About me, more or less

Utente: Shulypoo
Cromosoma XX, personalità indecisa e dubbiosa, amante dell'autoerotismo mentale, della musica rock, del sushi, degli anfibi e degli orsetti del cuore.

L'erotismo mi piace e lo vedo in tante cose. Forse ve ne accorgerete, ma non scambiatemi per ammiccante, ve ne prego.

Ripresami dalle mie brume esistenziali post laurea e dai vaneggiamenti matrimoniali, sono ora un'improbabile business woman con parecchi issues. Ma che questo non mi identifichi in alcun modo, vi prego. Aspirante groupie, passerei volentieri la vita a sperarla diversa.
Odio mordermi le guance. Ma proprio tantissimo.

Handle with care, perchè mi affeziono anche al cartone del latte e sono permalosissima.

Geeky, nerdy, plastic fantastic, the one you'll never need.
Amen.

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Mi rallegrano e compiacciono cose tipo...

svegliarmi e ricordarmi che posso dormire
le chitarre elettriche
il junk food, il sushi e il cibo indiano. Ma anche tutto il resto.
il piumino calduccio
l'umorismo surreale
le culotte
non reggermi in bus e far finta di fare surf
leggere i libri in una botta sola
i cavalieri dello zodiaco
la musicalità
le t-shirt buffe e witty
i calzini a strisce
chi è colto e non lo fa pesare
il ponte di chiatte al Porto Antico di Genova
il mio albero di natale
chi capisce al volo
i regali inattesi
le coccole sotto il piumino
questa faccina ":3" e questa ">.>;"
Londra
la lingua inglese
l'eccitazione
capire improvvisamente qualcosa
la novità
le pernacchie sulla pancia
la varietà linguistica
le cose pucciose e superdeformed
il cambiamento
ascoltare musica di notte
la sottigliezza
le opinioni decise ma non ostinate
comportarmi in modo inappropriato
sapere le cose senza Google
la gente easy going
le seghe mentali un po' costruttive
fare pace
i vecchi vinili
chi non serba rancore
forzare i miei limiti
ballare, da sola
la gentilezza a prescindere
gli anni '60 e '70 e la loro musica
la pulizia
non dover spiegare ciò che dico, specialmente le battute
la capacità di modularsi
apparentemente, anche saltare di palo in frasca :3

Mi rattristano e un po' irritano cose tipo...

i pallini sui maglioni
chi entra dall'uscita dei bus
la banalità, in tutto
i calendari coi culi
i peli incarniti
chi dice di non aver mai tempo e non fa un tubo
la polvere sulle dita, e i gatti impolverati
il vento e la pioggia insieme
le abitudini noiose, i loop, i pattern
i furbi, i Furby e i furry
le cose banalmente sexy
la mancanza di autocritica, di ironia, di curiosità
gli errori di grammatica e ortografia
la volgarità a sproposito (ma non le parolacce!)
il pitonato, lo zebrato, il leopardato e gli altri mali accessori alla menopausa
la gente che scrive "Hei!" invece di "Ehi!"
la pornografia camuffata da erotismo
la risata "Hihihihihi". Ha un che di satanico e idiota, usate le faccine piuttosto
le battutine a sfondo sessuale fatte a sproposito
chi racconta i casi suoi al telefono in bus, magari urlando
l'indefinitezza
le mode imbecilli, e le sedicenti modelle
la puzza di fumo
la poesia cheap
l’associazione soldi/mignotte/belle macchine
chi sputacchia quando parla
la “bella gente†e la "bella vita"
chi fa lo strano, l'incompreso, l'unico, l'originale a tutti i costi
sentirmi invisibile e a disagio
chi è più pigro di me
chi non si fa mai problemi e dovrebbe
il frastuono e la musica merdosa
chi parla addosso alla gente
chi non ascolta e pensa di aver capito
la sveglia
l'ignoranza compiaciuta
i consigli non richiesti, ma anche i conigli
gli egocentrici molesti
gli inappetenti cronici e chi fa tremila storie sul cibo
le donne fissate con le minchiate che non compensano con altre doti
gli uomini che pensano di far colpo coi soldi
le "k" al posto delle "c"
chi non sorride mai
smagliare i collant nuovi
chi non capisce, chi non coglie, chi non si sa adattare
le suonerie dei cellulari, la maggior parte
i deliri religiosi
il buonismo dettato da idiozia
rompere con qualcuno, causare tristezza
chi mi dice "cresci" senza poterselo permettere
i canditi

Solo un numero, e probabilmente sbagliato

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  • venerdì, 26 giugno 2009

    Bad

    Ero intenta a lavarmi i denti con MTV accesa nella stanza accanto, e ho sentito The Way You Make Me Feel.
    Spazzolando ancora ho pensato "Fico, mattina dei revival!".
    Poi ho sentito l'inizio del video di Black or White, quello con Macaulay Culkin che fa impazzire i genitori. Chi non lo riconosce?
    Nel linguaggio mediatico, due video di fila un venerdì mattina qualunque sono matematicamente un canto funebre. Ho capito che Jacko era morto, niente più Re del Pop.
     
    E' stata la prima notizia che ho letto su Google, su Facebook, su Tumblr e il primo saluto che ho rivolto al fidanzato, agli amici, ai colleghi. Persino al capo. Tutti increduli, tutti colpiti.
     
    Non credo sia possibile essere vissuti attraverso gli anni '80 e '90 senza essere stati un po' fan di Michael Jackson, senza conoscere i suoi successi, mimare il moonwalk o imitare i suoi urletti in falsetto. Era una di quelle personalità musicali così ingombranti che, volente o nolente, dovevi prenderne atto. Persino nella coscienza lattiginosa dell'infanzia, ho il ricordo nitidissimo della locandina delle date italiane del Dangerous Tour del 1992, appiccicata per strada. Con i suoi occhi disegnati che facevano capolino, a fissare così la me stessa diecenne di allora:
     
     
    Ricordo un'eccitante notte trascorsa alzata sino a tardi a guardare Moonwalker, trasmesso da Italia 1 in seconda serata.
    Ricordo i saggi di danza con Don't Stop 'Til you Get Enough (e chi riesce a stare fermo ascoltandola?).
    Ricordo quanto mi spaventava il video di Thriller, e quanto mi sono divertita - sicuramente non sola! - a imitare quella mossa di danza zombie con le mani ad artiglio.
    E' difficile opporre resistenza quando ti trovi davanti a un'icona del genere, la lasci scivolare nella tua vita e si posiziona ovunque trovi posto.
     
    L'unico errore che Michael Jackson abbia fatto, in un certo senso, è stato sopravvivere a se stesso, ai record di vendite e ai tour planetari per poi rendersi bersaglio quasi indifeso di sistematiche campagne denigratorie, circa il cui possibile fondo di verità ho sempre ritenuto meglio sospendere il giudizio, in mancanza di argomenti decisivi.
     
