Lo ammetto: con l'arrivo della calura pre-estiva, anche le mie sinapsi hanno iniziato a sudare e, si sa, con le sinapsi appiccicaticce si pensa male e si scrive peggio.
La maggior parte delle mie frequentazioni internettare e non si è buttata a pesce sulle elezioni europee e sull'intero ghiotto carrozzone politico che di questi tempi presta il fianco a una satira mai così facile.
Sul sex-gate all'amatriciana con cui ci deliziano le cronache quotidiane, credo di aver raggiunto quel livello di reale disgusto oltre al quale non desidero sentire una parola di più in merito.
La mia convinzione a continuare indefessa ad adempiere ai miei doveri civici è come un avanzo di spaghetti sul fondo di una pentola: esigua, scivolosa e difficile da prendere. Sono riuscita ad acchiapparla domenica sera, a un'ora dalla chiusura delle urne, e ho trovato la forza di fare quei due passi fuori casa per andare a votare.
Il paragone più azzeccato sugli ultimi tempi ci ha accostati a un'atmosfera decadente da basso impero. Che cosa si fa in una simile atmosfera? Ci si adagia mollemente e ci si culla in attività moralmente dubbie. In questo, sto facendo del mio meglio per seguire l'eccelso esempio di chi ci governa.
Mentre cercavo con ogni sforzo di sottrarmi al generale squallore per cercare distrazioni - e peraltro ci riuscivo assai bene - mi è arrivata la classica catena via mail in ufficio. Di solito le catene finiscono nel cestino ancora prima dell'apertura, tuttavia questo particolare messaggio l'ho letto sino in fondo. Fondamentalmente perchè era ragionevolmente corto e pensavo fosse una barzelletta. Invece no, il messaggio non si chiudeva con un'ultima riga rivelatrice, ma con un invito in un italiano vagamente nebbioso:
"Fate sapere a tutti che in Danimarca massacrano ogni anno i delfini extra-intelligenti e socievoli per una festa così come fosse un carnevale. *Solo le persone inutili **pensano che tanto non cambia nulla e per questo rifiutano di inviare questo messaggio a tutti*. "
e con una ridda di immagini come quella qui sopra, degne di un film dell'orrore e piene di delfini sbudellati. Mi sono incuriosita ed informata.
Che le balene siano ancora cacciate contro ogni effettiva necessità e generale norma di buon gusto (e buona creanza) non è un fatto nuovo. Le balene hanno la sfortuna di essere lenti e paciosi giacimenti di materie prime utilissime e tonnelate di carne, e non tutti si sono persuasi del fatto che ammazzarle resta comunque un gesto molto poco carino e ormai superfluo. Questo senza neanche considerare il fatto che la carne di balena ha un discreto grado di tossicità per gli esseri umani e che "ricca di cadmio e mercurio" è un claim che difficilmente convincerebbe un ufficio marketing.
Quello che più o meno ignoravo completamente era che anche cetacei più piccoli, come delfini e focene, fossero oggetto di orride attività di caccia. Questo fenomeno non incontra molta attenzione mediatica, quindi vorrei dargli visiblità almeno qui. Più che un riflettore è una lampadina a basso consumo, ma si fa quel che si può.
Non so se accrescere la consapevolezza intorno a un fenomeno serva a preparare la strada a una risoluzione. Venire a conoscenza delle turpitudini del bel mondo di Villa Certosa non pare intaccare la reputazione e la credibilità del principale soggetto coinvolto, ma mi auguro che, allontanandoci dall'ambito politico, il giudizio sugli avvenimenti possa essere un tantino più sensato.
Insomma, amici e vicini, forse nemmeno voi sapevate che in più di un paesello del mondo, e neanche solo in repubbliche delle banane,
è pratica diffusa ed accettata intercettare branchi di delfini e costringerli a spiaggiarsi per poi pugnalarli alla gola a terra e lasciarli a dissanguarsi. Oppure acchiapparli con uncini e corde, o trascinarli per lo sfiatatoio, oppure fare il lavoro in acqua sinchè il mare non diventa rosso rubino. Non parliamo neanche del Giappone, per cui la caccia al delfino è solo un sotto-ramo aziendale della sempre prospera e internazionalmente criticata
caccia alla balena, che spesso scivola anche nella bracconeria di specie a rischio di estinzione.
