Oggi mi è successa una cosa piuttosto divertente. Diciamo “amusing”, ecco, e pensavo di condividerla con voi. So che alcuni potranno farcisi una risata (e che molti se la sono già fatta).
Ieri sera mi contatta un tipo e mi chiede gentilmente se mi può sottoporre un questionario su tematica sessuale da pubblicare anonimo in un blog privato, se voglio anche con un altro account. Mi dico mah che mi frega, parlare di sesso (inteso come argomento di conversazione) non è mai stato un problema per me. Acconsento.
Stamattina mi arriva il papiro di domande. Inizio a scorrerle e, curiosamente, inizia con la richiesta del mio nome (non era anonimo?) e una mia sommaria descrizione fisica in cui, immagino a posteriori, la sua utente modello avrebbe dovuto lasciar scivolare la taglia di reggiseno o altri dettagli stuzzicanti. Altre motivazioni mi parevano poco convincenti, ma avrò una mente morbosa e del resto chissà quale poteva essere il master plan di questo psicologo del sesso.
Prima di procedere, gli chiedo un po’ perplessa a che gli servono quei preamboli e se per caso non intende piuttosto raccogliere per sé una piccola antologia di soft-porn amatoriale con cui trascorrere qualche piacevole minuto in condivisione con la sua mano destra. Nega e voglio credergli: perché devo sempre pensare che dietro a una persona che parla di sesso, se maschio, ci sia un triste omino col pisello in mano?
Mi rasserena con frasi come:
"Le domande sono molto intime ma non per questo volgari" (n.b. tra le domande dell'erede di Freud figura " Ti fa piacere se il tuo partner ti lecca la figa?", se voleva farlo suonare meno volgare potevo trovargli una dozzina di formule alternative per arrivare al punto - o un'altra è "ti fa piacere ingoiare o ti fa schifo?" in cui il fine punto intellettuale a cui sta cercando di arrivare è chiarissimo)
e
"Diverso nella sua semplicità e pulizia dalla massa di questo genere. A discapito dell'argomento che presta il fianco a sottintesi o altro." (infatti la sua reazione è stata semplice e pulita e non dà adito ad alcun pensiero circa i suoi fini "corollari")
e
"Oltretutto strada facendo aggiungerò sempre più domande che scavano l'interiorità" (come un Tampax, ma con la ruspa)
Diamo un po’ di credito a questi tizi che spuntano e confidiamo nelle loro buone intenzioni per mettere su un edificante dialogo di psicosessualità. Lo ha detto anche Focus (e lì già dovevo diffidare!): con più fiducia si vive più a lungo.
Rispondo a tutte le sue domande come meglio mi viene. Cioè trattando il sesso come un argomento e non come se intendessi flirtare o vantarmi di mie presunte abilità tra le lenzuola o negli ascensori pubblici, o chissà quale altro modello di risposta aveva in mente. Non mi piace mettere colore dove non serve affatto e quindi non aggiungo nessun dettaglio che possa essere dichiarato "eccitante". Finisco con l’infilarci un po’ di ironia, qualche critica alle sue domande (le più sceme o sgrammaticate), qualche velata allusione al fatto che – dal tenore di certe domande (alternate ad altre più clinico-sanitarie)– avevo il sentore che non si trattasse di una cosa poi tanto seria.
Pensavo di aver composto una cosa abbastanza spiritosa e simpatica insomma, ma dopo un po’ mi arriva la risposta. Senza la risposta, sarebbe stata una normalissima esperienza di scambio di opinioni con un tipo un po' curioso che ha qualche confusione grammaticale in testa, che poteva risultare anche simpatica visto che non avevo avuto alcun atteggiamento ostile.
Non avrei mai pensato che, in un’era in cui - se proprio vuoi - puoi scaricare bestiality porn in pochi minuti, un uomo potesse essere così provato dal mancato arrivo del materiale per la sua prossima sega. Perché non so come altro spiegarmi questo sudden change of heart, di fronte al mio atteggiamento cortese e aperto. Davvero, qualcuno me lo spieghi chiamando in causa un'altra chiave interpretativa.
Dice che di solito manda una risposta precompilata a tutte, tranne a quelle che lo riempiono di insulti, una rispostina in cui si complimenta per la classe dimostrata a rendersi disponibili.
Come a dire che rispondergli equivale ad avere classe.