    Era almeno un decennio che esistevano due MJ, quello sempre amato degli anni d'oro e quella strana, sinistra e molto grottesca personalità che si aggirava con mascherina chirurgica e guanti, che sventolava i figli neonati dal davanzale, con i tratti somatici sempre più alieni e irriconoscibili.
    Sfido chiunque, del resto, a diventare una persona normale quando vieni allevato e cresciuto sotto i riflettori sin da prima della pubertà. Il diritto a qualche valvola posizionata male uno se lo guadagna e, a parte per il successo, l'amore dei fan, l'imbarazzante fortuna finanziaria e la fama imperitura, non penso sia campato in aria pensare che essere Michael Jackson doveva fare abbastanza schifo, perchè non c'è nulla che ti ricompensi davvero di una vita interamente regalata al pubblico, nel bene e nel male, vissuta sotto gli occhi di tutti dai momenti di gloria a quelli più umilianti.
    Un'esistenza devoluta pienamente non solo al pubblico, ma soprattutto ai media, che di lui si sono cibati come iene senza mollare un attimo, anche quando la sua fama era più collegata alle imbarazzanti accuse di pedofilia che alle sue imprese musicali. Spero che per oggi i cani si attacchino all'osso succoso della sua scomparsa e, per una volta, vogliano celebrarlo più per le cose grandi che ha fatto realmente che per quelle infamanti che si sospetta abbia fatto.
     
    Personalmente, oggi non mi sento ipocrita a scoprirmi più fan di quanto non pensassi di essere.
    E moonwalkerò fuori da questo ufficio, a costo di spaccarmi il cranio nell'operazione.
    dropped by: Shulypoo | link | commenti (4)
    categorie: musica, ricordi, attualità, wtf
    mercoledì, 17 giugno 2009

    Ramble On...

    Stamattina l'iPod mi ha proposto come prima track, estratta a caso tra migliaia di canzoni, Birthday dei Beatles.
    Proprio lei! Con Paul che canta che è il tuo compleanno e guarda caso è anche il suo! E ci divertiremo, e buon compleanno a te!
    La meravigliosa coincidenza, nel breve tragitto casa/fermata, mi aveva già indotta a creare una complessa visione di una bella jam session con McCartney, con me relegata all'air guitar e persa in estatica ammirazione del mio attempato idolo.
    Con un solo inconveniente: la sorte ha cannato giorno, perchè io e Paul compiamo gli anni domani, come ogni anno.

    E che anno! Sto per entrare nel regno del magico numero 27 e, se fossi una rock star, farei parecchia attenzione alle pillole che butto giù o all'alcool che ingollo, soprattutto in questo anno delicato.
    Ripensando a Brian Jones, sarei anche un po' schizzinosa sulla gente con cui decido di sguazzare in piscina.

    Non ho mai arpionato una Stratocaster con gli incisivi come Jimi, avrei sfigurato in un duetto con Janis, le tredicenni di tutto il mondo forse non si annoteranno mie citazioni sul diario come fanno con le poesie di Jim. Neanche a dirlo, non sono un'icona degli anni '90 come Kurt.
    E niente da fare, niente del genere mi accadrà.

    A porsi certi esemplari come modelli, del resto, c'è solo da restare sconsolati.
    Posso dire però che, al contrario delle fulgide stelle appena citate, non vedo per me rischi prossimi di sprofondamento in spirali autodistruttive. Il che potrà magari anche dispiacervi.

    Ammesso che mi trovi qui per una ragione, non sembro averla ancora trovata e quindi mi auguro che potrò proseguire lungo il sentiero ancora per un po'. Magari, strada facendo, un barlume di senso mi si mostrerà e, se non accadrà, almeno spero di divertirmi più di quanto non abbia fatto in passato.

    Scongiuri del caso a parte, a questi 27 calerò l'ancora per il canonico anno. Tra dodici mesi io e Paul partiremo verso nuovi lidi.


    Personalmente, però, contemplo una sosta più lunga al porto dei 29. Che dite, mi ci tengono un decennio o vengono ad affondarmi coi sottomarini nucleari?

    lunedì, 15 giugno 2009

    Into the wild

    "E così ti sei trasferita eh? Come si sta sulla Sunshine Coast?"
    "Il trasloco è stato stancante, ma c'è un clima bellissimo e si sta davvero bene. Oh, in giardino hanno avvistato degli orsi, giorni fa"
    "Cosa?"
    "Si si ma sono black bears, mica grizzly!"
    "Quand'è così..."
    "Poi abbiamo fatto mettere la recinzione, solo che i piccoli potrebbero passare sotto"
    "Ah, quindi potreste ufficialmente rubare dei cuccioli d'orso alla mamma. Bene."
    "E poi terremo la spazzatura sigillata così non attiriamo né gli orsi né i puma."
    "I che??"
    "I cougar, sai, li chiamano in tanti modi..."
    "Si si, le pantere. Quelle che mangiano i ciclisti di Orange County, per intenderci"
    "Dicono che sono abbastanza innocui"
    "Si, si immagino"
    "Dicono anche che magari è meglio non lasciare bambini incustoditi a giocare, just in case"
    "Aaaaa-ha" (rumore di tasti) "Tu comunque non accucciarti, cerca di sembrare grossa e molla calci sul muso. Dicono funzioni. Ben assestati eh, hai capito?"
    "Poi non riusciamo a metterci d'accordo sul cancello. Lui lo vuole aperto, io lo voglio sempre chiuso. Ho i fiori, non voglio che i cervi me li vengano a mangiare"
    "Ah è vero che lì i cervi ve li trovate anche in coda da Safeway. Tra l'altro sono più tenaci delle vecchie, ho sentito. Se li superi son capaci di prenderti a cornate."
    "..e poi tra un po' vengono gli alci, quindi figurati"
    "Mi pare giusto, che si mangino i bulbi dei vicini!"
    "...e in inverno può pure capitare qualche lupo, ma non sempre"
    "Sarà un incantevole bed and breakfast, mamma"
    "Penso anch'io!"
    "Con le chiavi della stanza fornite anche un fucile a pompa?"

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (4)
    categorie: cose buffe, vancouver, wtf
    mercoledì, 10 giugno 2009

    Delfini e contabilità morale

    Lo ammetto: con l'arrivo della calura pre-estiva, anche le mie sinapsi hanno iniziato a sudare e, si sa, con le sinapsi appiccicaticce si pensa male e si scrive peggio.
    La maggior parte delle mie frequentazioni internettare e non si è buttata a pesce sulle elezioni europee e sull'intero ghiotto carrozzone politico che di questi tempi presta il fianco a una satira mai così facile.
    Sul sex-gate all'amatriciana con cui ci deliziano le cronache quotidiane, credo di aver raggiunto quel livello di reale disgusto oltre al quale non desidero sentire una parola di più in merito.
    La mia convinzione a continuare indefessa ad adempiere ai miei doveri civici è come un avanzo di spaghetti sul fondo di una pentola: esigua, scivolosa e difficile da prendere. Sono riuscita ad acchiapparla domenica sera, a un'ora dalla chiusura delle urne, e ho trovato la forza di fare quei due passi fuori casa per andare a votare. 
     
    Il paragone più azzeccato sugli ultimi tempi ci ha accostati a un'atmosfera decadente da basso impero. Che cosa si fa in una simile atmosfera? Ci si adagia mollemente e ci si culla in attività moralmente dubbie. In questo, sto facendo del mio meglio per seguire l'eccelso esempio di chi ci governa.
     
