturale e seria. Così seria. Sono lì, ma quasi si eclissano.
    C'è solo la musica e tutte quelle facce affrescate nei muri e incastonate nei mosaici. Tutti gli elementi si sposano senza sbavature tra di loro e - Dio vorrei sapere come - si mescolano in qualcosa di cosmico in cui non sai più se sei un un anfiteatro romano o direttamente sulla luna.
    Mentre tu sei un po' vittima di questo incantesimo, loro continuano tenerlo in vita, senza quasi guardarsi tra di loro, ognuno sicuro della sua parte.
     
    Non vorrei usare immagini trite o espressioni di apprezzamento melense, ma in certi punti mi sento letteralmente persa tra l'idea dello spazio, l'idea della morte, la superficie del sole, il Vesuvio minaccioso e l'anfiteatro, mentre in qualche modo le scale orientaleggianti di Set the Controls to the Heart of the Sun tengono insieme tutti questi castelli mentali e – per giunta – i quattro capelloni inglesi sono ancora lì, persone in carne e ossa.
     
    La cosa più paradossale, a questo punto, è l'alternanza (voluta dal Director's Cut) tra questi momenti di trasporto pagano e immagini ben più triviali della band intervistata, che si abboffa alla mensa dello studio di registrazione, che scoperchia un'ostrica dietro l'altra scherzando sulla loro provenienza, che chiacchiera di apparecchiature elettroniche e fuma una sigaretta dietro l'altra. Gilmour si impapera in studio
    Un'altra sezione di digressioni è data da parti più o meno lunghe, dedicate alla registrazione di Dark Side of the Moon (qualunque sequenza da più di 3 secondi che provenga da quel disco, del resto, si annusa da un miglio), momenti comunque che si presume siano stati girati proprio per il film.
     
    Forse il regista ha voluto questi intermezzi per richiamare lo spettatore dall'orbita e concedere un po' di tregua prima dell'assideramento nello spazio siderale. Io mi sono convinta sia così, anche se non escludo in questo l'influenza dalle immagini delle missioni Apollo, del sole, della luna e di nebulose lontanissime che la regia fa scorrere, quanto mai azzeccate.
     
    Ricordo anche che l’etichetta “space rock” ai Floyd non è mai andata tanto giù, quindi mi mangiucchio un po’ le mani per aver lasciato vagare la mia testa proprio in quella direzione, che purtroppo è tanto, tanto facile da imboccare, istigata dalla regia, dalle lyrics, dai suoni...
     
      
    Dopo avervi inflitto i miei 2 cents sui live, la mia visione groupesca della band e le mie allucinazioni stellari, è forse il caso che non trascuri la musica vera e propria.
     
    Il film si apre, e si chiude, su piccole note di piano. Note leggermente distorte che possono passare per lacrime, o goccioline di pioggia, o stelle cadenti. O quello che diavolo va a voi di vederci.
    Si tratta naturalmente di Echoes
     
    Ora gente, se i Pink Floyd dopo aver registrato Meddle avessero deciso di non comporre più altro, io li avrei capiti e mi sarei lo stesso ritenuta felice di avere Echoes. E questo mi prevenga dall'aggiungere ulteriori sviolinate. Anzi no, ne aggiungo un’altra: da giovedì scorso mi sarò sparata l’ascolto di Echoes integrale (23 minuti e rotti bimbi, mica pizza e fichi) almeno una ventina di volte, o comunque tante che oggi non ho nemmeno bisogno dell’iPod, perché Echoes è la nuova colonna ufficiale delle mie sinapsi.
     
    Come un guscio, le due parti di Echoes racchiudono il resto del concerto: una parte delle immagini ritrae Gilmour e Wright che cantano in studio, con tanto di bloopers e papere varie, mentre il resto della canzone si gioca tra visioni vesuviane di lave in ebollizione e vapori infernali.
    La band, poco vestita e in pieno giorno, esibisce le prime tracce di tipiche ustioni da anglosassone sotto il sole del Sud, e poi il familiare riff di Echoes riempie l’anfiteatro.
    Per qualche motivo, tutto questo messo insieme mi fa pensare ai fiumi degli Inferi, alle rive dello Stige. Mi do una botta in testa per l’allucinazione senza senso e proseguo remando oltre.
     
    La scelta dei brani assomiglia molto alla tracklist della parte live di Ummagumma, con composizioni lunghe ed evanescenti, per lo più strumentali, suonate nel cuore della notte, di giorno, al crepuscolo.
     