Un criterio inattaccabile e imparziale.
Questa risposta felice però la riserva a quelle che, credo, gli raccontano minuziosamente dell’inserimento di generi ortofrutticoli nei propri orifizi. Quelle che descrivono con attenzione pittorica la forma dei propri capezzoli e il sapore dello sperma più delizioso che hanno assaggiato a 16 anni. Raccontare queste cose a uno sconosciuto è un chiaro sintomo di classe, mi sto ancora dando botte sulla fronte per non essermene ricordata prima (le vere botte sulla fronte sono per avergli risposto in prima battuta, sono troppo candida e fiduciosa).
La classe io non l’ho neanche vista col telescopio invece – dichiara – e ci tiene a precisare che quell’ambita risposta preconfezionata non sarà per me. “La lezione tela do io” (sic), minaccia in traballante italiano.
Terrorizzata, scorro oltre per vedere in quale modo doloroso intende pormi davanti alle mie mancanze.
In realtà la sua grammatica e la sua sintassi (nonché il concetto sottostante) sono così oscure che un po’ mi sfugge il messaggio.
Ma il sunto è che devo vergognarmi. Ho sprecato 10 minuti del mio prezioso tempo a rispondere a un tizio che manco conoscevo e sono un mostro. Peggio: sono priva di classe e sono GRIGIA.
E l’imminente pubblicazione del mio questionario rivelerà – visibile a tutti - non che genere di sfigato sia lui a porre certe domande aspettandosi chissà quali risposte, ma QUANTO io sia grigia comparata alle altre donne con cui ha parlato. Grigia e goffa, aggiungerà più tardi. Goffa agli occhi del MONDO, dopo che mi avrà postata sul suo influente blog.
Ne sono devastata. Devastata gente.
Gli rispondo mogia mogia che non mi aspettavo tutta questa aggressività e mi scuso molto se invece di raccontargli di come fantastico di farmi un doberman mentre sono vestita da fatina dei denti gli ho solo fotografato la mia situazione attuale di persona che è a suo agio a parlare di sesso ma ultimamente ha perso un bel po’ del suo entusiasmo per esso.
Mea culpa, mea maxima culpa.
Me ne resto qui, grigia e priva di classe, a sentirmi umiliata, con la pendente minaccia della pubblicazione di questo materiale compromettente.
~Intervallo con pecore che pascolano nelle campagne del Molise~
Ora, io non amo ripetermi ma di solito lo faccio lo stesso, quindi vi snocciolo l’ennesima rielaborazione dei miei pensieri sull’argomento “parliamo di sesso”, domando scusa per la solita palata di affari miei che siete costretti, se vorrete leggere oltre, a tollerare:
Il sesso è una cosa simpatica. Ne ho fatto abbastanza, ne ho fatto in modi diversi e in posti diversi, con persone diverse. Conto di farne ancora sinchè potrò.
Ne ho fatto troppo forse, e con poca varietà di persone a causa del mio deprecabile morbo per la monogamia e del mio sfortunato incontro con ragazzi gentili, premurosi e innamorati. Ho qualche problema in quel frangente, me lo dicono tutti.
Per me il sesso non è un argomento tabù, per nulla. Non c’è pratica (consensuale) che mi scandalizzi o sia seriamente in grado di stupirmi; molte cose mi interessano anche solo a livello – diciamo – sociologico, psicologico e così via. Intellettuale, in un certo qual senso.
La mia personale eccitazione resta fuori da tutto questo. Quando sono eccitata e il sesso intendo farlo, invece che parlarne, la differenza è molto ben marcata. Questa parte di me non è affatto pubblica e sono riservata nel parlarne.
Quest’ultimo punto è il fulcro di alcuni dei più spiacevoli fraintesi sulla mia persona, perché dire “sono aperta a parlare di sesso” viene spesso interpretato da alcuni rappresentanti dell’altra metà del cielo – magari non le cime – come ammiccamento, come dichiarazione “ci sto”, come “ora ti racconto tutto sinché non ce l’hai duro così poi ti ci puoi fare le seghe sopra per farmi sentire magnificata e desiderata”. Noooo thanks, non cerco questo, mi scuso per il malinteso, ho abolito qualche smart line del mio profilo di Splinder (in cui figurava la parola “ninfomania”) proprio per minimizzare i rischi.