    Mentre cercavo con ogni sforzo di sottrarmi al generale squallore per cercare distrazioni - e peraltro ci riuscivo assai bene - mi è arrivata la classica catena via mail in ufficio. Di solito le catene finiscono nel cestino ancora prima dell'apertura, tuttavia questo particolare messaggio l'ho letto sino in fondo. Fondamentalmente perchè era ragionevolmente corto e pensavo fosse una barzelletta. Invece no, il messaggio non si chiudeva con un'ultima riga rivelatrice, ma con un invito in un italiano vagamente nebbioso:
     
    "Fate sapere a tutti che in Danimarca massacrano ogni anno i delfini extra-intelligenti e socievoli per una festa così come fosse un carnevale. *Solo le persone inutili **pensano che tanto non cambia nulla e per questo rifiutano di inviare questo messaggio a tutti*. "
     
    e con una ridda di immagini come quella qui sopra, degne di un film dell'orrore e piene di delfini sbudellati. Mi sono incuriosita ed informata.
     
    Che le balene siano ancora cacciate contro ogni effettiva necessità e generale norma di buon gusto (e buona creanza) non è un fatto nuovo. Le balene hanno la sfortuna di essere lenti e paciosi giacimenti di materie prime utilissime e tonnelate di carne, e non tutti si sono persuasi del fatto che ammazzarle resta comunque un gesto molto poco carino e ormai superfluo. Questo senza neanche considerare il fatto che la carne di balena ha un discreto grado di tossicità per gli esseri umani e che "ricca di cadmio e mercurio" è un claim che difficilmente convincerebbe un ufficio marketing.
    Quello che più o meno ignoravo completamente era che anche cetacei più piccoli, come delfini e focene, fossero oggetto di orride attività di caccia. Questo fenomeno non incontra molta attenzione mediatica, quindi vorrei dargli visiblità almeno qui. Più che un riflettore è una lampadina a basso consumo, ma si fa quel che si può.
     
    Non so se accrescere la consapevolezza intorno a un fenomeno serva a preparare la strada a una risoluzione. Venire a conoscenza delle turpitudini del bel mondo di Villa Certosa non pare intaccare la reputazione e la credibilità del principale soggetto coinvolto, ma mi auguro che, allontanandoci dall'ambito politico, il giudizio sugli avvenimenti possa essere un tantino più sensato.
     
    Insomma, amici e vicini, forse nemmeno voi sapevate che in più di un paesello del mondo, e neanche solo in repubbliche delle banane, è pratica diffusa ed accettata intercettare branchi di delfini e costringerli a spiaggiarsi per poi pugnalarli alla gola a terra e lasciarli a dissanguarsi. Oppure acchiapparli con uncini e corde, o trascinarli per lo sfiatatoio, oppure fare il lavoro in acqua sinchè il mare non diventa rosso rubino. Non parliamo neanche del Giappone, per cui la caccia al delfino è solo un sotto-ramo aziendale della sempre prospera e internazionalmente criticata caccia alla balena, che spesso scivola anche nella bracconeria di specie a rischio di estinzione.
     
    La caccia al delfino è ancora diffusa, ad esempio, nelle Isole Faroe, una lontana provincia danese. I villici si difendono dicendo che la caccia al delfino è stata praticata dai trisavoli dei loro trisavoli per secoli e secoli. Quando cioè non esistevano il mass market e la generale prosperità di cui gode il mondo occidentale adesso isole incluse, e quei poveri vichinghi (o quello che erano) erano costretti a farsi piacere persino il grasso sottocutaneo dei delfini. Ma son dettagli, e la gioventù faroense rivendica questa pratica come parte integrante della cultura isolana ( e al che io dico: ma queste isole sono così pallose che non hanno neanche una discoteca per tenere questi ragazzi occupati? )
     
    In generale, è sempre la carta della tradizione quella che viene giocata per prima da chi difende il proprio diritto a cacciare certe specie, anche quando il resto del mondo guarda a suddette tradizioni con un'espressione di vago orrore.
     
    Non mi ritengo una persona dallo sdegno facile, e in effetti ci terrei a ridimensionare anche in questo caso le mie affermazioni.
     
    Siamo tutti d'accordo sul fatto che vedere Flipper che si contorce con la gola aperta sia uno spettacolo da far passare l'appetito a chiunque abbia un cuore, così come sul fatto che vedere una balenottera che schiaffeggia pigramente la superficie marina con la coda sia molto meglio che vederla trascinata senza vita sul ponte di una baleniera. Credo però che il ruolo giocato dalla cultura sia qualcosa di più di una paraculata detta per tutelare i propri porci comodi.
     
    Anni fa ero nella zona carni di un WalMart sperduto, e chiesi al mio allora fidanzato dove fossero il coniglio e le bistecche di cavallo. Mi guardò come se fossi un mostro venuto dallo spazio, specie quando dissi "cavallo" e lasciò cadere la mascella tra le ali di pollo.
    Con questo non intendo dire che io sia ghiotta dell'una o dell'altra carne, ma sono certo abituata a vederli nei supermercati. E se io qualche scrupolo a mangiarle magari me lo faccio (c'è un'inversa proporzionalità tra il grado di pucciosità di un animale e la voglia che si può avere di mangiarlo), riconoscerete che qui da noi simili bestie fanno parte della dieta di un buon numero di individui, che non ci trovano nulla di male. Qui il cavallo, ad esempio, te lo raccomandano quando hai il ferro bassino. Gli stessi americani, poi, trovano non troppo orripilante uno stufatino di scoiattolo, c'è chi si sbafa i cani e anche - indovinate dove - gente che non sa dire di no a una sugosa bistecchina di canguro. Che tra l'altro pare sia buonissima e povera di grassi, altro che la carne semi-tossica delle balene.
    Non sto invitandovi a desiderare un carpaccio di pechinese col limone, ma quantomeno a guardare la cosa da una prospettiva meno assoluta e a tenere da conto il fatto che non esistono realtà incontestabili, ma solo sensibilità diverse in tempi e luoghi diversi.
     
    Se per esempio dobbiamo condannare la caccia ai delfini, mi sembrerebbe abbastanza ipocrita non estendere certe considerazioni alla caccia in genere, sempre restando sul piano di attività permesse per legge e su specie che non sono in estinzione. L'attività venatoria nostrana, al contrario, è per lo più difesa come una nobile disciplina sportiva da svolgere all'aria aperta, pur qualificandosi allo stesso modo come "assassinio di animali non dettato da stretta necessità".
     
    Certamente, va detto che fatico a provare più pena per un - mettiamo - cinghiale che per un qualunque cetaceo, fosse anche solo per tutti quei tratti - intelligenza, socievolezza, giocosità - che ci fanno di solito amare i delfini, ma forse è un ragionamento impervio. Non si può essere " un po' " animalisti, perchè come tiri un filo ti viene dietro tutta la matassa: puoi tagliare il filo dopo la caccia ai delfini e i cuccioli di foca presi a randellate, ma a quella lenza, a seconda di quanto tiri, potresti trovare attaccate osservazioni sensate per essere contro la caccia, la pesca, la pelletteria tutta e, tira che ti tira, arrivare persino all'allevamento. Tutto sta nei livelli di soglia che scegliamo di applicare.
     
