Stavo scrivendo un post molto ispirato quando ho realizzato che ho un anfibio spaccato a metà.
A luglio.
Il che vuol dire che le chance di trovare un sostituto degno prima che cambi stagione sono scarsebarranulle.
Consigli (sensati) estremamente benvenuti.
"Mettiti un bel paio di sandali a fiori" non è un consiglio sensato per la cronaca.
"Mettiti i tacchi" equivale a dirmi "fatti del male". Che poi alcuni possano volermelo augurare è anche perdonabile.
Mi mancano i miei ciofechini sdruciti e slacciati, uffi.
Uno degli interrogativi più affascinanti dell'estate 2008 è: riuscira la nostra tossicomane e infetta eroina ad arrivare tra le braccia del dentista canadese ancora in vita?
Riuscirà a non rovinarsi le ferie e godersi il megattera-watching prenotato per Ferragosto davanti alla suggestiva isola di Vancouver?
Riuscirà a non aprirsi un'ulcera gastrica a suon di antibiotici e antidolorifici prima che ciò accada?
Non sono mai stata così felice all'idea di vedere un dentista e non ho mai avuto una tale facciaccia di culo da presentarmi in farmacia con le scatoline vuote di Toradol in fiale e le lacrimucce agli angoli degli occhi cucciolosi.
"Guardi dottore mi vede sorridente ma è perchè ormai è paresi facciale, non si faccia ingannare"
Bene, sincronizzate gli orologi gente: oggi è lunedì 28, per la sera del 6 agosto devo stare da dio, perchè mi attende la solita galoppata sudata verso Milano, la consueta levataccia e i mantra per sedare la paura del solito volo epico.
Nota: atterrerò a Schiphol per la settima volta in meno di tre mesi. Dovrebbero accogliermi con la corona di bulbi di tulipano e gli zoccoloni di peluche (espressione quest'ultima alquanto polisemica e aperta a fantasiose interpretazioni).
Io non so se siano tutti questi farmaci o il fatto più semplice che è più di un mese che sto male, ma sono proprio giù di giri, ho l'umore spento, la voglia di fare di una marmotta letargica e l'occhio semilucido del beagle che sta per essere soppresso. Arrivo ad accarezzare con poco entusiasmo l'idea di essere un tantino depressa e senza idee precise su come uscirne.
Sono irritabile e ipocondriaca, il disordine mi fa impazzire, mi trovo inguardabile anche più del solito e non riesco a fare progetti per archi di tempo superiori al minuto.
Bei momenti in cui vorresti saltare e urlare e tirarti i capelli come Maga Magò, tranne per il fatto che con lo stress e tutto il resto i capelli vengono via bene anche senza toccarli.
Il dente stabilisce tutto per me.
Silvia vuole andare al mare perchè le sembra che il suo colorito bianchiccio cominci davvero a darle un'aria malata ancor prima che "darkettona".. e no, il dente vuol stare a casa a guardare Pushing Daisies. A divorarlo per la precisione. Serie amena e fiabesca peraltro, ma vedere troppa gente morta prima di volare non sarebbe indicato.
Silvia vuole dormire? Il dente vuole stare sveglio a inebetirsi di pallette scoppiate. Mi sono persuasa che Puzzle Bobble e Bubble Town siano i degni eredi virtuali della plastichina con le bolle che si usa per i pacchi ma che in realtà, lo sanno tutti, serve solo a darci sensazioni incredibili a scoppiare le pallettine con le dita, a sentire quel plic e puff sotto i polpastrelli.
Silvia vuole godersi la pace del week end? Il dente si rende responsabile di scatti d'ira degni di omoni più grossi e più verdi e la sanità mentale vacilla.
Quando questo piccolo, dolorante e infetto piantagrane non ci sarà più, non potrò dire che mi mancherà.
Io: "Dottore senta, ho un ascesso delle dimensioni di un cocomero trattenuto in una gengiva piccolissima. L'antibiotico non sta avendo effetto, in compenso il Toradol al mio dolore sta indifferente. Sono a un passo dallo sbattere la testa proprio qui sul suo bancone. C'è qualcosa di più potente?"
Farmacista (mentendo): "Di più potente no, ma glielo do in fiale che è più concentrato. Se proprio le fa tanto male, raddoppi le dosi"
*Shuly esce con tre preziosissime fiale di Toradol iniettabile che il farmacista le consiglia di bere*
Io (rientrando in macchina con una fiala in mano): "Amore per favore mi apri la fiala che io mi taglio sempre?"