Manco mi piace stuzzicare tra l’altro, l’idea che un estraneo si titilli il pisello pensandomi mentre io penso di stare facendo normale conversazione è un’idea un tantino ripugnante, senza offesa.
Ragazzi, basta con sta morbosità: basta trattare il sesso come un argomento (ARGOMENTO, non pratica) segreto, nascosto, misterioso e impronunciabile. Basta con questo alone di “proibito”. E’ ridicolo, specie tra persone adulte.
Basta anche tirarsela o credersi fighi e speciali perché si fa sesso, basta esibirlo gratuitamente (come ho appena fatto al punto 1, lol...). Siamo 6 miliardi al mondo: il che vuol dire che c'è gente che scopa in continuazione, che tutti lo fanno e che a nessuno frega molto di come e quanto lo facciamo noi. A parte alla frangia che non lo fa, forse.
Capisco che qualcuno abbia timidezza, pudore o riservatezza nel parlarne, è comprensibile e giusto, ma dal sottobosco di mistero ogni tanto sbucano fuori questi curiosi tizi allupati ed è davvero sgradevole doverli affrontare, specie quando – ingenuamente e non volendo credere al vecchio adagio che “gli uomini sono tutti porci ® “- dapprima li credi persone per bene, come mi successe mesi fa con il molestatore del grattacielo davanti al mio, che arrivò a minacciare uno stupro.
Ora, essendo il mio approccio alla cosa ed avendolo pensato io, è naturale che io lo trovi sensato anche se lungi dall'essere privo di problemi. Del resto l'autocritica potrebbe non essere la mia miglior virtù (così come la sintesi, ehm...).
Che ne pensate voialtri?
Detto tutto questo, non è che mi senta offesa personalmente. Bastasse il primo pirla che passa a offendermi sul serio, sarebbe una vita d'inferno.
Dispiaciuta però si, per il fatto che ogni tanto, anche se cerco di escludere dalla mia esistenza le persone che non trovo piacevoli e civili (a parte quando proprio mi tocca, in ufficio), queste mi trovano lo stesso.
Dispiaciuta che su Internet, che ha milioni di pregi che adoro, uno possa comportarsi in questo modo squallido senza alcuna conseguenza, trasformandosi da untuosamente cortese a sgarbato e minaccioso nel giro di un attimo e senza che ci siano motivi reali (ho fatto leggere lo scambio di battute a 6 persone, giusto per assicurarmi di non essere matta), o riscontrabili da un cervello umano funzionante.
Dispiaciuta che pochi imbecilli particolarmente molesti rovinino la reputazione al genere maschile comportandosi in questi modi incoerenti e cafoni appena una donna non si mostra “disponibile” nel modo che intendono loro. La donna in questione, ovviamente, viene subito dopo riqualificata da gentile donzella a strega frigida e isterica che non prende abbastanza cazzo. O che ha il mestruo. I modi dei maschi isterici di sminuirci sono sempre poco fantasiosi.
Va da sé che qui ho un po' spaziato nel range di altre esperienze mie e di mie amiche, non si può imputare tutto questo al povero utente hiddengirls di Splinder, che ha solo innescato una riflessione sempre presente nella mia zucca.
La “lezione” che voleva darmi non l'ho ancora capita bene, forse ci vuole classe per farlo; per parte sua vorrei imparasse l'unica lezione che credo di potergli impartire, visto che lo intriga tanto chiedere cose alla gente: “qual è” va senza apostrofo, ti supplico.
".. penso mi scofanerò un altro paio di pagine di quell'orrenda minchiata che sto leggendo e che è una bislacca saga di vampiri per adolescenti. "
Ipsa dixit, una settimana fa, o giù di lì.
Il punto è che sono una maledettissima ipocrita.
Peggio, una ragazzina.
Una ragazzina abbandonata dalla sua vampirista preferita, Anne Rice, e bisognosa di conforto.
Un po' come quando, a 8 anni, vidi finire i Cavalieri dello Zodiaco e, incapace di processare il lutto, mi tuffai tra le braccia dei Cinque Samurai, anche se la storia era più brutta e le loro armature molto meno suggestive (ma oh quante fanfiction yaoi scoprii 10 anni dopo).
Ma torniamo ai vampiri.