    Il presunto QI di un animale, il fatto che sappia far giocare una palla sul naso o sia capace di comportamenti "simpatici" sono criteri parziali, come lo sono l'eventuale legalità di cacciarlo o l'abbondanza di esemplari. E' facile essere tentati a tracciare linee del tipo "se è carino e ha gli occhioni buoni non si mangia" o "se non è in via d'estinzione allora va bene" o "se lo fanno già tutti va bene", ma sono distinzioni arbitrarie, personali o culturali e in ultima analisi di comodo, per poter sventolare un po' di indignazione a pochi centesimi al chilo, cosa che a tutti piace molto fare.
    Se vogliamo invece applicare il principio più generale, cioè il rispetto rigoroso delle vite che possono essere risparmiate, dovremmo cambiare parecchio le nostre abitudini (e se avessero pensato così i primi homo sapiens, naturalmente non saremmo dove siamo adesso), cosa che ai più piace molto meno fare.
    Per me tutto si blocca insomma quando vedo un grazioso vitellino e penso che sì, l'idea che venga al mondo per essere macellato mi nausea abbastanza e mi fa sentire male, ma che se tengo una simile idea sufficientemente lontana dalla mia testa posso, contro ogni alta opinione che posso avere di me stessa e della mia coerenza, vivere in pace godendomi i miei bistecchini. Un po' colpevolmente, ma in pace. Lo sdegno che posso provare quando vedo la caccia ai delfini, pur essendo a mio avviso giusto e ben riposto, deriva comunque da una scelta più o meno consapevole di contarsi solo metà della storia, quella che torna bene, quella che "oh dio i delfini no, sono troppo intelligenti!". A voler abbassare il livello di soglia, invece, ci sarebbe quasi letteralmente da impazzire.
     
    Forse questa severità è improduttiva, ma previene dall'adottare gli irritanti sintomi dello smug, che in italiano potrebbe tradursi come "immotivato ed eccessivo autocompiacimento di fronte alle proprie azioni o prese di posizione" (concorderete che "smug" è più sintetico e che "snob" non è abbastanza), e che prende corpo in forme di ecologismo e animalismo radical chic in PETA-style, per intenderci, associazioni che partono da idee condivisibili per poi sfociare da una parte in metodi piuttosto violenti, e dall'altra in una forma di pubblicità squalliduccia per attrici e attricette di varia statura, che hanno la ghiotta opportunità sia di posare nude che di far finta di avere un messaggio serio da diffondere.
     
    Lo smug si anima di tutti i moralismi autoindulgenti, dello zittirsi la coscienza con piccoli gesti più simbolici che utili, negoziabili a seconda di come ci viene meglio, ed è decisamente tra noi. Come specie più intelligente ed evoluta sulla faccia del pianeta (oppure la terza più intelligente, secondo alcuni), abbiamo potere di vita e di morte su gran parte delle altre forme di vita ed è una responsabilità che non sempre è amministrata saggiamente: sono piuttosto lontana da qualunque forma di attivismo o critica globale alla specie umana, ma se vogliamo ben guardare, qualcosino sulla coscienza ce lo possiamo ritrovare sempre. Se vogliamo quindi concederci il lusso di inveire e sbottare da un podio, penso che forse sarebbe il caso di analizzare tutte le implicazioni morali del caso, e magari cercare la proverbiale trave nel nostro occhio, prima di condannare in termini assoluti le pagliuzze più o meno spesse in quello altrui. 
     
    Se pensate che sia un compito che richiede troppi sforzi, potete sempre calarvi nella quotidiana schizofrenia un po' ipocrita e un po' buonista in cui cerco di vivere io: guardo i video dei delfini massacrati, scoppio in lacrime e poi mangio il mio hamburger, penso agli sciagurati consumi dei SUV padronali e poi guido anch'io tutti i giorni, cerco di separare vetro e plastica e poi quando sono pigra li caccio tutti nello stesso cassonetto ugualmente, mi rifiuto di gettare una singola cartaccia per terra e poi anch'io, come voi, vivo succhiando energia e risorse come se non ci fosse un domani. Adottando una personale forma di smug, mi consolo pensando che - forse forse - notare la dissonanza può già rappresentare qualcosa, anche se qualcosa di inutile: in ogni caso cerco di conservare caramente un briciolo di salute mentale.
     
    Intanto, comunque, se i benedetti danesi potessero piantarla con quei delfini, l'indignazione che ho espresso in questo post potrebbe farmi anche smarcare dalla coscienza almeno una settimana di macchina, forse persino un chewing gum sputato per terra. E, per uso futuro, magari pure un brasato di wallaby.
    dropped by: Shulypoo | link | commenti (6)
    categorie: riflessioni, cibo, dubbi, wtf
    mercoledì, 27 maggio 2009

    Pseudohistory is Fun!

    Ho una specie di mania, quella di vedere (e/o leggere) la cosa di cui tutti stanno parlando in un dato momento, specialmente se ipotizzo si tratti di una porcata.
     
    Tre anni fa, senza alcuna vergogna, mi sono sia guardata che letta il Da Vinci Code. Giusto per infierire sulla desolazione esistenziale del mio soggiorno americano, infatti, ho sentito il dovere di indulgere in pessima letteratura e coronare il tutto con la visione di Tom Hanks in un taglio di capelli irripetibile. Perchè, nel 2006, se non sapevi di che cosa parlasse il Codice ti potevi davvero annoiare a morte. L'opera che sfida i fondamenti del credo cristiano! Lo scandalo! I dibattiti! La gente che giocava a tagliuzzare l'Ultima Cena con MS Paint! Era veramente il caso di informarsi e di godere della follia collettiva, un'occasione imperdibile.
     
    Una caratteristica di molti grandi successi commerciali che da libri diventano film è di avvicinare alla lettura gente che di solito si affatica anche solo a leggere le istruzioni del proprio dentifricio. Gente che, a lettura affannosamente ultimata, si sentirà entrata di diritto nel mondo degli intellettuali. Ora, io non nutro un'enorme stima per chi non legge libri e non penso che a questa peculiarità - salvo qualche caso notevole - si associ di solito grande perspicacia o senso critico. In parole povere, i libri brutti che vendono un sacco immettono in circolo una massa spaventosa di cretini ansiosi di parlarne: uno spettacolo spesso divertente, da osservare con i pop corn in mano. Quello da cui si originano tutti i "casi", per intenderci.
     
    A dover essere sinceri, il film del Codice da Vinci* non mi era dispiaciuto. Tom Hanks ha quell'aria dell'attore che ha già dato, e può permettersi di tirare su soldi interpretando un personaggio con lo stesso spessore psicologico di Topolino (di cui non a caso ha l'orologio) senza essere preso per il culo. Con quell'interpretazione nel Soldato Ryan, e solo per citarne una, tanto sa che lo amiamo comunque. Anche a Ron Howard sono disposta a perdonare questo peccatuccio ven(i)ale: con Ricky non ci si può certo arrabbiare.
    La trama, ripeto, ha un che di topolinesco, laddove con questo aggettivo intendo una sorta di parodia del metodo investigativo alla Sherlock Holmes, perso in un turbinio paranoico di simboli-indizi assemblati con lo sputo.
    Nonostante tutto, in qualche modo l'impalcatura del Codice si reggeva in piedi e, con fantasia e colpi di scena, riusciva a tenere viva l'attenzione certo non meno di una puntata iperprodotta della Signora in Giallo.
     
