Per leggere questo post, avete due possibilità: essere pazzi dei Pink Floyd o volermi molto bene (un bene direi non platonico, tra l’altro). Non mi assumo responsabilità per altre categorie di lettore.
Uno dei miei difetti più efficaci nel rendermi la vita impossibile è il fatto di non essere una persona di facili entusiasmi. Non facili, però quasi fastidiosamente intensi e inclini alla monomania.
In effetti, vi confesso, sono almeno cinque giorni che sto pensando di scrivere questo post, ma non sono riuscita a trovare le parole adatte e avevo paura di abbandonarmi a una serie di suoni inarticolati di godimento musicale o comunque di sguinzagliare la fan girl in me e perdere ogni serietà e distacco.
Il compito è complesso almeno quanto fare complimenti a una ragazza che ti piace senza lasciar trasparire troppo palesemente quanto le sbavi dietro.
Oggi, come avrete intuito, si parla di musica.
Non so che cosa mi abbia fatta innamorare del film di cui sto per parlare così istantaneamente, non so se voi ci vorrete vedere la stessa bellezza che ci ho visto io, non so se vi porrò davanti ad argomenti razionali o se voi ci vedrete solo quattro inglesi spocchiosi con dei pessimi denti che suonano cose impossibili mentre un regista pazzo ci fa vedere gli shuttle.
Non lo so e non posso saperlo. Gli argomenti razionali, del resto, si possono anche fottere quando si tratta di gusti e sensazioni.
Il fatto è questo: se io, io la freak, ero arrivata a 26 anni senza avere mai visto una cosa che è andata a infilarsi con tale naturalezza tra le mie visioni preferite e più emozionanti, chissà che anche voi non vi siate persi il vostro potenziale film musicale preferito? Potevo forse tenermelo per me e conservare questo dubbio?
Long story short: come sapete sono in pieno e commosso revival floydiano e mi è stato consigliato caldamente il loro Live at Pompeii. Fidandomi dei consigli (se vengono dalle giuste fonti) e dei Pink Floyd ovviamente, non ho frapposto indugi e mi sono subito procurata il Director’s Cut, una versione un po’ più lunga e articolata dell’edizione originale del ’72. L’ho vista una, due, tre, quattro… direi cinque volte sinora, di cui una da brilla in cui non smettevo di dire “Oddio è stupendo”. E non aggiungo altri dettagli…
Come preambolo, una parolina sui live: di solito non ne vado pazza perché, in generale, molta della musica che amo è il frutto di lunghi e maniacali lavori di studio, il che a volte può risultare in un impoverimento dell’esperienza live. Pensate solo ai Queen che lasciavano il palco durante "la" parte intricata di Bohemian Rhapsody, come caso limite...
Nei live poi non si vedono bene i musicisti, a parte chitarristi e cantanti. Se sei nella folla vedi poco ma almeno ti emozioni come una belva, se sei a casa che ti guardi il dvd... vedi la folla e le inquadrature che sceglie il regista ... in ultima analisi, comprarsi un live può non essere sempre un'idea favolosa.
Una parolina invece sui Pink Floyd dal vivo: purtroppo non ho avuto occasione di godermeli faccia a faccia e ormai (che cosa tristissima) questa possibilità non esiste più, però qualche video me lo sono visto. E li ho sempre beccati per lo più ultra-quarantenni con un accenno di panciottella, assistiti da una ciurma di coriste e musicisti di supporto, mentre snocciolavano spettacoli astrali e costosissimi, accompagnati da versioni impeccabili dei loro successi, così perfette che dovevi fare attenzione al rumore della folla per ricordarti che stavi ascoltando un live.
E invece, giusto per smentire ogni mio preconcetto, questo particolarissimo live mi ha spiazzata su tutti i fronti.
Live at Pompeii è un film a tutti gli effetti e uscì in effetti anche nelle sale, analogamente, per esempio, a The Song Remains the Same degli Zep.
Il dettaglio che salta subito all'occhio è quello più curioso, per un live: manca il pubblico, se non un gruppetto di tecnici di fronte alla band e i cameraman che scivolano a pochi centimetri da Gilmour e Waters.
Ci sono i Pink Floyd, l'anfiteatro deserto di Pompei, una catena montuosa di ampli alle loro spalle e
i mosaici a osservare in silenzio.

Non mi piace usare alla leggera l'aggettivo “magico”, ma la magia è la prima cosa che mi viene in mente lì per lì, nel guardare quello scenario vagamente surreale, un po' mistico, che mi ricorda in qualche modo il film di Jesus Christ Superstar.
