About me, more or less

Utente: Shulypoo
Cromosoma XX, personalità indecisa e dubbiosa, amante dell'autoerotismo mentale, della musica rock, del sushi, degli anfibi e degli orsetti del cuore.

L'erotismo mi piace e lo vedo in tante cose. Forse ve ne accorgerete, ma non scambiatemi per ammiccante, ve ne prego.

Ripresami dalle mie brume esistenziali post laurea e dai vaneggiamenti matrimoniali, sono ora un'improbabile business woman con parecchi issues. Ma che questo non mi identifichi in alcun modo, vi prego. Aspirante groupie, passerei volentieri la vita a sperarla diversa.
Odio mordermi le guance. Ma proprio tantissimo.

Handle with care, perchè mi affeziono anche al cartone del latte e sono permalosissima.

Geeky, nerdy, plastic fantastic, the one you'll never need.
Amen.

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Mi rallegrano e compiacciono cose tipo...

svegliarmi e ricordarmi che posso dormire
le chitarre elettriche
il junk food, il sushi e il cibo indiano. Ma anche tutto il resto.
il piumino calduccio
l'umorismo surreale
le culotte
non reggermi in bus e far finta di fare surf
leggere i libri in una botta sola
i cavalieri dello zodiaco
la musicalità
le t-shirt buffe e witty
i calzini a strisce
chi è colto e non lo fa pesare
il ponte di chiatte al Porto Antico di Genova
il mio albero di natale
chi capisce al volo
i regali inattesi
le coccole sotto il piumino
questa faccina ":3" e questa ">.>;"
Londra
la lingua inglese
l'eccitazione
capire improvvisamente qualcosa
la novità
le pernacchie sulla pancia
la varietà linguistica
le cose pucciose e superdeformed
il cambiamento
ascoltare musica di notte
la sottigliezza
le opinioni decise ma non ostinate
comportarmi in modo inappropriato
sapere le cose senza Google
la gente easy going
le seghe mentali un po' costruttive
fare pace
i vecchi vinili
chi non serba rancore
forzare i miei limiti
ballare, da sola
la gentilezza a prescindere
gli anni '60 e '70 e la loro musica
la pulizia
non dover spiegare ciò che dico, specialmente le battute
la capacità di modularsi
apparentemente, anche saltare di palo in frasca :3

Mi rattristano e un po' irritano cose tipo...

i pallini sui maglioni
chi entra dall'uscita dei bus
la banalità, in tutto
i calendari coi culi
i peli incarniti
chi dice di non aver mai tempo e non fa un tubo
la polvere sulle dita, e i gatti impolverati
il vento e la pioggia insieme
le abitudini noiose, i loop, i pattern
i furbi, i Furby e i furry
le cose banalmente sexy
la mancanza di autocritica, di ironia, di curiosità
gli errori di grammatica e ortografia
la volgarità a sproposito (ma non le parolacce!)
il pitonato, lo zebrato, il leopardato e gli altri mali accessori alla menopausa
la gente che scrive "Hei!" invece di "Ehi!"
la pornografia camuffata da erotismo
la risata "Hihihihihi". Ha un che di satanico e idiota, usate le faccine piuttosto
le battutine a sfondo sessuale fatte a sproposito
chi racconta i casi suoi al telefono in bus, magari urlando
l'indefinitezza
le mode imbecilli, e le sedicenti modelle
la puzza di fumo
la poesia cheap
l’associazione soldi/mignotte/belle macchine
chi sputacchia quando parla
la “bella gente†e la "bella vita"
chi fa lo strano, l'incompreso, l'unico, l'originale a tutti i costi
sentirmi invisibile e a disagio
chi è più pigro di me
chi non si fa mai problemi e dovrebbe
il frastuono e la musica merdosa
chi parla addosso alla gente
chi non ascolta e pensa di aver capito
la sveglia
l'ignoranza compiaciuta
i consigli non richiesti, ma anche i conigli
gli egocentrici molesti
gli inappetenti cronici e chi fa tremila storie sul cibo
le donne fissate con le minchiate che non compensano con altre doti
gli uomini che pensano di far colpo coi soldi
le "k" al posto delle "c"
chi non sorride mai
smagliare i collant nuovi
chi non capisce, chi non coglie, chi non si sa adattare
le suonerie dei cellulari, la maggior parte
i deliri religiosi
il buonismo dettato da idiozia
rompere con qualcuno, causare tristezza
chi mi dice "cresci" senza poterselo permettere
i canditi

Solo un numero, e probabilmente sbagliato

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  • venerdì, 29 febbraio 2008

    Zapping, lobotomie, lavoro...

    Quanto ho voglia di sbafarmi un altro libro di Easton Ellis invece che pucciarmi nel grigio lavoro in questa grigia giornata.

    Sto dietro a una gara circa da maggio scorso e sono al punto in cui vorrei fare un unico falò di cliente, fornitori, capo e alcuni colleghi. Per buttarci dentro pure il pc dell'ufficio, per buona pace di tutti.
    Poi ridere sino a slogarmi la mascella, e fare un semicupio nella zuppa inglese, come consiglia Woody Allen (o era salsa bernese?).
    Avrò citato, o forse no, che di lavoro faccio praticamente l'account, anche se il capo pensa che non è abbastanza essere vessata dai clienti e coccolarli ogni giorno come se fossi la loro private bitch e mi ha resa anche responsabile marketing e schiava generica.
    Nel tempo libero che non ho, faccio da copywriter per tutti i testi dei nostri packaging, controllo ogni dannato dettaglio di ogni dannata grafica e già che ci sono organizzo fiere e viaggi.
    Ma il mio lavoro medio consiste nel fare da cuscinetto tra le pretese dei clienti, l'arroganza dei fornitori, l'esasperazione dell'agenzia di comunicazione, cercando di non cristare dietro a nessuno e mantenendo il buon umore.  Piegata a pi greco/2 praticamente con tutti, una macchina che assorbe e risputa informazioni confuse e caotiche trasformandole in cose leggibili, chiare e cortesi.