    La lettura si rivelò più ostica, sia perchè sapevo già come andava a finire - e la sorpresa è più o meno tutto quello che ti spinge a proseguire- che per questo triste fatto: Dan Brown scrive come un cane e leggere di questi personaggi monodimensionali, dotati di incerte motivazioni e vaghe psicologie, è stato un dolore.
     
    Quello che un po' mi disturbò, ma soprattutto mi sorprese, fu come il già menzionato flusso di cretini (metti un "+ religione" a un qualunque flusso di cretini e ottieni una crescita esponenziale del coefficiente di cretinaggine) fosse riuscito a fare tutto quel baccano in merito al presunto scandalo sollevato dalla storia. Storiella, quella del Santo Graal visto in chiave biologica, che Brown ha peraltro scopiazzato. Si tratta di una tesi affascinante e naturalmente non priva di suggestioni, ma ormai ritenuta largamente un lavoro di fantastoria, specialmente per le dubbie fonti da cui trae ispirazione.
    Se gli autori originali di Holy Blood, Holy Grail (il libro storiografico-sensazionalista da cui la tesi principale discende) hanno dovuto sostenere l'attacco anche giustificato di critici, detrattori e puritani indignati, non ho mai capito come un lavoro apertamente di fiction e quindi privo di qualunque rivendicazione di verità come il Da Vinci Code abbia potuto sollevare il polverone che ha tirato su qualche anno fa.
     
    Hanks nella sua migliore espressione "Che cosa ci faccio in questo film?"
    La verità, sospetto, è che quando si dà in pasto a una massa di stupidi un libro - oggetto con cui già non sono familiari - che sembra vagamente realistico perchè riesce a mescolare insieme elementi noti a tutti e ipotesi nuove, è facile che la poco allenata sospensione di incredulità dei suddetti stupidi vacilli parecchio e li convinca di avere in mano qualcosa di simile al Verbo. Un po' quello che è successo alla Bibbia, diciamo.
     
    Digressioni a parte, non sono riuscita a sottrarmi al richiamo cinematografico di Angeli e Demoni e sono andata a vederlo. Confesso, visto che le motivazioni di base già non erano tra le più nobili, che avevo un desiderio impuro di rivedere Ewan McGregor al cinema senza una spada laser in mano. Non avendo approcciato la visione con nulla che assomigliasse a un religioso rispetto, depositerò qui e lì degli spoiler di cui vi avverto ora. Credo di aver sviluppato una particolare immunità alle controversie a tema religioso, quindi su questo aspetto non mi dilungherò.
     
    La sparata più grossa del film la fanno all'inizio, per togliersi il pensiero, con una gigantesca e spettacolare supercazzolona sci-fi che porta alla produzione di tre malloppotti di anti-materia al Cern di Ginevra. Malloppotti che, naturalmente, possiedono la forza di distruggere un'intera città (con l'antimateria "prodotta" sinora, dicono al Cern reale che potrebbero al massimo tenere una lampadina accesa per il tempo di leggere questo post, e solo se leggete veloci). Ogni volta che in un film appare un identificatore retinico, sai che a qualcuno verrà staccato un occhio per forzare il sistema di sicurezza: come volevasi dimostrare, il misterioso ladro penetra nel laboratorio con un occhio rubato e si appropria di uno dei tre tubi. Facile facile.
     
    La scena quindi si sposta a Roma, dove i quattro cardinali in pole position per il Soglio Pontificio vacante vengono rapiti e il Conclave prevedibilmente fatica ad arrivare a una scelta. Il rapimento è rivendicato dall'Ordine degli Illuminati (il Priorato di Sion del caso, in questo contesto: gruppo segreto di cospiratori fantastorici nelle cui fila Brown ficca a forza tutti gli artisti famosi che ha trovato su Wikipedia, o tra le Tartarughe Ninja), acerrimi nemici della Chiesa e intenzionati a sconfiggerla con la luce della ragione e della scienza, qualunque cosa questo significhi.
     
    Il giuovine Camerlengo (McGregor, qui negli ingloriosi panni del Commissario Basettoni) fa chiamare in tutta fretta il nostro Robert Langdon, esimio simbolista ed esegeta di Harvard (più stereotipo di così si muore) che, guarda caso, sa tutto ma proprio tutto quello che c'è da sapere sugli Illuminati. Il professore si distingue subito dalla prima scena, capendo che l'uomo mandato a chiamarlo viene dal Vaticano, perchè riconosce lo Stemma Pontificio sulla valigetta. Che lenza, il professor Langdon!
    Segue un breve vuoto di trama in cui mi sono distratta a pensare a me e Ewan McGregor vestito da prete soli su un altare sconsacrato, con me nei panni della pecorella smarrita.Un'ottima scusa per vedere Angeli e Demoni e avere fantasie sessuali di tipo clericale
     
    I cardinali rapiti vengono gradualmente marchiati a fuoco con misteriosi ambigrammi ed eliminati in modo fantasioso con lo scandire delle ore, in un conto alla rovescia alla fine del quale la Chiesa - e con essa parte di Roma - salterà in aria grazie alla malvagia anti-materia rubata. Questo lo sappiamo perchè, come ogni bravo cattivo dei film, il rapitore ha lasciato un messaggio intricato e cosparso di simboli, che però permettevano a un qualunque simbolista di Harvard ferrato sugli Illuminati di capire con chiarezza ogni dettaglio del losco piano. Dimenticavo di dirvi che Robert Langdon è un caso da manuale di Mary Sue maschile.
     
    Quando Dan Brown ha scritto il libro, credo abbia preso una guida turistica di Roma e si sia segnato con la matita tutti i posti conosciuti anche del più bieco e yankee dei turisti suoi connazionali, per costruire il perfetto affresco romano da americano vacanziero. A mezz'ora dalla fine, avevo paura avesse dimenticato Piazza Navona, ma c'è pure quella, e il tutto senza scordare i carretti di souvenir coi David di Michelangelo fermacarte, ché altrimenti il quadretto non era abbastanza tipico. Passiamo praticamente tutto il film a sgambettere dietro a Tom Hanks che interpreta simboli a casaccio come un chiaroveggente e ci conduce qua e là a caccia di cardinali morti accanto alle opere più celebri del Bernini (altro big scomodato per l'occasione) sparse per la Capitale.
    Stavo quasi per dimenticare un inutile personaggio femminile, la fisica del Cern, che per ragioni non esplicitate si unisce all'indagine e funge da arguto consulente scientifico a 360°, dai segreti dell'anti-materia ai rimedi per le unghie incarnite. Degno di nota anche il dialogo tra il professore di Harvard e la fisica pluridottorata che, tutti eccitati di fronte ai segreti degli archivi Vaticani, si sentono in dovere di spiegarsi a vicenda che cosa sia il modello geocentrico (ma ok, il film è destinato a gente che Galileo al massimo lo ha sentito nominare in falsetto insieme a "Figaro, Magnificooo")Robert Langdon mentre grufola per terra a caccia di simboli, e soprattutto di un senso al film tutto.
     