    Insieme a Careful with That Axe, Eugene vediamo eruzioni e fiumi di lava fumante... Dietro la band, luci che sembrano tante lune e Waters ci mette del suo: sussurra, miagola, ulula e urla dei rantoli spaventosi, sinché le luci non si spengono e ci lasciano davanti al volto angosciato di un mosaico.
    A Saucerful of Secrets, che segue, lascia spazio a ogni genere di delirio strumentale on stage: Gilmour ringobbito a stropicciare le corde della Fender con un bottleneck, Mason che ripete un tema ossessivo e rapidissimo, Wright prende a pugni il piano producendo suoni spettrali e Waters semplicemente impazzisce sul gong, con un ghigno insano, la maglietta che si solleva ritmicamente. Questa sezione è appropriatamente detta Syncopated Pandemonium, peraltro.

    Qualche altro lamento di chitarra ed entra un tema nuovo, quello chiamato Celestial Voices: quasi religioso, in qualche modo catartico, tutto sull'organo. Il vento soffia e Gilmour, con più di un capello in bocca, vocalizza quel canto disperato che a me continua a sapere, ma proprio sempre di più, di messa per i defunti di quasi duemila anni fa.
     
    Un'eclissi e degli stridii annunciano One of These Days, alla luce dei riflettori. Ho un torbido ricordo di questa canzone infilata come sigla di qualche programma sportivo degli anni '80 e sono felice di poterle associare immagini e sensazioni nuove anche se, come vi ho già raccontato, la scena è praticamente tutta per Mason e il suo prodigioso rimpiazzo della bacchetta volante.
     
    A questo punto, resta l'impossibile: far cantare un cane, e intendo un cane con quattro zampe e la pelliccia, e dare alla cosa una parvenza di serietà, o comunque farne qualcosa che non stoni con tutte le atmosfere mistiche ed aeree evocate sinora.
    La bestiola giace con un microfono puntato al muso, coccolata (e trattenuta) da Wright, mentre si suona un blues bello e buono, Seamus (o Mademoiselle Nobs, che dir si voglia).
     
    Tornano il gong e le luci a forma di luna piena, torna la notte e un tema d'organo ripetitivo, orientaleggiante, un po' morboso. Un fraseggio di batteria sommesso ma intricatissimo Tornano gli affreschi, i fauni, le matrone, i nudi. Waters ci sussurra Set the Controls for the Heart of the Sun e rieccoci in orbita, ad avvicinarci al sole, a osservarne le macchie insieme ai ritratti sui muri.... Dannata regia (non devo pensare “space rock”, non devo pensare “space rock”…)..
     
    Quindi il cerchio si chiude, perfetto e simmetrico. Come un vento che viene da lontano, fanno di nuovo capolino le sonorità spettrali nella città morta, un frullio di piatti e finalmente riecco le goccioline di pianoforte in un crescendo a cui si aggiungono tutti gli strumenti. Rieccoci ad Echoes.
     
    And no one sings me lullabies
    and no one makes me close my eyes
    and so I throw the windows wide
    and call to you across the sky
     
    Glimour e Wright ci salutano cantando così.
    Ci allontaniamo da Pompei un passettino dietro l'altro. Vediamo la terra da lontano, poi siamo già dietro la luna.
    La regia ci spedisce via a gran velocità, dritti su una nebulosa, accompagnati però ancora dall'eco delle ultime, rarefatte gocce del piano di Richard Wright.
     
    Poi, vi ripeto, che siano davvero gocce di pioggia, lacrime o stelle cadenti in una notte buia, quello dovete deciderlo sempre voi.
    Io dico che vanno tutte bene.
     
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    categorie: musica, genki moments
    lunedì, 22 settembre 2008

    Maaaaaa secondo voi, anche se li chiamo i "Queen" tra virgolette e non condivido fondamentalmente la natura del progetto... col fatto che non avrò comunque tante occasioni nella vita di rivedere Roger o di vedere Brian... a vedere i "Queen" domenica dovrei andarci? Anche solo per quello che hanno rappresentato per me?

    E anche se, con chi poi?

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    categorie: musica, milano, dubbi
    venerdì, 19 settembre 2008

    Lol fanculo all'aperitivo post lavorativo, sono le 21 e sono andata come un melone.

    Non ci resta che ascoltare i Pink Floyd - disse usando impropriamente il plurale maiestatis.

     

    Cazzo ero pure tornata a casa per finire un post e non ho manco metà del QI  necessario.

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    categorie: musica, in giro

    La devono smettere di rifilarmi vodka alle 18.00 in questo ufficio ._.
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    categorie: genki moments
    giovedì, 18 settembre 2008

    Ora, non che abbia molto da giustificarmi perchè i Floyd sono un vecchio amore, solo mi dispiace che l'occasione per un ritorno di fiamma così violento sia proprio la morte di uno di loro.

    Ma ho deciso che bandirò i sensi di colpa e, quando sti capelli maledetti saranno asciutti, mi prenderò le mie cuffione giganti, me le appiccicherò alla orecchie, e mi sparerò - per forse la millesima volta - tutto il lato oscuro della luna su per le orecchie, sempre con la stessa meraviglia di quando avevo 13 anni.