Amore: *gluk*
*Si gira a fissare la Shuly con aria apologetico-confusa, la sua mano gocciola di cocci umidicci*
Amore: "Ops ci ho messo troppa forza. Di solito non succede mai. Queste fiale devono essere fallate. Vuoi leccarmi la mano?"
*due minuti dopo la Shuly è a casa sola in preda all'equivalente dentale delle doglie*
E insomma, con tocco rapido e preciso, dettato soprattutto dall'urgenza in corso, ho aperto la fiala e me la sono rovesciata in bocca. Solo che sapete le fiale come sono. Se non shakeri un po' non esce niente, solo rovesciandola.
Allora ho fatto l'impensabile, in condizioni normali... ho ravattato nella spazzatura tra fondi di caffè e varie commodities non più utilizzabili e ho scovato un estatè di due giorni fa.
Ho estratto la cannuccia, l'ho esaminata per vedere se notavo tracce di vita aliena, e l'ho infilata nella fialetta, da cui ho subito preso il mio shot di Toradol.
Ho anche conservato la cannuccina perchè oramai non si sa mai.
Il dolore resta in agguato.
E intanto il mio strafottutissimo molare morto ha sancito che invece di andare al mare resterò a Genova, sempre bianca come un cadavere.
Bisogna stringere i denti. O come qualcuno mi ha suggerito, meglio stringere le orecchie in questo caso.
"Rock music has always been a reaction against accepted standards.
And homosexuality has been going on for centuries.
At the moment having a gay image is the thing, just like a few years ago it was trendy to wear a long grey coat with a Led Zeppelin record under your arm"
Questa è una quote abbastanza random dal mio film preferito, Velvet Goldmine.
Questo titolo emerge qui e lì dai miei post ma è un film che mi piace tanto che non penso ne scriverò mai un post esteso.
Non saprei riassumere che cosa penso. Contiene una percentuale concentrata di cose che amo o di cui amo parlare e vederlo è stata una rivelazione musicale, una pioggia di lustrini per gli occhi e una sferzata di emozioni indefinite collocabili da qualche parte sotto la mia cintola di sedicenne.
Musica rock, glam, Oscar Wilde, battute pronte e citazioni argute, costumi decadenti, puro eccesso, misteri e storie d'amore portate al parossismo, con angoli smussati e inconcludenti.
Una scena che mi era sembrata semplicemente magica in cui due attori molto bravi e molto giovani si guardano negli occhi su una giostra immersa nel buio, con le luci da luna park riflesse negli occhi e Satellite of Love di Lou Reed nel sottofondo (ora uno dei due gigioneggia come Enrico VIII nella più improbabile serie Tv, mentre l'altro migliora in modo apparentemente illimitato con l'età).
Un lungo lunghissimo bacio in primo piano che mi turbò quanto turbava il protagonista, l'allora segaligno Christian Bale.
Ecco ne ho già parlato troppo.
In realtà quello che volevo dire in apparenza c'entra poco con questo, ma quando conosci bene una cosa tanto da poterla citare a memoria, come in questo caso, trovare collegamenti con le trame e gli orditi della tua vita diventa un'operazione semiautomatica.
Oggi ho ricevuto un regalo veramente gradito e totalmente immeritato. L'autore credo abbia detto che è un'edizione italiana cercando di sminuire il tutto, ma questo bimbo sopra ha scritto "Made in Gt. Britain" e "1969" e non vedo tracce di lingua italiana o subodoro residui di pizza. Poi naturalmente avrò modo di guardarmelo meglio quando sarò lontana da questo mefitico ufficio, ma tutti gli indizi per ora suggeriscono che io abbia sulla mia scrivania un 33 giri originale di Led Zeppelin I.
Gli Zep non rientravano nei gusti genitoriali al punto da comprare dischi, all'epoca, quindi questa è una new entry totale tra i vinili di casa e ne sono così sornionamente contenta che mi sento praticamente in colpa per averlo accettato.
E quindi, per chiudere il cerchio del post in questo breve attimo di gioia che apre uno squarcio in un noioso venerdì di lavoro e dolori dentali, ora mi manca solo il long grey coat, perchè l'album degli Zeppelin sotto il braccio - magari solo per oggi - l'ho già.