La band è giovane, ed è da sola uno spettacolo per gli occhi.
Un fatto particolare che ho sempre associato ai Floyd è il ruolo tutto sommato marginale giocato dall'immagine di sé. Provate a mostrare una foto dei Pink Floyd all’uomo della strada, anche a gente con discrete conoscenze musicali. Secondo voi li riconoscono, gli autori di album famosissimi e stravenduti in giro per il mondo? Come prova del nove, osservate i risultati con una foto dei Beatles, o di Elvis. Anche le nonne sanno dirti chi sono.
I Pink Floyd sono responsabili della creazione di atmosfere evocative e immaginifiche, di sonorità surreali e quasi ultraterrene … e spesso, negli anni, ho quasi finto che i quattro (cinque..) uomini che avevano concepito tutto questo ci fossero scivolati dentro, in un calderone più grosso di loro e composto da suoni, visioni e suggestioni. In altre parole li ho sempre visti come musica pura e senza volto, proveniente nella migliore delle ipotesi dallo spazio interstellare o forse da un sogno.
Forse è per questo che questo live mi ha colpita tanto, perché
invece eccoli lì i quattro inglesi capelloni, un po' sudati e unticci, magri magri e con le magliette attillate.

Ancora non ti capaciti di come quella musica stia effettivamente venendo da loro, ma è proprio quello che stanno facendo. Tranquilli, composti, senza le pose tipiche dei concerti, preoccupati solo dalla musica.
E giovani.
Giovani e splendidi.
Li ammiro ad occhi spalancati e successivamente prendo a cercare maniacalmente su YouTube qualunque altro video della band in quel periodo, arricchendo le mie impressioni con informazioni più precise.
C'è Waters, un metro e novanta di bassista isterico e geniale, con il suo faccione troppo grosso e lungo, gli occhi piccoli e saccenti, l'aria concentrata. Non sono abituata a bassisti così giganteschi, è la prima volta che osservo che la punta del suo naso e la punta del basso sono equidistanti dai pickup, anche se il Fender Precision riesce lo stesso a sembrare enorme. La zazzera gli oscilla intorno agli zigomi. Scuote i piatti e il gong di Mason con la foga di un orango impazzito (A Saucerful of Secrets) e pare un invasato quando lascia andare nel microfono urla ferine e agghiaccianti (Careful with that Axe Eugene). Nelle interviste trasuda un'arroganza odiosa, dalle sopracciglia alla punta del mento, e non si riesce comunque a detestare completamente.
Mason ha quell'aria un po' animalesca che ha più di un batterista rock dell'epoca, da Keith Moon a Bonzo. Mi lascia impressionata la sua agilità. In canotta e fascia intorno ai capelli, pesta la batteria come un mastro ferraio, mantenendo un'aria impassibile anche di fronte al volo improvviso di una bacchetta, che rimpiazza nell'arco di mezza battuta. Non sembra sudare nemmeno i ritmi più sostenuti, gli intrecci di mani più complessi... e la telecamera lascia che ne godiamo un po' anche noi, rimanendo piantata su di lui e i suoi riccetti oscillanti per un'intera canzone (One of these Days). Nelle interviste è il più loquace e ottimista, fa molta simpatia.
David Gilmour, accanto al profilo quasi da primate di Waters, risulta piccolino e composto, con il suo viso quasi perfettamente rotondo e gli occhi azzurri distanziati e un po' incassati sotto le sopracciglia, completati da due occhiaie perenni. Ha un'abilità innata a sembrare mortalmente annoiato quando suona.
Lo vediamo titillare la sua Strato a piedi nudi nella polvere dell'anfiteatro, sporco lui e sporca la chitarra, i capelli cacciati dietro le orecchie con noncuranza e il suo broncio caratteristico che gli sta quasi tatuato sulle labbra. Nelle interviste che sono intervallate al concerto ogni tanto lascia scappare un bellissimo sorriso un po' imbarazzato. Leggo che prima di rivelarsi un talentuoso chitarrista ha fatto anche il modello, e non ho alcuna difficoltà a crederlo. Avrei cavato più di un occhio per un ragazzo simile.
C'è anche
Rick Wright e per la prima volta noto che era anche un bel ragazzo: anche se
sino a qualche giorno fa avevo ricordato solo l'aria mansueta e quasi timida, ora noto dei grandi occhi con delle ciglia lunghe e folte, quasi da ragazza, che cozzano stranamente con l'impossibile dentatura da inglese di cui tutti loro fanno mostra.