    In questo fermento lavorativo, cerco solo di staccare il cervello il più possibile. Ieri mi sono spinta alla lobotomia, schiaffata a guardare passivamente frammenti di Sanremo (non so davvero come, erano secoli che lo ignoravo completamente).
    Musicalmente mi ha presa un'angoscia da mal di testa e ho iniziato a pensare alle torture Batemaniane che avrei potuto infliggere a quel donnino egocentrico che hanno messo a far da valletta (quella mora, quella che, prima di abbandonarsi a un gesto spontaneo come chiudere gli occhi, li riapre un attimo per verificare di essere inquadrata).

    La visione è stata intervallata a frammenti di Beppe Grillo che inveiva (fa altro oltre a inveire, ormai?) e cercava di convincermi che rimpiazzare con un bicchierino di plastica i miei Tampax  poteva migliorare il mondo. Un bicchierino di plastica, lo stesso, da usare per anni e sciacquare. L'idea mi ha riempita di un raccapriccio senza nome. No grazie Beppe, per piacere fai meno crociate ma più sensate, lo so che sei capace. Personalmente mi piaceva più come comico, ma per lo più non dice sciocchezze. Solo che cacchio ne dice troppe, a prescindere.

    Il resto della serata è stato trascorso in un ozioso rassettamento casalingo, dando altre spennellate di Silvia in giro per casa e finendo con l'andare a dormire troppo tardi, sempre troppo tardi.
    Per evitare di iniziare a provare troppa malinconia e finire in un nuovo post semi-suicida, mi sono ri-infilata in testa l'immagine di Daniel, il mio ex, che mercoledì sera capisce una battuta su un tricheco con venti minuti di ritardo e inizia a ridere così violentemente da darsi fuoco a un ciuffo di capelli con la candela al centro del tavolo del locale. Ho riso tanto che ho praticamente sbavato sulla testa del mio ragazzo. L'allegria e la gioia, nella vita, arrivano a spruzzatine inaspettate. Come un sacco di altre cose.

    giovedì, 28 febbraio 2008

    Finito!

    Non odiate quando arrivate a un passetto, a dieci pagine dalla fine di un libro... e qualcosa di molesto vi costringe a interrompere la lettura?

    Beh, me ne sono fregata e, mentre mi facevo fare la mia ultima dispensiosissima seduta di massaggi inutili, ho preso il libro e l'ho finito lo stesso.
    Ho finito American Psycho e l'ho amato. C'è un solo problema. Non ho capito davvero com'è finito. E non credo voglia farsi realmente capire. So che, a un livello diciamo animale-istintivo, è diventato il mio libro del momento.

    Non siete daccordo sul fatto che un buon numero di opere interessanti sia caratterizzato da finali aperti a molte interpretazioni? Direte che ci vuole maggior sforzo di inventiva ad aprire tante questioni e a riuscire a chiuderle tutte prima dell'ultima pagina, facendo quadrare tutto e su questo non discuto (anche se talvolta spiegare tutto banalizza e uccide la suggestione), del resto ho amato molte opere "chiuse" e parecchie opere "aperte" sono il risultato della pigrizia di autori sopraffatti dal peso dei misteri che hanno sparso in giro ... ma sono soprattutto i libri e i film con tanti spiragli aperti che continuano a vivere nella tua testa anche quando hai finito la lettura o la visione. Li riesamini, te li spieghi e rispieghi, ti senti vicino a una soluzione ma non riesci a raggiungerla e, del resto, manco sei tanto sicuro che sia la soluzione giusta.


    Insomma, il signor Easton Ellis si è appena preso gioco della mia (nostra?) tendenza a cercare di dar senso e direzione a tutto, con un libro totalmente più bello del film - com'era prevedibile - il cui succo è proprio la mancanza di significato di qualunque cosa, e la missione impossibile della quadratura di una sostanza fluida e viscidina, l'esistenza, di cui al massimo possiamo carpire qualcosa in superficie: oggetti, azioni rituali, marche di vestiti, locali alla moda, l'invidia e l'avidità.

    American Psycho contiene tante cose, oggetti in sovrabbondanza, annotati con precisione maniacale. Una crosta sotto cui - a volte viene il sospetto anche a me - non c'è proprio nulla, nè un senso, nè redenzione, nè amore o altri sentimenti positivi. In altre parole, una prospettiva inquietante sui rischi del pensare troppo a fondo, che ci lascia esattamente dove eravamo: a mollo in questo "atomo opaco del Male" come direbbe qualcuno. Ma penso si riferisse in realtà al mio ufficio.


    dropped by: Shulypoo | link | commenti (9)
    categorie: riflessioni, libri
    mercoledì, 27 febbraio 2008

    Random

    Che importa via, manca mezz'ora all'uscita, non c'è più niente da fare se non covare ansia per il ritorno del capo. Stiracchiamoci le meningi con frasi alla rinfusa.

    Mi sparo Moby Dick al massimo volume in ufficio. Tanto non c'è nessuno che se ne lamenti. Muovo i ditini facendo air bass e scuotendo la testa. Ho imparato a suonarla e, anche se è facile, sono abbastanza fiera. Il mio amore per gli strumenti a corda e il mio scarso tempo per star dietro al medesimo mi commuovono.
    Mi arrivano i soliti linkini da msn e da skype. Mi sono trovata a pensare mentre ne aprivo uno "ti prego ti prego ti prego fammi ridere, sii qualcosa di buffo". Con ansia. Sto vivendo strani turbamenti figli dei libri che leggo e dei film che guardo.