    Uno dei tratti salienti del film, almeno dalla prospettiva italiana, è l'affresco di Piazza San Pietro come sede di quotidiani dibattiti notturni sulle cellule staminali: incredibile il passaggio random in cui Tom Hanks grufola per terra a caccia di simboli e sopra di lui un manifestante di sinistra con una bandiera della Pace e una vecchia - col fazzoletto in testa ovviamente - si urlano in faccia "Via alla ricerca sulle staminali!" e in risposta: "Credi di essere Dio?" e vengono praticamente alle mani, circondati da un manipolo di Suor Manubrie armate di fiaccole.
     
    Le autorità non ci fanno una figura migliore, e nemmeno le forze dell'Ordine: da una parte uno stuolo di guardie svizzere fanatiche ma un po' fesse e dall'altra un mezzo esercito di Carabinieri che riesce a farsi annientare da un singolo uomo in un'unica memorabile sequenza che lascia una dozzina di uomini a terra senza neanche bisogno di cambiare un caricatore.
    A questo proposito, vale senz'altro la pena di spendere due parole sul rapitore e assassino, praticamente un McGyver passato al Lato Oscuro, capace di annientare decine di persone con il solo uso di una fionda e una pallina rimbalzina. Circa l'improbabilità delle sue gesta, mi sarei senz'altro dilungata maggiormente se pochi minuti dopo, a un passo dalla fine, non fossi stata galvanizzata dal vero momento "Nuke the fridge!" (cliccate il link e colmate questa lacuna, se la avete). Non so se e quanto rovinarvi quel poco di sorpresa che potrebbe essere rimasto ma, per rendere l'idea, mi rifaccio alle parole usate dalla mia metà per descrivere la scena:
     
    "...e su tutto questo il Camerlengo si tuffava in paracadute da un elicottero mentre un'aurora boreale di FOTTUTA ANTIMATERIA rovinava la ricezione dei telefonini di mezza Roma"
    L'unica espressione da esibire quando alti membri della Curia ti planano davanti in paracadutee lascio a voi la formulazione di ipotesi su come si possa arrivare a un momento del genere in un film serio. Ricordo solo che stavamo ridendo così forte (di quelle risate con un lungo "snort" vagamente suino) che persino un tamarro si è girato a guardarci male.
     
    Purtroppo il buon umore di vedere un prete con la camicia aperta planare dal cielo sulla folla è stato rovinato dalla fine quasi anticlimatica (il colpo di scena con rovesciamento delle parti ce lo aspettavamo tutti), in cui ci viene rivelato che dietro al complotto non c'è manco un Illuminato a pagarlo, ma si tratta prevedibilmente della solita congiurona interna guidata dal solito mezzo psicopatico-però-animato-da-buone-intenzioni e astuto come un cobra.
    Ci viene inoltre palesato come, con un Camerlengo in grado di pilotare elicotteri (sono da ascoltare le gabole narrative con cui questa abilità viene spiegata dal personaggio) e un McGyver prestato alla carneficina come unico dipendente sia possibile non solo scuotere letteralmente la Chiesa dalle fondamenta, ma anche sfilarti sette euro di tasca e tenerti seduto al buio per due ore e venti.
    Una vera ispirazione per la piccola e media impresa, in questi tempi di crisi.
    L'autore! Abbattetelo! 
     
    *un conciso ma efficace riassunto lo si trova qui, nella fattispecie:
    "He meets some girl, who's a pagan, but also a Christian, but also Jesus's daughter, or some shit. There's also another guy, and a guy who's into BDSM. Then they find the Holy Grail because two guys in Da Vinci's 'The Last Supper' are leaning in opposite directions. No, really. And then he sticks his sword in her chalice, and they all live happily ever after." 
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    giovedì, 21 maggio 2009

    Dottò, dottò

    Oggi sono due anni esatti che lavoro in questa fogna di imbecilli.
    L'unica conclusione che posso trarne, sillogisticamente, è che sono un'imbecille anche io. Non consolante.
     
    Per celebrare l'infausta ricorrenza, vi lascio con uno sketch del mio rientro in ufficio.
     
    Premessa:
    Un paio di mesi fa, ho fatto rifare i biglietti da visita della losca ditta per cui lavoro.
    Dei due capi, la capa femmina mi dice che vuole assolutamente che tolga "Dott.ssa" prima del suo nome perchè la imbarazza. E' la prima cosa intelligente che le abbia sentito dire ed obbedisco volentieri. Il dott.ing.lup.mann, invece, quando gli chiedo se vuole per simmetria lo stesso trattamento, ha un momento di ritegno e dice "Oh fai come vuoi". Penso di fargli un favore e tolgo l'imbarazzante "Dott.". Tra le decine di biglietti da visita che ho in ufficio, faccio una rapida scansione a scopi statistici e scopro che a recare il titoletto è solo un buyer di scarso acume.
    I biglietti arrivano e li consegno. Tutti contenti, il dott.ing. guarda il suo e istantaneamente gli si forma il broncetto contrariato del bimbo a cui hanno messo il parmigiano sui bucatini quando non lo voleva. "Eh ma la prossima volta mettilo il titolo. Mi serve. Per.. per l'estero." (l'estero, dove la gente si dà del tu e non bada a questo genere di cazzate, appunto). Sua sorella e la contabile, appena esce, gli ridono dietro in coro.
     
    Il caso vuole che debba fare una ristampa d'urgenza per risolvere un errore così clamoroso da essere sfuggito a me, ai colleghi, al grafico e allo stampatore. Mi procuro una gastrite per far fare la stampa a tempo record, oggi la porto tutta contenta e mi allontano. Dopo pochi secondi arriva il TUD of Doom. Il pugnetto stizzito. Il-pugnetto-del-capetto-sul-banchetto. Si alza e mi viene davanti con una faccia da tragedia imminente. "IL TITOLO! IL TITOLO, TE L'AVEVO DETTO!". Segue sbattimento di porta e, presumo, un'altra piccola ridda di pugnetti e calcetti al mobilio. E' vero: tra tutte le cose più urgenti e rilevanti di cui mi occupo per 6 euro all'ora, avevo tralasciato questa aggiuntella di ostentazione burina di studi universitari svolti senza alcun giovamento per il cervello. E, come sua responsabile marketing all'amatriciana, l'avrei fatto comunque: per cercare di attenuare la figura da coglione che riesce a fare già senza sforzo quando si presenta e apre bocca.
     
    Alla scenata ho comunque risposto con un silenzio costernato.
    L'unico modo che ho trovato per evitare che quel "Ma vaffanculo, me ne vado" che mi titillava le corde vocali esplodesse fragorosamente.
    martedì, 19 maggio 2009

    (Don't) Stop Me Now

    Sarà un'idea banale e inflazionata sinchè volete, ma è vero: nella vita vale la pena di provare almeno una volta tutte le esperienze su cui riusciamo a mettere le mani, dal tango ucraino agli spiedini di locusta.
    Escludendo dal novero delle candidate le esperienze più grottesche e improponibili, infatti, provare cose nuove è cosa altamente salutare per il cervello e persino (e soprattutto) dalle brutte esperienze si può imparare qualcosa di utile.
    Detto questo, io non sono certo il più avventuroso e romanzesco dei personaggi, ma quando nella mia pigra gittata si rende disponibile una novità, per lo più mi ci imbarco.
     