    Anche se forse allora non pensavo a fare delle scopate cosmiche sulle note di Breathe.

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    categorie: musica, progetti, sesso
    mercoledì, 17 settembre 2008

    Sono ancora un po' ebbra e le nuvole biancastre nel cielo notturno rossiccio mi sembrano bellissime.

    Seduta, rido ebete di fronte allo schermo vuoto.

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (7)
    categorie: scleri notturni

    Dare sempre agli altri dei deficienti è una scorciatoia facile, piacevole e autoassolutoria per capire in ogni momento che cosa non sta andando bene. C'è sempre qualcuno a cui dare la colpa, qualche neurone (rigorosamente altrui) malfunzionante che può accollarsi la responsabilità di un grosso casino.

    E' anche un atto di indubbia arroganza però, da evitare se possibile; preferisco provare a coltivare la nobile arte dell'autocritica - con qualche difficoltà ovviamente - per rovesciare la prospettiva e vedere se per caso qualche colpa non può essere addossata a me.

    Ci provo disperatamente.

    Ma ci sono momenti, in questo cazzo di lavoro, in cui mi trovo di fronte a casi di pura, limpida e cristallina idiozia. E l'idiozia, specie quella deliberata, mi fa sbarellare, mi colma di rabbia quasi omicida.

    Come si fa a guardare e passare oltre poi, quando "l'oltre" è costituito da un'altra schiera di imbecilli?

     

    A questo mondo, ogni volta che trovi qualcuno che capisce esattamente quello che dici, secondo me te lo devi tenere stretto.

    martedì, 16 settembre 2008

    For tomorrow

    Pink Floyd

    E che diamine, mi dispiace tanto.

    Purtroppo ho poco da aggiungere, perché di Richard Wright, tastierista dei miei amati Floyd, sapevo pochino.
     
    So che era uno dei membri fondatori, so che si deve a lui la paternità di alcuni dei brani più belli di Dark Side of the Moon – mio totem adolescenziale – e che, senza nemmeno sapere che era malato, non c’è più, il secondo della band nell’arco di pochi anni.
    So che due miei amici alle medie avevano un’eterna questione sempre in corso che riguardava un certo concerto dei Floyd di anni prima, e che tutto il giorno dovevo sentirli battibeccare con “C’era Wright” “No guarda che non c’era” “Ma io l’ho visto” “E ti sbagli, non c’era”, e questo è il mio ricordo più personale.
     
    A parte l’ovvia commozione per lui e per quanto ha rappresentato, c’è anche un pensiero più generale, e più malinconico.
    Ogni nuovo lutto nel campo del rock, che per me è la manifestazione più iconica - anche se forse non la più importante – di quella felice generazione nata intorno agli anni ’40, mi fa pensare che un altro pezzettino di storia se ne sta andando via, un altro appartenente a quella lontana gioventù che cercò di cambiare il mondo forse in modo fallimentare, ma con molto più impegno e fantasia di noi ventenni  odierni.
    Un’infornata di gente nata dalle macerie di una guerra mondiale e a cui la cultura popolare occidentale deve davvero tantissimo, irrepetibilmente colorata e viva, spesso anche adesso, quando molti di loro stanno già navigando ben oltre la mezza età, con il mio augurio personale di diventare sani e longevi vecchietti arzilli.
     
    Al contrario di noi, sono stati giovani in tempi in cui pessimismo e timore non erano i sentimenti predominanti, una specie di virus del sangue alimentato da grattacieli che crollano, lavori incerti, sogni già ingrigiti e minacce indefinibili.
     
    Non che le brutte cose mancassero, come mai mancheranno, ma l’impressione è che fossero tempi in cui si poteva lo stesso sperare in un futuro luminoso, in cui non ogni innocente ingenuità era stata spenta già dall’infanzia ed era più facile sognare, suonare, amare, appassionarsi e divertirsi.
    O forse questa è la mia versione romantica dei fatti, quella che i troppi dischi di quei formidabili gruppi che amo mi hanno tatuato nelle sinapsi. O forse sarò io quella triste e spenta, chissà, e intorno mi fluttua un universo vitale e ottimista che non riesco a notare.
     
    Non mi importa sinceramente distinguere tra miti personali e realtà, per alimentare la mia adorazione basta già il solo fatto che questa gente ha prodotto della musica grandiosa e indimenticabile e, che – in prospettiva – il nostro nuovo secolo/millennio/whatever ci fa una figura sciapa.
     
    Penso, con un po’ di paura e con molta tristezza, a come saranno le cose quando quella fichissima generazione se ne sarà andata per sempre e rimarremo noi a fare da mamme e papà a nuove nidiate sempre più disilluse, in un mondo dai contorni sempre più inquietanti.