    Bramo evasione, bramo amicizia, bramo sensazioni non premasticate. Dio che voglia di uscire da questa fogna di ufficio. Adocchio l'orologio, a disagio.
    C'è una frase che mi ha colpita (di nuovo) in American Psycho:
    "il cielo è trapuntato da un'infinità di stelle lucenti, e il loro numero mi umilia, cosa che faggio fatica a tollerare"
    E non so neanche cosa mi abbia colpita, so solo che a parte gli sbudellamenti e l'ultraviolenza (che non riesco a leggere) è uno dei libri più intriganti che abbia letto da un po' di tempo. Dovrei anche leggere Arancia Meccanica immagino. Sento affinità.
    Da ragazzina sottolineavo con la matita colorata le frasi che mi colpivano e in effetti dovrei tornare a farlo. Per ripassare sul libro anni dopo e pensare quanto ero infantile a farmi colpire da certe cose. Ho ancora tutto il De Profundis di Wilde scarabocchiato di matita rosa, infatti.

    Ci sarà mica un concerto decente a cui andare nei prossimi mesi? Una cosa tutta da urlare sino ad avere la gola secca e la voce da travestito, da gridare di terrore investita dalla folla, da comprarsi una dannata maglietta col nome del gruppo?
    Qualcuno di nuovo da conoscere e frequentare che non ambisca a stuprarmi?
    Quando è che la voglia di cambiamento muta in psicosi cronica?

    Penso di aver capito di avere un bioritmo emo che sale e scende alternandosi con quello fattivo e interessato al mondo. Un dentro e fuori da me stessa. Credo vitale per la mia sopravvivenza emotiva. Tranquilli, tra un po' rispunto a parlare di politica e grandi temi.

    Stasera si va a bere. Auguri Dave, è il tuo compleanno e per una volta me ne sono ricordata prima di una settimana dopo. Ti voglio un sacco di bene. E lo so che lurki.

    martedì, 26 febbraio 2008

    Io mi chiedo e domando...

    A volte mi approccio agli altri con un candore che potrebbe sembrare quasi stucchevole. Posso pure far venire il dubbio: ma questa ci fa? In realtà, ci sono. Si, credo proprio di esserci.
    Io non sopporto una cosa di molti uomini e che forse è un po' una caratteristica della società. Italiana? Non so. Ora ve ne parlo.

    In generale, ho un rapporto piuttosto aperto con la tematica erotico/sessuale. L'ho pure scritto nel mio profilo, che ho dovuto anche limare nel corso dei mesi per evitare messaggi volgari e a sproposito. L'erotismo è una tematica interessante e questo non me lo rimangio. Dopo tutto sono la stessa ragazza che a 18 anni ha portato davanti alla commissione di Stato una baldanzosa tesina intitolata "Eros - Breve viaggio tra erotismo, amore e sessualità", che si era divertita un mondo a scrivere, rubando tematiche dal mondo greco e latino, letterario e artistico.

    L'eros è un tema sempre assolutamente vivo, trasversale, sentito da tutti. Un linguaggio universale. Non sto parlando strettamente di sesso, per inciso, ma il sesso è una sua componente. Come argomento, quindi, lo trovo stimolante e ricco, quasi tutti hanno qualcosa da aggiungere.
    Ok: dove, in questo discorso, lascio intuire che io mi ecciti a parlarne? O che parlarne indichi, che ne so, che ci sto provando con l'interlocutore? Dove lascio questo genere di spiraglio? Parlare di sesso NON equivale a farlo o volerlo fare. Ma manco lontanissimamente.

    Insomma, quello che faccio io nella mia vita sessuale sono per lo più loschi affarucci miei di cui magari ogni tanto lascio trasparire sprazzi vignettistici e non ma che in gran parte restano privati e di cui del resto non penso fregherebbe molto ad anima viva. La parte fisico/emotiva diciamo.

    Della parte "conversazionale" invece non ho molti problemi a parlare, quasi zero.
    E' un argomento divertente il sesso e lo vivo discretamente bene. Ho ricevuto un'educazione sessuale molto completa e chiara sin da quando ero una bambina, perchè nessuno dei miei genitori voleva che apprendessi le cose per sentito dire e senza nozioni mediche ed anatomiche sufficienti. 
    Il che infatti non mi ha resa per niente precoce in materia e neanche una "cattiva ragazza", tant'è che il mio primo bacio a un ragazzo l'ho dato alla bellezza di 18 anni e resto una personcina timida e spesso insicura, per la cronaca, quasi sempre impegnata in lunghe relazioni monogame.

    Paranoie strane sul sesso però mai avute.
    Niente letterine a Cioè chiedendomi se usare lo stesso bicchiere può ingravidare (si, ma solo se con quel bicchiere fate cose davvero indicibili).
    Niente problemi ad andare in farmacia a prendere i preservativi, niente problemi ad andare dal ginecologo a chiedere la pillola.
    Niente problemi a chiarire qualche dubbietto ad amiche bisognose.
    Niente problemi a dire alla mamma di tornare un po' dopo perchè avevo il ragazzo in casa, quando vivevo con lei.

    Insomma non l'ho mai vissuta, questa cosa del sesso (con gli altri e con se stessi), come una cosa sporca, pruriginosa o di cui parlare come di un segreto misterioso. E' una cosa naturale, parte per lo più piacevole della vita adulta e come tale la tratto. E in effetti non ragiono mai come se l'avessi solo io o come se sedessi su una vagina d’oro e diamanti (una tendenza femminile non troppo infrequente): quando è giusto e ci sta, non vedo perché non farlo sto benedetto sesso. Per me più che un traguardo sudato o un amo a cui appendere un uomo è un modo per cominciare a conoscersi, quando vale la pena. Sbaglierò, chissà. Tanto alla fine le occasioni davvero meritevoli non abbondano mai lo stesso.

    Il mio senso della morale non è minimamente condizionato da massime relative strettamente al sesso quindi, come avrete capito: i miei valori sono onestà, chiarezza, correttezza e cerco di comportarmi come posso in vista di questi (con tutto che non sono nè perfetta nè una santa).
    I tabù son robe quasi sempre da bigotti o gente con poca chiarezza in testa, il buon gusto è al massimo l'unico criterio, e anche quello va calibrato rispetto all'interlocutore. Su certe cose devo ancora lavorare perché a volte sconvolgo la gente o la metto a disagio o la scandalizzo con il mio linguaggio poco metaforico, o forse avrò un infantile gusto di stupire. Chi può dirlo? Il punto è che la gente di cui stimo il cervello raramente fraintende e al massimo si fa una bella risata, o risponde a tono. E a me va bene così. Di solito i malintesi avvengono soprattutto con chi sopravvaluto o calibro male come interlocutore, infatti.