    Non sono un'anima sportiva, ma possiedo un paio di rollerblade da circa una settimana. Sempre per l'infido teorema del "prova tutto una volta", l'esperienza di avere delle bucce di banana al posto dei piedi l'avevo già fatta con il pattinaggio sul ghiaccio - esperienza da cui ero prodigiosamente uscita con l'uso di tutti gli arti intatto. Non contenta, mi sono armata di pattini, protezioni e fiducia, pronta a umiliarmi nella promenade genovese, Corso Italia, di fronte alla cittadinanza tutta. Di domenica pomeriggio, quindi anche in grande stile.
     
    Convinta con l'inganno dal sempre infingardo compagno di merende, che mi ha fatto credere che "Ho comprato i pattini due anni fa e non li ho più usati" equivalesse a "Pattino da due anni", sono stata condotta come primissimo task giù da una scala. L'idea era far pratica in un giardinetto sul mare, prima di mettere a rischio l'incolumità di bambini e bassotti.
    Sono sopravvissuta fortunosamente alla discesa, aggrappandomi a ringhiere, tubature, Mercedes parcheggiate, lucertole distratte e qualunque arredo urbano fosse a portata di mano.
    Nel giardinetto, l'età media si aggirava sui nove anni e mezzo, o comunque una grandezza contenibile nelle dita delle mani. Da una parte, i bimbi più fighi giocavano a calcio e si lanciavano con gli skateboard, dall'altra circolavano i pattinatori, chiusi in un recinto a pascolare in tondo come capre lobotomizzate.
    Ho mangiato la polvere di bambine alte un metro e venti coi pattini rosa e una quattrenne infoiatissima sul triciclo di Hello Kitty mi ha doppiata senza nemmeno mettere la freccia.
     
    Riuscivo a procedere dignitosamente, però, e persino a cambiare terreno senza grossi inconvenienti, perchè dovete sapere che cambiare terreno sui rollerblade è una mossa perniciosa e potenzialmente suicida, specie se non padroneggi l'alzata dei piedi. L'unico problema è che, mentre ormai pensavo di aver raggiunto il massimo della mia preparazione autodidatta in 25 minuti, sono caduta come una pera matura scendendo da un marciapiede, schiantando al suolo l'unica parte del mio corpo non protetta e foderata. Il sedere. Non ho fatto tanto clamore, il sedere stesso ha impattato col cemento con un ovattato "Paff" pieno. Per dire, non si è nemmeno sentito un piccolo "Croc" dal mio osso sacro, e dire che deve averlo fatto, magari piano piano.
    Rattrappita alla stregua di un crostaceo morto, con gambette braccini e protezioni inutili, ho letteralmente detto "Un momento, mi serve il tempo per processare questo dolore affabulante" con un ampio sorriso da Vergine Addolorata, che è stato un modo nobile per risparmiare ai pupi e alle loro mamme una riga di bestemmie che avrebero fatto cadere dal cielo mezzo campionario paradisiaco tra santi e angeli e avrebbero senza dubbio fatto inciampare qualcuno. 
     
    Visto che ero in ballo, ho dato alle terga dolenti il tempo di riprendersi dallo shock e ho trovato le energie per fare il famigerato Corso Italia due volte avanti e indietro. E andavo che è una meraviglia. Un punto che devo ancora sviluppare è la questione del frenare: non sono assolutamente in grado di fare qualcosa più che irrigidirmi come un bambino col Pampers pieno e accennare uno spazzaneve fuori contesto, il cui effetto può anche risultare in una repentina accelerazione ed eventuale falciamento di animali al guinzaglio.
     
    Ho sviluppato e perfezionato una tattica per informare i passanti circa il pericolo imminente: dapprima ho iniziato con una frase elaborata del tipo "Attenzione signora, lei non ha idea del pericolo che corre a venirmi davanti", ma l'ultima parte era resa poco comprensibile dall'effetto Doppler. Ho tagliato in un "Faccia attenzione la prego". All'ultimo giro mi portavo avanti al grido di "MORTE!", ritenuto più conciso e, come si suol dire, straight to the point. Dall'altro lato, l'incerta e zoppicante metà alternava barbarici YAWP abbaiati ai bambini con informazioni infamanti sul mio conto del genere "Non sa frenare" con tanto di dito puntato al mio cranio.
     
    Dopo il mio remake domenicale low-cost di Speed, posso solo dire che sì, per la frenata ci attrezzeremo in futuro, ma che il prossimo week end - ad ogni buon conto - me ne andrò al mare.
     
    Dove come minimo mi ustionerò, o berrò da un secchiello con una medusa dentro. Messa lì da un bambino che ho risparmiato domenica.
    domenica, 17 maggio 2009

    Free Panda!

    Avendo ricevuto numerosi messaggi di sostegno all'annoso dilemma pandistico di fronte a cui il destino mi ha posta venerdì, ci tengo ad aggiornarvi sulla situazione. So che alcuni di voi erano perplessi circa le mie probabilità di sopravvivere, e in primo luogo vi rassicuro che sto bene e starò benone almeno per tutta l'ora che mi separa dalla mia prima pattinata sui rollerblade, in questa mite domenica primaverile.

    E' strano che un'auto con la prima inserita si metta a scivolare all'indietro. Specialmente quando non si trova in discesa. E' strano, ma era l'unica tesi che riuscivo a concepire.

    Ma io sono una donna, e - si sa -  nel cervello delle donne lo spazio abitualmente riservato al pensiero logico è stato adibito a stipetto per le scarpe.

    L'intervento benedetto della dolce e ingegnosa metà è riuscito a risparmiarmi contorsionismi irrealistici e prodezze atletiche a cui non mi sentivo pronta. Con una scala, il suo metro e novanta e un intelletto più lucido, è riuscito a capire che non era il moon walking ad aver bloccato il mio piccolo cubicolo su ruote, ma uno sbadiglio del suo grosso sederone quadrato. Venerdì ho acchiappato l'ombrello dal bagagliaio e sono scappata a casa, e da genio che sono devo aver chiuso male il portello il quale, non senza una punta di viscidume e malignità, è lentamente scattato indietro mentre mangiavo, sino ad aprirsi completamente e a bloccare il cancello.

    Laddove avevo preventivato l'intervento di due omaccioni, un telefono col 118 su chiamata rapida e me stessa cosparsa di salsa tartara per scivolare meglio, è bastato un fidanzato sveglio, una scala e un bastone di scopa.

    Quando c'è l'amore, c'è davvero tutto.