La caccia al delfino è ancora diffusa, ad esempio,
nelle Isole Faroe, una lontana provincia danese. I villici si difendono dicendo che
la caccia al delfino è stata praticata dai trisavoli dei loro trisavoli per secoli e secoli. Quando cioè non esistevano il mass market e la generale prosperità di cui gode il mondo occidentale adesso isole incluse, e quei poveri vichinghi (o quello che erano) erano costretti a farsi piacere persino il grasso sottocutaneo dei delfini. Ma son dettagli, e
la gioventù faroense rivendica questa pratica come parte integrante della cultura isolana ( e al che io dico: ma queste isole sono così pallose che non hanno neanche una discoteca per tenere questi ragazzi occupati? )
In generale, è sempre la carta della tradizione quella che viene giocata per prima da chi difende il proprio diritto a cacciare certe specie, anche quando il resto del mondo guarda a suddette tradizioni con un'espressione di vago orrore.
Non mi ritengo una persona dallo sdegno facile, e in effetti ci terrei a ridimensionare anche in questo caso le mie affermazioni.
Siamo tutti d'accordo sul fatto che vedere Flipper che si contorce con la gola aperta sia uno spettacolo da far passare l'appetito a chiunque abbia un cuore, così come sul fatto che vedere una balenottera che schiaffeggia pigramente la superficie marina con la coda sia molto meglio che vederla trascinata senza vita sul ponte di una baleniera. Credo però che il ruolo giocato dalla cultura sia qualcosa di più di una paraculata detta per tutelare i propri porci comodi.
Anni fa ero nella zona carni di un WalMart sperduto, e chiesi al mio allora fidanzato dove fossero il coniglio e le bistecche di cavallo. Mi guardò come se fossi un mostro venuto dallo spazio, specie quando dissi "cavallo" e lasciò cadere la mascella tra le ali di pollo.
Con questo non intendo dire che io sia ghiotta dell'una o dell'altra carne, ma sono certo abituata a vederli nei supermercati. E se io qualche scrupolo a mangiarle magari me lo faccio (c'è un'inversa proporzionalità tra il grado di pucciosità di un animale e la voglia che si può avere di mangiarlo), riconoscerete che qui da noi simili bestie fanno parte della dieta di un buon numero di individui, che non ci trovano nulla di male. Qui il cavallo, ad esempio, te lo raccomandano quando hai il ferro bassino. Gli stessi americani, poi, trovano non troppo orripilante uno stufatino di scoiattolo, c'è chi si sbafa i cani e anche - indovinate dove - gente che non sa dire di no a una sugosa bistecchina di canguro. Che tra l'altro pare sia buonissima e povera di grassi, altro che la carne semi-tossica delle balene.
Non sto invitandovi a desiderare un carpaccio di pechinese col limone, ma quantomeno a guardare la cosa da una prospettiva meno assoluta e a tenere da conto il fatto che non esistono realtà incontestabili, ma solo sensibilità diverse in tempi e luoghi diversi.
Se per esempio dobbiamo condannare la caccia ai delfini, mi sembrerebbe abbastanza ipocrita non estendere certe considerazioni alla caccia in genere, sempre restando sul piano di attività permesse per legge e su specie che non sono in estinzione. L'attività venatoria nostrana, al contrario, è per lo più difesa come una nobile disciplina sportiva da svolgere all'aria aperta, pur qualificandosi allo stesso modo come "assassinio di animali non dettato da stretta necessità".
Certamente, va detto che fatico a provare più pena per un - mettiamo - cinghiale che per un qualunque cetaceo, fosse anche solo per tutti quei tratti - intelligenza, socievolezza, giocosità - che ci fanno di solito amare i delfini, ma forse è un ragionamento impervio. Non si può essere " un po' " animalisti, perchè come tiri un filo ti viene dietro tutta la matassa: puoi tagliare il filo dopo la caccia ai delfini e i cuccioli di foca presi a randellate, ma a quella lenza, a seconda di quanto tiri, potresti trovare attaccate osservazioni sensate per essere contro la caccia, la pesca, la pelletteria tutta e, tira che ti tira, arrivare persino all'allevamento. Tutto sta nei livelli di soglia che scegliamo di applicare.