    Ora, io non penso di ragionare come un’aliena o come una pazza. Ma un malinteso purtroppo non raro con i signori uomini è appunto quello di scambiare una chiacchiera per un approccio. Come se, parlando *di* sessualità, *intorno* alla sessualità, menzionando alcuni gusti ed esperienze passate io intendessi provarci.
    Io! Già assumere che una donna ci provi come se fosse la norma (per vostra informazione, sarà una pratica eccitante e nuova, ma su questo preferisco essere old school) è un calcolo fatto male. E soprattutto, in presenza di chiari, chiarissimi messaggi verbali e non che indicano un totale non interesse in tal senso, perché ostinarsi a credere che io voglia per forza stuzzicare, “giocare col fuoco” (oddio si, hanno usato un termine simile)?

    Ma gli uomini sono davvero porci come dice la leggenda che io cerco di sfatare? E’ mai possibile trattare il sesso come un argomento di conversazione e basta? Ok, anche come argomento neutro è più simpatico, che ne so, del problema della spazzatura a Napoli, ma ho reso l’idea penso. Se non fosse un argomento divertente del resto non se ne parlerebbe. Ma perché deve aleggiare questo alone un po’ schifoso e morboso sull’argomento? Perché ce lo mettete? Quando sono disponibile e intendo farlo sapere, so comunicarlo in modo appropriato ed è un modo assai diverso dal parlare di materia erotica. Non mi spingerò a dire ipocritamente che non piace piacere o essere oggetto di garbate attenzioni, ma questo è proprio un altro argomento.

    Insomma perché ora ho un tizio che dice che io inneggio allo stupro per essermi comportata con lui in un modo che per me non ha nulla di straordinario o speciale? Devo davvero comportarmi come se avessi una figa diamantata e menzionare l’argomento solo nel talamo nuziale? No perchè questo tizio usa anche farmi le poste sotto l’ufficio e i suoi discorsi hanno un po’ cominciato a seccarmi ("fai tanto la santa ma alla fine ne vuoi anche tu di *pentolacciate*, come tutte le altre". Della serie alè).
    E questo sì che mi fa sentire sporca.

     

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (50)
    categorie: riflessioni, donne, sesso, dubbi
    lunedì, 25 febbraio 2008

    Una pagina particolarmente intensa di American Psycho mi aveva appena stretto lo stomaco in una morsa di nausea e orrore.

    Ma, nello stato mentale in cui il lavoro mi ha spinta negli ultimi 40 minuti... sono proprio di umore alla Patrick Bateman. Mi è salita una temporanea voglia di uccidere un cliente per aver avuto un accento irritante al telefono.

    Mi calmo, al pensiero che non vorrei mai essere avvistata mentre corro nuda per un pianerottolo con una sega elettrica in mano e ricoperta di sangue, mentre raglio una risata completamente folle.
    Per quanto l'idea abbia le sue attrattive, almeno a livello figurativo.

    Caspita che libro.
    Mi sa che sfogherò il tutto con quella Ritter Sport fondente alle nocciole là in fondo. Mi fa l'occhiolino. Lo fa solo per me. Lo so.

    Caos Calmo etc.

    Non si può dire che in questo periodo non mi stia sottoponendo a stimoli della più varia natura.
    Giovedì scorso, come già annunciato, ho visto Caos Calmo e mi è piaciuto un sacco. Un film delicato e commovente, in cui per una volta si affrontano problemi reali e in modo verosimile.
    Visto che siamo tra gente morbosa: sì, la scena di sesso era moderatamente pesante, per il contesto in cui si trovava, anche perché siamo molto poco abituati a vedere gente negli –anta mezza nuda che si dà alla pazza gioia. Soprattutto era inserita a livello di trama in modo così sotterraneo (forse nel libro sarà più chiaro) che quando accade strabuzzi gli occhi. Io li strabuzzavo ancora di più, visto che ero seduta tra fidanzato e papà di fronte a Moretti che palpava i capezzoli della Ferrari come per sintonizzarli su un’introvabile frequenza in AM.
    I temi forti del film però sono altri: il tema dell’elaborazione del lutto, del rapporto tra padre e figlia, tra fratelli, uno scorcio del mondo lavorativo, la strana vicinanza che si crea con dei perfetti estranei. Il tutto mai gestito in modo melodrammatico o eccessivo: Caos Calmo sarebbe diventato un tear-jerker coi fiocchi, gestito da una casa di produzione statunitense, una cosa che la Kleenex avrebbe voluto sponsorizzare con forza… ma del cinema italiano buono apprezzo molto questa maggiore compostezza, questa quotidianità poco patinata che mostra e in cui in una certa misura posso davvero ritrovarmi, al contrario che in produzioni più costose e spettacolari.
    Ha poco senso raccontarvi cosa succede nel film, ma se volete ecco il trafiletto: un professionista di successo perde la moglie e rimane solo con la figlia. Entrambi sembrano non vivere il lutto intensamente come dovrebbero, anzi, sembrano passarsela bene. Lui però decide di prendersi una pausa, e inizia a stazionare ogni giorno davanti alla scuola della figlia, dove verrà visitato dai vari personaggi che, pur manifestando intenzione di aiutarlo e stargli vicino, riversano in realtà su di lui i propri problemi. Da questa strana posizione, il protagonista avrà tempo di elaborare pienamente la perdita della moglie e di fare chiarezza sulla direzione da prendere. Una chiarezza che alla fine siamo più o meno liberi di interpretare.
    Forse la cosa più bella è come il film ti strappi svariate risate, nonostante il tema possa sembrare pesante. Mai risate da mani sulla pancia ovviamente, ma sempre ben piazzate. Anche i personaggi secondari hanno pennellate di colore davvero notevoli: la moglie del collega con la sindrome di Tourette, la cognata ed ex innamorata con il suo turbine di casini ed egocentrismi, il collega che molla tutto per investire la sua liquidazione in una missione africana. Tra parentesi, c’è pure una bella colonna sonora e a un certo punto sono pure sbucati i Radiohead.
     