*inserire rapida risatina*
Essere gente seria è una cosa giusta e rispettabile.
Peccato che "serio" sia spesso confuso con "serioso", "noioso" e "privo di senso dell'umorismo".
C'è davvero troppo di cui ridacchiare al mondo perchè il senso dell'umorismo non possa definirsi uno strumento di sopravvivenza, sia per trovare del risibile in cose un tantino deprimenti o squalliducce, che per spremere un po' di senso aggiunto da cose perfettamente triviali e banali.
E' una specie di terzo occhietto, magari non lo collocherei proprio in mezzo alla fronte, ma un suo rilievo lo ha.
Ho ancora uno screen shot di qualche mese fa: mi ero imbattuta in una notizia di un quotidiano online che parlava del solito Silvio e, accanto, genialmente, l'ad generato automaticamente mostrava una bianca tazza del cesso, con lo slogan "un WC dove vuoi tu!", proprio a pochi pixel dal faccione del Culo che Ride.
Una casualità simile per me sfiora la poesia.
Questa mattina, un po' colpevolmente, ho quasi sogghignato (arricciato un lato della bocca, almeno) nell'osservare la curiosa disposizione scelta da City per le notizie di cronaca. Forse il redattore è tornato dalle ferie con l'insolazione, perchè proprio accanto alla triste news che recitava qualcosa come "Altro bambino morto sotto il sole" (riferendosi alle sbadate gesta di un padre francese) c'era la foto di un'allegra masnada di cazzeggioni sotto il sole con una bella grigliata di carne e il titolo "D'estate gli italiani amano il barbecue".
O sono io che ho un senso dell'umorismo malsano, che è sempre più che possibile. Ditemi che anche voi lo trovate un po' buffo...
Nella categoria "ironie non meglio qualificabili della vita lavorativa" rientra il fatto che abbiamo una stagista di 20 anni (non fatevi chissà quali film, ne restereste delusi) e che molte delle prove incoraggiano la congettura che il capo se la sia portata da quei paesini dell'est che visita tanto spesso in veste forse concubinica. L'ironia è che quando in passato qualche amico ha suggerito che il capo non andasse lassù solo per lavoro, io l'ho sempre paradossalmente difeso (io che difendo il mio capo è un'altra ironia tragicomica).
Potrebbe effettivamente trattarsi di illazione (e lo spero, la sola idea mi altera gli equilibri intestinali e poi manco Santa Alessia Marcuzzi mi può sistemare), ma l'idea che dietro la scrivania alle mie spalle potrebbe trovarsi la spia dell'Est della direzione un pochino mi turba.
Ancor più ironico come non abbia ancora cambiato lavoro.
Template emo-giapponeseggiante, occhiute immagini di lolitine manghesche e tanti post dettagliati su come questa ragazza progettava di togliersi la vita, dopo aver fallito una volta e aver trovato adesso persino un compagnuccio di suicidi online, che secondo lei l’avrebbe aiutata a trovare la giusta motivazione nel caso avesse cambiato idea all’ultimo. Dopo tutto a questo servono gli amici, eh?
Nei post non trasparivano ragioni concrete o uniche per pensare a un gesto così estremo, ma quando la stuzzicavo commentandola diceva che non potevo capirla, io che evidentemente ero così felice (io! felice!).
Finii con l’augurarle di riuscire in quello che progettava, visto che chiedeva esplicitamente di non cantarle Inni alla Vita per convincerla a cambiare idea e io cerco di essere rispettosa dell’altrui volere. Chi sono io per giudicare i turbamenti dell’animo umano dopo tutto? Come avere l’arroganza di pensare di sapere perché mai valga la pena di non ammazzarsi quando evidentemente stai tanto male? Il male di vivere è una bestia brutta, e ognuno reagisce alle stesse cose in modi molto diversi, tra l'altro.
Solo, certo, quando questa improbabile blogger scartava le opzioni che avrebbero lasciato il suo corpo troppo sfigurato e progettava di suicidarsi morendo di freddo vestita da sposa, mi si alzava più di un sopracciglio. Tutti e due proprio.
Il blog adesso o è privato o non esiste più, o la tizia è effettivamente riuscita nell’intento. Chissà. Le auguro di essere felice come meglio le riesce.