Il presunto QI di un animale, il fatto che sappia far giocare una palla sul naso o sia capace di comportamenti "simpatici" sono criteri parziali, come lo sono l'eventuale legalità di cacciarlo o l'abbondanza di esemplari. E' facile essere tentati a tracciare linee del tipo "se è carino e ha gli occhioni buoni non si mangia" o "se non è in via d'estinzione allora va bene" o "se lo fanno già tutti va bene", ma sono distinzioni arbitrarie, personali o culturali e in ultima analisi di comodo, per poter sventolare un po' di indignazione a pochi centesimi al chilo, cosa che a tutti piace molto fare.
Se vogliamo invece applicare il principio più generale, cioè il rispetto rigoroso delle vite che possono essere risparmiate, dovremmo cambiare parecchio le nostre abitudini (e se avessero pensato così i primi homo sapiens, naturalmente non saremmo dove siamo adesso), cosa che ai più piace molto meno fare.
Per me tutto si blocca insomma quando vedo un grazioso vitellino e penso che sì, l'idea che venga al mondo per essere macellato mi nausea abbastanza e mi fa sentire male, ma che se tengo una simile idea sufficientemente lontana dalla mia testa posso, contro ogni alta opinione che posso avere di me stessa e della mia coerenza, vivere in pace godendomi i miei bistecchini. Un po' colpevolmente, ma in pace. Lo sdegno che posso provare quando vedo la caccia ai delfini, pur essendo a mio avviso giusto e ben riposto, deriva comunque da una scelta più o meno consapevole di contarsi solo metà della storia, quella che torna bene, quella che "oh dio i delfini no, sono troppo intelligenti!". A voler abbassare il livello di soglia, invece, ci sarebbe quasi letteralmente da impazzire.
Forse questa severità è improduttiva, ma
previene dall'adottare gli irritanti sintomi dello smug, che in italiano potrebbe tradursi come "immotivato ed eccessivo autocompiacimento di fronte alle proprie azioni o prese di posizione" (concorderete che "smug" è più sintetico e che "snob" non è abbastanza), e che prende corpo in
forme di ecologismo e animalismo radical chic in PETA-style, per intenderci, associazioni che partono da idee condivisibili per poi sfociare da una parte in metodi piuttosto violenti, e dall'altra in una forma di pubblicità squalliduccia per attrici e attricette di varia statura, che hanno la ghiotta opportunità sia di posare nude che di far finta di avere un messaggio serio da diffondere.
Lo smug si anima di tutti i moralismi autoindulgenti, dello zittirsi la coscienza con piccoli gesti più simbolici che utili, negoziabili a seconda di come ci viene meglio, ed è decisamente tra noi. Come specie più intelligente ed evoluta sulla faccia del pianeta (oppure la terza più intelligente, secondo alcuni), abbiamo potere di vita e di morte su gran parte delle altre forme di vita ed è una responsabilità che non sempre è amministrata saggiamente: sono piuttosto lontana da qualunque forma di attivismo o critica globale alla specie umana, ma se vogliamo ben guardare, qualcosino sulla coscienza ce lo possiamo ritrovare sempre. Se vogliamo quindi concederci il lusso di inveire e sbottare da un podio, penso che forse sarebbe il caso di analizzare tutte le implicazioni morali del caso, e magari cercare la proverbiale trave nel nostro occhio, prima di condannare in termini assoluti le pagliuzze più o meno spesse in quello altrui.
Se pensate che sia un compito che richiede troppi sforzi, potete sempre calarvi nella quotidiana schizofrenia un po' ipocrita e un po' buonista in cui cerco di vivere io: guardo i video dei delfini massacrati, scoppio in lacrime e poi mangio il mio hamburger, penso agli sciagurati consumi dei SUV padronali e poi guido anch'io tutti i giorni, cerco di separare vetro e plastica e poi quando sono pigra li caccio tutti nello stesso cassonetto ugualmente, mi rifiuto di gettare una singola cartaccia per terra e poi anch'io, come voi, vivo succhiando energia e risorse come se non ci fosse un domani. Adottando una personale forma di smug, mi consolo pensando che - forse forse - notare la dissonanza può già rappresentare qualcosa, anche se qualcosa di inutile: in ogni caso cerco di conservare caramente un briciolo di salute mentale.
Intanto, comunque, se i benedetti danesi potessero piantarla con quei delfini, l'indignazione che ho espresso in questo post potrebbe farmi anche smarcare dalla coscienza almeno una settimana di macchina, forse persino un chewing gum sputato per terra. E, per uso futuro, magari pure un brasato di wallaby.