    Insomma, ci lamentiamo del cinema italiano ma un bel film italiano non è affatto un prodotto di second’ordine. Ambientato in una realtà riconoscibile, e non in qualche dubbia realtà da pubblicità dei cereali per la colazione. Con persone reali che recitano e non una sfilza di bellocci e bellocce omologati. Senza abusare di facili emozioni o effetti speciali. Quello che resta è qualcosa di molto più vero di un film medio americano (ora non voglio estremizzare neanche in questa direzione, eh). Qualcosa che anche con un budget più alto non poteva rendere meglio di così. Non un cinema di evasione ma uno di riflessione, che qualcosino dentro te lo lascia.
     
    Così per rispolverare Moretti, che mi è stato appioppato dai miei sin da tenera età (ricordiamo però che in Caos Calmo lui non è che un interprete) e mi piace quindi per imprinting, mi sono riguardata in questi giorni anche delle perle come Ecce Bombo e Bianca. Ieri invece ho visto per la prima volta La Stanza del Figlio e qualche scampolo di Aprile. Credo che dai primi due potrebbe essere raccolta un’antologia di scene e citazioni fantastica e penso di consigliarli un po’ a tutti i coetanei (e non) cervello-muniti.
     
    Per un po’ di evasione vera, poi, ho visto anche il celebre Gola Profonda aspettandomi chissà quale capolavoro. Immagino che quando è uscito avesse qualche valenza che ora si è persa. L’unica valenza vera che ne ho tratto io è la gratitudine che l’umanità deve ora alla depilazione intima e il fatto che la povera protagonista aveva probabilmente i geni di un serpente, o le mandibole scollegate. Insomma, molto meglio i film di Moretti.
    E intanto torno alla lettura di American Psycho, il libro, giusto per mantenere il mio cervello confuso. Presto sputerò due parole anche su quello.
    Buon lunedì e buona settimana, colleghi lavoratori e sfaticati vari :p
    dropped by: Shulypoo | link | commenti (1)
    categorie: libri, film, sentimenti, sesso
    sabato, 23 febbraio 2008

    Pomeriggio

    Amore ma a che stavi pensando per non venire?

    Pensavo al cardinale Camillo Ruini.

    ...

    Più precisamente, Camillo Ruini che corre, in braghettoni, per San Pietro. Gridando "Sono un dio dorato!"

    E nonostante questo..

    Eh già.

    Senti, ora voglio avere un orgasmo. Poi andiamo all'Ikea.

    Si

    Si dice "Si padrona"

    Si padrona.

    -intermezzo- (diapositive dei pascoli del Molise, immense distese di pecore, musica pastorale)

    Non era tutta una scusa per andare all'Ikea vero?

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (3)
    categorie: fun , sesso, ikea, genki moments
    venerdì, 22 febbraio 2008

    Tu che hai studiato comunicazione...

    Oh ragazzi niente da fare: sono timida timida timida e vaffanciufolo.
    Perchè parlo sempre veloce, perchè parlo sempre a basso volume?
    Perchè le persone che mi piacciono sono quelle che, nonostante questo, mi capiscono bene (dimostrando che il problema non è come parlo, ma come gli altri non sappiano sentire!)?
    Sul lavoro è un po' imbarazzante. Sarà che sono ancora giovane e inesperta eh.
    Ma non ho la disinvoltura di dire cazzate decise da altri come se ci credessi e come se fossero interessanti.
    Non ho disinvoltura a usare il "noi" quando so che sto solo esponendo il lavoro di un'altra persona.
    Non ho disinvoltura a farcirmi la bocca di termini insulsi in inglese come fanno gli altri, che ne abusano (sapendo anche di parlare inglese dieci volte meglio di loro, mediamente).

    Mi rendo conto che mi piegherò a questi obblighi professionali e, col mio solito senso del dovere implacabile, riuscirò a fare la stronza e la paracula come il lavoro richiede. Essere professionali significa anche saper separare, e non sentirsi *definiti* dal proprio lavora. Per ora però resta il disagio della giovane Shuly.
    Mi si dice, non dico sempre ma spesso: ma come, proprio tu che hai studiato comunicazione? So che un sacco di gente si domanda che diavolo abbiamo studiato noi di comunicazione e l’alone di mistero un po’ sussiste anche per gli interessati. Per lo più si impara a scomporre la realtà, a disossarla, ad avere una visione non naïf di qualunque cosa, da un testo scritto a una conversazione, un packaging, una pubblicità, un discorso, un qualunque tipo di testo. In semiotica, una delle materie principali che si studiano, si arriva a estendere il concetto di “testo” a qualunque cosa abbia praticamente un significato. Si arriva a considerare la società come un gigantesco “testo”, forse esagerando.
    Se semioticheggi troppo puoi avere crisi esistenziali in cui arrivi a sospettare che la realtà non esista di per sé, il che prova la subdola natura filosofica della materia (queste crisi le avevo anche al liceo quando facevo filosofia, infatti), anche se ai semiotici piace ricordare a tutti della “vocazione scientifica” e sistematica dei loro studi.
    Studiare i meccanismi della comunicazione fa di te una persona più smaliziata ma *non* significa che tu aderisca intimamente a certi suoi usi perversi. Così come immagino che non *tutti* gli avvocati prendano subito la buona abitudine di appendere l’anima insieme al cappotto ogni mattina del loro praticantato.