In qualche momento dei miei very early 20s, mi impallai sui vampiri della Rice. Interview with the Vampire, The Vampire Lestat, the Queen of the Damned... praticamente li sbafai. E visto che in Italia non circolava ancora altro mi presi da Amazon anche tutto il resto: in totale, credo di ricordare, lessi 11 libri della sua saga dei vampiri, dai primi più ispirati sino all'ultimo insipidino, Blood Canticle, che era appena appena uscito.
Ero completamente drogata: cominciavo a sognare come una deficiente che i vampiri esistessero davvero, ci speravo persino. Ero invaghita di Lestat. L'idea di bere sangue cominciava quasi a sembrarmi normale (salvo tagliarmi per sbaglio e riconoscere che sanguinare non era assolutamente cool o piacevole). Ebbi insomma un ritorno di fiamma dell'appena trascorsa adolescenza, quella in cui di solito si ama coltivare sogni completamente folli per il gusto di farlo.
Avendo avuto un'adolescenza troppo tranquilla e priva di impeti, la sto scontando a rate adesso.
Stiamo parlando di una vena un po' sui generis dei miei gusti letterari, forse meno socialmente accettabile di altre, per una che cerca ogni tanto di farsi passare per una signorina di intelletto (fallendo, tra l'altro) e devo ammettere che ogni tanto un po' me ne vergogno.
D'altra parte però non posso negare di avere la tendenza ad appassionarmi parecchio di storie di vampiri, mostri, creature immortali e compagnia bella (mai menzionato che sono anche un'avida lettrice di King?)
Nel fantasy in definitiva ci sguazzo, mio malgrado: non vorreste sapere quante volte ho letto/visto il Signore degli Anelli, quanto ho giocato a Dungeons&Dragons, quanti libri sull'argomento ho letto, dai più elevati tipo Tolkien ai più tendenti al trash.
I vampiri stanno proprio al crocevia tra la mia passione per il fantasy e quella per il genere un po' più dark/horror, senza trascurare il quasi sempre presente elemento sensuo/sessuale, che ha sempre un certo appeal su di me (leggi: versioni socialmente decenti degli Harmony).
E quindi, si diceva.
E quindi.
E quindi in meno di due settimane sono alla fine del terzo libro della saga di quella gran stronza di Stephenie Meyer, mannaggia a lei. Ve l'ho detto che assomiglia a Cristina D'Avena vero? Solo che invece di cantare "Puffi qua puffi là" questa ha deciso di proiettare tutte le attenzioni che non ha ricevuto in adolescenza nella storia, di cui vi ho già accennato, di questa ragazza banalotta, goffa e completamente odiosa che fa innamorare tutti di sé e ovviamente accederà anche lei - ormai posso prevederlo con certezza - all'ormai sdoganato dono dell'immortalità. Circondata da grandissimi fighi che si battono per lei. Un Harry Potter senza fantasia o simpatia intrinseca, destinato a diciassettenni con l'apparecchio esterno, un sacco di sogni e un account su DeviantArt..
Si è mai sentita una cosa più odiosa?
E allora perchè continuo a leggerlo? Con avidità per giunta! Dio santo io SPERO che sia perchè so che prima o poi ci sarà una scena di sesso, perchè l'alternativa grottesca è che effettivamente questa "bislacca saga di vampiri per adolescenti" (cit.) mi stia piacendo.
Come ciliegina sulla torta, ora ho una voglia matta di andare a vedere il film del primo libro, Twilight, che in America esce per Natale. Lo strafico vampiro protagonista è interpretato dallo strafico attore che faceva Cedric Diggory nel quarto film di Harry Potter (è quasi un'ironia). Lei ha il faccino stronzo e insulso che ho sempre attribuito a Bella. Perfetti.
Fosse anche solo per smontarlo dal primo all'ultimo minuto (o per farvelo credere), vi assicurò che ci sarò.
Damn.
"Quella panchina lì sembra all'ombra, vieni..."
"Aspetta che mi allargo un po' ... stai comoda?"
*Zzzz*
"Certo che la parte più interessante dei grattacieli è la loro ombra..."
"Quale parte di "ho sonno e ho dormito 3 ore" era meno chiara... senti ma che fanno quei piccioni là fermi nell'erba?"
"Non so, forse uno cova"
"Ora si è girato..."
"Guarda ha un'ala stesa... secondo me si stanno corteggiando"
"No, i piccioni in amore sono più disgustosi: si gonfiano e allargano la coda a ventaglio, poi inseguono la femmina spazzando le strade cittadine"
"Ah no ecco si stava puliziando. Anche l'altro ora ha l'ala stesa. Secondo me sono due maschi e si stanno sfidando, ecco."