Personalmente però, aneddotica online a parte, ho sempre avuto l’idea che uno il suicidio o lo nomina o lo compie. Ventilare l'ipotesi di una “facile” fuga dai nostri problemi e malesseri è un'idea quasi innocente, non so quanto sana ma immagino normale, una cosa che chiunque probabilmente ha fatto. Per compiangersi e sentirsi un po' meglio, per sapere che almeno esiste sempre un'uscita di sicurezza, per immaginare quanto e se si mancherebbe agli altri e recuperare indirettamente un senso di importanza. Quando si pensa “boh vaffanculo a tutti io vi saluto”. La bottom line però è che pensare di suicidarsi e pensare di farlo sono cose che stanno su due sponde opposte di oceani nemmeno adiacenti.
Mio cugino non aveva un blog, non passava le serate a descrivere modi pittoreschi e teatrali di farsi ritrovare e quando ha deciso di salutare questo traballante circo dell'esistenza per recarsi chissà dove, qualche giorno fa, è stata una sorpresa per tutti.
L'ultima volta che l'ho visto forse non ero nemmeno adolescente, viveva lontano, ma lo ricordo introverso e strano. Studioso, asociale, filosofo. Vorrei averlo conosciuto meglio per poter condividere con quelli che gli erano più vicini una fetta più grossa di dolore e forse alleviare un po' di quel peso per loro.
Non aveva ancora compiuto quarant'anni.
Era il cuginetto preferito di mia madre e ora, dolorosamente in ritardo, scopriamo che era anche un poeta, pubblicato persino, e che scriveva cose belle e tristi. Non era mai stato un ragazzo felice e ho il brutto sospetto che per certi mali interiori nessuno possa davvero aiutarti.
I lutti mi impietriscono – e non che non ne abbia mai avuti – e non so mai come è giusto reagire, cosa è appropriato dire. Ero sua cugina in secondo grado e ci siamo visti pochissime volte, ancora meno parlati visto che ero una marmocchia. Ne so soprattutto dagli affettuosi ricordi di mia mamma.
In questi giorni, nei momenti più casuali, lui mi viene in mente anche se mi ricordo vagamente com'era fatto. Me lo ricordo nella sua stanza piuttosto spoglia e non mi ricordo un suo solo sorriso.
Dovrei augurargli di essere in un posto migliore, io che non credo nel dopo-vita anche se Dio sa quanto lo vorrei?
Al momento mi viene solo da dire che niente di tutto questo ha un solo maledetto briciolo di senso.
Amo poter andare oltreoceano con una certa regolarità, perchè mi permette di fare scorte di abiti, moltissimi calzini, salsa teriyaki e 1000 islands, nonchè coccole materne e prime visioni al cinema. Per esempio sono andata a vedere Hancock, con Will Smith, che avremo nelle sale a settembre e che, lasciatemelo dire tanto non è uno spoiler, da premesse simpatiche e piuttosto originali diventa uno strano magma indefinibilmente tragicomico da circa metà proiezione. Bisognerebbe dare un voto ai film potendo dare voti diversi al primo e al secondo tempo, a volte.
Un'altra cosa di cui sono ghiotta sono i libri in inglese.
Direte che esiste Amazon, e si grazie lo so anche io, però la sensazione di vedere un libro sullo scaffale, invaghirsene e acchiapparlo è una di quelle cose del mondo reale che voglio continuare a coltivare.
Ho letto 3-4 libri nelle ultime settimane, di cui uno di Diablo Cody molto carino (delle memoirs di una normale ragazza un po' in carne e patologicamente per bene che decide di darsi alla carriera della spogliarellista - questo prima di partorire accidentalmente la sceneggiatura di Juno).
Leggere la storia vera di una che ne aveva davvero le palle piene della sua vita ben definita, responsabile e piantata su precisi binari e che si è data praticamente per ripicca a una carriera folle e socialmente inaccettabile mi gonfia, anche se debolmente, le afflosciate vele della Nave della Ribellione, il cui varo era previsto in epoca adolescenziale e che invece per qualche motivo è stato in effetti posticipato a data mai definita.