    Forse direte uh uh bella vaccata, di tutto questo. In primo luogo perché in fatto di comunicazione tutti pensano di saperla lunga e dopo tutto noi “comunicatori” non siamo né medici né ingegneri né avvocati: non tutti sanno fare una diagnosi corretta o progettare un palazzo, ma a parlare son buoni tutti e in buona parte (anche se meno di quanto si vorrebbe) anche a leggere e scrivere.
    E’ un’osservazione e una critica legittima, per carità, ma per quanto denigri il mio corso di studi alla fine posso affermare che mi ha arricchita come persona. Forse non ha fatto di me una professionista spietata a caccia di soldi, ma questo lo sapevo anche quando mi sono iscritta. Del resto non ho mai orientato la mia vita al pensiero di trovare un lavoro molto redditizio o prestigioso, anche se è un’ipotesi che non escludo nella vita (lasciatemi la speranza) e confido che per certi traguardi possa bastare un buon cervello sveglio e curioso, mentre per altri non bastano tutte le lauree del mondo se non hai culo e raccomandazioni.
    Insomma, alla fine della mia scelta non sono così pentita, anche se la mia specialità sarà sempre quella materia per cui, proverbialmente, "non ci vuole una laurea a capirla". Amen.

    Il pentimento, e più che altro l’acredine, è al massimo è nei confronti del sistema universitario nuovo, che ti fa fare gli esami di 5 anni in 3 (lo stesso numero) ma tutti continueranno a chiamarla “breve” invece di “intensiva”.
    Nei confronti degli annunci che chiedono il 3+2 credendo sia il vero equivalente di una laurea (se aveste letto le proposte didattiche delle lauree specialistiche disponibili a Bologna quando mi sono laureata io avreste concordato con me di non iscrivervi).
    Nei confronti dello Stato che mi ha convinta che il pezzo di carta sia prezioso e che poi si premura di precisare che, se voglio conteggiare i miei anni accademici ai fini pensionistici, devo loro devolvere praticamente un anno di stipendi. Così, sapete, perché invece di studiare (spendendo peraltro soldi in rette e affitti) secondo loro facevo baldoria (vi pare che una cosa simile incentivi la voglia di continuare gli studi? Negli altri paesi mica funziona così eh).
    Chiudo qui la mia amara apologia del mio corso di studi. E continuiamo sul discorso dell’adesione agli aspetti più odiosi della comunicazione. Praticamente studiare ha fatto sì che riuscissi a vedere delle dinamiche sotterranee con molta più chiarezza di prima. Cose molto diverse dal mio modo naturale di vedere le cose. Naturalmente, l’età e l’esperienza hanno accresciuto e continueranno ad accrescere questa consapevolezza, come con tutti. E amen. Capisco ma non approvo.
    Non approvo che si possa dire qualunque cazzata che sia solo verosimile pur di vendere qualcosa, ad esempio. Che la sostanza delle cose resti una dimensione di sottofondo rispetto a come “si presentano” le cose. Ma appunto, non sono un’osservatrice ingenua e, almeno nel mondo commerciale, è comprensibile e in una certa misura innocuo che ciò accada. La mia approvazione del resto non è necessaria e "il fine giustifica i mezzi" è un proverbio a volte veritiero, si dice.
    Quello che mando giù meno è come questa visione “transazionale” delle cose permei di sé il resto della vita. Per quanto sia ormai una cosa normale e un’approssimazione tutto sommato accettabile e schematica delle interazioni umane, ne ho le palle piene di concetti come “vendersi bene”, “il mezzo è il messaggio”, del flusso di denaro sottostante che sembra dare giustificazione ideologica a tutto. Se vende va bene. Se ha successo è legittimo. Mentre io simpatizzo coi perdenti e gli sfigati.

    E’ uno schema che funziona, ma mi sembra che incapsuli e mortifichi cose di più ampio respiro in una gabbia tutto sommato fredda e un po’ gretta, mentre l’animo umano sarà anche mosso da pulsioni naturali alla base, ma è dotato di una complessità ben più ampia.
    Parlo io che sono una donna che dedica ore e ore del suo tempo al suo aspetto e che quindi a “vendersi” ci tiene eccome. Ci sono dentro sino al collo e non mi piace.

    Quindi già ricondurre, ad esempio, la vita sentimentale a un marketing plan mi sembra un abominio.
    Quando ciò accade in ambito politico è addirittura immorale e mostruoso. E purtroppo è la politica oggi: poca sostanza e tanto marketing, tanti discorsi, tante mosse tattiche, tanta immagine, sorrisi, promesse, parole.
    Il discorso di una parte si definisce apposta per il fatto di non essere d’accordo su manco mezzo punto con il discorso dell’avversario, anche quando a ben guardare stanno dicendo le stesse cose.
    Ma no, l’importante è il conflitto, urlare più forte, presenziare e attirare l’attenzione. E il sistema assurdo della par condicio dà ragione a questa visione: se la gente ti vede più dell’altro, a prescindere da ciò che dici, la cosa ti dà un vantaggio. L’unica cosa che può avvalorare questa idea è l’assunto che la gente sia mediamente deficiente. E non mi piace pensarlo, mi sembra troppo arrogante. Sospiro.
    Non amo combattere contro i mulini a vento, non amo dire robe da intellettuale che delibera dal suo podietto. E’ una realtà che, per quanto la cosa possa non piacermi, funziona così e va avanti. Dopo tutto è solo una declinazione della legge del più forte in chiave patinata. Forse la sostanza sotto c’è a saper guardare. Chi può dirlo? O forse, come a volte sospetto, la sostanza non esiste da nessuna parte e allora sì, è giusto che sia tutto giocato sulle sovrastrutture.
    Ok, non ho capito dove il mio post abnorme sia andato a parare. Non ho neanche detto tutto quello che pensavo e quello che ho detto potevo esprimerlo meglio.
    Vi ho appena dimostrato che questo post non si basa sul marketing e che avevo solo voglia di parlare più che di farmi leggere. O avrei scelto un post di una riga sul nome da dare alle mie tette o sulla mia ultima favolosa ceretta brasiliana.
    C'è comunque il vantaggio che al contrario che a voce, potete capire ogni parola che dico e che, visto che esprimo idee mie e non altrui, non sono timida al riguardo.