"Una sfida?"
"...O un tai-chi per piccioni?"
"Una sfida tipo il mimo? Ma Trivial Pursuit no?"
"Eh pensa che figata il Trivial Pursuit per piccioni..."
"Ow qui è arrivato il sole, mi sta già bruciando le gambe"
"Troviamo un'altra panchina dai, magari quella lì davanti..."
Misteriosamente la pausa-pranzo trascorsa in stato comatoso/allucinogeno che mi costringeva a sinistre visioni di piccioni intenti in giochi di società e discipline orientali [causa riprovevole mancanza di sonno (a sua volta causato da inopinate trasferte intercontinentali)] si conclude con l'acquisto di un paio di scarpe, determinando così come la brama di calzature sia l'ultimo impulso a spegnersi, dopo la fame, dopo la sete, dopo l'autopreservazione.
Sono in quella zona misteriosa del mio essere in cui albergano solo tre cose: io, il mio sistema neuro-vegetativo e dei favolosi stivaletti col tacco.
The higher the heel, the closer to God...
Non ho mangiato per 26 ore prima di interrompere l'inappetenza con un timido pezzino di focaccia e confermo che probabilmente ho avuto un breve ed episodico caso di airsickness coi fiocchi.
Passati i disturbi all'equilibrio generale e superata l'inappetenza con un po' di nutrizione forzata, non posso comunque dire di stare una bellezza.
Non importa quanto ci giri intorno e quanto provi a fregarmene, ma devo dire proprio che io odio viaggiare in aereo e il fatto che sia costretta a farlo con una certa frequenza mi porta solo a dissimularlo meglio, a beneficio - spero - di quelli più terrorizzati di me.
Ogni volta che un aereo sballonzola, ed è di solito piuttosto spesso, o credi di sentire un rumore fuori dalla norma con le tue orecchie a digiuno di sapere tecnico, hai voglia di mantenere la calma e continuare a leggere o guardare il filmetto di turno. Hai voglia di evocare tutta la tua razionalità e le statistiche. Ma, per dirla in modo sottile: ti caghi in mano, è inutile. E in una mano spugnata per giunta.
Shit happens. E' una massima che più o meno copre tutte le mie paure e che giustifica perchè, nonostante sia conscia degli alti livelli di tecnologia, manutenzione e addestramento del personale che sono messi al mio servizio quando volo, mi sento quasi sempre a disagio, da una piccola e controllabile ansia alle palpitazioni con sudori freddi.
Il fidanzo è della scuola di pensiero della rassegnazione, la sua versione pessimistica della fiducia, e cerca di non tradire disagi. Ma la manina spugnosa nel Milano-Amsterdam di due settimane fa l'aveva anche lui, specie quando un fulmine ha attraversato l'aereo mentre ballavamo la macarena tra le grevi nubi olandesi e guardavamo gli assistenti di volo aspettando che il loro occhio da branzino sereno tradisse qualche genere di terrore e ci autorizzasse al panico.
Poi, ieri sera, ho letto la storia di un aereo che è riuscito ad atterrare tranquillamente dopo essere stato allegramente scoperchiato e della hostess che, strisciando nei corridoi e con delle ferite, ha continuato a rassicurare i passeggeri per tutta l'atroce discesa. E ho capito che delle espressioni degli assistenti di volo, che ho sempre ritenuto i miei personali canarini da miniera, non c'è dopo tutto da fidarsi molto.
Sentire, appena atterrata, della tragedia in Spagna mi ha ridotto lo stomaco a un chicco di uva sultanina. Non riesco a fare a meno di pensare a come cazzo ci si deve sentire prima di morire in quel modo e nemmeno riesco a evitare di pensare alle volte in cui è capitato anche a me di decollare in ritardo per un guasto tecnico.
Mi sono tanto riempita il cervello di racconti raccapriccianti, ieri sera, che pensavo avrei avuto gli incubi, mentre me ne stavo sdraiata sul mio letto che, con la labirintite, sembrava un Tagada da luna park.