Fa una curiosa tenerezza nascosto dietro alle tastiere.

Canta anche e canta tanto: mi vergogno di aver sempre confuso la sua voce con quella di Gilmour e giusto ora inizio a distinguere meglio la maggiore dolcezza e rotondità del suo timbro vocale. Vederlo all'opera può far passare qualunque pregiudizio a chiunque possa ritenere le tastiere uno strumento noioso.
Sotto le dita di Wright, a mio avviso, si gioca una parte fondamentale dell'identità sonora della band, quella dei grandi album che piacciono a me. Spero non suoni troppo agiografico in questo contesto.
Nessuno prova veramente a fare il frontman, se si esclude il naturale egocentrismo di Waters. C'è spazio perché ciascuno possa brillare e, quando succede, più o meno tutti hanno un'aria naturale e seria. Così seria. Sono lì, ma quasi si eclissano.
C'è solo la musica e tutte quelle facce affrescate nei muri e incastonate nei mosaici. Tutti gli elementi si sposano senza sbavature tra di loro e - Dio vorrei sapere come - si mescolano in qualcosa di cosmico in cui non sai più se sei un un anfiteatro romano o direttamente sulla luna.
Mentre tu sei un po' vittima di questo incantesimo, loro continuano tenerlo in vita, senza quasi guardarsi tra di loro, ognuno sicuro della sua parte.
Non vorrei usare immagini trite o espressioni di apprezzamento melense, ma in certi punti mi sento letteralmente persa tra l'idea dello spazio, l'idea della morte, la superficie del sole, il Vesuvio minaccioso e l'anfiteatro, mentre in qualche modo le scale orientaleggianti di Set the Controls to the Heart of the Sun tengono insieme tutti questi castelli mentali e – per giunta – i quattro capelloni inglesi sono ancora lì, persone in carne e ossa.
La cosa più paradossale, a questo punto, è l'alternanza (voluta dal Director's Cut) tra questi momenti di trasporto pagano e
immagini ben più triviali della band intervistata, che si abboffa alla mensa dello studio di registrazione, che scoperchia un'ostrica dietro l'altra scherzando sulla loro provenienza, che chiacchiera di apparecchiature elettroniche e fuma una sigaretta dietro l'altra.

Un'altra sezione di digressioni è data da parti più o meno lunghe, dedicate alla registrazione di Dark Side of the Moon (qualunque sequenza da più di 3 secondi che provenga da quel disco, del resto, si annusa da un miglio), momenti comunque che si presume siano stati girati proprio per il film.
Forse il regista ha voluto questi intermezzi per richiamare lo spettatore dall'orbita e concedere un po' di tregua prima dell'assideramento nello spazio siderale. Io mi sono convinta sia così, anche se non escludo in questo l'influenza dalle immagini delle missioni Apollo, del sole, della luna e di nebulose lontanissime che la regia fa scorrere, quanto mai azzeccate.
Ricordo anche che l’etichetta “space rock” ai Floyd non è mai andata tanto giù, quindi mi mangiucchio un po’ le mani per aver lasciato vagare la mia testa proprio in quella direzione, che purtroppo è tanto, tanto facile da imboccare, istigata dalla regia, dalle lyrics, dai suoni...
Dopo avervi inflitto i miei 2 cents sui live, la mia visione groupesca della band e le mie allucinazioni stellari, è forse il caso che non trascuri la musica vera e propria.
Il film si apre, e si chiude, su piccole note di piano. Note leggermente distorte che possono passare per lacrime, o goccioline di pioggia, o stelle cadenti. O quello che diavolo va a voi di vederci.
Si tratta naturalmente di Echoes.
Ora gente, se i Pink Floyd dopo aver registrato Meddle avessero deciso di non comporre più altro, io li avrei capiti e mi sarei lo stesso ritenuta felice di avere Echoes. E questo mi prevenga dall'aggiungere ulteriori sviolinate. Anzi no, ne aggiungo un’altra: da giovedì scorso mi sarò sparata l’ascolto di Echoes integrale (23 minuti e rotti bimbi, mica pizza e fichi) almeno una ventina di volte, o comunque tante che oggi non ho nemmeno bisogno dell’iPod, perché Echoes è la nuova colonna ufficiale delle mie sinapsi.