    Di base resta la mia inquietudine, l’analisi del problema e la ricerca di una strada da percorrere, perchè lamentarsi e teorizzare è bello, ma cambiare le cose è meglio.
    Qualunque considerazione è comunque gradita.
    mercoledì, 20 febbraio 2008

    I want to be the minority ...

    Si vocifera che sia uscito un film in cui Nanni Moretti è coinvolto in una focosa e rabbiosa scena di sesso, oggetto delle solite imbecilli polemiche che risultano alla fin fine solo in un mare di pubblicità gratuita. Visto che ho sempre le persone giuste con cui andare a vedere le scene giuste, domani lo vado a vedere con mio papà. L’idea un po’ mi imbarazza, ma amen. Almeno saprò di che si tratta e magari ci scappa anche la visione di una tetta. L’idea di Moretti associato al sesso invece un po’ mi disturba.
    Ma non è per quello che lui mi è venuto in mente. Mi era venuta in mente una delle mie battute preferite di Caro Diario:
     
    "Sa cosa stavo pensando? Io stavo pensando una cosa molto triste, cioè che io, anche in una società più decente di questa, mi troverò sempre con una minoranza di persone. […]. Io credo nelle persone, però non credo nella maggioranza delle persone. Mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d'accordo con una minoranza..."
     
    Lo dice a un passante a caso, fermandosi in Vespa. Mi faceva sorridere e anche pensare al disagio/compiacimento nel ritrovarsi, nonostante tutto, a far quasi sempre la parte degli strambi.
    Non è che abbia una speciale goduria nel fare la strana e non l’ho mai davvero scelto. E’ che per un bel po’ di cose lo sono. E ormai al mio status di pseudo-freak ci sono abituata tanto da sentirmi quasi derubata quando le mie passioni vengono scoperte da tutti, involgarite per un grande pubblico e sdoganate alla grande distribuzione organizzata. Punto già assodato, comunque.
     
    Insomma. Salto di palo in frasca con grazie felina e riprendo il discorso di qualche giorno fa: esce sto film sui Tudor. Inghiottirò il boccone se per caso dovesse avere successo e si moltiplicheranno le persone che svilupperanno una conoscenza vaga, imprecisa e pressappochista dei fatti storici di cui parla (ma uuuuh quanto odio la vaghezza. Vado matta per la gente con un sano interesse per i dettagli minuti e morbosi, e con una memoria di ferro). Sopporterò anche se contrariata, perché su questa cosa - come su molte altre anche più serie - mi è sempre piaciuto sentirmi parte di una sparuta minoranza.
     
    Ma questo non era nulla. Quello che infatti ho scoperto solo in seguito, assai più minaccioso nelle sue premesse, è che… in America siamo alla seconda stagione di The Tudors”. Si, tipo “I Soprano”. Oh. My. God. Mi si spalanca la bocca come quando ho sentito l’inno dell’Udeur. Puro raccapriccio.
    Una serie TV a episodi su Enrico VIII.  Una seriona di quelle serie (oddio il gioco di parole), prodotte per sedurre il grande pubblico.
    Una serie in cui lui, Henricus Rex, rispettando in un certo senso le cronache dell’epoca che lo volevano – almeno da giovane – come un bel figaccione, è interpretato da Jonathan Rhys-Meyers. Quello che nel 1998 ritenevo la creatura più bella che avesse posato piede sul pianeta. Il cui bacio gay con Ewan McGregor vestito d’oro vidi, rividi e stravidi nel solito Velvet Goldmine (questo film ricorre spesso nella mia vita). Sbavavo letteralmente. Mancavano tre anni al mio primo bacio e pensavo non ci fosse nulla di più eccitante da guardare  di quelle due bocche rosee che si univano in primo piano.
    In tempi più recenti, lo avrete visto in Match Point di Woody Allen, a diventare uno spietato arrampicatore sociale baciato dalla fortuna.
    Dunque si: rispetto per l’attore e per i ruoli ricoperti. Ma DIO ha un’aria così assurda nei panni del re d’Inghilterra. Non so se siano i costumi improbabili o l’improbabile trasformazione della storia in un porno in costume, in un tripudio di inseguimenti intorno al letto e bianche cosce spalancate…. Tutto questo avrà il suo fascino magari, per chi viene a conoscenza della vicenda per la prima volta: anzi, si dice che abbia fatto gran presa soprattutto sui ggggiovani d’Oltreoceano, quando la prima stagione è andata in onda su Showtime (perverrà ai nostri lidi durante il 2008).
    Ma la mia piccola freak storiomane interiore sta avendo dei giramenti di testa (Anna Bolena con gli occhi azzurri! Aaaaagh). Mi devo sedere. Vi devo rendere un’idea dell’orrore che provo. Altro che film con Eric Bana, quello almeno so che sarà ben realizzato, un robone enorme per il grande schermo. Questa serie invece, con tutte le spese stratosferiche che ha millantato, ha prodotto *questa* immagine come promo della seconda stagione. E dire che, visto che praticamente è tutto ambientato tra le regali lenzuola, almeno il budget per altre cose lo avevano.
     
    Lei col corpetto di seta senza bretelline, i capelli sciolti e laccati, gli occhi truccati (e azzurri…oh e anche a una distanza innaturale per un essere umano), l’espressione da storione in calore.
    Lui… col corpetto senza maniche di cuoio e la faccia da “Mò me te scopo”. La cinge per la vita con una mano e con l'altra le ghermisce il collo. Per alludere in modo assai criptico (lol) al fatto che la signorina finirà decapitata. Roba che c’era più accuratezza storica quando ho visto Il Milione rifatto da Rocco Siffredi(gran film peraltro).
     
    Sono sicura di stare giudicando troppo in fretta e con pregiudizi oscurantisti verso l’argomento. Da brava, me lo guarderò tutto e poi riformulerò un parere, si spera meno negativo. Per ora rimango abbacinata. E' che, dopo aver perso Tolkien come retaggio nerdico e minoritario, non pensavo sarebbero venuti pure a soffiarmi questo. Sigh. Avidi!
     