Le mie letture recenti, tuttavia, mantengono un filo conduttore musicale abbastanza coerente: ad Aprile ho letto Hammer of the Gods, biografia molto poco autorizzata dei Led Zeppelin, il mese dopo ho curiosato tra i ricordi della groupie storica Pamela des Barres e adesso sono alle ultime pagine di Wonderful Tonight, di Pattie Boyd, che nella vita ebbe apparentemente la "fortuna" di essere sposata a due icone del rock come George Harrison e Eric Clapton e condurre una vita alquanto unica in compagnia dei mariti e di una pletora di amicizie rock'n'roll. Bell'ultimo acquisto un paio d'ore prima di volare di nuovo a casa, e ho anche un nuovo Burroughs in saccoccia.
Pattie Boyd si può contemplare in tutto il suo splendore giovanile nel film A Hard Day's Night dei Beatles, dove conobbe il futuro maritino mentre interpretava una fan studentella in uniforme e in quella specie di video di Something (peraltro scritta per lei, si dice) che fu girato alla fine della carriera dei Beatles, in cui ognuno cammina immerso nell'idillio matrimoniale, inclusi John e Yoko in lunghi mantelli teatrali.
Quando il matrimonio con Harrison cominciò a tirare il gambino, Eric Clapton – e questo è uno dei gossip del rock più arcinoti – cominciò a tartassare la signora di messaggi struggenti, non potendo averla si mise con la sua sorellina sedicenne e infine compose Layla, LA Layla che tutti conosciamo e non possiamo evitare di amare, per cacciare fuori tutto il suo sentimento frustrato, casualmente allegando in calce un riff di chitarra mostruosamente bello.
Quando lei si negò, lui si diede all'eroina e solo qualche anno più tardi lei decise di lasciare il tiepido George per cedere alle àvances del talentuoso collega. Fast forward di qualche anno di tour, alcolismo, droghe e viaggi di ogni genere e tipo e poi lascia anche il fido Clapton che intanto ha avuto un figlio con una tizia che ha vinto l'Isola dei Famosi, ma questo è un capitolo di scarsissimo interesse.
Ora, se c'è una cosa alquanto palese è che io amo la musica e che sguazzo nel classic rock come un'anatra nello stagno. Ma leggere questi ritratti più ravvicinati di artisti che adoro, che con tutto il beneficio del dubbio devono comunque avere più di un tratto di verità, mi lascia uno strano sapore amaro.
Sono attaccata alla mia immagine mitologica della rock star: un animale spedito dai cieli per entrare in comunione spirituale con le grandi folle e farle godere, dominandole. Una figura eccitante, creativa, superiore, sexy. Un dio dorato, per citare Robert Plant (e Almost Famous). Un personaggio certo decadente e dedito ai vizi, uno che vive entro schemi tutti suoi.
Ma c'è poco di questo nelle cronache matrimoniali della signora Boyd.
George Harrison, la rock star taciturna e orientaleggiante, diventa pian piano un marito distante e bipolare, dedito a meditazioni ossessive alternate a grandi dosi di marijuana e flirt. Un maniaco del controllo che sa essere paurosamente freddo.
Eric Clapton, il dio della chitarra, diventa un patetico alcolista e cocainomane in denial rispetto alla sua stessa dipendenza, geloso e totalizzante, socialmente inetto se non nutrito a limonata e whiskey per colazione ogni mattina. Un manipolatore dei sentimenti, una sanguisuga emotiva.
E lo stesso vale ad esempio anche per Jimmmy Page, ritratto da chi lo conobbe all'epoca come un eroinomane perso, maschilista, egocentrico e ossessivo.
Uno non si aspetta certo dei bravi ragazzi con la riga da un lato, ma nemmeno di sentire storie che affondano così in basso nell'abiezione e nella miseria, anche se sempre costellata da montagne di soldi, manager premurosi, aerei privati, tour e vacanze d'elite.
Uno non si aspetta nemmeno di vedere una rock star in coda alle poste (Max Pezzali invece me lo vedrei benissimo), ma neanche gente che non ha seriamente idea di come si gestisce una vita senza un manager che pensi a tutto, dal tuo mobilio all'assicurazione alla tua licenza di matrimonio. Delle specie di strani bambini drogati e viziati, circondati da gente che dice solo si e li adora.
Perchè se questa gente non ha nulla in comune con noi, come è riuscita a creare musica che, come si suol dire, tocca le corde dell'animo umano così bene? Parole in cui tutti possono identificarsi, gioie e dolori universali, melodie che ascolteremmo e riascolteremmo.