Come un guscio, le due parti di Echoes racchiudono il resto del concerto: una parte delle immagini ritrae Gilmour e Wright che cantano in studio, con tanto di bloopers e papere varie, mentre il resto della canzone si gioca tra visioni vesuviane di lave in ebollizione e vapori infernali.
La band, poco vestita e in pieno giorno, esibisce le prime tracce di tipiche ustioni da anglosassone sotto il sole del Sud, e poi il familiare riff di Echoes riempie l’anfiteatro.
Per qualche motivo, tutto questo messo insieme mi fa pensare ai fiumi degli Inferi, alle rive dello Stige. Mi do una botta in testa per l’allucinazione senza senso e proseguo remando oltre.
La scelta dei brani assomiglia molto alla tracklist della parte live di Ummagumma, con composizioni lunghe ed evanescenti, per lo più strumentali, suonate nel cuore della notte, di giorno, al crepuscolo.
Insieme a Careful with That Axe, Eugene vediamo eruzioni e fiumi di lava fumante... Dietro la band, luci che sembrano tante lune e Waters ci mette del suo: sussurra, miagola, ulula e urla dei rantoli spaventosi, sinché le luci non si spengono e ci lasciano davanti al volto angosciato di un mosaico.
A Saucerful of Secrets, che segue, lascia spazio a ogni genere di delirio strumentale on stage: Gilmour ringobbito a stropicciare le corde della Fender con un bottleneck, Mason che ripete un tema ossessivo e rapidissimo, Wright prende a pugni il piano producendo suoni spettrali e Waters semplicemente impazzisce sul gong, con un ghigno insano, la maglietta che si solleva ritmicamente. Questa sezione è appropriatamente detta Syncopated Pandemonium, peraltro.

Qualche altro lamento di chitarra ed entra un tema nuovo, quello chiamato Celestial Voices: quasi religioso, in qualche modo catartico, tutto sull'organo. Il vento soffia e Gilmour, con più di un capello in bocca, vocalizza quel canto disperato che a me continua a sapere, ma proprio sempre di più, di messa per i defunti di quasi duemila anni fa.
Un'eclissi e degli stridii annunciano One of These Days, alla luce dei riflettori. Ho un torbido ricordo di questa canzone infilata come sigla di qualche programma sportivo degli anni '80 e sono felice di poterle associare immagini e sensazioni nuove anche se, come vi ho già raccontato, la scena è praticamente tutta per Mason e il suo prodigioso rimpiazzo della bacchetta volante.
A questo punto, resta l'impossibile: far cantare un cane, e intendo un cane con quattro zampe e la pelliccia, e dare alla cosa una parvenza di serietà, o comunque farne qualcosa che non stoni con tutte le atmosfere mistiche ed aeree evocate sinora.
La bestiola giace con un microfono puntato al muso, coccolata (e trattenuta) da Wright, mentre si suona un blues bello e buono, Seamus (o Mademoiselle Nobs, che dir si voglia).
Tornano il gong e le luci a forma di luna piena, torna la notte e un tema d'organo ripetitivo, orientaleggiante, un po' morboso. Un fraseggio di batteria sommesso ma intricatissimo Tornano gli affreschi, i fauni, le matrone, i nudi. Waters ci sussurra Set the Controls for the Heart of the Sun e rieccoci in orbita, ad avvicinarci al sole, a osservarne le macchie insieme ai ritratti sui muri.... Dannata regia (non devo pensare “space rock”, non devo pensare “space rock”…)..
Quindi il cerchio si chiude, perfetto e simmetrico. Come un vento che viene da lontano, fanno di nuovo capolino le sonorità spettrali nella città morta, un frullio di piatti e finalmente riecco le goccioline di pianoforte in un crescendo a cui si aggiungono tutti gli strumenti. Rieccoci ad Echoes.
And no one sings me lullabies
and no one makes me close my eyes
and so I throw the windows wide
and call to you across the sky
Glimour e Wright ci salutano cantando così.
Ci allontaniamo da Pompei un passettino dietro l'altro. Vediamo la terra da lontano, poi siamo già dietro la luna.
La regia ci spedisce via a gran velocità, dritti su una nebulosa, accompagnati però ancora dall'eco delle ultime, rarefatte gocce del piano di Richard Wright.
Poi, vi ripeto, che siano davvero gocce di pioggia, lacrime o stelle cadenti in una notte buia, quello dovete deciderlo sempre voi.
Io dico che vanno tutte bene.