     
     
    lunedì, 18 febbraio 2008

    Vi ho detto che adoro i vinili?

    E ora basta vivere immersa tra cose inutili e inutilizzate. Con tutto il rispetto per i ricordi, ma non posso più tenere le video cassette registrate con tutte le pubblicità di Senti Chi Parla, Free Willy e Dirty Dancing. Addio miei fedeli compagni di nastro magnetico. Le nostre strade si separano, vi ho voluto bene.
    Voi, compilation di Video Music, potete restare. Non sono ancora così risoluta.

    Ho iniziato a buttare caterve di roba, come da piccola non avrei mai osato fare. Di indole, sono una che conserva anche gli scontrini e i biglietti del bus obliterati, se recano un qualche ricordo piacevole. Una che conserva i bigliettini di Natale degli ex e li rilegge con affetto. Una che infila fiori secchi nel diario (ho anche un diario reale, molto geloso del blog). Ma non posso lasciarmi subissare. Basta e stop, devo far posto per un po' di futuro tra queste mura e imparare a distinguere i bei ricordi dalle scartoffie.

    Un tipo di vecchiume di cui invece non mi libererò mai e poi mai sono i vinili. C'è una magia speciale nei vinili. Sono più vivi dei cd e non hanno un'ombra dello squallore delle vecchie audiocassette. Il vinile in teoria si sente anche senza amplificazione. Piano piano piano, ma si sente. La canzone è proprio lì, non è un concetto lontano e un po' mistico come i bit dei cd. E' una cosa che adoro.
    Una sequenza molto bella sulla sacralità del vinile è proprio in Velvet Goldmine, il mio film preferito: uno spaurito, eccitato ed allora smilzo Christian Bale estrae con cura reverenziale il 33 giri dalla sua custodia, dopo averla ammirata con attenzione e - con mano tremante e attenta a non toccare la superficie - lo depone sul giradischi e si appresta a un ascolto che gli cambia la vita.

    E visto che sto ravattando nelle mie piccole manie, in questi giorni, ve ne propongo una che - al contrario dei Tudor mi auguro - non diventerà mainstream tanto facilmente. 
    Mi conoscerete come una che si fa venire gli orgasmi coi Led Zeppelin e quindi venera il classic rock e che nel tempo libero coltiva qualche passione per cose più recenti, per lo più etichettabili come alternative e indie. 
    Quello che avevo trascurato di menzionare era il folk rock inglese degli anni (ovviamente) '60-'70. Cosa che, lo capisco, non è per tutti i palati, ma che rientra tra le poche e sparute cose del mondo che mi danno qualche emozione. Fairport Convention, Pentangle, Steeleye Span. Aggiungiamo un tocco di oltreoceano con Joan Baez e il quadretto è più o meno completo. Eh, che ci volete fare, me l'hanno infilata in testa i miei per imprinting. Son cresciuta a pane, Beatles e folk. Niente Nutella per motivi quasi religiosi, e io dovevo pur sviluppare dipendenza da qualcosa.

    liegeandliefNon ve la faccio una testa così, ve la risparmio. Ma questo è il mio disco folk rock preferito, probabilmente uno dei miei dischi preferiti e basta. E c'è chi dice che sia una pietra miliare. Parlo della Fairport Convention, che pubblica Liege and Lief nel '68 (40 anni fa, accidenti). La voce è quella dolce e affilata insieme, inconfondibile ed emozionante di Sandy Denny.

    Qualcuno di voi conoscerà The Battle of Evermore degli Zeppelin presumo. Quella bellissima canzone di ispirazione più che vagamente tolkeniana, quella che fa sbavare la Shuly.. Beh, è un duetto tra Plant e lei, per la cronaca. La poverina morì poco dopo i 30 per emorragia cerebrale, dopo essere caduta dalle scale. Ma nella sua breve vita devo dire che incise parecchie belle cose, tra cui appunto Liege and Lief (che vuol dire qualcosa tipo "Obbediente e contento di esserlo"). Questo album (potete vedermi mentre lo coccolo con lo sguardo nella foto) pesca da un repertorio tradizionale inglese, per lo più, tutto bello riarrangiato in chiave rock, senza essere mai vagamente melenso o stucchevole.

    Non so cosa preferisco tra voce, arrangiamenti, spirito della vecchia Inghilterra e le trame delle ballate.

    C'è la storia di un poveraccio che viene arruolato a forza nell'esercito della regina Vittoria e riesce a disertare due volte, tradito però dagli amici e pure dalla fidanzata. Quando è già sulla forca che pregusta la libertà almeno da morto, ecco che piomba il re che gli dà la grazia con la promessa che farà il bravo. E rieccolo arruolato a forza con il groppone del senso di colpa.

    C'è la storia di una sordida moglie che seduce un ragazzino e quando il marito li sorprende, informato da un fedele servitore, sfida lui a duello avendo anche la decenza di prestargli la sua spada migliore. Il ragazzo viene ucciso e la moglie, quando il marito sembra incline al perdono, fa la gaffe di dirgli che preferisce Matty a lui anche da morto, e viene infilzata come una farfalla all'ago.

    C'è la storia di un misterioso signore, presumibilmente un demone/volpe, che seduce le donne e le porta al suo castello, dove non se ne sa più nulla.

    C'è una storia alla Lady Hawk in cui senza volere davvero, un uomo ferisce a morte il corvo che gli ha predetto che ucciderà la sua amata.. e scopre che si tratta in effetti dell'amata, quindi impazzisce.

    C'è la storia di una fanciulla che entra nel reame degli elfi e riesce a strappare alla loro regina un prigioniero che stavano per sacrificare per Halloween, a prezzo di dure prove.

    C'è il fiddle insieme alla chitarra elettrica, questa voce fantastica, i ricordi d'infanzia, il vinile tra le tue braccia... è amore automatico.

    Buona notte :)

     

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (27)
    categorie: musica, ricordi, genki moments