Ma alla fine ero così stremata che ho chiuso gli occhi e sono caduta in un sonno profondo e privo di sogni, sgradevolmente interrotta dalla sveglia alle 7. Il mio cervello si è dichiarato non pronto e mi sono presa la mattinata. Ma ora eccomi qui in ufficio, con quasi nulla da fare, e la strana sensazione di venire da un sogno di due settimane. O meglio. Di ricadere nel solito quotidiano coma, dopo qualche giorno da sveglia.
Dopo tre voli da rispettivamente 4, 8 e 2 ore, più un'ora di bus e altre due di treno, mi posso dire non pronta per lavorare domani. E anche indubitabilmente sveglia da troppe ore.
Mentre il jet-lag comincia ad avere effetto, aspetto che questa motion sickness che ho da Detroit in poi svanisca, perchè mi sento oscillante come Jack Sparrow e mi beccheggia il cervello.
A casa, peraltro, mi attendeva la confortante notizia di un incidente aereo gravissimo in Spagna. Beata ignoranza delle ore precedenti....
Insomma, invece di dormire sto beccheggiando da una stanza all'altra svuotando valigie e leggendo la storia di ogni disastro aereo dai primordi dell'aviazione a oggi. Mi sono appena infognata nell'11 Settembre e ora sono una specie di panda al mascara sciolto che vaga singhiozzando e sbadigliando per casa.
La vostra responsabile marketing è prontissima al rientro in ufficio!
Ebbene, tra due giorni mi attende una ridda di voli deliziosi (tre) per riportarmi in catene nelle terre patrie e all'odiatissimo ufficio.
Non smetterò mai di tessere le lodi del Canada e di adorare questa amena cittadina, tra spiagge, monti, grattacieli e sushi bar, in mezzo ai pazzoidi che fanno jogging sotto la pioggia, tra i fanatici dei cibi organici e le pletore di asiatici ricchi sguinzagliati per le vie dello shopping, negli interstizi tra uno Starbucks e l'altro.
A questa città non manca niente tranne i miei amici e il resto della mia famiglia.
Negli ultimi tre giorni sono stata a Victoria, sull'isola di Vancouver, che è la capitale amministrativa del British Columbia, agognata meta turistica e simpatico angolo di Inghilterra fuori sede ambito da canadesi e yankees vacanzieri. Le megattere non si sono degnate, ma dalla barchetta chiamata Prince of Whales (con ironia quasi Brit) ho visto parecchie pinne di orca andare su e giù sul pelo dell'acqua mentre il branco, una famigliola estesa di svariate decine di bestioni, si spostava lungo la costa per cacciare salmoni.
Ho imparato che le orche in libertà vivono molto a lungo e alcune raggiungono quasi il secolo, ho imparato che vivono con la mamma per tutta la vita (e poi dicono degli italiani) e che tenerle in cattività, caso mai non ce la fossimo data, equivale ad ammazzarle lentamente, visto che la loro durata di vita si accorcia vertiginosamente. Mentre le osservavo pinneggiare fameliche verso le loro tonnellate di sushi quotidiano, non potevo fare a meno di dispiacermi per questo brutto trattamento che riserviamo a molte di loro.
L'angolo animalista-freewilly è concluso. Dannazione è questo paese che emana il vibe ecologista...
La città di Victoria, invece, offre praticamente tutto e il mio portafogli, confuso da tanta inattesa abbondanza, si è aperto senza dignità mentre vagavo rapita tra i negozi locali. Ho anche una maglia da hockey nera ora, di quelle che si danno in pasto ai turisti, e l'equivalente tartan della borsa di Mary Poppins.
Altro ridente capitolo, il nostro Bed & Breakfast aveva la hot tub a disposizione degli ospiti e mi sono fatta due pucciate roventi di idromassaggio all'aria aperta prima di dormire. Una delizia totale.
A essere ricca potrei abituarmi molto rapidamente, vi dirò.
Le colazioni fatte in casa (uova al prosciutto e besciamella un giorno e pancakes al mirtillo in sciroppo d'acero l'altro) hanno garantito che tornassi a Vancouver con qualcosa in più. Tutto sui fianchi.
Qui a Van cammino come una pazza e cerco di assorbire tutto quello che posso (calorie incluse) prima di tornare nel nostro squallido paesuccio, anche se probabilmente non è il paesuccio ad essere squallido ma io a trovarmi a livelli di insofferenza cosmica.