Forse gli artisti sono oppressi dal peso di un'energia creativa così incontenibile e quasi dolorosa che non è loro consentito condurre una regolare esistenza? Forse sono questi i termini del famoso patto col diavolo che viene sempre chiamato in causa da qualcuno quando si parla di grandi artisti?
Volessimo ampliare il discorso "genio e sregolatezza" alle arti in generale, del resto, troveremmo una caterva di esempi.
Mah, che dire infine?
Probabilmente c'era qualche curiosità morbosa nelle mie letture recenti, un qualche bisogno di saperne di più di persone che senza averne intenzione specifica rendono la mia grama vita un po'più tollerabile e devo ancora capire bene che effetto mi fa scoprire che condividere la propria vita di ogni giorno con molti di loro deve probabilmente essere simile a un incubo e che umanamente parlando essi non si collocano al più alto dei gradini (cose che in effetti potevo anche figurarmi da sola, direte).
E dopo tutto, visto che non progetto di sposare una rock star tanto presto e che anche i miei progetti come potenziale groupie sono debolucci, direi che potrei far finta di non aver letto e continuare a idolatrare i musicisti dal punto di vista migliore: da sotto il palco.
Questo post è un publiredazionale che faccio gratuitamente per merito e personale convinzione.
Va bene, i gelati artigianali sono buoni. C'è il gusto pan di stelle, il gusto puffo, la nutella e ogni fantasticheria concepita in sogno dai mastri gelatai. E poi in Italia è una figata, i nostri gelati sono apprezzati da tutti e contribuiscono alla nostra leggendaria fama di buongustai. I più snobbini, all'estero, lo chiamano proprio "Gelatooo" (o allungata da accento americano), per distinguerlo dal loro più triviale ice cream.
Ma io dico che secondo me potreste anche trascinare le chiappine no-global da McDonald's e dare una chance al nuovo McFlurry crossoverato col Magnum, in tre nefande varianti (cioccolato doppio, cioccolato e mandorle e cioccolato e brownies, come dire tre varianti per prendere lo stesso ammontare di cellulite).
A parte che se avete un amico noioso potete sempre rifilargli il conetto cheappissimo che di solito i volenterosi cassieri ti ammanniscono sotto forma di torre di Pisa falliforme di gelato alla crema, con un'altezza media di 25cm.
Ma questa abnorme porcata è assolutamente buonissima. Ci sono proprio dei medaglioni giganti di cioccolato immersi nella crema e nello sciroppo al cacao. E hanno pure la M impressa sopra. Lo mangi e ti senti una versione sbrodolante di Eva Longoria.
Pensi al peccato. Pensi a quanto cazzo stai bene seduta sotto il sole dalla fontana di piazza de Ferrari, pensi a come è bello scambiarsi un bacio cioccolatoso da macchiarsi tutti. Pensi che per un momento ti sembra estate per davvero e che la tua quotidiana schiavitù d'ufficio ha allentato la sua presa.
Devo però ancora capire il cofanone sul McFlurry e lo strano cucchiaione a cosa servano, oltre che a sporcarsi. Devo sentire qualcuno all'ufficio marketing della Mac e chiedere spiegazioni.
Alla fine sì, sono arrivata tardi a casa come da manuale.
Insieme a 9 paia di mutandine nuove, una più vezzosa dell'altra.
Più varie altre vaccate saldifere, incluso un corpetto/corsetto che sembra sottratto ai costumi di Priscilla la Regina del Deserto e che giusto il mio vibe autodistruttivo delle 19.30 poteva scovare e approvare. Manco andassi mai seriamente a delle feste o a degli eventi di qualche tipo. Manco mi piacessero, che diamine.
Ora, quando inizio a fare shopping in modo concentrato e compulsivo, sommando l'insonnia degli ultimi giorni, l'impossibilità di concentrarmi, l'incapacità di vedere una via d'uscita da un loop di vita tedioso e ripetitivo e l'appetito lupigno che anche alle 2 del mattino mi stuzzica, so per certo che qualcosa mi attende, quatto e insidioso. E dentro la mia testa, all'ombra di un cespuglio di sinapsi. Sta lì e si prepara.
E vorrei tanto poterlo ricacciare nel posto da dove è venuto a suon di biancheria intima. Ma ci vorrà altro.
Come le ferie, che però distano l'enormità di 23 giorni e come sempre dureranno troppo poco, e mi restituiranno alla quotidianità più afflitta e senza speranze di prima.