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    categorie: fun , guida, wtf , gli affari miei
    sabato, 16 maggio 2009

    Panda incattivita in cattività

    Qualcuno diceva che Dio non c'è, e che - se ci fosse - ci dovrebbe delle spiegazioni.
    In effetti, di un paio di delucidazioni oggi avrei bisogno, perchè credo di essere stata punita per la mia hybris automobilistica, per l'eccessivo compiacimento di prendere l'auto tutti i giorni per andare al lavoro e risparmiarmi quantità sinora impensate di tempo ogni giorno.
    Oggi la mia auto è rimasta intrappolata nel suo box. Nella sua celletta di alveare a cui non esiste altro accesso oltre a una massiccia anta di ferro basculante. Sua Basculanza non bascula a dovere. Si alza di un paio cm, giusto sufficienti per farci scivolare sotto un alluce (a quale scopo poi, non si sa). A impedirle di aprirsi, il sederone traditore della Panda.

    La tragedia si è consumata al rientro in ufficio quando, con una strafottenza che mi è nuova ma a cui mi sono abituata subito, sono uscita a un'ora vergognosa di casa già sapendo che l'auto mi avrebbe permesso di arrivare forse persino in anticipo.
    Afferro la maniglia, la tiro dando la consueta bella spinta (è assai pesante) e sento un inequivocabile rumore di lunotto che colpisce un portone di ferro con violenza. Un clangore sinistro, a cui per fortuna non è seguito l'altrettanto inequivocabile suono di lunotto che si frantuma in mille piccoli pezzi. Il garage ha però risuonato di imprecazioni e maledizioni così sconce e crasse da far arrossire un portuale.
    La Panda ha fatto moon walking. Ha fatto due o tre passetti all'indietro, nell'unica occasione in cui - ormai è evidente che si tratta di questo - ho scordato inserire il freno a mano. Non ha camminato tanto, ma abbastanza da ostruire l'apertura della porta e rendere impossibile ogni tentativo di forzatura.
    Il problema mi ha assillata tutto il giorno e, dopo aver fatto un passo veloce in garage nel cuore della notte per studiare meglio la situazione, ho elaborato il mio piano d'azione che - seguendo l'ipotesi più ottimista - potrebbe risultare nella mia istantanea decapitazione.
     
    Il piano richiederà un giorno di digiuno, due uomini robusti coattati tra gli amici, una scala e forse del lubrificante. Non c'è spazio per entrare da sotto la porta senza usare un incantesimo di Dungeons & Dragons. Persino una blatta avrebbe difficoltà, ma sopra, oh sì, in alto c'è spazio a sufficienza perchè un essere umano minuto possa passare dall'altra parte. Parliamo di una fessura di trenta centimetri a circa due metri d'altezza, di dimensioni variabili perchè collegate alla posizione di una porta estremamente instabile.
    Ho già pensato a tutto: gli omaccioni terranno ferma la porta per permettere alla fessura di restare aperta, io mi arrampicherò sulla porta, lascerò due costole sullo spigolo superiore, pregherò che la porta in questione non si sposti all'improvviso (tranciandomi di netto in due) e atterrerò aggraziata sul tetto della Panda. Una volta passata, sarà un gioco da ragazzi riportare l'infida quattroruote in una posizione consona e salvare la situazione.
    Tutto facilissimo, vero? Voglio dire, Ocean's Eleven mi fa - metaforicamente parlando - delle gran pippe, no?
     
    Spero solo che ricomporranno le mie spoglie in modo che sembrino ancora intere, perchè più che a un film con George Clooney sto pensando a una partita a Prince of Persia giocata da un ritardato.
    mercoledì, 13 maggio 2009

    So long

    Questa mattina sono stata al funerale di una persona che ho conosciuto per molti anni. Non l'ho mai frequentata assiduamente, ma era una signora davvero dolce e gentile e la sua morte improvvisa mi ha molto colpita.
    Non sono stata a molti funerali in vita mia, un po' per caso e problemi logistici, un po' perchè - soprattutto quando ero una pargoletta - mi si è voluto tenere lontana da questo genere di cerimonia. Nelle poche occasioni che ho avuto per verificarlo, mi sono scoperta il tipo di persona che si commuove senza ritegno e non è in grado di tornare a casa ridotta meglio di un indefinibile pastone lacrimante di fondotinta e mascara. C'è la tristezza per il defunto, naturalmente, ma soprattutto entro in risonanza con la commozione che c'è nell'aria e non riesco a trattenermi.
     
    Sono sempre stata agnostica e, in tempi recenti, ho deciso di fare il mio coming out come atea vera e propria. Non tendo a vedere le mie posizioni come definitive ed eterne, ma l'ateismo è la rotta su cui navigo attualmente. Se c'è un Dio o un Ordine superiore, sono abbastanza sicura che non sia comunque quello che si venera tra gli uomini, qualunque sia la religione di cui parliamo. A un eventuale Dio, il mio ateismo sarà quindi indifferente.
     
    Nei confronti di chi crede ho sempre avuto rispetto, anche perchè ancora non so se quello a cui manca una rotella sia chi crede o io che proprio non ci riesco. Vorrei che questo rispetto fosse sempre mutuo, anche se sembra difficile, e vorrei anche che le persone non si ammazzassero per le differenze religiose, ma voglio un sacco di cose che non si realizzeranno mai, almeno non nell'arco della mia vita.
     
    Se credere sinceramente in Dio e in una vita dopo la morte non ha però altro effetto che non sia aiutare a vivere meglio e ad affrontare la perdita delle persone care con un pizzico di serenità in più, non vedo che male ci sia. Non manca mai di stordirmi un pochino, tuttavia, notare come le messe funebri - quelle cattoliche che ho visto, almeno - siano sorprendentemente prive di sentimento ed efficacia.
    Di fronte al lutto le parole sono sempre un po' inutili, ma lo stesso fallisco nel capire come una liturgia sempre uguale - in cui il nome del nostro caro al massimo può riempire spazi vuoti tratteggiati - possa essere di qualunque consolazione durante l'estremo saluto.
    Si potrebbe controbattere, e potrei essere d'accordo, che il funerale è il capitolo dell'esistenza di una persona che alla fine c'entra meno con la persona in questione la quale è per definizione assente, e che a chi resta gioverà più ripensare a tutti i bei ricordi legati alla persona mancata piuttosto che prestare attenzione alle parole di circostanza pronunciate durante il funerale.
    Durante la messa, l'unica cosa che mi ha concesso il tempo per far asciugare le lacrime è stato un piccolo moto di qualcosa di simile alla rabbia. Una specie di stizza per tutto quel parlare di fede, di paradiso, quelle generiche belle parole sulla defunta che avrebbero potuto applicarsi praticamente a chiunque, pronunciate da un parroco che probabilmente non sapeva nemmeno che faccia avesse da viva e che celebrava la messa con un'inespressiva voce un po' agnellata.
    Vi parla comunque una che fa molta fatica a capire che valore abbiano le preghiere fatte a un Dio che si postula onnisciente e infinitamente misericordioso, e a cui ogni parola di fede sembra sempre nient'altro che ben mascherato wishful thinking escatologico.
     
    In definitiva, mi domando perchè questa mattina stessimo tutti chiusi in una Chiesa a piangere e a innalzare suppliche e lodi al Signore mezzi soffocati dall'incenso, invece di parlare e abbracciarci e ricordare insieme una persona che senza fare nessuno sforzo è riuscita a farsi voler bene da chiunque abbia incontrato. L'unica, tra l'altro, che ha potuto farmi sospettare l'esistenza di Dio ogni volta che sono andata a cena da lei.
    Mi mancherà.