Ieri sera sulla Quarta strada, mentre sbocconcellavo un Cinnamon Bun delle dimensioni del mio cranio, sorridevo pensando che avrò bisogno di una seconda valigia per tornare a casa e che senz'altro le perderò entrambe a Detroit, dopo il primo volo.
Questa mattina, mentre sbocconcello un più esiguo Pop Tart alla fragola, penso che è ora di asciugarmi i capelli e vestirmi, e godermi un altro po' di vacanza. E domani ho il dentista di nuovo, con una capsula nuova nuova per me come regalo di addio.
Ho in mano un perizoma di pelle nera preso in un vero negozio per spogliarelliste, un peluche di Domo-kun trovato in un recesso di Urban Outfitters, una pochette disegnata a suon di sushi acquistata in un ameno negozietto di tattoo e corsetti in lattice e un indefinibile numero di minchiate raccolte questo pomeriggio in quella che ho scoperto essere la via fricchettona (ovvero quella in cui si condensano gli ostelli e i robbosi locali) di Vancouver, Granville Street.
Ho i piedi desertificati, svariate cucine orientali sullo stomaco e i capelli frizzolosi da pazza.
Adoro completamente questa città.
Domani gita a Victoria e appuntamento con un branco di spero volenterose megattere, per coronare la vacanza.
E' quasi mezzanotte, sono al quindicesimo Advil post operatorio (solo io riesco a passare due ore dal dentista durante le ferie), la mia borsa è fatta e penso mi scofanerò un altro paio di pagine di quell'orrenda minchiata che sto leggendo e che è una bislacca saga di vampiri per adolescenti.
Proiezioni di un'adolescente insignificante con un forte senso di self-importance, dotata della goffaggine d'ordinanza che molte autrici donano alle proprie eroine nel tentativo fallimentare di renderle meno odiose, immerse nell'improbabile narrazione di come un vampiro strafico finisca per interessarsi a lei e innamorarsene. Tutto scritto da una tizia che in foto è il ritratto di Cristina D'Avena. Dannazione a me che devo sempre finire i libri che comincio...
Ma Gesù santo, Anne Rice me lo sforna qualcos'altro di decente o devo ricorrere a questi mezzucci?
Ho fatto il Milano-Amsterdam più spaventoso della mia vita, tra fulmini, scossoni e preghiere indirizzate a qualunque divinità in ascolto. Stringevo la mano altrettanto spugnata della dolce metà e pensavamo a quanto è bello stare sulla terra ferma.
Ha seguito un Amsterdam-Vancouver pacifico e filmoso (quella gran boiata di Iron Man e le Cronache di Spiderwick, che non era male), con successivo arrivo in British Columbia costellato da un bagaglio perduto.
Ma tutto sommato è andata bene e mi sono svegliata questa mattina con la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Pechino. Sono un tipo poco sportivo, ma gli eventi di portata mondiale sono un discorso diverso.
Ho sempre seguito o seguicchiato le Olimpiadi, anche se la prima che effettivamente ricordo è quella di Seoul nel lontano '88. Ho ricordi molto belli dell'estate del '96 e dell'Olimpiade di Atlanta (all'epoca sbavavo perdutamente per Yuri Chechi) e anche di quella di Sydney.
E quest'anno Beijing mi trova in vacanza in Canada, davanti a un'alba freddolina ma promettente.
La cerimonia è stata bellissima e come al solito toccante, almeno per una pirla come me, l'unica in grado di farsi venire i lacrimoni alla vista delle squadre africane, manciatelle di persone sorridenti che volteggiano bandiere della cui esistenza ci si ricorda solo in queste circostanze. Mi sento ipocrita a ricordarmi di quanti problemi abbia il più debole dei cinque anelli olimpici solo in questi casi.
Ho esultato alla vista dell'Italia (un'orda barbarica che camminava in ordine sparso) e perso qualche etto di saliva per lo smagliante sorriso del nostro portabandiera. In generale, tra i portabandiera c'erano degli gnocconi da spavento.
Ho celebrato con allegria il passaggio delle squadre olimpiche dei paesi dei miei conoscenti (un evviva per gli States, per il Canada, per i Cechi e gli Austriaci, per gli Estoni e anche per i nostri amici babbioni della Francia e della Tedeschia, che voglio bene pure a voi. Evviva anche i Brit, e perchè no anche voi Svizzeri, e un po' tutti quanti).
Ho trovato delizioso il top cinese coi colori svedesi delle atlete della nazionale Ikea.