O forse è colpa di questa mattinata iniziata a suon di urla. Nessuno dovrebbe aprire bocca nei primi 30 minuti dopo la sveglia, se non per sbadigliare.
Quando andavo al liceo, una volta al mese toccava la manna dell'assemblea d'istituto. Delle politiche scolastiche non poteva fregarmene di meno, quindi per me equivaleva a un'ora sola di scuola e di solito anche piuttosto leggera.
Quando mi alzavo la mattina passa passavo ogni istante della colazione (una profusione casuale di Pan di Stelle in latte microondato, che buttavo dopo l'uso perchè le bricioline sul fondo della tazza mi fanno senso), del pettinamento, della vestizione e del tragitto verso Via Bellucci pregustando e vivendo in anticipo il momento in cui sarei schizzata fuori dall'edificio, avrei preso il primo autobus, sarei corsa a casa e mi sarei ritrovata tra le mie lenzuola a pois, forse ancora calducce.
Era un pensiero che aiutava molto, anche quando sapevo benissimo che sarei finita a cazzeggiare per Via XX con le amicucce, sarei tornata a casa anche più tardi che in un giorno normale e mi sarei maledetta nuovamente. Ma tanto ai tempi del liceo si potevano ancora vivere momenti divini come la pennichella pomeridiana, dopo tutto.
Ieri notte sono finita a guardare i Tudor all'una di notte con un sopracciglio alzato e la mascella dischiusa. Mi sono messa il televisore proprio davanti al letto e contemplavo gli scandali della corte d'Inghilterra mentre si avvicendavano tra i miei piedi. Lo so, ho detto che non lo avrei mai guardato, che Anna Bolena con gli occhi azzurri era già un motivo sufficiente, ma questa serie esercita su di me un certo qual fascino trash. E oltretutto mi aiuta a distogliermi dal pippone di Sex and the City che mi sto facendo in queste settimane: dopo il film sono stata colta da un moto d'ispirazione e mi sto riguardando tutte le serie, sono già all'ultima e il risultato è che mi sento una trentenne depressa e single, pur essendo una ventenne (ventiseienne, su) depressa ma accasata, e con molti meno soldi.
Idea per una serie televisiva: I Tutor, le vicende dei precari Cepu nelle corti del sedicesimo secolo. Idea pessima, da scartare immediatamente.
Tira che ti tira con Enrico VIII in versione Hollywood ho fatto le 2. Un moto di frustrazione e tristezza mi ha tenuta occupata a piagnucolare e compiangermi sino a notte inoltrata, e un litro d'acqua proditoriamente ingurgitato prima di dormire ha contribuito a rendere la notte scorsa una totale merda insonne.
La mattina è arrivata troppo presto. Ho annaspato sino alla cucina ottenebrata dal sonno, smangiottato una brioche e iniziato a sognare dettagliatamente questa sera, in un modo che mi ha ricordato i tempi della scuola. Varcherò la soglia di casa, non spegnerò nemmeno l'iPod, mollerò la borsa per terra e mi fionderò sotto la doccia.
Mi rovescerò una partita di polpette Ikea giù per la gola, magari senza neanche scongelarle che fa caldo.
Lascerò che i capelli si asciughino nel modo più approssimativo e arruffato possibile, tranne la frangetta che se non la stiro subito è un casino.
Salterò nel lettone con il libro di Pattie Boyd in mano (sono arrivata al punto in cui lei sta per lasciarsi con George Harrison e mettersi con Eric Clapton), leggerò mezza pagina e dormirò come un ghiro.
Cullo questa calda prospettiva insieme all'idea malsana di dormire in pausa pranzo, magari acciambellata sotto la scrivania abbracciata al cestino. Stamattina covavo l'idea di portarmi un cuscino.
La verità è che farò tardi, che una volta arrivata a casa noterò tutte le molte cose in disordine e inizierò a pulire e sistemare mentre sussurro improperi diretti a chiunque li senta, scambierò un Maxibon per una cena e poi cercherò di sedare le molte tristezze impallandomi dietro alle pallette infernali con occhio vacuo, sinchè il fidanzato non mi rimuoverà dalla sedia per spostarmi a letto, dove continuerò, dietro alle palpebre chiuse, a scoppiare pallette per tutta la notte.
Bella merda, tesoro.