Ho sorriso per il bimbino di 9 anni che sgambettava sotto il portabandiera cinese, un colosso di 2 metri e rotti.
Adoro lo spirito olimpico, adoro l'idea che almeno per un paio di settimane ogni quattro anni si possa far finta di stare tutti in pace e di ridurre odio e rivalità a semplice spirito di competizione sportiva, a divertimento.
Sarò corny e scontata, lo riconosco, ma almeno nell'idea della pace nel mondo io ci credo ancora, nonostante i moltissimi argomenti contrari, e vederci sfilare tutti insieme, ognuno con la sua bandiera ma tutti uniti nello spirito sportivo, non manca mai di commuovermi.
Non ho gradito l'intervento dei soldati per portare la bandiera olimpica al podio con il passo dell'oca, ma si sa che questi Giochi sono iniziati tra le polemiche e che ne vedremo ancora. Pechino ha compensato offrendo uno spettacolo pirotecnico davvero mondiale e una scena del tutto inattesa quando il tedoforo ha spiccato il volo in posa plastica ed ha performato una corsa volante sui muri dello stadio, per culminare nell'accensione della torcia più grande del mondo.
Naturalmente aspettavo con ansia il momento in cui il cavo avrebbe ceduto causando una scena di sconcerto mondiale, o la fiamma si sarebbe spenta, o avrebbe dato fuoco alla bandiera olimpica, o meglio ancora, quando un bambino cinese carinissimo, portato in spalla dalle donnine cinesi in sorriso plastico e vestito rosso, avrebbe preso una piccola torcia olimpica per dare alle fiamme tutte le bandiere degli altri paesi, issando quella cinese mentre il capo di stato, nella minacciosa lingua mandarina, annunciava a una manciata di sconcertati interpreti il messaggio con cui dichiarava la Cina vincitrice indiscussa e comandava di chiudere le porte dello stadio per tenere in ostaggio tutte le altre delegazioni, dichiarando per buona pace di tutti guerra al Mondo.
Niente di tutto questo è ovviamente accaduto, anche se continuavo a pensare che il momento creepy fosse dietro l'angolo, e nel complesso è stata una cerimonia forse troppo lunga, ma grandiosa, costellata da fantastiche canzoncine in mandarino che sembravano le theme song di qualche videogioco Square Enix.
I migliori auguri per i giochi a tutti gli atleti, persino al pirla degli Emirati Arabi che parlava al cellulare mentre sfilava.
E ora mi prendo la guida tv, così non mi perdo nessuna gara di nuoto maschile.
Io tiro fuori i pop-corn, voi sfilatevi quelle tute, da bravi, e fuori gli Speedo aderenti.
Prendo il 30 per tornare a casa un po' prima, andando incontro a una casa caotica con valigie semiaperte ovunque, e l'odioso filobus si è rotto di nuovo.
Il 30 a Genova è il bus più stronzo e inaffidabile di tutti. Sono già dentro quando vedo davanti alle porte aperte lo sguardo del conducente che guarda il tetto del bus, dove sono le due antennine traditrici, con la stessa espressione con cui potrei guardare la plancia di comando di una bomba atomica che sta per venire lanciata su casa mia. Totale sconcerto. Totale "che cazzo è sto coso e cosa devo farci?!". Sommato a urgenza e preoccupazione.
Il conducente, scordavo, è una donna.
Ci si accosta un altro 30 rotto da cui sbuca, è un'epidemia, un'altra conducente in divisa antistupro AMT, codino e espressione stupefatto-afflitta.
So a quel punto che non ne uscirò viva.
Faccio strisciare le chiappe avanti nel sedile, inforco gli occhiali da sole modello donna picchiata dal marito e socchiudo gli occhi. Comincio dopo un po' a registrare vaghi ricordi dello spigolo di una Louis Vuitton falsa che mi pungola un gomito, e la città che scorre piano.
Quaranta minuti dopo una vecchia mi stuzzica con un bastone e mi sveglio all'altro capolinea, a Brignole, avendo una nozione approssimativa di chi sono e cosa devo fare. La vecchia ha una voce che sembra quella di David Bowie che canta Moonage Daydream. Ma devo dire che non gli assomiglia affatto.
A quel punto finalmente mi stacco le cuffie e riconnetto con l'uggiosa realtà pomeridiana della mia città.
Time to pack my stuff up...